11 novembre 1989
Napoli (NA)

Gaetano Di Nocera

L'11 novembre '89, nella periferia napoletana di Ponticelli si consumò uno degli episodi più efferati della storia della camorra: la guerra tra gli uomini del clan Andreotti da una parte e quelli degli "alleati" Sarno e Aprea dall'altra, provocò una strage con sei morti, quattro dei quali del tutto innocenti.

Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, è da sempre una delle zone più povere della città. Terra di confine tra il centro e la provincia vesuviana, che affonda le proprie radici nella tradizione contadina prima e operaia poi, a partire dagli anni Settanta vive le conseguenze drammatiche della crisi industriale e del processo di dismissione che ne seguì: l’aumento della disoccupazione, la perdita dell’identità operaia e il crescente stato di degrado delle aree industriali abbandonate acuirono le condizioni di fragilità economica e sociale del territorio.

In questo contesto di marginalità sociale, debole presenza istituzionale e diffusa povertà economica, la camorra trovò terreno fertile per rafforzare il suo potere. Ebbe inizio così una progressiva trasformazione del quartiere: da area industriale dalla forte identità legata al lavoro in fabbrica e al movimento operaio, a periferia degradata, caratterizzata da marginalità e criminalità.

Un processo di progressivo impoverimento e rafforzamento della camorra che si aggraverà ulteriormente, soprattutto per gli effetti del terremoto del 23 novembre 1980. Il sisma provocò circa 2.900 vittime e diede avvio a un imponente programma di ricostruzione finanziato attraverso la Legge n. 219 del 1981. L'enorme flusso di risorse pubbliche destinate alla ricostruzione costituì un'importante opportunità per la camorra di accumulazione economica e di relazioni con il mondo della politica e dell’imprenditoria.

Nello stesso tempo, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, si assiste all’ascesa del potere della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo, che dall’area vesuviana si espande sempre di più verso il centro città, trasformando la periferia orientale in uno dei principali teatri della guerra tra la NCO e il cartello della Nuova Famiglia. Una guerra che provocherà centinaia di morti, tanto che i quartieri di Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio verranno definiti “il triangolo della morte”.

Alla fine degli anni Ottanta, Ponticelli era in preda allo scontro tra i clan Sarno e Aprea da una parte e il gruppo guidato da Andrea Andreotti, detto “’o cappotto”, dall’altra. Causa della guerra è il controllo di un vasto ventaglio di attività illegali: la droga, gli appalti, il racket delle estorsioni e il lotto clandestino.

11 novembre 1989

L'11 novembre 1989, intorno alle 18:30, a Ponticelli sembrava un pomeriggio tranquillo: un tiepido sabato di novembre, in cui, come al solito, uomini e donne del quartiere si ritrovano al corso Ponticelli, tra la Casa del Popolo, lo storico bar Luisa e la gelateria Sayonara, di proprietà del padre di Antonio Borrelli, uomo di fiducia di Andrea Andreotti.

All’improvviso, da una strada secondaria, un commando di sette-otto uomini vestiti con tute da meccanico entra in azione davanti al bar Sayonara. Armati di pistole, mitragliette e fucili a canne mozze, iniziano a sparare indiscriminatamente, dentro e fuori il locale.

Le cronache dell’epoca restituiscono l’immagine di una scena da guerra urbana: più di sessanta bossoli, corpi distesi dentro un fiume di sangue, gente che scappa terrorizzata, urla di paura e disperazione si propagano tra i vicoli del quartiere.

Ma la morte, sotto le sembianze di killer ebbri di droga e assetati di sangue, è in agguato. I sicari irrompono, armati di armi lunghe e corte. Cercano il figlio del proprietario della gelateria, cercano i suoi amici che si ritrovano abitualmente nel locale e nel bar vicino. Li cercano per ucciderli, senza pietà e mettendo in conto il sacrificio di altre vite.

Sull’asfalto restano sei vittime: Antonio Borrelli, Vincenzo Meo e quattro innocenti, Domenico Guarracino, 45 anni; Salvatore Benaglia, soprannominato ‘o Bill di 53 anni; Gaetano De Cicco, 38 anni, dipendente del Comune di Napoli: Gaetano Di Nocera, 52 anni, operaio dell'Italsider in cassa integrazione. «Quattro vittime innocenti immolate sull’altare di un onnivoro e spregiudicato disegno di affermazione», scriverà la Gip nell’ordinanza di custodia cautelare.

Vicenda giudiziaria

Per oltre vent'anni la strage resta senza colpevoli. Il quartiere è segnato dalla paura e dall’omertà, mentre le indagini faticano a trovare riscontri. Solo a partire dagli anni Duemila, grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e alle nuove indagini coordinate dalla DDA di Napoli, è stato possibile ricostruire con precisione le responsabilità della strage.

Le indagini dimostrarono che l'attacco era stato deliberatamente organizzato dal clan Sarno e materialmente eseguito da affiliati del clan Aprea per colpire il gruppo rivale guidato da Andrea Andreotti. 

Nel 2010 vennero emesse tredici ordinanze di custodia cautelare nei confronti di appartenenti ai clan Sarno e Aprea, ritenuti presunti mandanti ed esecutori della strage. Nel febbraio 2013, la Corte d'Assise di Napoli inflisse undici ergastoli e pene tra i sedici e i diciotto anni ad altri sei imputati. Nel 2016, dopo 27 anni, la Corte di Cassazione rese definitive le condanne all'ergastolo nei confronti di Ciro Sarno, Antonio Sarno, Giuseppe Sarno, Giovanni Aprea, Ciro Aprea, Gennaro Aprea, Vincenzo Acanfora, Luigi Piscopo, Gaetano Caprio, Roberto Schisa e Pacifico Esposito. Sedici anni di reclusione per Giuseppe Esposito.

Determinanti furono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui gli stessi boss del clan Sarno. In particolare, risultarono decisive le rivelazioni del boss Ciro Sarno, detto “’o sindaco”, che nel luglio 2014 consegnò ai giudici della Corte d'Assise d'Appello una lettera in cui ammise di essere il responsabile della strage e riconobbe il peso morale delle vittime innocenti chiedendo scusa ai familiari: “È uno degli episodi più eclatanti e che ancora mi pesa, anche in ragione del fatto che, sebbene sia stato il mandante dell’azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti”.  

Secondo quanto emerso, poco prima dell'agguato, Pacifico Esposito, cugino del boss Ciro Sarno, lo aveva informato che i sicari incaricati dell'azione si trovavano sotto l'effetto di sostanze stupefacenti e quindi in condizioni di scarsa lucidità. Nonostante ciò, l'ordine di procedere non venne revocato.

Nelle motivazioni della sentenza, i giudici sottolinearono come l'azione criminale, volta all’«eliminazione massiccia di tutti gli appartenenti al clan avverso», eseguita con armi da guerra in un luogo pubblico affollato, avesse deliberatamente accettato il rischio di provocare un massacro indiscriminato della popolazione civile. La Cassazione, dunque, riconobbe l’ipotesi di strage aggravata dal metodo mafioso, in luogo di quella di omicidio plurimo sostenuta dalla difesa:

La scelta di agire così indiscriminatamente rispetto agli obiettivi e la volontà di arrecare un effetto devastante che doveva scompaginare del tutto la cosca avversa, devono fare ritenere sussistente proprio il dolo di strage nella rappresentazione e volontà degli imputati.  Al proposito pertanto valgono le considerazioni svolte dalla sentenza della Corte di assise di primo grado (…) la fase più nevralgica elle operazioni fu rimessa ad un branco di criminali allucinati, mandati a colpire un obiettivo sconosciuto alla maggior parte di loro ed in un luogo in cui, per tutta evidenza, la loro azione non avrebbe potuto essere chirurgica.
Sentenza della Corte di Cassazione 15107/2016

Memoria viva

Per molti anni, al silenzio delle aule giudiziarie, si è aggiunto quello della politica e dell’opinione pubblica. Di fronte a tale assordante silenzio, la reazione a quell’”orribile mattanza” è arrivata dalla società civile: insegnanti, sacerdoti, attivisti, uomini e donne del quartiere, impegnati tutti i giorni contro la camorra, la violenza e le disuguaglianze sociali.

Nel 2011 i nomi di Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia, Gaetano De Cicco e Gaetano Di Nocera vengono stati inseriti nell’elenco di Libera e letti pubblicamente per la prima volta il 21 marzo 2012, insieme a quelli delle altre centinaia di vittime innocenti delle mafie.

Un anno dopo, il 25 maggio 2013, nasce il Presidio di Libera a Ponticelli “Vittime dell’11 novembre 1989”, grazie all’impegno di giovani del quartiere e alla sinergia con varie realtà fortemente radicate nel territorio, come l’associazione TerradiConfine, Casa del Popolo, ArciMovie, Maestri di Strada, e altre realtà che lavorano ogni giorno per rigenerare una periferia troppo spesso dimenticata.

Oggi, vicino al luogo della strage, un monumento ricorda le quattro vittime innocenti. Accanto sorge un murale realizzato da studenti del quartiere, insieme ai volontari di Libera:

Hanno provato a seppellirci. Non sapevano che eravamo semi!
Murale dedicato alle vittime innocenti della strage di Ponticelli

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A cura di Iolanda Napolitano - settembre 2026