31 marzo 1995
Foggia (FG)

Francesco Marcone

Non è un eroe Franco, ma un marito e un padre che ha deciso di non piegare la testa, un funzionario dello Stato che ha avuto il coraggio di fare la scelta giusta, lavorando con dedizione sino all'ultimo giorno, sino a quando la criminalità organizzata non ha deciso di fermarlo. Un uomo con una profonda speranza di giustizia che si impegnava quotidianamente a realizzare.

Francesco Emanuele Marcone, chiamato da tutti Franco, nasce a Foggia il 14 dicembre del 1937.
I primi anni della sua vita sono caratterizzati dai gravi disagi dettati dalla guerra. Assieme alla sua famiglia si mette in salvo fuggendo a Troia, piccolo paese della provincia, mentre la città di Foggia viene rasa al suolo da atroci bombardamenti. La casa di Franco viene distrutta, così come gran parte della città, compresa la sede della Biblioteca Provinciale di cui suo padre ricopre la carica di Direttore. Ed è proprio il papà di Franco che cerca di mettere in salvo il maggior numero di libri, spostandosi con un carretto da Troia a Foggia, pur essendo malato. La morte prematura del padre, causata anche dal suo incrollabile senso del dovere, segna irrevocabilmente la personalità del piccolo Franco, di soli otto anni. Gli anni dell’adolescenza sono anni duri in cui si dedica alla sua famiglia e allo studio, intraprendendo prima gli studi classici e poi iscrivendosi alla Facoltà di Giurisprudenza. Franco è un ragazzo buono, semplice e tranquillo, con profondi ideali e tanti sogni da realizzare. Conclude in fretta e brillantemente la carriera universitaria e subito dopo vince un concorso come Vice Procuratore nel Ministero delle Finanze. Parte così alla volta di un paese in provincia di Belluno, fino a quando viene trasferito nella sua tanto amata terra di capitanata, a Vieste, per il suo primo incarico di Direttore dell’Ufficio del Registro. Nel frattempo conosce Pia, di cui si innamora e con cui presto decide di mettere su famiglia. Da quell’amore, pochi anni dopo, nascono i loro due figli: Daniela e Paolo.
Gli anni di lavoro si susseguono e Franco si distingue non solo per la sua professionalità e competenza, ma per l’amore profondo per la sua terra, un amore che gli impedisce di accettare incarichi, anche importanti, lontani da lì. Franco vuole rendersi utile nella sua città attraverso la sua attività lavorativa, non vuole andare via.
Viene così trasferito, con lo stesso incarico e per riorganizzare i vari uffici, prima nelle città di Troia e di Cerignola, e poi, dopo 17 anni di lavoro, nella sua città d’origine: Foggia. Già dopo pochi mesi, inizia a rendersi conto di quanto la situazione all’interno di quell’ufficio sia compromessa, ma lui certo non può voltare la testa. 

Lo Stato siamo noi

Franco infatti è un funzionario che si attiene alle regole e le fa rispettare,  riconosce la responsabilità del suo ruolo, nella consapevolezza che ogni atto, prima che i codici, chiama in causa la sua coscienza. Ed è proprio questo suo agire coscienzioso, questo non rinunciare alla sua dignità di persona libera, a esporlo alla violenza di chi avrebbe voluto continuare a perpetrare i suoi affari loschi nell’indifferenza generale e, spesso, con l’aiuto di alcuni funzionari corrotti.
Per rispetto del ruolo che ricopre e per amore della giustizia e della verità, inizia subito a effettuare segnalazioni sulle irregolarità di vario tipo riscontrate in quegli uffici. Il 22 marzo del 1995 invia un esposto alla Procura della Repubblica contro truffe perpetrate da ignoti, falsi mediatori, che garantivano, dietro pagamento, il rapido disbrigo di pratiche riguardanti lo stesso ufficio. Franco in quei giorni è particolarmente preoccupato, si è imbattuto e soffermato su pratiche miliardarie, su interessi di vari esponenti della città collegati con interessi della mafia locale – la “Società” foggiana - che decide di denunciare. Lavora chiuso nel suo studio, seduto alla sua scrivania con davanti a sé una pila di carte da analizzare fino in fondo, tendendo all’oscuro la sua  famiglia, la moglie e i due figli, a cui ripete da sempre “Lo Stato siamo noi”. Sì perché per Franco lo Stato è ciascuno di noi, con i suoi comportamenti, i suoi gesti, le sue denunce e anche i suoi silenzi. È lasciato solo ma non si lascia scoraggiare né intimorire. E la risposta della criminalità organizzata locale non si farà attendere.

La sera del 31 marzo 1995

È il 31 marzo del 1995, anche quel giorno Franco si è intrattenuto fino a tardi in ufficio a lavorare. Intorno alle 19 si avvia verso casa, giunge sotto il portone, in via Figliolia, infila la chiave, fa qualche passo per entrare quando, alle 19:10, viene ucciso con due colpi di pistola alle spalle, che non gli lasciano il tempo neanche di voltarsi o di provare a scappare. Un’esecuzione in piena regola di cui nessuno ha visto nulla, seppur abita in pieno centro città e quello è un orario di punta.
Franco viene così ucciso per avere detto e ripetuto “no”. No a chi, assicurando magari un adeguato compenso, lo invitava a chiudere un occhio, a dimenticare nel cassetto quella tal pratica, ad abbandonare per un istante lo scrupolo e il puntiglio con cui era solito svolgere il suo lavoro.

Vicenda giudiziaria

Appena sei giorni dopo l’omicidio, il 6 aprile, viene arrestato, per tentata concussione e falso, il direttore dell’Ufficio tributi del Comune di Foggia. L’episodio non viene messo in correlazione con l’omicidio di Franco, ma scaturisce dall’esposto alla Procura predisposto proprio da lui pochi giorni prima di morire.

Quando fu ucciso mio padre ci fu consigliato il silenzio, anche da amici di famiglia, per paura. Io, che all’epoca avevo 25 anni, non avevo la percezione della mafia. Quando un poliziotto, che mi aveva soccorso, mi disse ‘devi essere coraggiosa, tuo padre è stato ucciso dalla mafia’, lo presi per matto. Poi capì cosa è la Società foggiana. Spara e quei proiettili colpiscono anche te, una parte di te va via insieme con la vittima. Iniziai, allora, un percorso con alcune docenti che dopo poche settimane dall’omicidio di papà mi vollero far incontrare i loro studenti, per farmi sentire che non ero sola. Da lì capii che non dovevo restare in silenzio.
Daniela Marcone - figlia di Francesco

Nei mesi successivi l’omicidio di Franco diventa “il caso Marcone”, caratterizzato dal silenzio della città, che appariva paralizzata dalla paura ma anche dall’omertà e dal tentativo di pezzi importanti delle istituzioni di fare in modo che la vicenda fosse dimenticata o ignorata. Eppure, a fronte di tutto questo, c’è la forte volontà di una parte della società civile e di alcuni giornalisti locali, di far emergere la verità, trasformandolo in una questione cittadina e non solo familiare. Incoraggiando, attraverso iniziative pubbliche, la riflessione sullo stato della penetrazione nel tessuto cittadino della criminalità organizzata, la cui presenza era negata da più parti e fortemente sottovalutata. Dopo i primi otto mesi di paralisi dell’inchiesta giudiziaria, nell’autunno, anche grazie alle iniziative e alle richieste del Comitato Marcone – istituito dalla figlia di Franco, Daniela, assieme a un gruppo di insegnanti - viene costituito un pool di magistrati per indagare sul caso Marcone. Seguono anni di indagini e successive archiviazioni. Si susseguono, infatti, avvisi di garanzia che raggiungono un alto funzionario dello Stato, alcuni imprenditori locali noti e non, in particolare appartenenti al mondo dell’edilizia, impiegati stessi dell’ufficio del Registro e un notaio. La famiglia di Franco chiede con forza che venga fatta verità e giustizia e, dopo ogni archiviazione, presenta puntualmente istanza di riapertura indagini. Persino la locale Procura della Repubblica si oppone sempre alle richieste di archiviazione, ritenendo che le indagini debbano proseguire. Significativa è quella del 2001 a seguito della quale giungerà il provvedimento del Gip, Lucia Navazio, di rigetto dell’istanza di archiviazione, che prorogherà le indagini di ulteriori sei mesi, individuando ben 50 questioni da approfondire. Tra queste la valutazione dei tabulati telefonici - in entrata e in uscita - dall’utenza telefonica della stanza d’ufficio di Franco, per i giorni precedenti e nello stesso giorno della sua morte. Tale indagine, chiesta con insistenza per sei anni dalla famiglia Marcone, non era stata mai disposta sino ad allora e purtroppo, questa mancanza rese impossibile l’indagine stessa in quanto i tabulati erano oramai stati distrutti dall’azienda di telefonia.
Dopo tre mesi da questo importante provvedimento, per una fortuita coincidenza relativa ad altra denuncia, viene individuato colui che, con tutta probabilità, aveva fornito l'arma del delitto. Viene così raggiunto da avviso di garanzia per concorso in omicidio, ma nel febbraio del 2002 lo stesso, a piede libero in attesa di udienza, muore in uno strano e misterioso incidente stradale. Questa morte condurrà, nel 2004, all’archiviazione dell’intero filone d’inchiesta, per decesso dell’indagato.
Da questi quasi dieci anni di inchieste dagli esiti altalenanti, l’unico dato emerso con certezza inconfutabile, e che può essere facilmente rilevato dai documenti processuali, è che il Direttore Marcone si era imbattuto e soffermato su pratiche miliardarie, che si era impegnato a evitare importanti evasioni fiscali che non coinvolgevano unicamente l’imposta di Registro. D’altro canto, l’arresto del Direttore dell’ufficio tributi di Foggia a ridosso dell’omicidio, ha dimostrato come le intuizioni di Franco fossero terribilmente giuste. Quella denuncia eclatante, effettuata pochi giorni prima di morire, aveva mostrato ad altri che lui non si sarebbe piegato e, soprattutto, che era un facile bersaglio perché lasciato solo.

La lettura degli atti delle indagini, ha determinato nel GIP il convincimento che un concreto contributo alle indagini poteva essere dato anche in prima battuta da soggetti inseriti nel circuito sano della società civile, chiaramente venuti meno a quel dovere civico di collaborazione, che riguarda ogni cittadino
Lucia Navazio - Gip Lucia Navazio nell'ultima ordinanza di archiviazione

Nonostante le battaglie di Daniela, Paolo e della loro mamma Pia, assieme all’associazione Libera, non si è riusciti ad arrivare a una verità piena; Franco non ha ottenuto giustizia, quella giustizia in cui lui tanto credeva e per cui ha lavorato senza sosta. Restano però chiare le dinamiche che hanno portato al suo omicidio e la sua storia, grazie all’impegno della sua famiglia, ha risvegliato la voglia di riscatto di una parte sana della città, di donne e uomini che, insieme, da allora, si impegnano per rendere Foggia una città libera dalle mafie e dalla corruzione, perché la storia di Marcone non è solo la vicenda di un onesto funzionario: è la storia della città di Foggia e della sua incapacità di fare i conti con le collusioni tra mafia, imprenditoria e parti delle Istituzioni. Un’incapacità che impedisce tuttora di conoscere la verità sull’omicidio. Ma il senso di giustizia e l’intransigenza morale di Marcone non sono morti con lui.

Memoria viva

Nel 2005 a Franco viene conferita la Medaglia d’oro al Merito Civile e alla sua memoria è stata intitolata la scuola di Pubblica Amministrazione della Provincia di Foggia.
Il presidio cittadino di Libera di Foggia, sulla scia dell’impegno della famiglia e del Comitato Marcone, ha scelto di intitolarsi alla sua memoria. Un altro presidio di Libera è intitolato alla sua memoria, quello di Livorno.
A Cerignola, su un terreno confiscato alla criminalità organizzata e assegnato nel 2010 alla Cooperativa Sociale "Pietra di Scarto" di Cerignola, sorge il Laboratorio di Legalità "Francesco Marcone", che, oltre alla produzione di prodotti locali biologici, si occupa di realizzare attività di educazione alla legalità utili al territorio.
E' stata pubblicata una graphic novel "Francesco Marcone: colpevole di onestà" di Remo Fuiano edizioni La Meridiana.
E' stata dedicata a Franco una canzone "La ballata di Francesco Marcone" di Bruno Caravella.

Lettera della dott.ssa Rossella Rinaldi – ex Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Voce di Viviana Marrocco.