23 dicembre 1984
San Benedetto Val di Sambro (BO)

Giovanni Calabrò

Nonostante dei pezzi di verità siano stati scritti, gli interrogativi irrisolti sulle responsabilità e sui moventi dell'attentato rendono la strage del Rapido 904 una ferita ancora aperta nella memoria collettiva del nostro Paese.

Le morti, il sangue innocente, il terrore provocati dalla bomba che venne fatta esplodere sul treno Rapido 904, sconvolsero il Natale del 1984 e costituiscono tuttora una lacerazione incancellabile nella coscienza civile del nostro Paese. Fu un attentato vile e spietato, un attacco eversivo alla Repubblica e alla convivenza democratica.
Messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il 37°anniversario della strage – Ansa 21 dicembre 2019

La strage del Rapido 904 si inserisce in una fase particolarmente delicata della storia repubblicana italiana. Il 1984 fu caratterizzato da profonde tensioni politiche e sociali, alimentate dalle numerose inchieste giudiziarie che stavano portando alla luce i rapporti tra criminalità organizzata, eversione neofascista, apparati deviati dello Stato e ambienti riconducibili alla loggia massonica P2. Le conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2 e le indagini relative ai depistaggi della strage di Bologna contribuirono a far emergere quella che successivamente il presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino definirà "una zona grigia caratterizzata da rapporti incrociati tra mafia, servizi segreti, criminalità politica e comune, il cui ruolo appare ormai innegabile in molte delle vicende anche anteriori al 1984".

Nello stesso tempo, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta contribuirono a mettere in discussione una serie di equilibri. Ne derivarono ben 366 mandati di cattura per reati di mafia, cui seguirono altri 127 arresti, frutto delle dichiarazioni del pentito Salvatore Contorno. Dopo poco più di un mese, il 3 novembre ’84, venne arrestato per rapporti con la mafia l'ex sindaco di Palermo, il democristiano Vito Ciancimino.

In questo scenario di forte tensione e trasformazione degli equilibri di potere, maturò la strage del Rapido 904, destinata a rappresentare uno degli episodi più controversi e complessi della storia del nostro Paese.

23 dicembre 1984

Il 23 dicembre 1984 il treno Rapido 904, partito da Napoli e diretto a Milano, era particolarmente affollato per l’imminenza delle festività natalizie. Alle ore 19:08, mentre il convoglio percorreva la Grande Galleria dell’Appennino, tra Vernio e San Benedetto Val di Sambro, un ordigno esplose all’interno del nono vagone di seconda classe.

[Ricordo] le macerie addosso, la bocca piena di sangue, il senso di oppressione al petto. […] Non avevo più la percezione del corpo, soprattutto non mi sentivo gli arti […]. Poi mi feci coraggio e cominciai a toccarmi. Nonostante una gamba fracassata mi resi conto di essere intero e ancora vivo.
Antonio Calabrò, superstite della strage del Rapido 904 – in G. Covella, Rapido 904: la strage dimenticata, Graus, 2014

Il bilancio dell'esplosione fu pesantissimo, 267 feriti e 15 vittime: Giovanbattista Altobelli (51 anni), Anna Maria Brandi (26 anni), Angela Calvanese in De Simone (33 anni), Anna De Simone (9 anni), Giovanni De Simone (4 anni), Nicola De Simone (40 anni), Susanna Cavalli (22 anni), Lucia Cerrato (66 anni), Pier Francesco Leoni (23 anni), Luisella Matarazzo (25 anni), Carmine Moccia (30 anni), Valeria Moratello (22 anni), Maria Luigia Morini (45 anni), Federica Taglialatela (12 anni), Abramo Vastarella (29 anni). Nei mesi successivi, a seguito delle gravi ferite riportate, persero la vita: Giovanni Calabrò (67 anni) e Gioacchino Taglialatela (50 anni), padre di una delle vittime, la piccola Federica.

Fin dai primi giorni successivi alla strage, il dibattito pubblico si interrogò sulla matrice dell’attentato e sui possibili collegamenti con altre vicende del terrorismo italiano. La scelta del luogo dell’esplosione non apparve casuale: il tratto ferroviario interessato era lo stesso in cui, dieci anni prima, si era verificata la strage dell’Italicus, elemento che contribuì fin da subito a richiamare il tema della continuità con la stagione dello stragismo.

Le indagini

Le indagini si indirizzano subito su una duplice pista: quella napoletana, che conduceva verso il clan camorristico di Giuseppe Misso, di posizioni neofasciste, e verso Massimo Abbatangelo, parlamentare del Movimento sociale italiano; e la pista romana, avviata dall'arresto di Guido Cercola, braccio destro a Roma di Pippo Calò, esponente di spicco di Cosa Nostra e soggetto ritenuto in grado di collegare diverse realtà criminali.

Le attività investigative portarono al sequestro di esplosivi, detonatori e dispositivi compatibili con quelli utilizzati nell’attentato. Emersero inoltre rapporti tra organizzazioni mafiose, gruppi camorristici, esponenti dell’estrema destra e membri della Banda della Magliana.

Secondo l’impostazione sostenuta dalla procura di Firenze, la strage sarebbe stata il risultato di una convergenza di interessi tra soggetti appartenenti a differenti ambiti criminali e politici. L’obiettivo non sarebbe stato esclusivamente quello di colpire indiscriminatamente la popolazione civile, ma anche di produrre effetti destabilizzanti sul piano politico e istituzionale, distogliendo l’attenzione dello Stato dall’offensiva giudiziaria contro la criminalità organizzata.

La vicenda giudiziaria

L’iter processuale fu particolarmente lungo e complesso. Nel corso degli anni si susseguirono sentenze di condanna, assoluzioni, annullamenti e nuovi giudizi. 

Nel febbraio 1989 è emessa la sentenza di primo grado. Vengono condannati all'ergastolo Calò e Cercola del gruppo romano, e Misso, Galeota e Pirozzi tra i napoletani. Successivamente, la Corte d’Assise d’Appello di Firenze conferma la responsabilità di alcuni imputati, sottolineando l’esistenza di collegamenti tra criminalità mafiosa, terrorismo neofascista e ambienti occulti. I giudici evidenziano inoltre come la disponibilità di ingenti quantitativi di esplosivo facesse presumere l’esistenza di un più ampio progetto stragista.

Nel 2010, in seguito alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, la Dia di Napoli riapre l'inchiesta. Nell'aprile 2011 Totò Riina è raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare come mandante dell'attentato. L'ipotesi investigativa è che la strage servisse a costringere lo Stato a trattare con la mafia. Il fatto che l'esplosivo utilizzato nel 1984 fosse dello stesso tipo di quello impiegato per gli attentati dell'Addaura e di via D'Amelio sembrerebbe confermare il collegamento.

Durante le udienze, nel gennaio 2015, Giovanni Brusca ribadisce la sua convinzione del coinvolgimento dei vertici di Cosa nostra nella strage: non solo Calò, dunque, ma lo stesso Riina. Tuttavia, nell'aprile 2015, la Corte lo assolve per non aver commesso il fatto. Nelle motivazioni della sentenza i giudici sottolineano comunque l’impossibilità di ricondurre la strage a una matrice esclusivamente mafiosa, richiamando l’esistenza di interessi convergenti di diversa natura. 

Della vicenda del Rapido 904 si occupa anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi. La relazione Pellegrino del 1995 mette in luce il ruolo svolto nella vicenda da una vasta rete di relazioni che coinvolge mafia, criminalità comune, apparati dello Stato e ambienti eversivi. L'iter giudiziario, quindi, non avrebbe portato alla luce quella "rete di complicità" che pure esisteva.

Le più recenti acquisizioni giudiziarie, quelle relative al processo Riina, hanno confermato la necessità di superare una lettura che attribuisca la strage esclusivamente a una matrice mafiosa, evidenziando come debba essere letta, piuttosto, all’interno di un quadro più ampio, caratterizzato dall’interazione tra diversi centri di potere legali e illegali.

Vedere in carcere chi ha materialmente messo la bomba […] non mi avrebbe dato nessun appagamento. Mi darebbe grande appagamento scoprire la verità sul vero perché è stata organizzata questa strage, sui veri motivi alla base delle varie stragi italiane di quel periodo.
Superstite della strage - in A. Höbel, G. Iannicelli, La strage del treno 904. Un contributo delle scienze sociali, Ipermedium, 2006

Memoria viva

Poche settimane dopo l'evento, il 17 marzo 1985, nasce l'Associazione tra i familiari delle vittime, che ancora oggi svolge un ruolo fondamentale nel promuovere percorsi di memoria, attività didattiche e momenti di riflessione pubblica sulla strage.

Tra la produzione documentaristica sulla strage, si ricordano in particolare l'audio-documentario "Natale di sangue" di Marcello Anselmo, trasmesso da Radio Tre nel 2010; il documentario La strage di Natale di Martino Lombezi del 2015; la puntata speciale di Diario Civile Rapido 904 una strage al buio, di Alessandro Chiappetta per la regia di Agostino Pozzi.

Ogni anno, il 23 dicembre, la strage viene ricordata con una duplice cerimonia: alla stazione di Napoli e a quella di San Benedetto Val di Sambro. Nel 2024, in occasione del quarantesimo anniversario della strage, Libera ha promosso la “Staffetta della memoria”: in ognuna delle stazioni in cui il treno faceva rotta, all'ora in cui è transitato o sarebbe dovuto transitare, i volontari di Libera, insieme ai familiari, hanno letto i nomi delle vittime, affinché, tramite la staffetta della memoria, il treno potesse finalmente giungere a Milano.

La forza del ricordo e della verità perchè mai più avvengano stragi.
Tenere viva la memoria perchè la storia che si dimentica si ripete.
Targa in memoria della strage posta al binario 11 della stazione di Napoli

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A cura di Iolanda Napolitano - giugno 2026