29 luglio 1983
Palermo (PA)

Rocco Chinnici

"La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare."

Rocco Chinnici nasce a Misilmeri, comune della provincia di Palermo, il 19 gennaio del 1925. Frequenta il Liceo Classico nel capoluogo siciliano e poi si iscrive poi alla Facoltà di Giurisprudenza, conseguendo la laurea il 10 luglio del 1947. Durante gli anni degli studi, per contribuire agli sforzi economici fatti dalla sua famiglia, lavora all'ufficio del registro di Misilmeri. Ed è proprio qui che conosce Agata Passalacqua, una giovane docente di scuola media, che diventerà poi sua moglie.
Rocco ha già le idee molto chiare sul suo futuro: vuole fare il magistrato, crede fortemente nella giustizia e vuole fare la sua parte per realizzare quegli ideali di legalità in cui crede.
E così, caparbio e determinato, nel 1952 vince il concorso di Magistratura e, per i primi due anni da uditore, assegnato al Tribunale di Trapani. 
Nel frattempo da quell’amore così vero e dolce con Agata, nel 1954, nascerà una bambina: Caterina. Rocco è al settimo cielo ed è un papà dolce e attento.
Sono questi gli anni in cui Rocco ricopre l’incarico di Pretore di Partanna e ciò gli permette di avere un rapporto diretto con i cittadini, basato su profonda stima, rispetto e collaborazione. Rocco Chinnici è un magistrato preparato, ma possiede anche delle straordinarie doti personali che gli permettono di entrare in relazione con le persone e di guadagnarsi la fiducia degli altri. Proprio per questa sintonia venutasi a creare con gli abitanti di Partanna il giudice ritarda il suo trasferimento, seppur gli sia stato proposto un incarico più prestigioso.
In questi anni Rocco e la sua amata Agata diventano nuovamente genitori di Elvira e Giovanni e la loro vita familiare scorre serena e felice. 

Dal 1966, assume l’incarico di giudice istruttore presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. A partire dal 1979 sarà poi chiamato a dirigere lui stesso l’Ufficio. In questi anni Rocco si trova ad affrontare casi delicati. Sono i primi anni Settanta, anni complessi per la città di Palermo che inizia a confrontarsi con l'aggressione militare della mafia. Gli viene assegnato il primo grande processo di mafia, quello per la "strage di viale Lazio". E già in questa occasione dimostra di svolgere l’attività investigativa in modo brillante ed efficace e di avere uno sguardo lungimirante e innovativo. Il giudice ha delle intuizioni che si rivelano fondamentali per lo sviluppo di un nuovo metodo di contrasto alla criminalità organizzata. 

La nascita del pool antimafia

Con il susseguirsi degli anni e dell’esperienza acquisita attua una grande rivoluzione: creare, nel suo ufficio, dei veri e propri gruppi di lavoro, dando quindi una prima forma a ciò che poi diventerà il “pool antimafia”. Accanto a sé vuole - tra gli altri - due giovani magistrati: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con cui avvia le prime indagini che sfoceranno nei più importanti processi antimafia della storia siciliana.
A seguito dei grandi risultati ottenuti, il giudice Chinnici diventa Consigliere Capo del Tribunale di Palermo e gli verrà assegnato il servizio di scorta.
Il suo ufficio diventa un esempio di organizzazione giudiziaria per tutti gli altri uffici, soprattutto quelli preposti alla lotta alla mafia, guardato con ammirazione anche all'estero. 

Ma non si limita a questi – importantissimi – risultati. Forte dell’esperienza avuta nella Pretura di Partanna, vuole riprendere quel contatto diretto con i cittadini. Non si accontenta, quindi, del lavoro nelle aule di giustizia, vuole fare di più: incontrare le persone, sensibilizzare l’opinione pubblica dell’importanza dell’impegno di ciascuno nel contrasto alle mafie. E un’attenzione particolare la rivolge ai giovani: non si sottrae mai agli incontri pubblici, nelle scuole di ogni ordine e grado, per parlare loro della mafia siciliana, della droga, dell’illegalità diffusa. Non fa niente se gli impegni si moltiplicano; crede fermamente che per sconfiggere la mafia non basta l’attività – seppur fondamentale – repressiva, ma c’è bisogno di un movimento culturale, che scuota le coscienze, soprattutto dei più giovani. 

Papà aveva intuito che non si poteva combattere la mafia un reato per volta: per questo decise di costruire un gruppo. Ancora una volta, rompeva uno schema, ma è stato grazie a questo che l’ufficio Istruzione di Palermo è diventato un modello di efficienza e l’avamposto della lotta alla criminalità organizzata… Ancora, aprì le porte degli uffici giudiziari, ma dal punto di vista informativo: divulgando la sua attività intendeva sensibilizzare la cittadinanza, spiegare cos’era la mafia. Mai nessun magistrato l’aveva fatto.
Caterina - figlia di Rocco

La mafia non può accettare tutto questo. Deve mettere a tacere un uomo che ottiene risultati sia sul piano giudiziario sia su quello sociale e culturale.

Il 29 luglio del 1983

E così, la risposta della mafia non si farà attendere a lungo. È il 29 luglio del 1983. Sono le 8 del mattino e, come ogni giorno, sotto casa di Rocco, in via Pipitone Federico, ad aspettarlo ci sono gli uomini della sua scorta: il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e l’autista Giovanni Paparcuri. 
L’aria è calda e il sole già alto illumina le vie di una Palermo così bella ma che di lì a breve conoscerà il periodo delle autobombe e delle stragi. Mario e Salvatore parlano tra loro, si scambiano qualche battuta in attesa che il giudice arrivi. Si guardano attorno, sono attenti, come sempre, ma non sanno che il pericolo arriverà da dove nessuno, sino a quel momento, può immaginare. Davanti a quel portone c‘è infatti una Fiat 126 verde, parcheggiata lì molto prima dell’arrivo della scorta, imbottita con ben 75 kg di esplosivo. 
Non appena Rocco arriva, saluta come consuetudine il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. I due si scambiano due sorrisi, parlano degli impegni della giornata e, quando il giudice si accinge a varcare il portone Stefano, come sempre, lo segue per accompagnarlo. 
In quel preciso istante, qualcuno azionerà quell’ordigno che spazzerà via in un attimo quattro vite. Moriranno sul colpo Rocco, Stefano, Mario e Salvatore.
L’unico a salvarsi sarà, miracolosamente, Giovanni, che era al suo posto, alla guida di quell’auto che avrebbe dovuto accompagnare il giudice a lavoro. Saranno comunque gravissime le ferite, nel corpo e nell’animo, da lui riportate. 
Quell’autobomba sarà solo la prima delle tante autobombe che verranno tristemente utilizzate nelle stragi degli anni ‘90 a Palermo, segnando così l'ulteriore e drammatico inasprirsi della strategia mafiosa ai danni di quanti – magistrati, forze dell’ordine, imprenditori, cittadini comuni - proveranno a ribellarsi ed a fare la propria parte. Quella strage lascerà un segno indelebile nell’opinione pubblica: “Palermo come Beirut” titoleranno i giornali all’indomani dell’esplosione.

Vicenda giudiziaria

Dopo un lungo e tortuoso iter giudiziario, per la strage di via Pipitone saranno condannati definitivamente all’ergastolo dodici boss di Cosa Nostra, tra i quali Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, Antonino Madonia e Giovanni Brusca. Saranno inoltre inflitte pene dai 15 ai 18 anni di reclusione ad altri quattro boss dell’organizzazione mafiosa.

Memoria viva

A Rocco Chinnici è stata conferita la Medaglia d'oro al merito civile ed è stato riconosciuto vittima innocente della mafia.
La figlia primogenita, Caterina – che ha seguito le orme del papà diventando magistrato – gli ha dedicato un libro di ricordi dal titolo "È così lieve il tuo bacio sulla fronte”. Dallo stesso libro sarà tratto un film tv, in onda nel 2018 su RAI1.

Ci siamo protetti per trent’anni dietro uno scudo di riservatezza, ma mi sono detta che forse era il momento di raccontarlo, questo giudice, con tanto di manone e voce tonante, con la delicatezza struggente che usava con tutti noi e la forza incrollabile che ci ha tenuto in piedi anche dopo la sua morte. Non è semplice per me farlo. Scrivere, svolgendo la storia della mia famiglia come un gomitolo mi fa sentire sul punto di andare in mille pezzi. Però, dopo tante commemorazioni istituzionali, che di Rocco Chinnici raccontano solo il magistrato, sono stata costretta a chiedermi se non valesse la pena uscire allo scoperto, rischiare, ma farlo vivere ancora una volta, il mio papà.
Caterina - figlia di Rocco

Alla sua memoria, nel 1985, è stato istituito il "Premio Rocco Chinnici".
I Presidi di Libera Ancona e di Borgosesia, in provincia di Vercelli, sono a lui intitolati, per tenere viva la sua memoria e continuare a costruire una cultura della giustizia e dell’antimafia sociale.
Il 6 Marzo 2015, un albero e un cippo sono stati dedicati a Rocco Chinnici al Giardino dei Giusti del Monte Stella di Milano.