24 novembre 2009
Milano (MI)

Lea Garofalo

Milano è la città in cui Lea si trasferisce ancora giovanissima, la città in cui spera di costruire la sua vita, di far nascere sua figlia per farla crescere come una donna libera. La stessa città dove si sarebbe consumato il suo tragico destino.

Petilia Policastro è un paesone di quasi 9000 abitanti a una cinquantina di chilometri da Crotone. Paese di montagna, per lo più. Paesaggio aspro, tipico della Calabria interna. Lea Garofalo nacque qui, a Petilia, il 24 aprile del 1974, da Antonio Garofalo e da Santina Miletta. Suo padre però Lea non lo ha mai veramente conosciuto. Fu ucciso quando lei aveva appena 9 mesi di vita, nella cosiddetta “faida di Pagliarelle”, una guerra di ‘ndrangheta senza esclusione di colpi scoppiata agli inizi degli anni ’70. Ne avrebbe parlato proprio lei, anni più tardi, di quella faida, come sempre facendo nomi e cognomi. Una ‘ndrangheta in espansione, che cominciava a estendere affari e interessi oltre regione, fino a Milano. Quella stessa città del profondo nord scenario più volte di questa storia. 

Proprio a Milano, nel maggio del 1996, fu arrestato suo fratello Floriano, boss di Petilia arrivato in Lombardia per seguire i suoi affari, soprattutto quelli legati al traffico di droga. Lea aveva 22 anni, ma la sua vita era stata già intensa. Soprattutto, la sua vita si era già incrociata con quella di Carlo Cosco, altra famiglia di mafia. Lei se n’era innamorata appena diciassettenne e con lui si era trasferita a Milano. E quell’amore - per lei sicuramente sincero, per lui forse più utile alle logiche mafiose - le aveva regalato l’unica vera gioia della sua vita: Denise, sua figlia. E fu probabilmente la maternità a farle decidere, in quel maggio del ’96 che vide l’arresto con suo fratello anche del suo compagno, di interrompere quella storia e di lasciare Milano con Denise. Inizia da qui l’odissea di Lea e di sua figlia.

So solo che la mia vita è stata sempre niente, non glien'è mai fregato niente a nessuno di me, non ho mai avuto né affetto né amore da nessuno, sono nata nella sfortuna e ci morirò. Oggi però ho una speranza, una ragione per cui vivere e per andare avanti, questa ragione si chiama DENISE, ed è mia FIGLIA. Lei avrà da me tutto quello che io non ho mai avuto da nessuno.
Lea Garofalo - da una pagina del suo diario

Il programma di protezione dei testimoni

Nel 2002 Lea si sente in pericolo. Alcuni episodi le fanno capire che non è al sicuro e si convince a rivolgersi ai Carabinieri, ai quali comincia a raccontare tutto quello che sa: intrecci, complicità, affari sporchi. Madre e figlia entrano nel programma di protezione e si trasferiscono a Campobasso. Sono anni difficili, durante i quali continua a essere considerata non una testimone di giustizia ma una collaboratrice, una pentita. Lea ne soffre e ne soffrirà a lungo. Una sofferenza resa ancor più dura da superare quando, nel 2006, le viene revocata la protezione: le sue dichiarazioni non vengono ritenute attendibili e comunque non hanno prodotto alcun risultato. Ma Lea non ci sta. Ricorre invano al TAR e poi, questa volta con successo, al Consiglio di Stato. Così, nel 2007, viene riammessa nel programma di protezione, ma ancora come collaboratrice di giustizia e non come testimone. La sua relazione con questa condizione di vita però continua a essere tormentata. E così due anni più tardi, nel 2009, decide volontariamente di lasciare il programma e di riprendere i rapporti con la sua terra d’origine, pur continuando a vivere a Campobasso. 

I Cosco però non perdonano. Nonostante i lunghi anni trascorsi, sono ancora sulle sue tracce e sono intenzionati a vendicarsi. Il suo ex compagno incarica un suo sodale, Massimo Sabatino, di rapirla e ucciderla. Ma il piano fallisce. Lea si sente sempre più a rischio e pochi giorni dopo lo scampato pericolo scrive una lunga lettera al Presidente della Repubblica, nella quale mette nero su bianco tutto il suo dolore e la sua sofferenza.

L’incontro con Libera

Un anno prima, nel 2008, Lea aveva conosciuto e raccontato la sua storia a don Luigi Ciotti. Anche a lui aveva consegnato il suo sentimento di sfiducia, anche nei confronti dello Stato. È proprio il fondatore di Libera a metterla in contatto con l’avvocato Enza Rando, che avrà un ruolo fondamentale nella sua storia. Fu proprio il legale a tentare di dissuadere Lea dall’incontrare di nuovo Carlo Cosco, quando, nel novembre del 2009, quest’ultimo la invita a Milano, sfruttando l’amore di Lea per Denise. Le chiede di vedersi per discutere del futuro della loro figlia. Lea accetta di incontrarlo e va incontro al suo destino.

Il 24 novembre del 2009

Il 20 novembre arriva con Denise nel capoluogo lombardo. Trascorrono alcuni giorni, che servono a Cosco per convincere Lea che può fidarsi di lui, che è sinceramente interessato al futuro di Denise. Nel pomeriggio del 24 novembre Carlo fa in modo di separare madre e figlia e conduce Lea in un appartamento che si era fatto prestare per portare a compimento il suo piano di morte. In quella casa di Piazza Prealpi, Lea viene uccisa intorno alle 19.00. Ma il padre di Denise non si accontenta di averla assassinata. Affida il cadavere a tre dei suoi uomini – Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino – perché lo trasportino a Monza, dove, su un terreno di San Fruttuoso, il corpo viene dato alle fiamme insieme a 50 litri di acido e lasciato bruciare per quasi tre giorni, perché non ne rimanesse traccia. Quando Denise non vede rientrare sua madre, comincia a sospettare. Con il passare delle ore, convinta che sua madre non l’avrebbe mai abbandonata, si convince che dietro quella sparizione ci sia la mano assassina di suo padre. Chiede aiuto, è determinata a scoprire la verità, racconta tutto ai Carabinieri. Sarà lei, Denise, la testimone chiave del processo che scoprirà tutta la verità sul destino di Lea. 

I resti di Lea riposano nel cimitero monumentale di Milano. Sono stati deposti lì per volontà del Comune, che ha indicato Lea come modello di coraggio e di dignità. Il Sindaco Giuliano Pisapia partecipa, con circa 3000 persone e con don Luigi Ciotti, ai funerali civili di Lea, celebrati il 13 ottobre del 2013 in piazza Beccaria e trasmessi in diretta tv.  Lea è stata uccisa da una violenza mafiosa che non si è fermata davanti a nulla: né davanti all’amore, né davanti alla famiglia, né davanti al coraggio di una madre che sognava un futuro diverso per sua figlia. 

Per me è un giorno triste ma la forza me l’hai data tu, mamma. Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene.
Denise - il giorno dei funerali di Lea

Vicenda giudiziaria

Il 18 ottobre del 2010 vengono arrestati Carlo Cosco e suo fratello Vito, Massimo Sabatino, Carmine Venturino, già fidanzato di Denise, e Rosario Curcio. Nel luglio del 2011 comincia il processo di primo grado, costruito soprattutto attorno alle dichiarazioni di Denise, che si conclude, dopo alterne vicende, con la condanna all’ergastolo dei cinque uomini già arrestati e dell’altro fratello di Carlo, Giuseppe Cosco. Siamo nel marzo del 2012. La sentenza però esclude l’aggravante mafiosa. La sentenza del processo d’appello arriva nel maggio del 2013 e conferma quattro dei sei ergastoli. Giuseppe Cosco viene assolto mentre a Carmine Venturino viene ridotta la pena, in virtù della sua collaborazione, avvenuta dopo la condanna di primo grado e grazie alla quale vengono ritrovati circa 2000 frammenti ossei di Lea sul terreno di San Fruttuoso, insieme alla sua collana. Le condanne sono state tutte confermate dalla Corte di Cassazione nel dicembre del 2014. Si chiude così il processo che ha decretato la verità sulla morte di Lea e durante il quale si costituiscono parte civile Denise, assistita da Enza Rando, la madre e la sorella di Lea e il Comune di Milano.

Memoria viva

Sono sei i Presidi di Libera intitolati alla memoria di Lea: Scilla (RC), Trexenta Gerrei (CA), Terre dei Castelli (MO), Treviso, San Mauro (TO) e il Presidio Giovani di Milano. A Lea sono anche dedicate diverse esperienze di riutilizzo sociale di beni confiscati, a Cuorgnè (TO), a Lumezzane (BS) e a Trezzano sul Naviglio (MI). Tantissime le iniziative e i segni di memoria sparsi in tutta Italia. Il 18 novembre del 2015 la Rai ha mandato in onda il film “Lea” di Marco Tullio Giordana. A Lea è stata conferita anche la Medaglia d’Oro al Merito Civile, che la indica, nella motivazione, come “splendido esempio di straordinario coraggio e altissimo senso civico, spinti fino all’estremo sacrificio”. Il gruppo rock dei Litfiba nel 2016 ha dedicato una canzone a Lea e Denise, "Maria coraggio".