#espansionidimemoria. Mai più invisibili: la memoria delle vittime del caporalato
di Davide Biscotti
Dal 6 al 12 luglio 2026 abbiamo partecipato al campo di E!State Liberi! “Memorie in scena”, organizzato dal coordinamento provinciale di Libera Roma. Un campo dedicato interamente alla memoria delle vittime innocenti delle mafie, con un'attenzione particolare alle vittime del caporalato.
Per noi di Libera, che viviamo a Roma, la consapevolezza di questo fenomeno è cambiata il 19 giugno 2024, il giorno in cui è stato ucciso Satnam Singh, bracciante indiano lasciato morire dissanguato davanti a casa sua, dove viveva con la compagna Sony. Fino a quel momento eravamo abituati a leggere il caporalato attraverso i numeri e le statistiche che i tanti report ci consegnano ogni anno. Ma la consapevolezza è qualcosa di più, e la memoria è forse lo strumento giusto per costruirla.
Il diritto al nome è un diritto umano fondamentale: restituisce un'identità e una storia a chi è stato ridotto a un dato statistico. Ricordare il nome è l'unico modo che abbiamo per accendere una vera empatia e comprendere questi fenomeni dal punto di vista umano. Sono nomi che spesso ci mettono a disagio perché, pur nella loro invisibilità, parlano del cibo che portiamo sulle nostre tavole ogni giorno. Sono storie che ci obbligano a interrogarci sul modello di società che vogliamo per i nostri territori.
La memoria l'abbiamo vissuta attraverso il teatro. Abbiamo messo i nostri corpi al servizio della narrazione, quasi a dire che un pezzetto di quelle storie siamo anche noi. È vero, non portiamo dentro i colpi subiti né la fatica di ore e ore di lavoro. Ma portiamo dentro gli stessi sogni e le stesse speranze, la stessa voglia di vivere e di futuro che animava tutte quelle persone di cui abbiamo letto i nomi.
Raccontando quelle vite con i nostri corpi, ci siamo accorti che i loro sogni non erano poi così diversi dai nostri. Quando abbiamo messo in scena un momento immaginario dell'infanzia di Satnam, mentre discuteva con i genitori di cosa avrebbe voluto diventare da grande, sembrava di rivivere una qualunque discussione che anche noi abbiamo avuto con i nostri genitori.
Questa consapevolezza l'abbiamo portata in piazza a Latina il 10 luglio, in un flashmob organizzato insieme alla Flai CGIL Lazio e del territorio. Con le bandiere e lo striscione tra le mani, abbiamo letto ad alta voce, uno per uno, tutti i nomi delle vittime del caporalato. È stato il tentativo di “graffiare le coscienze” di quei cittadini “per bene” che, pur vivendo il fenomeno ogni giorno nelle campagne, scelgono di girarsi dall'altra parte, ignorando ciò che accade sotto i loro occhi. Facendolo spesso non per paura di ritorsioni o minacce, ma per paura di farsi colpire dentro. Prendere consapevolezza costa fatica e necessita di impegno. Perché, si sa, ci vuole molto coraggio per scegliere.
In quel momento, mentre pronunciavamo quei nomi a uno a uno, avevamo dentro la certezza di stare parlando anche di noi, della nostra stessa voglia di un futuro migliore. È questo che ci hanno insegnato quelle storie troppo spesso ridotte a un semplice dato statistico. E allora continueremo a gridarlo che non vogliamo mai più esseri umani dimenticati. Ci piacerebbe che un giorno inventassero un superpotere al contrario, capace non di rendere invisibili, ma di non sparire mai più agli occhi degli altri.



