24 maggio 2005
Siderno (RC)

Gianluca Congiusta

"Hanno ucciso uno di noi". Questa fu la reazione della Siderno onesta, dei tanti amici di Gianluca quando la notizia del suo omicidio si diffuse. Allora la 'ndrangheta diventò un affare di tutti, non si uccidevano solo tra loro. Ma aveva strappato la vita a un giovane imprenditore dal sorriso contagioso.

Gianluca Congiusta nasce il 19 dicembre del 1973 a Siderno, uno dei più popolosi centri urbani della Locride. E’ il primo figlio di Mario e Donatella, commercianti da tre generazioni, la sua è una famiglia semplice di lavoratori onesti. Donatella gestisce un atelier di abiti da sposa, mentre Mario un negozio di elettrodomestici.
Cresce circondato dall’amore dei suoi genitori e delle sue sorelle più piccole, Roberta e Alessandra. E’ un bambino sveglio e vivace, instancabile, qualità che lo hanno sempre contraddistinto. La sua vitalità è contagiosa, è pieno di amici e di interessi: il basket prima di tutto, le lingue straniere e i viaggi. Per assecondare queste sue passioni, si iscrive all’istituto tecnico per il turismo e durante il suo percorso di studi viaggia spesso in Europa per perfezionare la conoscenza delle lingue. Trascorre dei periodi di studio in Germania, in Francia, in Scozia e in Inghilterra.
Mentre frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori, gli viene diagnosticato un linfoma non hodgkin. E’ un periodo difficile per tutta la sua famiglia. Mario e Donatella si trasferiscono a Bologna per stargli vicino, è in cura presso l’ospedale Sant’Orsola del capoluogo emiliano. In Calabria non ci sono centri specializzati nella cura di questa terribile malattia, da qui la scelta della famiglia di trovare le cure migliori per curare questo male e restituire a Gianluca la sua vita. Le sorelle restano a Siderno con i nonni. Per mesi, quasi due anni, Gianluca vive in una stanza d’ospedale a lottare con tutte le sue forze per sconfiggere questo male, ma decide che non vuole sprecare neanche un minuto della sua vita e trascorre le sue giornate leggendo e studiando. Perché non vuole rimanere indietro, vuole guarire e diplomarsi. E ci riesce. Ha solo 17 anni, ma una forza d’animo rara e il sostegno e l’amore della sua famiglia, con le migliori cure riescono a farlo guarire.

Torna a Siderno e recupera l’anno scolastico, diplomandosi insieme ai suoi compagni di scuola e subito parte per Roma per svolgere un tirocinio presso un importante tour operator. Si iscrive alla facoltà di Economia e commercio dell’Università di Messina, ma presto abbandona gli studi universitari. Il negozio del padre è in difficoltà finanziarie e Gianluca decide di dedicarsi a tempo pieno all’attività di famiglia e di rilanciarla. E’ un visionario e crede nelle scommesse, lui che di sfide ne ha già affrontate tante non ha paura di lanciarsi in una nuova impresa. E così diventa uno dei primi imprenditori di telefonia mobile, quando ancora in pochi credevano in questo ramo. In poco tempo si conquista la fiducia dei suoi clienti e fonda la sua azienda, la GC. La sua intuizione è giusta e in poco tempo diventa master dealer per Tim e apre tre negozi: a Siderno, a Locri e Marina di Gioiosa, il paese di mamma Donatella. Inoltre, crea una rete di oltre venti sub – affiliati tra Reggio Calabria e Soverato.

E’ uno buono Gianluca, sempre pronto ad aiutare chi ne ha bisogno, a farsi in quattro per gli amici. Sente il bisogno di non sprecare neanche un secondo della vita, perché ha avuto una seconda possibilità e ha imparato a guardare il mondo con occhi diversi. I suoi occhi hanno una luce diversa, una luce che conoscono bene tutti coloro i quali hanno sfidato la morte e hanno avuto la meglio. Ogni problema lo affronta ridimensionandolo, riportando ogni cosa alla giusta dimensione, perché per lui la cosa più importante è esserci, esistere. Cerca di dare il meglio di sé per la sua terra, la sua Calabria, rappresenta il volto bello e pulito di una terra che non vuole piegarsi alle logiche criminali. E lui è lontano da queste logiche, non ha ombre, anzi nel suo lavoro è stimato da tutti e ha un ottimo fiuto per gli affari.
Inoltre, si fa promotore di tante iniziative culturali e sportive nella Locride, offrendosi come sponsor per sostenere le realtà che cercano di migliorare la vita di quel territorio. Il suo negozio è ormai un punto di riferimento per tanti, non solo per gli acquisti. Gianluca offre sempre un sorriso, una parola di conforto e un aiuto concreto a chiunque entri nel suo negozio. Soprattutto ai più deboli. E poi c’è lo sport, il basket soprattutto. Una parte irrinunciabile della sua vita, dai pomeriggi passati sulla spiaggia a giocare a pallone ai tornei di basket che organizza. Nelle pause di lavoro, invece di riposarsi, va a correre. E’ energia pura.

Non lo piegano neanche le prime minacce che inizia a ricevere e alle rapine nella filiale di Locri, gestita da papà Mario. Lui non ci sta, lavora sodo e l’onestà è l’eredità più grande che la sua famiglia gli ha dato e non intende cedere ai ricatti e alle richieste estorsive. In poco meno di un anno subiscono tre rapine e insieme a papà Mario, decidono di chiudere il negozio di Locri. Ma per loro non è una sconfitta, è una scelta. La scelta di essere liberi. Così continua a lavorare nel negozio di Siderno insieme a Katia, la sua fidanzata. Mentre la sede di Gioiosa è gestita dalla sorella Roberta, che lo affianca nell’impresa.

Il 24 maggio del 2005

La primavera tarda ad arrivare e la sera del 24 maggio del 2005 Gianluca sta tornando verso casa a bordo del suo maggiolino giallo dopo una giornata di lavoro. A casa lo aspetta papà Mario. Ma Gianluca a casa non arriverà. Sta percorrendo viale Sasso Marconi e a causa del freddo non c’è molta gente in giro, quel tratto di strada è anche poco illuminato. All’improvviso viene affiancato da un auto con a bordo due uomini, due colpi di fucile lo raggiungono in pieno, stroncando in un solo istante tutti i suoi sogni e i suoi progetti e strappandolo alla sua famiglia.

Il suo è un omicidio “strano, inspiegabile”, nessuno riesce a capacitarsi di quello che è appena successo. Il giorno successivo i negozi di Siderno sono chiusi a lutto e su ogni vetrina i commercianti attaccano un manifesto con la scritta “Chiuso perché qualcuno ha rubato la vita a Gianluca”.

Vicenda giudiziaria

Le prime piste investigative sono riconducibili a una questione di donne o agli affari di famiglia. Ma sull’intera vicenda cala il silenzio. Dopo un anno, la famiglia non solo non sa chi ha sparato, ma neanche il perché. A un anno esatto, papà Mario, che nel frattempo ha aperto un blog per parlare dei tanti “Gianluca” ancora in attesa di verità e giustizia nella Locride, organizza la “Marcia del silenzio”. E’ la sua forma di protesta contro il silenzio che ha avvolto l’omicidio del figlio.
Soltanto dopo tre anni dal suo omicidio, l’inchiesta “Lettera morta” coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, rompe il silenzio sull’omicidio di Gianluca e cerca di fare luce sulla tragica vicenda. A essere indagate sono cinque persone del clan Costa. Secondo l’accusa, Gianluca è stato ucciso perché era stato informato dalla sua futura suocera di una lettera arrivata al marito che conteneva richieste estorsive da parte del boss Tommaso Costa. Gianluca era un testimone scomodo, perché i Costa erano il clan perdente di una guerra di mafia che aveva insanguinato le strade di Siderno tra gli anni 80 e 90. Non potevano vantare nessuna pretesa nel territorio che nelle strategie criminali, ormai apparteneva alla famiglia Commisso. Era diventato un testimone scomodo, perché oltre aver suggerito di non pagare, era a conoscenza adesso dei tentativi dei Costa di riemergere a danno del clan Commisso. Doveva essere messo a tacere subito. Questo emergerà anche da alcune intercettazioni in carcere, dove Tommaso Costa si trovava per finire di scontare una pena per altri reati.
L’iter giudiziario sull’omicidio di Gianluca Congiusta è travagliato e complicato. Nel marzo del 2008 si apre la fase dibattimentale davanti alla Corte d’Assise di Locri contro la ‘ndrina dei Costa. Nel 2013 viene emessa la sentenza di secondo grado che condanna il boss Tommaso Costa per essere il mandante dell’omicidio di Gianluca, confermando la sentenza di primo grado. Nel 2014 la Corte di Cassazione, però, annulla la condanna per omicidio nei  confronti del boss per una questione di legittimità sollevata riguardo alle prove principali del processo: le lettere che Tommaso Costa aveva inviato dal carcere in cui era detenuto con le richieste estorsive ai danni di Scarfò, l’ex suocero di Gianluca. La Corte di Cassazione rinvia a una nuova sezione della Corte d’Appello di Reggio Calabria gli atti. Nel frattempo, il 16 dicembre del 2015, sono condannati per falsa testimonianza in un procedimento parallelo l’ex fidanzata di Gianluca e i suoi genitori.
La Corte nel febbraio del 2016, ha sospeso il giudizio disponendo la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale come richiesto dalla stessa Procura. Il vuoto legislativo attualmente esistente, sulla possibilità di utilizzare le lettere dei detenuti come elementi di prova, alla stregua delle intercettazioni telefoniche, diventa un ostacolo impossibile da superare. Nel 2018 la Cassazione ha assolto definitivamente Tommaso Costa per l'omicidio del giovane imprenditore, annullando la condanna all'ergastolo "per non aver commesso il fatto".
Si chiude così la vicenda giudiziaria legata all'omicidio di Gianluca, che a distanza di 13 anni non ha un colpevole. Un duro colpo per tutta la famiglia di Gianluca, in particolare per Mario, venuto a mancare pochi mesi dopo e che ha lasciato un vuoto incolmabile per tutti coloro che in questi anni gli sono stati vicino nella sua costante ricerca di verità e giustizia.

Chiederò e chiederò sempre verità e giustizia per mio figlio: Gianluca è stato ammazzato dalla mafia e mio marito da una sentenza ingiusta e dalla mancata giustizia per nostro figlio. Oggi è una giornata davvero particolare, perché in genere a questa manifestazione partecipava mio marito Mario. Ma li sento che sono qui, sia mio figlio Gianluca sia Mario, a marciare con noi, e continuerò a marciare. Qualcuno mi ha detto che è inutile marciare, che la mafia è invincibile: a me questo non importa, io continuerò a marciare e a combattere la mafia. E ai ragazzi dico di marciare con noi, di non stare dietro la finestra, perché se siamo tanti sconfiggeremo la mafia. Alla politica e alle istituzioni chiedo di farsi carico di un impegno straordinario contro la mafia.
Donatella - mamma di Gianluca

Memoria viva

Tante in questi anni sono state le iniziative che hanno mantenuto viva la memoria di questo giovane uomo che ha creduto con tutto se stesso in una Calabria diversa.
Da subito la famiglia ha fondato l’associazione Gianluca Congiusta, che oltre a promuovere iniziative culturali cerca di tenere accesi i riflettori sulle tante storie della Locride ancora in attesa di verità e giustizia.
Libri, documentari e spettacoli teatrali sono stati dedicati a raccontare la sua vita e a far conoscere sua voglia di cambiamento, ma anche la difficile battaglia che la sua famiglia ha portato avanti. Una strada che continua a percorrere anche adesso che Mario non c’è più, infaticabile animatore di speranze.
A Gianluca sono dedicati i presidi di Libera di Cantù e di Rossano Scalo.

Sin da piccolo mio fratello aveva una particolare luce negli occhi. Per tutti quanti noi era la persona che teneva il timone di casa. Nonostante ci fosse papà è sempre stato lui il leader. Per me sin da piccola ha rappresentato un punto di riferimento importante: era il mio fidanzato, l’amico, il fratello. Se mi succedeva qualcosa era lui che chiamavo istintivamente. Era molto intraprendente Gianluca. Sarà per la brutte esperienze che ha vissuto. A quindici anni ha dovuto fare i conti con la Leucemia. Io penso che la vita ci mandi dei segnali. Lui sin da piccolo ha rischiato di morire piùvolte: in un incidente in moto e mi raccontano i miei, che anche appena nato ha avuto dei problemi di salute molto seri. Addirittura un anno a Capodanno fu colpito da alcuni botti lanciati da un suo amico.
Dopo la sua tragica fine ho ripensato tanto a questi episodi e li ho interpretati quasi come dei segni premonitori. Gianluca era una forza della natura. Ritornato dall’università, si è rimboccato le maniche e ha aperto un negozio in cui c’era un unico telefono a disco e da lì ha
creato la sua impresa nella quale all’epoca nessuno credeva. Nel lavoro come nello sport doveva provare tutto. Non si dava mai per vinto. Questo atteggiamento è emerso in maniera prepotente soprattutto dopo l’esperienza della sua malattia.
Roberta - sorella di Gianluca