Parole di memoria

Libera Messina, l'impegno e la memoria per Ignazio Aloisi

Libera Messina, l'impegno e la memoria per Ignazio Aloisi

Incontrarsi per imparare insieme, per fare ricerca e sperimentare. Con questo stile, i militanti del Presidio di Libera a Messina danno vita ogni anno al programma di incontri di formazione rivolti a insegnanti, educatori e animatori.

Nel mese di marzo del 2020, in piena prima ondata pandemica, abbiamo provato a ritrovarci, seppur da remoto, in un piccolo gruppo per partecipare, per la prima volta, a un laboratorio di Narrazione sul tema della memoria civile. Lo abbiamo fatto grazie al supporto dei Settori nazionali Formazione e Memoria, grazie a Michele, Tito, Elisa, Rosanna e Giuseppe.

Il testo che qui presentiamo è uno degli esiti di quel laboratorio. E’ il racconto della storia di Ignazio Aloisi, guardia giurata uccisa a Messina il 27 gennaio del 1991. E’ un testo narrativo fondato su fatti e ri-costruito con l'intento pedagogico di raccontare il clima in cui è maturato quel delitto. La storia è raccontata dal punto di vista della figlia allora adolescente di Aloisi. Attraverso le sue parole abbiamo l'opportunità di entrare nella vita di un padre e di una figlia, sullo sfondo di una città siciliana in cui le mafie convivono con il potere e fanno affari.


A Donatella

di Salvo Rizzo

Fatti i fatti tuoi. Fatti i cazzi toi, mutu ta stari, mutu! Si voi campari”.

Domani è anche la tua festa. Me lo ricordano gli amici di Libera: il primo giorno di primavera. La prima volta che ho sentito questa espressione è stata tanti anni fa: avevo 14 anni; oggi che ho superato i 40 lo ricordo ancora perfettamente quell’uomo ordinario che l’ha pronunciata appena ci ha visto entrare, pensando che noi non sentissimo. Lo sconosciuto era davanti alla macchina del caffè mentre chiacchierava forse con un collega. Io avevo deciso di accompagnare la mamma in questura, per l’ennesima volta volevano sapere di papà, della sua vita, delle minacce ricevute e poco ascoltate e di quella storia vecchia della rapina.

Io all’epoca della rapina ero una bambina piccola e lui come ogni giorno con la divisa addosso da guardia giurata – come stava bene vestito in quel modo – faceva la scorta al solito furgone portavalori pieno dei contanti raccolti dai caselli dell’autostrada Messina-Palermo. Mi sembra di risentire la tua voce, quando mi raccontavi questa storia della rapina evitandomi i particolari più violenti.

L’agguato scatta all’altezza dello svincolo autostradale che percorrevamo anche noi con l’auto quando ci portavi a fare una gita e a mangiare sui colli. Il furgone è stato bloccato e banditi armati di pistola e lupara sotto minaccia si sono fatti consegnare i soldi e, come se non bastasse, ti hanno anche colpito in testa perché ti rifiutavi di consegnare la pistola d’ordinanza e perché avevi osato alzare lo sguardo e l’avevi guardato in faccia. Quello sguardo è stato fatale. Sotto il cappello e dietro il bavero alzato sul viso lo hai riconosciuto il vigliacco. Era nato nel tuo stesso quartiere.

Il nome del bastardo che ha colpito mio padre non lo voglio ricordare. Un balordo che ha fatto carriera e dal nostro quartiere della periferia sud ha conquistato la fiducia del capo del clan di Giostra. Un uomo temuto, il Capo, salvo poi pentirsi e continuare a fare la bella vita gratificando la voglia di carriera di chi lo gestiva. Scaltro lui. Il boss era uno di quelli che ha fatto i miliardi con la droga, il pizzo e gli affari. Soldi che gli hanno spalancato i portoni delle migliori scuole per i figli. Giovani come me, figli della stessa città babba.

Messina e la sua provincia sono state sempre chiamate così: babba, per distinguerle da altre città della Sicilia in cui si facevano saltare in aria le auto con grande clamore anche mediatico per ammazzare politici, poliziotti e magistrati. A Messina, al contrario, sembrava che non accadesse nulla: nonostante i fiumi di droga che attraversano lo Stretto, i morti di overdose e i quasi 50 morti ammazzati che ogni anno riempivano le cronache del giornale locale. “Picciotti che sgarravano” dicevano, ma anche cittadini perbene come la signora Nunzia, ammazzata nell’anticamera di un ospedale da un assassino che aveva preso di mira un pregiudicato ricoverato anche lui. Gente che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato, scriveva il giornale. Babba o verminaio. Messina e il suo Stretto necessario minacciato da un ponte che attira le mire di tutti. L’unico salavacondotto accettato in riva al nostro mare era la regola aurea che prometteva di far campare cent’anni: mutu, fatti i cazzi toi.

Mio padre no. Non se li è fatti. E quando, quella sera stessa della rapina, in questura gli hanno mostrato le foto dei pregiudicati, non ha mostrato alcun dubbio e ha posato la sua mano su quella foto. E poi come se non bastasse lo hanno portato in carcere qualche giorno dopo, perché nel frattempo, il bastardo già noto alle forze dell’ordine, come ha scritto lo stesso giornale, lo hanno beccato. E papà, sicuro e contento di collaborare con quegli uomini in divisa che glielo hanno parato davanti, lo ha indicato con la stessa mano riconoscendolo autore di quella rapina. Ha ascoltato le minacce urlate in viso in silenzio. Era dalla parte giusta.

Maledizione! La mano che ha accusato il rapinatore mafioso era la stessa mano che stringevo quella domenica di gennaio del 1991 quando il killer che è sbucato all’improvviso dalla vinedda del nostro quartiere me lo ha portato via per sempre. Tre colpi: due in testa e uno al torace con la canna rovente a bruciare la pelle e i fiotti di sangue rosso e caldo a sgorgare dai fori di uscita. E io lì, a 14 anni, stretta nel mio cappottino portafortuna che indossavo tutte le volte che andavo al campo di calcio tra le case del nostro quartiere a tifare per il Messina. Non mi sono neanche resa subito conto di quello che stava accadendo. I botti dei colpi di pistola mi sono sembrati i botti fatti esplodere dai tifosi.

Quella domenica era stata la giornata perfetta, fino a quel momento: io e mio papà stretti e felici per la vittoria, 3 a 1. Felici per il Messina e perché stavamo insieme e perché il rito della vittoria da lì a poco ci avrebbe condotti in pasticceria a magiare le paste con la ricotta e il cioccolato. “Tre” urlava mio papà in curva sud, alzando la mano e mostrando il pollice, l’indice e il medio al fischio finale, con l’ultima rete arrivata quando ci stavamo preparando per andare via. Al 90°. Tre goal e tre colpi a bruciapelo ti hanno ucciso per infliggerti la punizione dovuta a chi non si fa i cazzi suoi. Perché anche in tribunale avevi confermato l’accusa contro il bastardo e i suoi complici, nonostante quel colpo di pistola sparato nel cortile della nostra casa quando già ti stavi preparando per andare a testimoniare. Ma non ti sei lasciato intimidire e hai fatto il tuo dovere di cittadino responsabile.

Bravo papà, anche i giudici che hanno condannato i rapinatori nella sentenza ti hanno lodato.

Ma altri giudici – dopo aver ascoltato tre collaboratori di giustizia – nella sentenza d’appello contro i tuoi assassini, ricostruendo le motivazioni dell’omicidio sono stati meno accorti, hanno creduto nella menzogna dei colpevoli che per ottenere uno sconto considerevole sulla pena si sono inventati che tu in realtà fossi un loro basista. Un complice scontento della spartizione del bottino. Noi che grazieaddio non ci è mai mancato nulla ma che certo non eravamo ricchi. Nessuno ha fatto un’indagine per verificare quelle affermazioni infondate, non un riscontro, non un accertamento bancario. Nessuna prova della tua presunta disonestà. E così nella città babba, dentro i palazzi in cui si amministra la giustizia hanno peso le parole di criminali che traggono vantaggio dalle loro menzogne e non vale nulla la tua reputazione e il tuo coraggio.

Sono arrabbiata papà con chi ancora non vuole riconoscere la verità e il tuo ruolo di vittima del dovere, sono arrabbiata con te perché non ti sei fatto i fatti tuoi, sono arrabbiata con me che lascio ancora spazio a questo pensiero segreto.

Ti voglio bene papà, sono orgogliosa, perché in una città babba tu hai testimoniato il coraggio di una persona perbene e oggi, se lotto per il riconoscimento del tuo buon nome, Ignazio, Ignazio Aloisi, un nome antico, un nome di famiglia come si usa da noi, è perché tu mi hai insegnato che i cazzi miei sono la verità e la ricerca della giustizia. Lo devo a te e ai miei figli. Lo devo a me e a quell’amore che sentivo stringendoti la mano il 27 gennaio del 1991, quando sono morta bambina per diventare un’altra donna di Sicilia condannata a lottare, come prima di me Felicia, Rita, Barbara.