13 giugno 1983
Palermo (PA)

Giuseppe Bommarito

Coraggio, lealtà, onestà, fedeltà. Giuseppe era stato educato sin da bambino a questi valori. E su questi valori aveva costruito, nel tempo, tutta la sua esistenza. Da muratore o carabiniere, da padre di famiglia o da servitore dello Stato, non importa in quale ambito. L'importante era viverli quei valori, testimoniali, incarnarli. Costi quel che costi. Perché non sono stati i valori in cui credeva a causarne la morte. Semmai, a quella morte hanno dato un senso.

Giuseppe Bommarito era il quinto di sette figli. Era nato a Balestrate, in provincia di Palermo, il 14 luglio del 1944, da una famiglia umile e onesta. Suo padre Salvatore di giorno coltivava la terra e di notte usciva a pesca. Un lavoratore perbene, che garantiva alla sua famiglia una vita dignitosa col sudore della fronte. Il suo sacrificio e la sua fatica erano stati una palestra di vita per Giuseppe, che da suo padre aveva imparato a non arrendersi, a non scappare di fronte alle responsabilità, a non cedere alle lusinghe delle scorciatoie, ad avere la schiena diritta di fronte alle ingiustizie. La scelta di trasferirsi a Torino, ancora sedicenne, era stata una conseguenza di questa educazione che insegnava ad accettare il sacrificio come strumento di dignità. In Piemonte, Giuseppe aveva trovato lavoro come muratore, ma era difficile stare lontano dalla Sicilia e lui aveva voglia di tornarci. Lo fece poco più tardi, perché era convinto che lì, nella sua terra, avrebbe trovato la sua strada.

È così che accadde. Appena maggiorenne, inoltrò domanda per arruolarsi nell’Arma ed è questa la svolta della sua vita, perché è da qui che inizia il percorso che lo porterà a incarnare, fino all’estremo sacrificio, i valori ai quali era stato educato. A 20 anni torna a Torino, ma questa volta per frequentare il corso di Istruzione Carabinieri. Un anno dopo, nel 1965, presta giuramento. Poi si sposta a Napoli, a Calatafimi, a Palermo e a Grifì, prima di essere assegnato, nel giugno del 1972, alla Compagnia di Monreale. Nello stesso anno, sposa Mimma Galante e con lei si stabilisce nel paese del Duomo.

Giuseppe lavora poco lontano da casa, in una terra che conosce bene. Sa che è una terra difficile, fortemente condizionata dalla presenza di una mafia in grado di stringere relazioni perverse con pezzi della politica e delle istituzioni e addirittura della Chiesa e delle stesse Forze dell’Ordine. Non è un ambiente facile per un appuntamento dei carabinieri onesto e fedele. Un contesto ostile, si direbbe, in cui anche i cittadini fanno fatica ad avere fiducia nelle istituzioni e in chi le rappresenta, compresi i carabinieri. Giuseppe sa bene tutto questo ed è forse proprio per questo che l’arrivo a Monreale del Capitano Emanuele Basile, un militare pugliese di 28 anni che aveva raccolto il testimone del capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano dopo il suo omicidio, per Giuseppe è una boccata d’ossigeno. Tra i due nasce immediatamente un rapporto intenso, fatto di stima e fiducia reciproca. Diventeranno inseparabili e, insieme, lavoreranno a indagini delicate e complesse. Basile segue un filone in particolare, quello sul ruolo e sulle relazioni di Salvatore Damiani, indiziato di mafia e di avere uno stretto collegamento con le famiglie mafiose di Altofonte e Corleone. Indagini che porteranno a importanti operazioni e, evidentemente, alla condanna a morte di Basile. Il Capitano riceve pressioni e minacce, provano a prendersela con sua figlia di appena 4 anni. È un clima pesantissimo, che Basile respira  quotidianamente insieme a Giuseppe e che lo induce a chiedere il trasferimento nelle Marche. Non farà in tempo a lasciare Monreale: verrà ucciso barbaramente la notte tra il 3 e il 4 maggio del 1980.

L’omicidio del Capitano Emanuele Basile

Giuseppe ne soffre profondamente. Si ammala e viene ricoverato prima a Palermo e poi a Milano,  dove vive sua sorella Francesca e dove si fa raggiungere anche dalla sua famiglia. Intanto a Monreale arriva il successore di Basile. È un ufficiale di appena 26 anni, romano, che non ha alcuna esperienza nel contrasto alla mafia. Si chiama Mario D’Aleo e si insedia al comando della Compagnia il 28 maggio del 1980, senza nemmeno aver potuto acquisire le informazioni che il suo predecessore avrebbe potuto affidargli nel passaggio di consegne. Ad accompagnarlo come autista c’è un carabiniere di due anni più giovane, il trapanese Pietro Morici. Nessuno crede che il suo arrivo avrebbe potuto dare continuità al lavoro di Basile. Ma ben presto, tutti si devono ricredere. D’Aleo è un ufficiale autorevole e coraggioso. Quando incontra i fratelli di Emanuele Basile gli promette che il suo sacrificio non sarebbe stato vano. Giuseppe intanto, nel gennaio dell’81, rientra da Milano e si rimette al lavoro. La conoscenza di D’Aleo gli ridà entusiasmo. Ancora una volta, tra i due nasce un rapporto di profonda stima e collaborazione. Il comandante si affida all’appuntato, riconoscendogli un ruolo fondamentale: l’anello di congiunzione, l’unico elemento di continuità tra Basile e lui.

Ed è grazie a questo rapporto che le indagini contro Cosa nostra riprendono vigore. Il nome di Salvatore Damiani ritorna più volte nei loro rapporti e i due si convincono sempre di più che ci sia lui dietro l’omicidio di Basile. Approfondiscono legami, relazioni, interessi economici. Indagano su attività imprenditoriali, riciclaggio, traffico di droga. Mettono le mani addirittura sulla famiglia Brusca di San Giuseppe Jato. È un lavoro instancabile che comincia a dar fastidio alle cosche e a chi le proteggeva. Nel dicembre del 1982, Damiani vene arrestato insieme a Onofrio Greco. È accusato di aver fatto scomparire un gruppo di estorsori che avevano preso di mira un imprenditore della zona, Greco appunto. Le indagini partono da un rapporto firmato proprio da Bommarito, che sorprende Damiani nel mobilificio Greco insieme a Ignazio Demma, già Sindaco di Monreale (lo sarebbe ridiventato nel 1985). Ma la carcerazione dura pochi mesi: i due vengono scarcerati nel marzo successivo e le dichiarazioni di Bommarito vengono pesantemente screditate  dai giudici. Giuseppe è turbato, sa di aver messo le mani su qualcosa di grosso, teme per la vita sua e del suo comandante, al punto da decidere di raddoppiare la sua assicurazione sulla vita. Ha le ore contate.

Il 13 giugno del 1983

Intorno alle 20.00 del 13 giugno 1983, D’Aleo, Morici e Bommarito lasciano la caserma di Monreale alla volta di via Cristofaro Scobar, dove il capitano vive con la sua compagna. Sono a bordo di una Ritmo blu. Morici guida, accanto a lui D’Aleo, dietro Bommarito. Quaranta minuti più tardi sono sotto casa del capitano. D’Aleo scende, Giuseppe fa altrettanto per passare davanti. È in questo istante che scatta l’agguato. Tre o forse più killer sparano con almeno quattro armi. D’Aleo, 29 anni, e Morici, 27 anni, rimango uccisi sotto i colpi di due pistole. Giuseppe invece, che di anni ne aveva 38, viene colpito alla testa da un fucile a pallettoni. La lupara viene riservata solo a lui.

Sua moglie Mimma, allora trentaquattrenne, e i figli Salvatore e Vincenzo, rispettivamente di 9 e 7 anni, ricevono la notizia poco più tardi. Poi tocca a Vito, il fratello di Giuseppe, anch’egli carabiniere. È una tragedia enorme per questa famiglia. Enorme, ma forse non inattesa. I funerali di Stato, alla presenza di un commosso Sandro Pertini, vengono celebrati due giorni dopo nel Duomo di Monreale. Nella sua omelia, il Vescovo Cassina non pronuncia mai la parola mafia.

La famiglia si chiude in un lungo e doloroso silenzio. Una sofferenza acuita dagli schizzi di fango sollevati da voci che non fanno giustizia della lealtà e della fedeltà di Giuseppe alla divisa che indossava. Un silenzio che dura 10 anni. A romperlo, il 23 maggio del 1993, è la sorella Francesca, che, ospite di Maurizio Costanzo, tira fuori, con compostezza ma con determinazione, tutta la sua rabbia, sollevando dubbi e domande.

Vicenda giudiziaria

Pochi mesi prima, le indagini sulla morte del fratello e dei suoi colleghi, partite proprio dall’episodio che aveva portato all’arresto di Damiani, erano state riaperte dopo una prima battuta d’arresto, con l’archiviazione di un’inchiesta nella quale nessuno di loro era stato ascoltato. Tutti i boss sotto indagine, ben 17, vengono prosciolti. E questo nonostante alcuni collaboratori di giustizia affermino che D’Aleo sia stato ucciso per precisa volontà di Cosa nostra. Nel 1997 inizia il processo “Tempesta”, che riguarda anche il triplice omicidio di via Scobar. Nel 2011 arriva la sentenza di primo grado e poi, nel 2007, la condanna definitiva all’ergastolo per Salvatore Riina, Michele Greco, Pippo Calò, Antonio “Nenè” Geraci, Giuseppe Farinella, Raffaele Gangi, Francesco Madonia in qualità di mandanti e per Michelangelo La Barbera, Francesco Paolo Anzelmo, Domenico Gangi, Giuseppe Giacomo Gambino, Salvatore Biondino in qualità di esecutori materiali. Di Damiani e della mafia di Monreale, quella sulla quale D’Aleo e Bommarito, avevano indagato, nessuna traccia. Per la famiglia, è una verità parziale e di comodo. Non è vera giustizia. Quei colpi di lupara, riservati solo a Giuseppe, non hanno un perché nelle sentenze.

Memoria viva

Per molti anni, i rapporti tra la famiglia e l’Arma sono difficili. Migliorano solo nel 2007, quando Francesca, Mimma e i figli di Giuseppe decidono di trasformare quel dolore in impegno e di testimoniare in prima persona i valori nei quali l’appuntato Bommarito credeva. Un modo per rendere viva la memoria di Giuseppe. Nel 2011 la famiglia di Giuseppe incontra Libera e don Luigi Ciotti, che celebra in quell'anno la messa per commemorarlo. La sua  appassionata condanna alla mafia scuote la cittadinanza balestratese e permette ai suoi familiari di continuare a ricordare Giuseppe con maggiore vigore e porta alla nascita nel 2013 dell’Associazione Giuseppe Bommarito Contro le mafie. Si moltiplicano gli incontri nelle scuole, le occasioni di memoria, le iniziative di solidarietà nel nome di questo fedele servitore dello Stato.

Il 31 agosto del 1983 a Giuseppe è stata conferita la Medaglia d’oro al valor civile. Nella motivazione, il riferimento al suo “elevato senso del dovere” e al suo tenace lavoro di contrasto alla mafia. Un lavoro per il quale Giuseppe “sacrificava la sua giovane vita in difesa dello Stato e delle istituzioni”.

Nel 2016 a Balestrate è stato inaugurato il Centro di aggregazione giovanile  in un bene confiscato alla mafia e dedicato alle tre vittime della strage di via Scobar.

Era stato per me il fratello maggiore che mi aveva insegnato a nuotare, ad andare in bici, ballare. Quanti momenti di spensieratezza e di complicità! Aveva la capacità innata di portare una nota di allegria, era protettivo, era molto responsabile (…) Ci sono voluti quasi 30 anni per avere verità e giustizia parziali; ritengo, infatti, che su quanto realmente accaduto quel giorno in via Scobar non tutto sia stato detto e che non tutti i responsabili abbiano pagato. . . Fare parte della grande Famiglia di Libera, camminare, ogni 21 Marzo, con tutti i familiari colpiti dalle mafie, rappresenta per noi un appuntamento irrinunciabile.
Francesca - sorella di Giuseppe