26 gennaio 1960
Nicosia (EN)

Antonino Giannola

Convinto antifascista, appassionato di studi classici. E' sempre stato un uomo paziente e presente, affettuoso con la sua famiglia. In un periodo difficile della nostra appena nata Repubblica, si è occupato dei primi processi contro gli autori delle stragi nella Sicilia post - bellica.

Antonino Giannola, nasce a Partinico il 16 ottobre del 1906. È un ragazzo mite, gentile, a cui piace studiare. Sin da giovane nutre dentro di sé un forte senso della giustizia ed è per questo che decide, sin da piccolo, di intraprendere gli studi per diventare magistrato. Intraprende gli studi classici che influenzeranno profondamente la sua visione del mondo, solcando una traccia indelebile nel suo carattere e nei suoi interessi culturali e personali. Antonino, infatti, è noto in paese per il suo parlare in latino e recitare poesie in latino e greco. È preparato e determinato, tanto che il 18 agosto 1931, a soli 24 anni, corona il suo sogno ed entra in magistratura.

Gli anni del fascismo

Negli anni ’40 viene assegnato al Tribunale di Palermo, in cui svolge le funzioni di giudice a latere proprio presso la Corte d’Assise in cui venivano celebrati anche i processi alla banda Giuliano. Ad Antonino, così strenuamente impegnato nella difesa delle istituzioni democratiche del Paese, viene assegnata una scorta armata che lo accompagna, a piedi, in tutti i suoi spostamenti.
Sono questi anni particolarmente complessi per la Sicilia: gli anni difficili del separatismo, delle lotte agrarie e del banditismo, anni che si contraddistinguono per il connubio tra politica e mafia e che hanno nella strage di Portella della Ginestra l’apice più tragico e violento. Anni in cui il “ribellismo” diffuso non costituisce un fatto eccezionale e sfocia, spesso, anche negli assalti agli uffici pubblici comprese le Preture e le Questure.
Antonino si impegna e svolge il suo lavoro con professionalità e dedizione e il 28 febbraio del 1955 viene immesso nel possesso delle funzioni di Presidente del Tribunale di Nicosia, in provincia di Enna, funzione che ricoprirà fino al giorno della sua tragica uccisione.
È un uomo “normale”, che svolge un lavoro “normale”, con una famiglia “normale”, in un Paese che, a lui, sembra diventare finalmente libero e “normale”. 
Coerentemente con la sua formazione umanistica, l’innato senso della giustizia, il culto della libertà di pensiero, il rifiuto di ogni forma di coercizione e di violenza, di oppressione e di dittatura lo rendono un convinto antifascista. Crede così tanto nella libertà tanto da non indossare mai la camicia nera che il regime impone in quegli anni ai pubblici funzionari. Nel febbraio del 1945, in quel periodo così incerto per la storia del Paese, Antonino diventata papà per la terza volta e decide di dare al suo bambino il nome di Libero Italo.
È un uomo affettuoso con la sua amata moglie e tenero e premuroso con i suoi tre figli: Silvano, Isabella e Libero Italo. Ma Antonino non è amato solo in famiglia, è amatissimo anche dai cittadini dei luoghi in cui ha esercitato le sue funzioni; ha la fama di possedere serena pazienza, umana e bonaria comprensione, umiltà, sollecitudine nel soccorrere con consigli chiunque ricorresse a lui.
Nella sua carriera si confronta con una società dove gli ancestrali contenziosi e contrasti di interessi, anche familiari, si manifestano spesso con violente faide personali e collettive.
A causa del suo lavoro è costretto ad allontanarsi dalla sua famiglia, ma questo non gli impedirà di far sentire loro il suo grande amore e di amministrare la giustizia con dedizione e professionalità.

Buono, zelante e di ineccepibile rettitudine nell’adempimento dei suoi doveri, Antonino Giannola era anche di esemplare condotta privata ed immensamente tenero negli affetti familiari – particolare significativo, egli, pur lontano dalla famiglia, teneva con sé il più giovane dei figliuoli, per guidarlo negli studi. La sua reputazione era adamantina e raccolse in sé la fama di tutte le virtù che caratterizzano il cittadino esemplare e il magistrato integro e tetragono.
Stefano Mercadante - ex Procuratore generale di Caltanissetta

26 gennaio 1960

È il 26 gennaio del 1960; un giorno freddo di gennaio che ha l’aria di essere uno come tanti altri. Antonino è seduto al suo posto, nell’aula del Tribunale, a presiedere un’udienza civile, quando all’improvviso viene barbaramente assassinato da un individuo introdottosi armato nel Palazzo di Giustizia senza che nessuno lo fermasse. Il grave delitto, senza precedenti nella storia della Repubblica, altererà per sempre il senso di rispetto e di deferenza che i cittadini e anche i cosiddetti “uomini d’onore” avevano fino ad allora nutrito nei confronti della Magistratura. All’atto dell’arresto, l’assassino urlò asserendo che con il suo gesto aveva “ucciso la Giustizia”.
L’omicidio di Antonino viene vissuto da tutta la nazione con angoscia e preoccupazione per gli effetti che possono derivare da quella violazione traumatica del principio di sacralità della figura del giudice; e da allora, infatti, gli episodi di violenza nei confronti dei giudici non si sono più fermati.
Antonino è il primo magistrato a essere ucciso in ragione della funzione esercitata.

Vicenda giudiziaria

L’assassino di Antonino è stato condannato, ma ha ricevuto sconti di pena in quanto gli furono concesse le attenuanti dell'infermità mentale.
Per un incomprensibile meccanismo giuridico-legislativo altamente discriminatorio, i benefici alle vittime del dovere vengono concessi soltanto per i fatti accaduti a partire dal gennaio dell’anno 1961 e, pertanto, alla famiglia di Antonino è stato negato qualsiasi risarcimento, riconoscimento o beneficio, aggiungendo così altro dolore a quello già sopportato.

Memoria viva

Il 25 gennaio 1961, su richiesta del Ministro di Grazia e Giustizia e in seguito alle deliberazioni delle giunte municipali dei Comuni di Regalbuto e Leonforte, il Consiglio Superiore della Magistratura ha conferito il titolo onorifico di Consigliere di Corte di cassazione alla memoria al dott. Antonino Giannola.
In sua memoria, nella foresta presidenziale di Tzora, sulle colline di Gerusalemme, è stata messa a dimora una quercia in prossimità di quelle intitolate agli altri 27 magistrati assassinati dalla criminalità, nei pressi della stele commemorativa, alta 7 metri, con inciso l'elenco dei magistrati uccisi.
Nel 2018, grazie alle sollecitazioni proprio dei suoi tre figli, Silvano, Isabella e Italo, il nome di Antonino Giannola è stato inserito nell’elenco delle “Rose spezzate”, iniziativa dell’Associazione Nazionale Magistrati per onorare i magistrati caduti in servizio.

Mio Padre era esperto di inchieste e di processi di mafia. Aveva espletato le funzioni di Pretore in molti paesi della Sicilia pre e post bellica, tra cui Alcamo. Sul mio cammino di pubblico funzionario, impegnata a Palermo negli anni di fuoco delle stragi e delle innumerevoli vite stroncate da morti violente, l’immagine di Lui nel momento tragico della fine, della sua solitudine, mi ha angosciato inevitabilmente. La sua vita e la sua morte hanno diretto i miei comportamenti, il modo di stare al mondo nel contesto sociale. La disponibilità, la gentilezza, la attenzione per i problemi degli altri la umanità nel giudicare erano la Sua cifra. Aveva la speciale capacità di disporre del suo tempo spendendolo apparentemente tutto per la famiglia e tutto per il suo lavoro, sempre con pazienza tranquillità e sorriso.
Isabella - figlia di Antonino