Nella vita privata, così come in quella professionale e a maggior ragione in quella pubblica, l’etica non può essere un obiettivo tra gli altri. La vera sfida che tutti noi abbiamo di fronte è quella di fare dell’etica il fondamento stesso di tutte le nostre azioni e di tutte le nostre scelte. La vera sfida è tradurla in gesti coerenti. Perché l’etica ha senso se chiama in causa l’integrità della nostra vita, se si sposa sempre con la responsabilità. Perché l’etica deve essere scritta nelle nostre coscienze prima che nei codici e nei protocolli. Ci sono storie il cui valore più grande è esattamente questo: averci consegnato la testimonianza concreta di uomini che hanno interpretato con radicalità il valore dell’etica come professione. Costi quel che costi. Quella dell’avvocato milanese Giorgio Ambrosoli è una di queste storie.
È una storia complessa da raccontare e ricostruire, perché si dipana in un reticolo oscuro di connivenze, complicità, silenzi; nell’intreccio perverso e deviato di interessi indicibili, che hanno visto fianco a fianco la politica, l’alta finanza, la massoneria, la criminalità organizzata. Ma è anche una storia semplice di un uomo normale, di un padre affettuoso e un marito amorevole. Un “eroe borghese” che credeva nel suo lavoro, nel suo Paese, nei suoi valori.
Giorgio era nato a Milano, in via Paolo Giovio, il 17 ottobre del 1933, da Riccardo Ambrosoli, avvocato impiegato nell’ufficio legale della Cassa di Risparmio delle province lombarde, e Piera Agostoni. La sua era una famiglia della borghesia lombarda, fortemente cattolica e conservatrice, ed è in questo contesto che Giorgio fu educato sin da bambino. Frequentò i primi anni della scuola elementare in via Crocefisso, fino a quando, nel 1943, la sua famiglia dovette riparare a Ronco di Ghiffa per sfuggire ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Fu qui, sulle sponde del Lago Maggiore, che proseguì gli studi alle elementari e alle medie, prima di tornare a Milano per frequentare il Liceo Ginnasio Alessandro Manzoni. Furono anni importanti della sua formazione, che lo videro avvicinarsi ad ambienti monarchici dei quali sposò le idee, fino a decidere di aderire all’Unione Monarchica Italiana, l’organizzazione politica trasversale il cui intento era di contribuire a restaurare la monarchia costituzionale. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare e per quanto dotato di un’intelligenza estremamente vivace, non fu uno studente modello. Anzi, dovette addirittura ripetere l’anno della maturità.
Terminati gli studi liceali, nel 1952 decise di seguire le orme di papà Riccardo, iscrivendosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano. Ne uscì laureato nel 1958, con una tesi in diritto costituzionale sul Consiglio Superiore della Magistratura. Quattro anni più tardi, nel 1962, portò all’altare l’unico grande amore della sua vita, Anna Lorenza Goria, Annalori la chiamavano tutti, da cui ebbe tre figli: Francesca, Filippo e Umberto. Era una famiglia felice quella di Giorgio. Nei ricordi dei suoi figli, viene fuori la personalità di un uomo affettuoso, in grado di trasmettere serenità, lontano da quell’immagine austera e severa che pure caratterizzava alcuni tratti del suo carattere. Ma in casa, quando stava insieme a sua moglie e ai suoi figli, Giorgio amava scherzare e divertirsi. Lo faceva forse anche per dare ai bambini quella tranquillità che, col passare degli anni, il suo lavoro non sempre si dimostrò in grado di garantire. Perché è proprio qui, nelle pieghe complesse del suo lavoro, che si consuma la parte drammatica di questa storia.
Nel 1964 Giorgio aveva deciso di seguire un ramo particolare della sua professione, specializzandosi nel settore fallimentare delle liquidazioni coatte. Lo appassionava profondamente dedicarsi a spulciare tra le carte, ricostruire e fare luce su vicende finanziarie a volte estremamente delicate. Per diversi anni lavorò come commissario liquidatore della Società Finanziaria Italiana, un’azienda pubblica che operava nel settore delle partecipazioni finanziarie sotto il controllo della Banca d’Italia. Era bravo Giorgio. Era preciso, attento, scrupoloso. Soprattutto, era onesto e intransigente.
La sfida più grande della sua carriera
Onestà e intransigenza sono i valori con i quali Giorgio affrontò la sfida più grande della sua carriera e, purtroppo, della sua vita. Una sfida alla quale non si sottrasse, quando, il 27 settembre del 1974, a poco più di 40 anni, il Governatore della Banca d’Italia Guido Carli lo nominò commissario liquidatore unico della Banca Privata Italiana. Il suo era un mandato preciso: esaminare la drammatica situazione finanziaria della banca, il cui socio di maggioranza era il banchiere siciliano Michele Sindona. Quello che Giorgio scoprì fu uno dei più grandi e oscuri intrecci di finanza, politica, massoneria e mafia che l’Italia abbia mai conosciuto.
La Banca Privata Italiana era nata poche settimane prima, agli inizi del mese di agosto del ’74, dalla fusione tra la Banca Privata Finanziaria e la Banca Unione. Un contenitore vuoto, il cui destino sembrava già scritto, nonostante l’iniezione di liquidità della Banca d’Italia, decisa per evitare il panico tra i correntisti. Il sospetto - anzi, molto di più che un sospetto - era che Sindona avesse utilizzato indebitamente le liquidità delle banche, falsificando sistematicamente le scritture contabili. Questo personaggio ambiguo e controverso era finito nel mirino della Banca d’Italia sin dal 1971. A Giorgio fu affitato il delicato compito di fare luce su tutto questo, accertando le responsabilità e, se necessario, accompagnando la banca alla liquidazione.
Mosso e ispirato da un estremo senso del dovere e della verità e della giustizia, l’avvocato Ambrosoli si mise al lavoro per accertare lo stato di insolvenza della banca, la situazione delle passività e il piano di riparto tra i creditori. Lo fece col supporto di alcuni uomini della Guardia di Finanza, primo tra tutti il maresciallo Silvio Novembre, con cui nacque un profondo rapporto di stima e sincera amicizia. Poche settimane dopo, nel mese di ottobre, il quadro generale era già chiaro: Ambrosoli accertò perdite per 207 miliardi di lire, dichiarò lo stato di insolvenza e avviò l’azione penale ai danni di Sindona. Alla fine di febbraio del 1975 era pronto per depositare lo stato passivo della banca: 531 miliardi di lire in totale, di cui 417 al passivo e 281 all'attivo tra crediti, immobili e partecipazioni azionarie.
Dal lavoro di Giorgio emerse di tutto: falsificazioni dei documenti, dirottamenti e appropriazioni di denaro, connivenze e complicità di ufficiali pubblici. Un vaso di Pandora terrificante. E mentre veniva a galla tutto questo - compreso il coinvolgimento di Sindona nel crack della Franklin National Bank, negli Stati Uniti - cominciarono ad arrivare pressioni e tentativi di corruzione per indurre il commissario liquidatore a certificare la buona fede di Sindona. Se Giorgio avesse accettato, lo Stato avrebbe dovuto sanare gli scoperti e, soprattutto, Sindona avrebbe evitato qualsiasi conseguenza. Ma Giorgio non accettò e non cedette.
Il 25 febbraio del ’75, nel mentre si accingeva a depositare lo stato passivo, scrisse di suo pugno un documento indirizzato a sua moglie e divenuto la sua lettera testamento.
Anna carissima, (…) sono pronto per il deposito dello stato passivo (…) È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese (…) Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici (…) Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto (…) Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi.
Tra la fine dell’estate e gli inizi dell’autunno del 1976, la pressione attorno a Giorgio aumentò ancora. Dagli Stati Uniti, Sindona si dichiarò pubblicamente un perseguitato politico. Nell’ombra, tramava contro Ambrosoli. Che intanto, nel ’77, scrisse la sua seconda relazione sulla vicenda della BPI, nella quale ricostruì con puntualità le ragioni del fallimento e che consegnò nelle mani dell’autorità giudiziaria nel maggio del 1978.
Le minacce
Il 28 dicembre dello stesso anno, arriva la prima delle otto telefonate intimidatorie che Giorgio riceverà in pochi giorni. Dall’altro capo del telefono, una voce con marcato accento siciliano tenta in ogni modo di convincere Ambrosoli a desistere. Nell’ultima telefonata, il 12 gennaio ’79, la minaccia di morte è esplicita. Nonostante questo, nessuna protezione gli viene accordata. Giorgio porta a termine il suo lavoro. Il 12 luglio avrebbe dovuto sottoscrivere la dichiarazione formale definitiva. Non ci riuscirà mai.
L’11 luglio del 1979
Il giorno prima, quel maledetto 11 luglio del 1979, Giorgio è stato fuori con gli amici. Rientra a casa in tarda serata. Dinanzi al portone della sua abitazione, in via Morozzo della Rocca, uno sconosciuto lo avvicina. Lo chiama per nome, Giorgio si gira. Poi il killer si scusa ed esplode 4 colpi di 357 magnum. Giorgio muore così, colpito al torace dai proiettili, a 46 anni non ancora compiuti. Ai suoi funerali, celebrati il 14 luglio nella chiesa di San Vittore, non parteciperà nessuna autorità pubblica, fatta eccezione per il Governatore di Bankitalia Paolo Baffi e alcuni magistrati milanesi.
Vicenda giudiziaria
Le indagini hanno accertato che Michele Sindona assoldò il killer negli Stati Uniti, grazie alla mediazione di Robert Venetucci, un trafficante di eroina legato a Cosa nostra americana. Venetucci mise in contatto Sindona con William Joseph Aricò, suo compagno di cella ai tempi della detenzione nel penitenziario di Lewisburg. Per l’omicidio di Ambrosoli, Sindona pagò ad Aricò 25 mila dollari in contanti e altri 90 mila con un bonifico su un conto svizzero. Dei pedinamenti si era occupato lo stesso Aricò insieme a Giacomo Vitale, massone mafioso legato a Stefano Bontate e autore delle telefonate intimidatorie. Il 25 marzo del 1980 finalmente le autorità statunitensi concedono l’estradizione di Michele Sindona, chiesta sin dal mese di febbraio del 1975. Nel 1981 poi la scoperta delle carte di Licio Gelli conferma il coinvolgimento della loggia P2 nella vicenda, con l’intendo di salvare Sindona. Il 18 marzo del 1986, a Milano, Sindona e Venetucci vengono condannati all’ergastolo per l’uccisione di Giorgio Ambrosoli.
Su tutta questa vicenda, la figura ingombrante di Giulio Andreotti. L’8 settembre del 2010 il sette volte Presidente del Consiglio rilascia una intervista a Giovanni Minoli. Tra le altre cose, alla domanda sulle ragioni dell’omicidio di Ambrosoli, pronuncia parole terrificanti, per quanto poi parzialmente rettificate: “questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando”. Il suo ruolo in questa vicenda non è stato mai accertato.
Tre giorni dopo la sua condanna, Michele Sindona è morto nel carcere di Voghera, avvelenato da un caffè al cianuro. Le indagini non hanno raccolto elementi utili ad accertare si sia trattato di un omicidio. Ufficialmente, il banchiere si è tolto la vita.
Memoria viva
La memoria di Giorgio oggi è viva. Lo è nell’impegno dei suoi familiari, in quello di tanti e tante giovani che si ispirano a lui, ai suoi valori, alla sua testimonianza.
Per un dato anagrafico non ho mai incontrato mio nonno. Le prime volte che mi imbattei nella sua storia, lo facevo tramite le molte foto presenti in casa mia, di mia nonna, e dei miei zii. Quello sguardo curioso, quel volto, l’accenno del sorriso sotto i folti baffi mi dava un senso di felice serenità. La mia famiglia, fin da bambino, ha voluto trasmettermi il ricordo di nonno Giorgio tramite quella magica normalità e affetto che si prova per un nonno, tra le sue abitudini, i suoi momenti felici, la vita con nonna. Era il ricordo di un uomo normale, un uomo che amava profondamente la sua famiglia.
Una storia fatta di ragioni vive e profonde che avevano le radici nei principi di libertà, responsabilità e professionalità. E, ancora una volta, una storia d’amore profondo nei confronti di un Paese “si chiami Italia o si chiami Europa”.
Nonno ha sconfitto la paura, ha esercitato la sua responsabilità, ha vissuto attraverso la sua professione le ragioni della sua esistenza. Questa è l’attualità di questa storia, questa è l’occasione di vita che tutti noi cittadini, studenti, professionisti, uomini delle Istituzioni abbiamo anche in memoria di Giorgio Ambrosoli.
La storia di Giorgio Ambrosoli, cui è stata conferita la Medaglia d’oro al valor civile, ha avuto un’influenza enorme sulla cultura di massa. Nel 1991, Corrado Stajano ha pubblicato il suo “Un eroe borghese”, in cui definisce Ambrosoli “uomo libero e solo, eroe borghese che avrebbe potuto vivere tranquillo con le sue serene abitudini e invece, per la passione dell’onestà, si batté contro un ‘genio del male’, sorretto da forze potenti palesi e occulte, e fu sconfitto”.
Dal libro, nel 1995, è stato tratto l’omonimo film diretto da Michele Placido. Nel 2009, Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, ha dato alle stampe “Qualunque cosa succeda”, in cui ricostruisce la vicenda di suo padre e a cui, nel 2014, la Rai ha ispirato una mini-serie TV con Pierfrancesco Favino nel ruolo del protagonista.
Decine sono le intitolazioni, i premi, le iniziative di memoria che, in tutto il Paese, gli vengono dedicate. Portano il suo nome anche i Presidi di Libera di Verbania, Arese e Piombino-Follonica.