22 luglio 1993
Bovalino (RC)

Lollò Cartisano

Una foto significa consegnare al futuro una parte della propria vita, di quello che si è visto, di cosa si è provato e di cosa si è sentito. Una foto non è mai impersonale ma porta con sé il mondo unico della persona che l'ha scattata. Così è stato per Lollò Cartisano. Sequestrato e ucciso dalla violenza della 'ndrangheta.

In quella che è la Calabria più autentica e severa, nel cuore del Parco Nazionale dell’Aspromonte, si erge un enorme masso che sovrasta dall’alto e vede tutto: è Pietra Cappa. Suggestiva e misteriosa ha attirato attorno a sé nei suoi secoli di vita tantissimi curiosi che volevano vedere da vicino il monolitico più grande di Europa. Riuscirne a capire la sua vera natura e i mille volti di questa pietra è stata per molti la sfida di una vita, anche per Lollò che spesso e volentieri allungava le sue passeggiate fino alle pendici di quest’ultima per poterla fotografare un’ultima volta, immortalarne la sua misteriosa bellezza, carpirne i segreti e le mille sfaccettature. Fu così che il fotografo di Bovalino cominciò a collezionare inquadrature diverse della celebre pietra calabrese. Un amore il suo, che abbracciava tutto il territorio circostante, dalla montagna fino al mare cristallino. Lollò era cosi, una fucina di passioni incontenibili ed esplosive. Ed è stata la sua passione per la natura, per il mare, per la vita all’area aperta uno dei motivi per cui ad un certo punto della sua vita, appese al chiodo le scarpette da calciatore. Voleva provare a guardare il mondo da un’inquadratura diversa, quella della sua macchina fotografica.
Adolfo Cartisano, per tutti Lollò nasce calciatore: milita in molte squadre, dal Locri al Castrovillari, al La Spezia in serie C e al Mazzara del Vallo, città in cui rimane fino al 1964.

Il ritorno a Bovalino

L’incontro con la futura moglie Mimma e la nascita imminente del primo figlio lo convince a trasferirsi a Bovalino, un piccolo comune della provincia di Reggio Calabria che affaccia sul mare. Lì, Lollò comincia la sua attività da fotografo prima nel negozio del suocero e poi con Mimma in un laboratorio tutto loro.  
Del resto Lollò non è quel tipo di uomo che si sottrae alle sfide della vita, riesce a reinventarsi facilmente e con la stessa spensieratezza che qualche anno prima gli aveva consentito di inseguire i propri sogni da bambino dietro al pallone, abbraccia quella che fino a quel momento era la passione e la professione della moglie.
Tutto sembra procedere per il meglio fino al giorno in cui gli si presentano davanti due uomini, due calabresi come lui ma di ben altre intenzioni. Costretto a difendere la sua libertà e quella della propria famiglia, Lollò dice no, non si piega alla richiesta di pagare il pizzo e denuncia.
Non vi è cosa alla quale tiene di più: quel vento di libertà che gli soffiava in viso quando correva da bambino e che ancora oggi ritrova nelle sue tante passeggiate vicino al mare.

Il sequestro

Quel giorno però qualcosa cambia nella vita di Lollò.
Non sono anni facili per la Calabria, stretta nella morsa della 'ndrangheta e nel terrore dei sequestri di persona. Nella piccola Bovalino lo stesso anno c’erano stati 18 sequestri diversi, tutti con le stesse dinamiche di estorsione. Sequestri lampo rivolti a ricchi possidenti che si chiudevano dopo pochi giorni con il pagamento di un cospicuo riscatto.
Anche un’amica della coppia fu sequestrata e rilasciata dopo poco tempo.
Purtroppo anche la coppia di fotografi si ritrova a vivere lo stesso incubo, imbavagliati e legati a bordo di un auto in corsa. La paura, il terrore, l’orrore di quei momenti è scandito negli occhi di Mimma.
Sono in quattro ad assalire Lollò e la moglie, li legano e li trascinano in auto poi dopo qualche chilometro si liberano di Mimma abbandonandola sul ciglio di una strada. Mimma ricorda solo la voce del marito che implorava i rapinatori di non farle del male. Poi null’altro… solo il rumore di un motore che si allontanava.
Era il 22 luglio del 1993, era notte e in paese non camminava nessuno. Fu un contadino a ritrovare la donna quasi all’alba del giorno dopo.
Da quel momento per la famiglia Cartisano cominciò il calvario. Nonostante il pagamento del riscatto del fotografo non si ebbe alcuna notizia, le richieste dei rapinatori si fecero sempre più sporadiche e meno insistenti.

Il comitato “Per Bovalino Libera”

Fu allora che la figlia Deborah si ribellò e alzò la voce proprio come gli aveva insegnato il padre. Di li a poco costituì il comitato “Per Bovalino Libera”. In tantissimi scesero in piazza a mostrare un’altra Calabria, una Calabria onesta e stanca che grida giustizia contro uno Stato assente e sordo.
Ogni anno, Deborah pubblicava una lettera aperta ai rapitori di suo padre.

Lettera di Deborah, figlia di Lollò (Avvenire del 23 luglio 2003). Voce di Viviana Marrocco.

Fin quando ottenne risposta. Nell’estate del 2003, uno dei rapitori di Lollò Cartisano inviò alla famiglia una lettera invocando il loro perdono e svelando il luogo esatto del ritrovamento del corpo.
Lollò era morto. Il suo corpo fu seppellito alle pendici di Pietra Cappa, la stessa pietra che tante volte aveva ascoltato i suoi silenzi adesso ne custodiva il più caro.
Una volta ritrovato il corpo, la famiglia decise di lasciarlo li, ai suoi luoghi più cari.

Oggi è il tuo compleanno, sai che cosa mi rammarica di più? che tu, che amavi tanto i bambini e che da padre eri sempre molto presente con noi, non abbia mai potuto conoscere i tuoi nipoti...ma loro ti conoscono bene sai, Gaia ha spesso chiesto, come storia della buonanotte, che gli raccontassi del nonnò Lollò, quel nonno tanto speciale e coraggioso per cui sente tanta ammirazione... auguri papà!
Deborah Cartisano, la figlia - 6 maggio 2017

Vicenda giudiziaria

Dopo pochi mesi dal rapimento vengono arrestati i sequestratori, ma non si riuscirà mai ad arrivare ai carcerieri.
Carmelo Modafferi, i figli Santo e Leo Pasquale e Santo Glicora (genero di Modafferi), tutti di Africo Nuovo, sono stati condannati perché ritenuti responsabili del sequestro del fotografo.
La morte di Lollò non è stata premeditata: un colpo alla testa, per tramortirlo e fiaccarlo, un colpo troppo forte.

Memoria viva

Ogni 22 luglio la famiglia per ricordare la scomparsa violenta del fotografo organizza una marcia, I Sentieri della Memoria, fin nel cuore dell’Aspromonte. Una marcia che incontra giovani, adulti, familiari di vittime innocenti, forze dell’ordine e autorità. Una marcia per non dimenticare, ma soprattutto una marcia in difesa di quella libertà che Lollò tanto amava.
Il presidio di Libera Cantù è dedicato alla memoria di Lollò e di Gianluca Congiusta.