La costa nord-occidentale della Sicilia - da Castellammare del Golfo alla Riserva dello Zingaro, passando per Scopello - è uno dei luoghi più incantevoli d’Italia. Faraglioni, baie mozzafiato, un mare cristallino e una natura incontaminata rendono questo tratto di costa trapanese un vero e proprio paradiso terrestre, meta da sempre di frotte di turisti. Un enorme patrimonio di bellezza, ma anche una grande opportunità di ricchezza e di sviluppo.
Ed è proprio lungo questa costa - a pochi metri dalla meravigliosa baia di Guidaloca, in contrada Ciauli, nel territorio di Scopello, a Castellammare del Golfo - che Vita D’Angelo si era trovata ad ereditare circa 35 mila metri quadri di terreno, praticamente sul mare. All’epoca, nulla più di un terreno, di cui, tuttavia Paolo intuì immediatamente le potenzialità.
Paolo Ficalora era il marito di Vita ed era un visionario. Un uomo di mare, che, dalla durezza della vita sul mare, aveva imparato ad affrontare le cose con coraggio e determinazione, senza mai lasciarsi piegare dalle difficoltà.
Sul mare era nato, a Castellammare del Golfo, una cinquantina di chilometri a est di Trapani, il 20 agosto del 1933. Era il primo di tre figli di una famiglia modesta e dignitosa. Dal mare era stato sempre attratto, al punto da decidere, sin da ragazzino, di frane una scelta di vita, iscrivendosi, dopo le scuole medie, all’Istituto Nautico, prima a Palermo e poi a Trapani. Da quella scuola uscì con il diploma di aspirante Capitano di lungo corso, primo passo di un percorso che, dopo il servizio militare e la scelta della Marina mercantile, lo porterà, ancora giovanissimo, a diventare Capitano di lungo corso e a comandare mercantili e petroliere. E a farlo, peraltro, con un piglio e un senso della disciplina che sfociavano spesso nell’intransigenza, soprattutto quando di mezzo c’erano le condizioni di vita e di lavoro dei più deboli. Come quando, da comandante di una nave traghetto e da sindacalista, fu chiamato alle contrattazioni per la firma del contratto della categoria e non si lasciò irretire dalle sirene dei privilegi riservati agli ufficiali come lui, schierandosi al fianco dei suoi sottoposti. Una battaglia che vinse ma che gli valse il licenziamento, a cui, manco a dirlo, si oppose. Il ricorso, naturalmente, fu accolto e Paolo tornò al suo lavoro.
Paolo Ficalora, era un capitano di lungo corso, che fin da giovane si distinse per le sue capacità. È stato il più giovane comandante della Marina Mercantile Italiana. Già all’età di 28 anni, era comandante di una nave petroliera… Un uomo tutto d’un pezzo. Ligio al dovere, coraggioso, ma sempre disponibile verso gli altri. In particolare verso i più deboli. E questo, anche quando andava contro i propri interessi.
Una carriera fulminea, dunque, costruita a costo di rinunce enormi e sacrifici durissimi. A cominciare da quelle lunghissime e ripetute assenze da casa, che gli impedirono di vivere alcuni dei momenti più importanti della sua vita. Come quando dovette lasciare la sua prima figlia appena nata per rivederla solo due anni dopo. O come quando fu addirittura costretto a non assistere alla nascita del suo secondogenito, Angelo.
Tuttavia, nonostante quelle lunghe assenze, quella famiglia Paolo l’aveva tirata su impregnandola dei valori su cui aveva costruito tutta la sua vita: fierezza, determinazione, onestà, libertà. Valori che si riveleranno quanto mai preziosi qualche anno più tardi, quando, dopo il suo assassinio, il ruolo della sua famiglia fu vitale nella ricerca della verità sulla sua morte.
Il Villaggio del Comandante
Il 1978 fu un anno di svolta nella vita della famiglia Ficalora. È proprio nel 1978, infatti, che, dopo tre decenni passati a bordo delle navi, Paolo decide di lasciare la vita sul mare. Sentiva l’esigenza di fermarsi, di godersi sua moglie e i suoi figli, di voltare pagina. E quei 35 mila metri quadri di terreno per lui potevano rappresentare proprio questo: un nuovo inizio, una nuova pagina della sua vita. Mise mano ai suoi risparmi, vendette i due appartamenti che aveva acquistato a Messina ed avviò i lavori di costruzione di alcuni villini su quella proprietà di contrada Ciauli. Quella proprietà a pochi passi dal mare, di cui Paolo aveva intuito le potenzialità, sarebbe diventata il “Villaggio del Comandante”, una struttura turistico-ricettiva con una decina di ville da affittare come case vacanza. Certo, ci sarebbero voluti altri sacrifici, altre rinunce, altri grattacapi, ma insieme ce l’avrebbero fatta. E ce la fecero, perché, dieci anni più tardi, nel 1988, il Villaggio era una realtà. E lo era diventato nonostante su quella proprietà qualcun altro avesse messo gli occhi, provando ad impossessarsene, con ogni mezzo: minacce, intimidazioni, furti, incendi, danneggiamenti. Ma Paolo non indietreggiò mai di un passo di fronte a quelle pressioni.
Con l’arrivo dell’inverno del 1988, Paolo tornò, come sempre faceva nella stagione fredda, a Palermo, dove Vita dirigeva una scuola elementare. Ma c’è un episodio, in quegli ultimi mesi dell’anno, che sarà determinante per quelli seguenti ed è legato proprio a uno di quei dieci villini. Una casa che Paolo accettò di affittare, su proposta di alcuni conoscenti, a un tale Agostino D’Agati, di Villabate, che vi si sistemò insieme a sua moglie e ai suoi due figli piccoli, in attesa di concludere i lavori di costruzione di una casa di sua proprietà non lontano dal Villaggio. A Paolo e Vita sembrò tutto assolutamente normale, anche quando, tornando di tanto in tanto nei fine settimana, trovarono in quella casa due persone, presentate loro come “parenti” dei D’Agati. Si chiamavano Gaetano e Salvatore. A metà maggio del 1989, conclusi i lavori sulla loro proprietà, i D’Agati lasciarono definitivamente il Villaggio. Ma qui entra in gioco un altro protagonista di questa complicatissima storia.
Il 26 maggio del 1989 i telegiornali danno la notizia dell’arresto, in una casa di San Nicola l’Arena, in provincia di Palermo, del boss di Cosa nostraTotuccio Contorno. Gli inquirenti lo arrestano insieme a suo cugino Gaetano Grado. Sono due esponenti di spicco della vecchia mafia palermitana, in guerra aperta con i Corleonesi. Totuccio, in particolare, era da tempo nel mirino dei Corleonesi, che gli avevano trucidato parenti e fiancheggiatori, sia prima che dopo la sua scelta di diventare un collaboratore di giustizia, seguendo le orme di Tommaso Buscetta. Le sue dichiarazioni sono fondamentali sia per il maxiprocesso di Palermo che per il processo Pizza Connection, seguito all’importante inchiesta giudiziaria condotta negli Stati Uniti, a cui collaborarono anche alcuni magistrati italiani, tra i quali Giovanni Falcone.
Negli Stati Uniti, Contorno viene estradato nel 1984. Il pentito negherà sempre di essere ritornato in Sicilia negli anni seguenti, anche di fronte all’evidenza. E l’evidenza è che, nel novembre del 1988 e per i mesi seguenti, lui in Italia c’era tornato, ospite, insieme a suo cugino Gaetano Grado, di quell’Agostino D’Agati cui Paolo aveva inconsapevolmente affittato il villino di contrada Ciauli. Paolo e Vita se ne renderanno conto solo quel 26 maggio, guardando in TV e poi sui giornali i volti di Salvatore Totuccio Contorno e Gaetano Grado. Ma quanto questa circostanza sarà determinante per il prosieguo della loro vita è qualcosa di ancora assai lontano dalla loro mente.
28 settembre 1992
La sera del 28 settembre del 1992 Paolo e Vita sono in auto, di rientro al Villaggio. Fa ancora molto caldo e, del resto, in Sicilia, i mesi precedenti sono stati davvero un inferno, non solo di caldo. Le bombe diCapacievia D’Amelio hanno trasformato le strade in fiumi di sangue innocente, richiamando l’attenzione del mondo sulla bestialità di cui è capace Cosa nostra. Paolo non sa che ne farà esperienza sulla propria pelle.
Giunti al cancello del Villaggio, Vita scende per aprire. In quel momento esatto due uomini si affiancano alla macchina ed esplodono diversi colpi d’arma da fuoco, prima di dileguarsi nel buio della campagna. Paolo non ha scampo e muore così, in quel luogo a lui così caro, a 59 anni.
Vicenda giudiziaria
A lungo gli inquirenti hanno brancolato nel buio, non riuscendo a venire a capo delle ragioni di quel delitto tremendo: chi aveva decretato la morte di Paolo? e perché? cosa mai aveva potuto fare quell’imprenditore con alle spalle un’onorata carriera da Capitano di lungo corso?. Domande alle quali, nonostante le pressioni della famiglia che non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia, non si riesce a dare una risposta. Ma c’è di peggio, perché sulla memoria di Paolo comincia a piovere il fango. È la classica strategia mafiosa, che prova a depistare, intorpidire, sovvertire le cose. E così comincia a radicarsi la convinzione che Paolo sia stato ucciso in un regolamento di conti interno alla mafia, perché lui in fondo con la mafia aveva rapporti. La calunnia, come qualche anno più tardi scriveranno i giudici:
La verità è che Paolo è stato ammazzato perché, in maniera del tutto inconsapevole, aveva osato ospitare, nel villino del Villaggio del Comandante di Scopello, Totuccio Contorno, che i Corleonesi non erano mai riusciti ad uccidere. A confermarlo ci penserà poi anche il boss Giovanni Brusca, sanguinario killer di Cosa nostra, divenuto poi collaboratore di giustizia.
A mettere i Corleonesi sulle tracce di Ficalora sarebbe stato un boss locale, tale Leonardo Cassarà. Scrive ancora il giudice Montalbano:
(Paolo Ficalora) era entrato in rotta di collisione con gli interessi del Cassarà, riuscendo con la sua determinata azione di contrasto ad impedire che i poco chiari ed illeciti affari di un esponente di rilievo di Cosa nostra (Cassarà, appunto) andassero in porto.
Giovanni Brusca, che si era autoaccusato di essere il mandante dell’omicidio, è stato condannato per l’uccisione di Paolo, a 12 anni di carcere. All’ergastolo invece è finito Gioacchino Calabrò, con l’accusa di essere l’esecutore materiale. La sentenza definitiva della Corte di cassazione è del 2004. Come dicevamo, Contorno e Grado non hanno mai confermato la circostanza della loro presenza a Scopello in quei primi mesi del 1989. Perché abbiano compiuto questa scelta, è tuttora un mistero, inghiottito nell’oscurità di una terra piena di domande che aspettano risposte.
Memoria viva
Al capitano Ficalora sono state intitolate quattro borse di studio e nel 2004 il Comune di Castellammare del Golfo gli ha intitolato una via.
A pochi chilometri dalla sua terra, la sua storia a e la sua testimonianza di onestà e libertà sono tornate a risuonare, sospinte da un vento di memoria e di impegno, in grado di seminare giustizia e speranza.