Parole di memoria

#costruiamomemorie Victor Vargas Sinay, una vita invisibile

#costruiamomemorie Victor Vargas Sinay, una vita invisibile
Ci sono vittime delle mafie, che diventano doppiamente invisibili: in vita e, poi, anche in morte.

Il Guatemala è stato protagonista nel 2017 di Giramondi e Atrevete!Mundo, i viaggi della memoria e dell’impegno organizzati da Libera e della III assemblea Alas – America latina alternativa social - la rete latinoamericana promossa da Libera, alla quale aderiscono oltre 60 organizzazioni di 12 paesi del Continente, che si è tenuta dal 4 al 10 dicembre 2019.
Il Guatemala è un paese dell’America Centrale a forte prevalenza Maya con una storia antichissima. Il suo territorio è stato martoriato dalle conquiste occidentali, dalle dittature e dalle guerre civili fino al 1996. Oggi conta una popolazione di 16 milioni di abitanti, metà della quale vive con meno di un dollaro al giorno. Come tutta la Regione dell’America Centrale, il Guatemala è segnato da alti indici di violenza, con forte incidenza nella popolazione giovanile. La classe politica dominante nel paese è stata definita in questi anni con l’espressione pacto de los corruptos, che si rifà ad un’alleanza politico economico, di natura mafiosa, fondata sulla corruzione e l’impunità. In tale contesto di monopolio del potere e di disuguaglianza sociale impressionante, la società civile e le istituzioni indipendenti sono totalmente schiacciate dai gruppi criminali e dai settori corrotti dello Stato,
La storia di Victor riguarda un’usanza molto comune in Guatemala, ossia l’utilizzo di fuochi d’artificio per festeggiare qualsiasi evento importante e non. Così avviene che nell’oceano di famiglie estremamente povere arrivano, come avvoltoi, i padroni delle marche più importanti dei fuochi artificiali e dei petardi, per ottenere più quantità di prodotto e un costo bassissimo della mano d’opera.
Vengono chiuse le fabbriche della zona e spostate le attività, in condizione di totale illegalità e sfruttamento, direttamente nelle case-capanne dei guatemaltechi, in cui tutti i componenti della famiglia prendono parte al lavoro. Le capanne sono costruite con paglia e legna e diventano delle trappole mortali dove una candela incustodita, una scintilla di un cerino o lo scoppio vero e proprio dei petardi bastano per far divampare gli incendi nei villaggi.

“Ci sono vittime delle mafie, che diventano doppiamente invisibili: in vita e, poi, anche in morte” ci ricorda Carlo Sansonetti presidente della ONG Sulla Strada, un’organizzazione che da anni è presente a San Raymundo, una cittadina che dista circa 30 km dalla Capitale, dove si occupa proprio di dare un’alternativa ai tanti bambini che a causa della povertà sono costretti a lavorare in quella che è l'occupazione principale del posto: la fabbricazione di fuochi d'artificio, già dall’età quattro anni.

Victor Manuel Vargas Sinay aveva 12 anni ed era il terzo figlio di cinque di una giovane coppia.
Sua mamma si chiamava Armenia Sinay Sicajau e aveva circa 30 anni quando morì. La loro famiglia viveva in una casa senza corrente elettrica e costruivano fuochi artificiali, come tutti d’altra parte, in quel villaggio sperduto e misero. Una sera di luglio del 2013 un boato spaventoso scosse l’intero villaggio. Victor aveva fatto un gesto distratto facendo cadere la candela accesa che illuminava il suo lavoro, ma che stava proprio sopra a una grossa quantità di petardi già confezionati. Poco più in là c’era il secchio con la polvere da sparo, coperto solo da un pezzo delle buste del cemento. Victor era a fianco di sua mamma. Sono morti entrambi in quell’esplosione: Armenia sul colpo, mentre Victor ha gridato per un paio d’ore il suo atroce dolore fino a svenire ed entrare in coma per una settimana. Poi è morto anche lui, sventrato da quella bomba a orologeria, messa nella sua casa dalle logiche del Mercato: logiche mafiose, perché, se non riescono a sottomettere ai loro interessi la legislazione di questo o quel paese, riescono invece con estrema facilità a far tacere e immobilizzare polizia, giudice di pace e la stampa di quello specifico luogo. Se Victor e dona Armenia sono morti, nessuno oltre il villaggio lo doveva sapere, non si doveva rendere di pubblico dominio la verità del duplice omicidio.

La morte di Victor e di sua madre è stata crudele e cruenta, nel silenzio e nell’abbandono più totale. Loro sono parte del popolo, la fascia più povera ed emarginata. Non sono difensori di diritti e di giustizia perché non hanno mai saputo cosa volesse dire “avere un diritto”. Bisogna pertanto dare voce a queste vite, mostrare la nostra solidarietà più profonda in modo da produrre un grido forte e collettivo contro l’ingiustizia e la disumanità, nell’affermazione costante che tutte le persone del mondo meritano dignità.

Per approfondire:

https://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2014/05/30/news/guatemala-87670702/

https://www.tio.ch/dal-mondo/66939/guatemala-scoppio-in-fabbrica-fuochi-artificiali-8-morti

https://www.libera.it/schede-1068-in_guatemala_per_costruire_percorsi_di_giustizia_sociale


#costruiamomemorie

Da questi Ponti internazionali di memoria nasce l’idea di avviare una nuova narrazione periodica attraverso la quale, vogliamo avvicinare il lettore alle storie, i volti e le speranze delle vittime straniere, per far conoscere più a fondo i diversi contesti umani, sociali e politici in cui vengono perpetrate le violenze criminali, ma soprattutto si continua a lottare con coraggio e determinazione per verità e giustizia.

http://vivi.libera.it/schede-184-ponti_di_memoria