31 ottobre 1990
Catania (CT)

Francesco Vecchio

Anche nelle ultime fotografie che lo ritraggono Ciccio ha un viso sereno e un sorriso tranquillizzante. Quel sorriso che ha avuto sempre, che faceva sentire al sicuro chi gli fosse accanto. Lo sguardo intenso, di un uomo onesto. Gli piaceva trovare soluzioni, risolvere i problemi e affrontare le difficoltà. Per questo non si è piegato davanti alle minacce, è rimasto fino alla fine fedele a sé stesso.

Francesco Vecchio nasce a Lentini, in provincia di Siracusa, il 18 maggio del 1938. Lentini è un paese che ha una storia antica e ricca, che risale all’800 a. C., anno in cui fu fondata dai greci. Un paese ricco anche di tradizioni e a vocazione agricola. Francesco cresce a Lentini e qui frequenta la scuola, in anni in cui si sviluppa un clima di grande rinnovamento: la Seconda Guerra Mondiale è terminata e in Sicilia i contadini si stanno organizzando insieme ai sindacalisti per ottenere ciò che spetta loro di diritto, la terra. 
Francesco, o meglio Ciccio, come amava farsi chiamare, si appassiona al diritto del lavoro e questo suo interesse maturerà così tanto da aprirgli opportunità di lavoro. Amava stare tra la gente, sempre disponibile con tutti, sapeva farsi volere bene. Era un uomo molto carismatico che affascinava sia gli adulti e sia i bambini. L’amicizia era un valore fondamentale nella sua vita, così come la famiglia. Si innamora di Elvira e si sposano. Dal loro matrimonio nascono due figli: Salvatore e Pierpaolo.
Si trasferisce ad Acireale, dove per molti anni sarà il direttore generale di una grande azienda del settore agroalimentare catanese: la ICM Leonardi. A metà degli anni Ottanta, la ICM Leonardi è in forte crisi come del resto l’intero settore agroalimentare, e Ciccio inizia a guardarsi intorno per non rischiare di rimanere senza lavoro.

Il lavoro alla Megara

Era molto conosciuto e apprezzato nel suo campo, tanto che presto fu assunto come Direttore del personale presso le Acciaierie Megara di Catania. La Megara era un’azienda siderurgica leader in Sicilia di proprietà della famiglia Rovetta, originaria della Lombardia. Regione con cui l’azienda aveva importanti collegamenti con altre industrie.
In quegli anni, le acciaierie avevano intrapreso un profondo cambiamento di riconversione tecnologica degli impianti e la Megara contava più di 300 dipendenti, oltre a tutti gli operai che lavoravano  per le aziende dell’indotto. Un’azienda che a Catania dava lavoro a centinaia di persone e Ciccio era molto conosciuto, anche per il suo essere umano con la schiena dritta, che non  scendeva a facili compromessi o faceva favoritismi, mantenendo alto il senso dell’onestà.
Il suo incarico come direttore del personale all’interno del processo di rinnovamento dell’azienda era molto delicato. Molti erano gli interessi che gravitavano intorno all’azienda, l’unica che in Sicilia produceva il tondino per il cemento e che aveva appena ottenuto un importante finanziamento della Regione.

L’inizio delle minacce

I problemi per Ciccio Vecchio iniziarono nell’agosto del 1990, quando il direttore tecnico, Severo Robolini, che si occupava della verifica dei lavoratori e delle aziende dell’indotto, fu allontanato da Alessandro Rovetta. Rovetta aveva preso in mano le redini dell’azienda di famiglia ed è a lui che si deve il processo di rinnovamento dell’azienda. Ciccio allora divenne responsabile non più soltanto del personale interno, ma anche della ristrutturazione dei reparti per a gestione dell’indotto e assunse questo nuovo incarico con il rigore e la serietà che lo avevano sempre contraddistinto. 
Nel suo lavoro di verifica si era accorto che molti degli operai in realtà non si presentavano mai in fabbrica, alcuni erano detenuti che godevano di permessi sociali. Si era, inoltre, reso conto che  alcune delle cooperative dell’indotto si accorse che non erano esenti da infiltrazioni della criminalità organizzata. Fu allora che Ciccio pensò di intervenire e di mettere la parola fine a questa situazione. Sentiva che se non avesse fatto qualcosa, se si fosse adeguato alla situazione non sarebbe più stato sincero neanche con sè stesso, con i suoi valori, che avrebbe perso la sua dignità di uomo libero.
La sua opera di pulizia ovviamente provocò degli scossoni e iniziò a ricevere minacce, non solo telefoniche. Subì anche una serie di atti intimidatori in azienda. A casa Ciccio non raccontava niente, nonostante sua moglie e i suoi figli si fossero resi conto che stava succedendo qualcosa. Anche perché in alcune occasioni i figli avevano risposto alle telefonate di minacce di morte che Ciccio riceveva a casa a qualsiasi orario. Ma lui era l’uomo di casa, quello che risolveva i problemi e rassicurava tutti. Ogni volta denunciava le minacce che riceveva, ma non poteva fermarsi: il suo lavoro non subì nessun arresto.

Puntata della trasmissione "Contro le mafie" dedicata a Roberto Antiochia del Canale History in collaborazione con Libera.

Il pomeriggio del 31 ottobre 1990

Nonostante lo minacciassero di morte, Ciccio continuava ogni giorno a recarsi a lavorare. Lo fece anche la mattina del 31 ottobre. La sera prima aveva ricevuto una delle solite telefonate, ma quella mattina fece colazione con suo figlio maggiore, Salvo. Prima di recarsi a lavoro gli disse di svegliare Pierpaolo, che in quel periodo lavorava con lui in azienda, altrimenti avrebbe fatto tardi.
Al termine della giornata, Pierpaolo salutò il padre e si diedero appuntamento a casa per la cena, perché prima aveva ancora qualcosa da sbrigare.
Si allontanò dalla fabbrica con la sua auto Ciccio, era già buio. In auto con lui c’era anche Alessandro Rovetta. Mentre attraversavano la zona industriale di Catania, una pioggia di proiettili li travolse, mettendo fine alle loro vite. 
Salvo fu contattato subito da una segretaria della Megara che gli disse di andare in questura perché c’era stato un grave incidente in cui era rimasto coinvolto il padre. Lì in questura Salvo incontrò un vecchio compagno di scuola che abbracciandolo gli disse di andare subito a casa dalla madre. “Tuo padre è stato ucciso, corri da lei prima che lo sappia dal telegiornale”. 
Ciccio aveva 52 anni.

Vicenda giudiziaria

Le indagini furono indirizzate, già in prima battuta, verso la pista mafiosa. Le modalità dell’agguato, la ferocia con cui era stato compiuto e la sua platealità indicavano chiaramente che si stava lanciando un messaggio al mondo imprenditoriale sano di Catania.
Per anni il fascicolo sul duplice omicidio resta “dormiente”, un delitto senza mandanti e senza esecutori. Finché nel 2007, Salvo Vecchio decide di indagare da solo e scopre che le indagini erano state archiviate nel 1998 senza che la famiglia fosse mai stata informata. Ma nel leggere il fascicolo si accorge di tante incongruenze, di piste investigative non approfondite e dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia non verificate. L’indagine viene riaperta, ma non hanno portato a nessun risultato nonostante siano state percorse tre diverse piste investigative: la prima porta al clan Santapaola- Ercolano; la seconda pista porta direttamente alla cupola palermitana; la terza direttrice investigativa invece porta agli Sciuto. Il caso giudiziario viene archiviato nuovamente nel 2016 e la famiglia di Ciccio Vecchio ha presentato ricorso in Cassazione contro l’archiviazione, che ha accolto la richiesta della famiglia. Nessun processo è stato ancora istruito sul duplice omicidio, che rimane così ancora impunito.

Memoria viva

Il presidio del III Municipio di Roma è dedicato alla memoria di Francesco Vecchio.

Tutto ti casca addosso e ti senti completamente tramortito non solo dal dolore della perdita del padre, ma soprattutto dalla grande confusione che ti viene in testa, del perché, del com’è possibile che sia successo e tu non sei stato in grado di fare nulla, non hai fatto nulla, te la prendi con tutto il mondo. E’ una di quelle cose che non si può veramente sopportare, è un dolore enorme, che poi si protrae per tutta la vita. Poi c’è chi è fortunato come me che riesce in qualche modo a metabolizzare questo dolore a trovare nel dolore degli altri familiari il coraggio e la forza di farlo diventare dolore collettivo, una memoria. Quindi raccontare la storia di papà per me è una maniera di fare della mia memoria, di una memoria individuale, una memoria collettiva e soprattutto impegno.
Salvo - figlio di Ciccio