6 agosto 1985
Palermo (PA)

Roberto Antiochia

Un ragazzo tenace, deciso, altruista. Una vita breve, vissuta intensamente, segnata dalla passione per la giustizia, l'onestà, l'amicizia. Una madre che si fa carico degli sogni del figlio e ne cura la memoria attraverso la testimonianza e l'impegno.

La vita di Roberto sembra essere segnata da coincidenze e fatalità; tuttavia, a ben guardare, tutte le scelte fatte furono coerenti, decise, orientate alla cura degli altri, alla lotta alle ingiustizie, all’onestà.

Più piccolo di tre fratelli, Roberto perde il padre Marcello quando è ancora un bambino e la madre Saveria si ritrova da sola a crescere tre ragazzi, ricominciando anche a lavorare per sostenere economicamente la sua famiglia. Gli altri due figli lasciano presto casa, Alessandro si sposa e Corrado parte per il servizio di leva, e in casa rimangono solo Saveria e Roberto. Si crea così un legame particolare, alimentato anche dalla comune passione per l'arte. Per Roberto, Saveria è il punto di riferimento più importante, che lo sostiene nelle sue scelte e lo incoraggia a leggere il mondo sulla base di valori importanti, come l'amicizia e il rispetto dei diritti.

Roberto frequenta il liceo artistico, e nel tempo libero legge libri gialli; lo appassiona sentirsi un investigatore e usa l'alfabeto greco per scrivere ai compagni messaggi in codice. Al liceo conosce Cristina, che sarebbe diventata la sua prima e unica compagna. Si fidanzano il 7 giugno, il giorno del compleanno di Roberto. E fu Cristina a fare la prima mossa, baciandolo in ascensore perché lui non si decideva. Era il 1977.

E' in questi anni che alcuni episodi segnano profondamente Roberto e fanno crescere in lui il desiderio di indossare la divisa. A cominciare dalla morte per overdose della sorella di un suo caro amico, trovata nel bagno dell'ospedale, dove era ricoverata nel tentativo di disintossicarsi. Roberto vuole fare qualcosa di concreto per fermare gli spacciatori e il traffico di droga, tanto da desiderare di lasciare la scuola e diventare poliziotto, ma Saveria si oppone con decisione.

Qualche anno più tardi, il 3 maggio 1979, mentre era in strada con i suoi compagni a disegnare, Roberto sente dei colpi di una sparatoria. Erano gli anni delle contestazioni e del terrorismo, le Brigate Rosse quel giorno tentarono l'assalto a una sede della DC a Roma. In molti fuggono, mentre lui corre a prestare soccorso a un poliziotto rimasto ferito.

L'anno successivo, finalmente, la cartolina rosa per la chiamata alla leva militare arriva anche per lui. Prima il corso di istruzione al nord Italia e poi un trasferimento in Sicilia per iniziare il servizio nella Polizia di Stato.

Un giorno di agosto

Roberto Antiochia aveva 18 anni quando entrò nella polizia, assegnato prima alla questura di Torino, poi alla Criminalpol di Roma, infine alla Squadra Mobile di Palermo. A Palermo operava la cosiddetta Squadra Catturandi, organizzata in seno alla quinta sezione investigativa antimafia dal commissario Beppe Montana. Malgrado la giovane età, Roberto Antiochia era stato scelto dal commissario per farne parte, così, arrivato a Palermo nel giugno 1983, si era subito prestato alle operazioni di quella che era considerata una delle migliori squadre di polizia a livello nazionale. La Squadra Catturandi aveva dato nuovo impulso alla lotta contro Cosa Nostra: importante era stata l’operazione “Pizza Connection” portata a termine con l’aiuto dell’FBI, che aveva portato all’arresto di decine di mafiosi tra l’Italia e gli Stati Uniti. Roberto, inoltre, prendeva parte attiva alla vita della Squadra al termine di un triennio particolarmente sanguinoso: tra il 1981 e il 1983 si erano verificati numerosi omicidi interni a Cosa Nostra, miranti a riorganizzarne i vertici (la cosiddetta “seconda guerra di mafia”), mentre magistratura e forze dell’ordine lavoravano a stretto contatto per dipanare le trame criminali.

Roberto Antiochia aveva lavorato con Beppe Montana e Ninni Cassarà nella Squadra per un anno e mezzo, fino alle fine del 1984, quindi si era trasferito a Roma. I tre avevano collaborato fianco a fianco con pochi mezzi e tanta intraprendenza; le giornate, e a volte persino le notti, scorrevano tra gli inseguimenti su Alfette moribonde o auto private. Si pagavano gli informatori di propria tasca, persino i computer scarseggiavano. Tra un inseguimento e l’altro Roberto chiamava la fidanzata Cristina, costretta all’apprensione solo come un giovane amante potrebbe esserlo nei confronti dell’amato che ogni giorno rischia la propria vita, e la tranquillizzava dicendo che le pallottole per i “rosci” (era rosso di capelli) ancora non le avevano inventate al mondo. Dopo gli scambi telefonici ripartivano le corse, gli accerchiamenti, le indagine serrate, che interrompevano bruscamente il ritmo della quotidianità lasciando a malapena tempo per i pasti.

A luglio del 1985, poco prima dell’omicidio del dottor Montana, Roberto Antiochia viene trasferito a Roma ma appresa la notizia dell’agguato mortale a Montana, avvenuto sulla banchina di Porticello il 29 luglio, Roberto, che in quel momento si trovava in ferie, decide di ritornare a Palermo, aggregato alla squadra Mobile, per concorrere nelle indagini sull’omicidio del funzionario e per essere vicino al dottor Cassarà, considerato oramai prossimo obiettivo della mafia. Aveva detto: “Darei la vita per salvare Ninnì”, quel Ninni che non era soltanto il vice comandante, ma era in primo luogo il suo amico Ninni.

Alle 15.20 del 6 agosto 1985, a Palermo, in via Croce Rossa 81, un commando di circa 10 uomini armati di kalashnikov uccide Cassarà e Antiochia, ferendo Giovanni Salvatore Lercara, l’altro agente che lo scortava. Roberto Antiochia muore subito perché con il suo corpo ha cercato di proteggere il suo commissario dalle decine di colpi sparati dai killer della mafia. Avrebbe dovuto sposarsi pochi mesi dopo. Oltre a Roberto e Antonino morti sul colpo, un terzo agente venne gravemente ferito e il quarto, l’assistente Natale Mondo (che verrà poi assassinato il 14 gennaio del 1988), si salvò per miracolo riparandosi sotto alla vettura.

Saveria

La perdita di un figlio è un dolore lacerante e insanabile. Tuttavia Saveria riesce a tenere questo dolore chiuso dentro di sé, non se ne lascia sopraffare: la ricerca della verità e della giustizia non solo per la morte di suo figlio, ma per tutte quante le vittime innocenti delle mafie, la impegnerà per il resto dei suoi giorni. Pubblicamente è instancabile, ovunque la invitassero a parlare, soprattutto tra i più giovani, Saveria c'era, macinando chilometri. Non aveva paura di dire la verità e di denunciare, informandosi sempre, le sue furono mai denunce sterili.

Non è facile in questo Paese, ricordare, denunciare, tenere viva la memoria di ciò che è accaduto, senza far ricorso al pianto e alla pietà. Per una madre che piange, un posto c'è sempre. Se però questa madre smette di piangere e denuncia, dolente, ma anche molto indignata, le trascuratezze, le connivenze, i vuoti di potere, le censure, i silenzi, le paure dello Stato; allora diventa una scomodissima madre”.
Saveria Antiochia

Vicenda giudiziaria

Il processo per l'omicidio di Roberto Antiochia inizia nel 1989 e viene poi unificato a quello dell'omicidio di Beppe Montana e Ninni Cassarà. Nel corso del processo, al quale la famiglia Antiochia si costituisce parte civile, furono ripercorse tutte le attività investigative svolte da Montana e Cassarà. La sentenza di primo grado fu emessa il 17 febbraio 1995, la Cassazione confermò la sentenza nel 1998. La condanna fu inflitta ai principali componenti della Commissione di Cosa Nostra: l'ergastolo. Altri 4 collaboratori a delle pene minori, condannati come esecutori materiali.