Quando si ricordano i magistrati uccisi dalla mafia, il pensiero corre immediatamente a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Rosario Livatino, Giangiacomo Ciaccio Montalto. Uomini dello Stato impegnati in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata, che con le loro indagini hanno squarciato il velo di omertà e impunità, ricostruendo, tassello dopo tassello, le vicende criminali del nostro Paese.
Il nome di Antonino Saetta, invece, resta spesso ai margini del ricordo collettivo. Probabilmente, la scarsa notorietà del suo nome è legata da un lato alla sua indole schiva e riservata, dall’altra alla sua funzione professionale. Era un magistrato giudicante, con ruolo terzo e imparziale, non direttamente esposto nel contrasto alla mafia, una figura che difficilmente finisce sotto i riflettori. Ma basta semplicemente ripercorrere le tappe della sua vita per restituire piena luce a una figura di altissimo valore umano e professionale.
Nato a Canicattì il 25 ottobre 1922, era il terzo di cinque figli di Stefano, maestro elementare, e di Maddalena Lo Butto, casalinga. Conseguita la maturità classica a Caltanissetta, nel 1940 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo.
Erano gli anni della seconda guerra mondiale e, come molti giovani della sua generazione, fu chiamato alle armi, partecipando al corso per allievi ufficiali di complemento dell’esercito, poi interrotto con la fine delle ostilità. Laureatosi nel 1944, entrò in Magistratura nel 1948, a soli ventisei anni. Iniziò la carriera in Piemonte come pretore ad Acqui Terme, in provincia di Alessandria. Questa città fu importante non solo sul piano professionale ma anche personale: qui, infatti, dal matrimonio con Luigia Pantano celebrato nel 1952, nacquero due dei suoi tre figli, Stefano e Gabriella.
Tornò in Sicilia nel 1955, prestando servizio a Caltanissetta fino al 1960. Successivamente approdò alle sezioni civili del Tribunale di Palermo, dove rimase fino al 1969. Tra il 1976 e il 1978 fu Consigliere presso la Corte d'Assise d'Appello di Genova, occupandosi di processi penali di particolare complessità in materia di terrorismo, tra cui quello contro la c.d. “Colonna genovese” delle Brigate Rosse.
Nel 1985 fu nominato Presidente della Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta. In questa veste si occupò di un rilevante processo di mafia, quello per la strage di via Pipitone, in cui furono uccisi il giudice Rocco Chinnici, il Maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi, l'Appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Tra gli imputati figuravano vertici indiscussi della mafia dell'epoca, come Michele Greco detto “il Papa” e Salvatore Greco di Ciaculli, fino ad allora incensurati. Il processo si concluse con un aggravamento delle pene e delle condanne rispetto al primo grado di giudizio.
Successivamente, Saetta tornò definitivamente a Palermo, assumendo l'incarico di Presidente della Prima Sezione della Corte d'Assise d'Appello. Qui, nel 1986, presiedette il processo per l'omicidio del Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. Se in primo grado si era giunti inaspettatamente all'assoluzione, la sentenza d'appello ribaltò l'esito, infliggendo la pena massima a Giuseppe Puccio, Armando Bonanno e Giuseppe Madonia. La sentenza fu pronunciata il 23 giugno 1988; le motivazioni furono depositate il 16 settembre. A distanza di appena nove giorni, Antonino Saetta fu assassinato.
25 settembre 1988
La sera del 25 settembre 1988, mentre percorreva, senza scorta, la SS 640 Agrigento-Caltanissetta, di ritorno dal battesimo di un nipotino, Antonino Saetta cadde vittima di un agguato mafioso. Con lui venne ucciso il figlio Stefano, trentacinquenne. Stefano era un giovane amante dello sport, ottimo nuotatore, appassionato di lunghe passeggiate e cinema, socievole e spiritoso. Da adolescente, era stato affetto da disturbi di tipo psichiatrico, per i quali gli era stata riconosciuta un’invalidità. Questa precisazione è importante perché, durante i rilievi, il ritrovamento del tesserino di invalidità tra i suoi documenti portò erroneamente gli inquirenti e gli organi di stampa a riportare, in un primo momento, la notizia di una invalidità fisica.
Vicenda giudiziaria
L'inchiesta sul duplice omicidio, inizialmente archiviata contro ignoti, fu riaperta nel 1995 grazie alla determinazione di due giovani pubblici ministeri della Procura di Caltanissetta, Antonino Di Matteo e Gilberto Ganassi. I responsabili furono individuati in Totò Riina e Francesco Madonia come mandanti, e in Pietro Ribisi come esecutore materiale. Tutti furono condannati all’ergastolo. L’esecuzione materiale fu affidata alla mafia dell’agrigentino, sia per sviare le indagini, sia — come emerso dagli atti processuali — perché il capomafia Peppe Di Caro accettò l'incarico per accrescere il proprio prestigio all'interno di Cosa nostra e rafforzare i legami con le cosche palermitane. Questa collaborazione tra le organizzazioni mafiose agrigentine e palermitane serviva anche a lanciare un segnale di compattezza e di risolutezza.
È un’esecuzione decretata dai corleonesi. Il non averlo ucciso a Palermo è solo un tentativo di sviare l’attenzione. La decisione viene da lì e ha a che fare con il processo Basile e con il maxiprocesso.
Perché uccidere, per la prima volta, un magistrato giudicante, non appartenente a un ufficio specificamente deputato al contrasto della criminalità mafiosa?
Mio padre seppe resistere alle pressioni di personaggi di primo piano della mafia siciliana, come Riina, Madonia e i fratelli Greco. Lo fece anche imponendo la sua autorevolezza durante il processo, perché alcuni giudici popolari erano stati intimiditi. Questo fu uno dei motivi per cui lo condannarono a morte.
Cosa Nostra aveva compreso il rischio che Antonino Saetta, integerrimo e incorruttibile, potesse minare nel profondo la sua egemonia. Nei processi Chinnici prima e Basile poi, Saetta aveva dimostrato tutta la sua fermezza nel non lasciarsi intimidire o condizionare, vanificando così ogni pressione da parte dell’organizzazione.
Il giudice Saetta fu avvicinato, fu oggetto di tentativi di intimidazione. Di lì a poco sarebbe stato chiamato a presiedere il maxiprocesso in appello. Aveva dato prova di essere un giudice integerrimo, inavvicinabile: questo era inaccettabile per l’organizzazione mafiosa.
L'omicidio di Saetta doveva rappresentare anche un monito per gli altri magistrati: non solo la loro vita, ma anche quella dei loro cari poteva essere colpita.
Il secondo obiettivo, processualmente accertato, era quello di prevenire il pericolo che un giudice che aveva dato prova di essere integerrimo ed inavvicinabile presiedesse la Corte di Assise di appello nel processo a carico di Abbate Giovanni + 459, quello che ormai è storicamente noto come il primo maxiprocesso a Cosa Nostra istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il processo d’appello, con Saetta in tale ruolo, avrebbe certamente portato alla conferma delle condanne emesse in primo grado, assestando un durissimo, se non letale, colpo all’organizzazione.
In un contesto e in un momento storico in cui, per le funzioni giurisdizionali svolte, per l’impegno profuso, per la fermezza dimostrata e per il rigore morale che ispirava la sua attività professionale, egli divenne funzionale a un interesse strategico e complessivo di Cosa nostra.
Memoria viva
La storia di Antonino Saetta è una storia da riportare in luce perché parla di un magistrato che ha esercitato la giurisdizione con indipendenza assoluta, in difesa dei valori e degli interessi della società civile. Un’indipendenza dai poteri politici, da qualsiasi interferenza esterna e persino dalle pressioni dell’opinione pubblica, che – secondo Saetta – non dovrebbero mai condizionare l'esercizio libero e imparziale della giurisdizione.
La sua vicenda personale e professionale resta un esempio vivo e concreto di cosa significhi essere Magistrato, custode integerrimo dei valori cui la magistratura tutta è chiamata a ispirarsi, per non rinunciare mai alla difesa dei principi di indipendenza, imparzialità e legalità.
Alla sua memoria è dedicata Cascina Saetta, bene confiscato a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria. La storia di Antonino e Stefano Saetta è stata ricostruita nel film documentario “L'abbraccio”, scritto e diretto da Davide Lorenzano.
Non dovremmo piangere per la morte degli uomini di alti ideali. Piuttosto, dovremmo gioire per il privilegio di averli avuti con noi, ad ispirarci con la loro radiosa personalità.