23 maggio 1992
Capaci (PA)

Antonio Montinaro

Antonio non era solo il caposcorta del giudice Falcone. Antonio era un uomo, un marito, un padre. Una persona assolutamente normale che si divideva tra il lavoro e la famiglia, che amava quello che aveva.

Antonio Montinaro nasce a Calimera, in provincia di Lecce, l’8 settembre del 1962 da una famiglia di pescatori. È un ragazzo estroverso e solare. Non ama studiare, ma nutre da sempre un alto senso della giustizia e si dedica spesso agli altri. Nella sua famiglia ci si nutriva di pane, Bibbia e Costituzione. "Chiedere un favore è come firmare una cambiale in bianco. Se non ti piace studiare vieni a lavorare con me. Io non chiederò mai a nessuno il favore di trovarti un lavoro”. Questo diceva suo padre.
Ancora molto giovane decide di donare la sua vita al servizio dello Stato e così si arruola in Polizia. Trascorre quattro anni del suo servizio alla Questura di Bergamo lavorando prima come operatore del 113 e poi alla sezione Volanti; ha un carattere esuberante, sa farsi valere e anche volersi bene. Lavora con professionalità e dedizione ed è circondato da amici e colleghi con cui stringe solidi rapporti di amicizia.
Ben presto, durante i suoi spostamenti per motivi di servizio conoscerà Tina, donna di cui si innamorerà e che presto diventerà sua moglie e mamma dei suoi due splendidi bambini, Gaetano e Giovanni. Antonio è un papà affettuoso e premuroso, non vuole far mancare niente alla sua famiglia e non appena finisce i turni di lavoro corre da loro.
Antonio è un poliziotto che vive il territorio, un poliziotto che non si barrica dietro il proprio apparire, ma che ha fatto della divisa il proprio essere.
Si trasferisce a Palermo con la sua famiglia e, date le sue spiccate qualità professionali e morali, ben presto diventerà il caposcorta del giudice Giovanni Falcone con cui stringerà un rapporto umano oltre che lavorativo. Pur consapevole dei grossi rischi personali, assolve il proprio compito con alto senso del dovere e serena dedizione. È convinto che i sacrifici e i pericoli da affrontare siano necessari per garantire la sicurezza a quel giudice che rischia a sua volta la vita per aver scelto di contrastare la mafia. Antonio diventa presto l’uomo fedelissimo del giudice, quel giudice che non lascerà mai, neanche il giorno dell’attentato.

Capaci. 23 maggio 1992

È il 23 maggio del 1992 e Antonio ha il turno di mattina, ma non appena viene a sapere che il suo giudice arriverà da Roma nel pomeriggio se lo fa cambiare per poter essere ancora lui a scortarlo, pur conoscendo gli alti rischi che si corrono a percorrere quel tratto di autostrada che collega l’aeroporto Punta Raisi alla città di Palermo. È infatti proprio Antonio, qualche giorno prima dell’attentato, a confidare alla giovane moglie Tina questo timore, le spiega che i rischi maggiori vengono dai tratti lunghi, quelli più isolati, quelli all'apparenza più tranquilli, aggiungendo che il più pericoloso è proprio quello che va dall'aeroporto verso Palermo.
Quel 23 maggio Antonio saluta Tina e i suoi due bimbi e inizia la giornata di lavoro; alle 17:58 la sua giovane vita verrà stroncata da un’esplosione di potenza inaudita messa a punto dalla mafia per fermare il giudice Giovanni Falcone. Antonio, insieme a due colleghi e amici, Rocco Dicillo e Vito Schifani, viaggia nella prima delle tre Fiat Croma che accompagnano il magistrato appena atterrato a Punta Raisi, quando, all'altezza dello svincolo per Capaci l'esplosione li travolge. I tre agenti muoiono immediatamente: la loro auto è quella investita con più violenza dalla deflagrazione, tanto da essere sbalzata dal manto stradale a una decina di metri di distanza. Qualche ora dopo moriranno a causa delle gravissime ferite riportate, anche Giovanni Falcone e sua moglie, Francesca Morvillo. Nell’auto che chiudeva la scorta, c’erano a bordo gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo e Gaspare Cervello: si salvarono riportando anche essi gravi lesioni e conservando per sempre il ricordo e le difficili sensazioni della terribile tragedia in cui erano stati coinvolti. Così come si salvò l’autista giudiziario Giuseppe Costanza, che era nell’auto con il magistrato e Francesca.

Io ho sempre detto che chiunque fa questo lavoro ha la capacità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è qualcosa che tutti abbiamo: chi ha paura sogna, ama, piange, è un sentimento umano. È la vigliaccheria che non deve rientrare nell’ottica umana. Io come tutti gli uomini ho paura indubbiamente, ma non sono vigliacco.
Antonio Montinaro - nel corso di un'intervista venti giorni prima della strage

La dignità del nome

Il 23 maggio 1993, sulla autostrada tra Punta Raisi e Palermo, magistrati, rappresentanti delle Istituzioni e delle Forze di Polizia, cittadini e studenti, commemorano il primo anniversario della strage di Capaci. C’è anche don Luigi Ciotti sul luogo del dolore. Prega, in silenzio. Quando, all’improvviso, si avvicina una donna minuta: si chiama Carmela, è vestita di nero e piange. La donna prende le mani di don Luigi e gli dice: «Sono la mamma di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone. Perché il nome di mio figlio non lo dicono mai? È morto come gli altri». Soffre, Carmela: in quel primo anniversario della strage la memoria di suo figlio Antonio, e dei suoi colleghi Rocco e Vito, veniva liquidata sotto l’espressione “i ragazzi della scorta”. Da questo grido di identità negata, dal dolore di una mamma che ha perso il figlio in quella strage e non sente mai pronunciare da nessuno il suo nome, nasce così la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”.

Quando si arriva in un'età adulta, ti manca il condividere quello che è stata la tua vita. Oggi saremmo qui a raccontarci quello che siamo stati. Io madre, lui padre. Adesso lui sarebbe nonno di un bambino meraviglioso. Ci saremmo raccontati un pò la nostra vita. Ecco la mafia ci ha tolto anche questo: il raccontarci la nostra vita adesso.
Tilde Montinaro - sorella di Antonio

Memoria viva

Alla memoria di Antonio, inoltre, sono intitolati tre Presidi di Libera, uno a Perugia e due nella sua amata terra di Puglia, uno a Maglie e l’altro a Mottola.
La Cooperativa Sociale Terre di Puglia – Libera Terra gli ha dedicato un vino, le cui uve vengono coltivate su terreni confiscati a mafiosi appartenenti alla Sacra Corona Unita.
L’associazione Quarto Savona Quindici nasce dall’iniziativa di Tina Montinaro, moglie di Antonio. L’obiettivo è quello di mantenere viva la memoria della strage di Capaci del 1992, “trasformando il dolore in azioni concrete”.