Nomi da non dimenticare

L'idea di un elenco di tutte le vittime innocenti delle mafie, nasce con Libera, grazie alla volontà del nostro presidente don Luigi Ciotti e di una madre, Saveria Antiochia. Saveria era la madre di Roberto, un poliziotto che accompagnò, per amore e per dovere, nel suo ultimo giorno di vita un altro poliziotto. Con gli stessi sentimenti e con senso di responsabilità verso una memoria che non doveva essere retorica celebrazione, ma seme di impegno, Saveria suggerì di raccogliere tutti nomi delle vittime, anche le più sconosciute.

Un’altra madre avvalorò l’impegno della memoria, Carmela, la mamma di Antonio Montinaro, ucciso con Giovanni Falcone, di cui era il caposcorta. Nel corso di una funzione religiosa in ricordo della strage di Capaci, don Luigi la incontrò e ne accolse il dolore e la preoccupazione perché il nome di suo figlio, come degli altri agenti della scorta, non veniva mai pronunciato.

Da questi primi momenti di intensa condivisione si è proseguito ad accogliere le proposte dei territori e dei familiari stessi delle vittime. L’elenco delle vittime innocenti delle mafie che ogni anno il 21 marzo, il primo giorno di primavera, leggiamo in tanti luoghi in Italia e del mondo è il frutto della raccolta paziente dei nostri volontari che scavando nella storia dei territori in cui vivono hanno chiesto, negli anni, l’inserimento dei nomi che ne fanno parte.

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  • Emanuele Notarbartolo

    Termini Imerese (PA) // 1 febbraio 1893 // 58 anni

    Sindaco di Palermo per tre anni, Emanuele Notarbartolo di mestiere fa il direttore del Banco di Sicilia da quando nel 1876 fu nominato direttore generale. Un ruolo difficile, pieno di rischi. E di preoccupazioni. Il Banco di Sicilia è sull'orlo del fallimento. E attira le mira di persone poco raccomandabili. Ben presto la sua onestà e integrità morale si scontra con i politici presenti nel consiglio della banca, molti dei quali legati alla mafia locale. Il 1 febbraio 1893, Emanuele assorto nei suoi pensieri, si incammina verso la stazione di Sciara dove sale su un vagone di prima classe diretto a Palermo. Lo scompartimento è vuoto. Il treno arriva a Termini Imerese. Sono le 18.23, il treno porta tredici minuti di ritardo. Alla stazione salgono due uomini. Impeccabili nel vestire, soprabito scuro e bombetta. Il treno riparte per entrare dopo pochi minuti in una galleria. I due uomini, successivamente identificati in Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, entrano in azione. Il treno è al buio. I due entrano nello scompartimento e aggrediscono Emanuele. Servono 27 pugnalate per ucciderlo.

  • Emanuela Sansone

    Palermo (PA) // 28 dicembre 1896 // 17 anni

    Il Natale è trascorso da due giorni. Emanuela, 17 anni, si trova nel magazzino che serve da pasteria e bottola vicino Piazza Ucciardone. Gioca con i suoi fratellini mentre la mamma al bancone pesa la pasta per un cliente. Improvvisamente si sentono due forti detonazioni provenienti dalla strada. Due fucilate violente. Una colpisce Emanuela alla tempia sinistra. Viene soccorsa e portata all'ospedale militare dove arriva già morta. E' la prima ragazza uccisa dalla mafia. Molto probabilmente una ritorsione: i mafiosi, come emerse dal rapporto del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, sospettavano che la madre di Emanuela li avesse denunciati per fabbricazione di banconote false. Dopo l'omicidio della figlia, Giuseppa Di Sarno iniziò a collaborare con la giustizia, uno dei primi esempi di collaborazione.

  • Luciano Nicoletti

    Corleone (PA) // 14 ottobre 1905 // 54 anni

    Sin da giovane mise radici a Corleone dove partecipa con grande passione al movimento dei Fasci, distinguendosi come uno dei contadini più decisi a portare avanti il grande sciopero dell'estate-autunno 1893 per l'applicazione dei "Patti di Corleone". Nicoletti fu in prima linea anche nelle lotte per le "affittanze collettive" e questo segnò la sua condanna a morte. La sera del 14 ottobre, Luciano torna a piedi da campi. È stanco. Qualcuno lo chiama per nome. Non fa tempo a girarsi che due colpi di lupara lo colpiscono al petto. Lascia la moglie e cinque figli. E il delitto venne archiviato e rimase per sempre "a carico d'ignoti".

  • Andrea Orlando

    Corleone (PA) // 13 gennaio 1906 // 42 anni

    Medico chirurgo con la passione della politica. Viene eletto eletto consigliere comunale nelle fila socialista a Corleone. Si schiera contro contro la cricca che amministrava il comune, in primo luogo contro il metodo con cui venivano determinate le tasse comunali. Insieme a questa attività in consiglio comunale, Andrea Orlando sostenne i contadini nelle lotte per le "affittanze collettive", aiutandoli a costituire la cooperativa "Unione agricola". Per la mafia, gli agrari e certi amministratori comunali, certamente un personaggio scomodo. Da eliminare. E' la sera del 13 gennaio 1906, Andrea passeggia in contrada "Rianciale", nelle vicinanze del suo un appezzamento di terra. Viene raggiunto da due colpi di lupara. Muore sul colpo.

  • Joe Petrosìno

    Palermo (PA) // 12 marzo 1909 // 48 anni

    Originario di Padula un piccolo paese in provincia di Salerno. Nel 1873 all'età di 13 anni emigra con la famiglia a New York, dove nel 1905 diventa tenente e gli viene affidata l'organizzazione di una squadra di poliziotti italiani, l'Italian Squad, grazie alla quale divenne ancora più proficua ed efficace la sua lotta senza quartiere contro la Mano Nera, organizzazione a carattere mafioso, con ramificazioni in Sicilia, attraverso la quale si esprimeva il racket. Seguendo una pista che avrebbe dovuto portarlo a infliggere un colpo decisivo alla Mano Nera, Petrosino tornò in Italia. Alle 20.45 di venerdì 12 marzo 1909, tre colpi di pistola in rapida successione, e un quarto sparato subito dopo, suscitarono il panico nella piccola folla che attendeva il tram al capolinea di piazza Marina a Palermo. Il cadavere di Petrosino fu trovato nel giardino Garibaldi al centro della piazza. Il mandante dell'omicidio, molto probabilmente, fu il capo della Mano Nera, Vito Cascio Ferro. Ma nessuno è stato mai in grado di provarlo. I funerali di Joe Petrosino si svolsero a Palermo il 19 marzo, poi la salma fu reclamata da Theodore Roosevelt, Presidente degli Usa, dove il 12 aprile del 1909, si svolsero i secondi solenni funerali con gli onori di un capo di Stato, alla presenza di circa circa 250 mila persone.

  • Lorenzo Panepinto

    Santo Stefano Quisquina (AG) // 16 maggio 1911 // 46 anni

    Maestro elementare con la passione della pittura e della politica. Fondatore del Fascio siciliano di Santo Stefano Quisquina, un piccolo paese in provincia di Agrigento. All'inizio del XX secolo, alla ripresa degli scioperi agricoli, Lorenzo decise insieme ad alcuni dirigenti, come Bernardino Verro di Corleone e Nicola Alongi di Prizzi, di progettare un cambiamento di strategia politica, puntando a dare ai contadini gli strumenti delle cooperative agricole e delle Casse Agrarie, per emarginare i gabelloti dei feudi. Una decisione che decretò la sua morte. Due colpi di fucile al petto lo colpirono all'ingresso della sua casa a Santo Stefano Quisquina il 16 maggio 1911.

  • Mariano Barbato

    Piana degli Albanesi (PA) // 20 maggio 1914 // 66 anni

    Militante socialista, uomo di punta del partito in Sicilia. La sua azione politica si svolge in difesa dei contadini. Il 20 maggio 1914, alle prime ore del mattino, in località Piana dei Greci (l'attuale Piana degli Albanesi) Mariano insieme al cognato Giorgio Pecoraro, lavorano a un muro a secco. Improvvisamente tre sconosciuti a volto scoperto esplodono vari colpi di fucile. Mariano e suo cognato muoiono immediatamente. Mariano, diventa una "vittima da sacrificare" per mandare un "messaggio" a suo cugino Nicola Barbato, leader politico dei socialisti, il partito candidato a vincere le imminenti elezioni amministrative.

  • Giorgio Pecoraro

    Piana degli Albanesi (PA) // 20 maggio 1914 // 60 anni

    Militante socialista, contadino. Il 20 maggio 1914, alle prime ore del mattino, in località Piana dei Greci (l'attuale Piana degli Albanesi) Giorgio, insieme al cognato Mariano Barbato, lavorano a un muro a secco. Improvvisamente tre sconosciuti a volto scoperto esplodono vari colpi di fucile. Giorgio e Mariano muoiono sul colpo. Il duplice delitto destò grande impressione a Piana. Le elezioni amministrative sono alle porte. Serve un "messaggio" verso i socialisti favoriti alle elezioni.

  • Bernardino Verro

    Corleone (PA) // 3 novembre 1915 // 49 anni

    Sindaco di Corleone, dirigente regionale di quel movimento contadino dei Fasci Siciliani che nacque in Sicilia nel 1892 e fu represso dallo Stato Italiano nel 1894. Un movimento che combatte per una miglioria delle condizioni dei contratti agrari e in particolare contro il potere dei gabelloti, borghesia imprenditoriale che prendeva in affitto enormi distese di terreni dagli agrari e li subaffittava ai contadini. Nel pomeriggio del 3 novembre 1915, alle 15, Bernardino Verro uscì dal palazzo Municipale e si diresse verso la propria abitazione. Da una casa posta all'angolo della via furono sparati ben quattordici colpi di rivoltella. Sette colpi attraversarono il corpo dì Bernardino Verro.

  • Giorgio Gennaro

    Palermo (PA) // 16 febbraio 1916 // 49 anni

    Sacerdote siciliano. Impegnato nel denunciare pubblicamente l'ingerenza dei poteri criminali nell'amministrazione delle rendite ecclesiastiche. Il 16 febbraio 1916 in borgata Ciaculli di Palermo viene assassinato. A ordinare la sua esecuzione, è stata l'Alta Maffia dei Ciaculli, incarnata per l'occasione da Salvatore e Giuseppe Greco. È il primo sacerdote ucciso dalla mafia.

  • Giovanni Zangàra

    Corleone (PA) // 29 gennaio 1919 // 38 anni

    Di professione "cordaro", militò nel partito socialista, partecipa alla competizione elettorale del 1914, dove viene eletto consigliere comunale nella lista del neo sindaco Bernardino Verro, che lo volle come assessore. Il 29 gennaio 1919, all'imbrunire, tre persone si appostano in via Marsala. Vedono arrivare Giovanni e gli sparano contro numerosi colpi di pistola. L'assessore cade a terra, ferito gravemente. Muore un paio d'ore dopo in ospedale. Giovanni Zangàra viene assassinato per avere negato a un mafioso il petrolio gratuito, che il comune gestiva in piccoli quantitativi per esigenze pubbliche e per distribuirlo alla povera gente.

  • Costantino Stella

    Prizzi (PA) // 6 luglio 1919 //

    Arciprete di Resuttano (CL), molto amato dal popolo per le sue attività per gli ultimi, dei "senza voce" e per il suo impegno al miglioramento delle condizioni delle campagne e degli abitanti del suo paese. E per questo inviso a chi traeva danno dalla sua attività. La sera del 28 giugno 1919 viene accoltellato davanti la sua casa da un membro di una potente famiglia mafiosa locale. Morì il 6 luglio, dopo diciotto giorni di agonia.

  • Giuseppe Rumore

    Resuttano (CL) // 22 settembre 1919 // 46 anni

    Giuseppe Rumore mosse i suoi primi passi all'interno del movimento contadino nei primi del '900 per poi ricoprire la carica di segretario della sezione socialista e dei reduci di guerra. L'8 giugno 1919, la Federazione decise di aderire alla Confederazione generale del lavoro. Scopo essenziale di tutta quest'attività era, per Rumore, la costituzione di un unico fronte tra i lavoratori delle leghe e gli operai di Palermo contro i grandi gabelloti e i proprietari, per porre fine alle loro prepotenze e iniziare una nuova era di giustizia sociale. Il 31 agosto 1919 si tenne a Prizzi un grande comizio, cui seguirono quelli di Palazzo Adriano e dei comuni vicini. La sfida alla mafia era dichiaratamente aperta e spregiudicata. La risposta non si fece attendere. La mafia dei grandi latifondisti doveva mostrare tutta la sua forza, la sua autorità. Nella notte del 22 settembre, Giuseppe viene ucciso davanti alla sua abitazione, sotto gli occhi della moglie e della figlia di quattro anni.

  • Giuseppe Monticciolo

    Corleone (PA) // 27 ottobre 1919 // 42 anni

    Giuseppe Monticciolo, presidente socialista della Lega per il miglioramento agricolo, spendeva la sua vita politica e sociale a difesa dei contadini contro i soprusi dei proprietari terrieri e della mafia locale. Fu ucciso a Trapani il 27 ottobre 1919.

  • Alfonso Cànzio

    Barrafranca (EN) // 13 dicembre 1919 // 47 anni

    Sindacalista di Barrafranca (EN). Nel secondo decennio del '900, fondò la locale Lega di Miglioramento dei Contadini e venne eletto consigliere comunale. Nel 1911 iniziava la sua battaglia contro l'Amministrazione comunale guidata da Luigi Bonfirraro che aveva imposto, tra l'altro, l'obbligo di servirsi delle carrozze comunali per il trasporto dei defunti aumentando i costi di servizio. Nel primo dopoguerra guidò le lotte contadine riuscendo a imporre contratti favorevoli ai lavoratori della terra. Ma la reazione degli agrari e della mafia locale non si fece attendere. In un agguato davanti alla sua abitazione fu ferito gravemente. Morì una settimana dopo, il 13 dicembre 1919.

  • Nicola Alongi

    Palermo (PA) // 29 febbraio 1920 // 57 anni

    Nicolò Alongi all'età di trent'anni entra nell'agone politico e sindacale, seguendo il leader del Fascio di Corleone, Bernardino Verro, e partecipa alla costituzione del Fascio di Prizzi. In occasione dello sciopero agrario del 1901 assume la direzione del movimento. All'impegno politico unisce quello intellettuale leggendo, da contadino appena alfabetizzato, i classici del socialismo e diventando corrispondente locale di diversi giornali palermitani. La mafia agraria locale e i suoi padrini politici tentano di fermarlo attraverso le minacce e l'uccisione del suo collaboratore Giuseppe Rumore. Nicola non si ferma e continua la sua battaglia. Viene ucciso il 29 febbraio 1920.

  • Croce Di Gangi

    Petralia Soprana (PA) // 30 settembre 1920 //

    Croce Di Gangi, consigliere comunale socialista contadino di Petralia Soprana(PA), insieme a Paolo Li Puma, viene ucciso il 30 settembre del 1920 nella frazione Raffo, mentre ritorna da una riunione della Lega Contadina.

  • Paolo Li Puma

    Petralia Soprana (PA) // 30 settembre 1920 //

    Paolo Li Puma, consigliere comunale socialista contadino di Petralia Soprana(PA), insieme a Croce Di Gangi, viene ucciso il 30 settembre del 1920 nella frazione Raffo, mentre ritorna da una riunione della Lega Contadina.

  • Paolo Mirmina

    Noto (SR) // 3 ottobre 1920 //

    Paolo Mirmina, giovane sindacalista molto attivo nelle lotte per le terre siciliane. Da sempre si era scontrato con i poteri forti della mafia siciliana che mal tolleravano il suo impegno a favore dei lavoratori e dei contadini locali. Il 3 ottobre 1920 venne assassinato dai sicari di Cosa Nostra a Noto, in provincia di Siracusa, in un momento storico in cui la tensione politica era abbastanza elevata.

  • Giovanni Orcel

    Palermo (PA) // 14 ottobre 1920 // 33 anni

    Giovanni Orcel, dirigente sindacale (segretario dei metalmeccanici di Palermo) e politico di primo piano, impegnato nello scontro interno al movimento operaio con opportunisti e pseudosocialisti, aperto al dibattito che porterà alla nascita del partito comunista (1921). Protagonista dell'azione di affrancamento dei lavoratori e degli strati popolari dal dominio mafioso e attore di esperienze unitarie tra città e campagna, condotte assieme a Nicolò Alongi, e come lui caduto per mano mafiosa nel 1920, quando già si profilava la minaccia fascista. Con la Fiom, Orcel s'impegnò nella lotta al carovita, per le otto ore di lavoro, per gli aumenti salariali, per il riconoscimento del ruolo del sindacato e per la costituzione di commissioni interne e incentivò la collaborazione tra contadini e operai. Una collaborazione che sta alla base del sua uccisione da parte della mafia. Muore nella notte tra il 14 e 15 ottobre per mano di un sicario e dal mistero dei limiti e dalle ombre delle operazioni di soccorso all'Ospedale San Saverio dove viene ricoverato: i primari non si trovano e l'infermiere che era andato a cercare uno di essi sostiene di essere stato aggredito.

  • Stefano Caronìa

    Gibellina (TP) // 17 novembre 1920 // 44 anni

    Stefano Caronia fu un arciprete assai impegnato nell'attività di "prete sociale", legata all'insegnamento di Leone XIII e all'azione di Don Sturzo. Vecchio esponente del Partito Popolare Italiano e sostenitore dell'azione delle cooperative popolari, si impegnò nella battaglia contro i feudatari locali e a favore della popolazione di Gibellina, domandando a Roma l'esproprio dei feudi circostanti a favore della locale Cooperativa Agricola. Nell'agosto 1920 trecentoventi persone si erano già iscritte alla sezione locale del PPI in appoggio a questa battaglia, che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere di carattere amministrativo. Venne ucciso con tre colpi di rivoltella, nel pomeriggio del 17 novembre 1920, in pieno centro del paese, vicino alla Cooperativa di Consumo che aveva contribuito a far crescere.

  • Gaetano Circo

    Casteltermini (AG) // 26 dicembre 1920 //

    Il 26 dicembre 1920, quattro persone incappucciate, rimaste sconosciute, lanciarono una bomba all'interno della sezione socialista di Casteltermini (sita in via Nazario Sauro), in quel momento piena di militanti. L'esplosione provocò, oltre a numerosi feriti, la morte del professor Zaffuto, segretario locale, insieme a quattro contadini iscritti al partito: Gaetano Circom Calogero Faldetta, Carmelo Minardi e Salvatore Varsalona. Dall'accertamento compiuto dai carabinieri, incaricati di indagare sul grave attentato, risultò che l'atto criminale venne compiuto dalla mafia della Valle del Platani, «perché le cooperative agricole socialiste avrebbero provocato la fine dei campieri della mafia che indisturbati imperavano su tutte le campagne e su tutti i i proprietari».

  • Calogero Faldetta

    Casteltermini (AG) // 26 dicembre 1920 //

    Il 26 dicembre 1920, quattro persone incappucciate, rimaste sconosciute, lanciarono una bomba all'interno della sezione socialista di Casteltermini (sita in via Nazario Sauro), in quel momento piena di militanti. L'esplosione provocò, oltre a numerosi feriti, la morte del professor Zaffuto, segretario locale, insieme a quattro contadini iscritti al partito: Gaetano Circom Calogero Faldetta, Carmelo Minardi e Salvatore Varsalona. Dall'accertamento compiuto dai carabinieri, incaricati di indagare sul grave attentato, risultò che l'atto criminale venne compiuto dalla mafia della Valle del Platani, «perché le cooperative agricole socialiste avrebbero provocato la fine dei campieri della mafia che indisturbati imperavano su tutte le campagne e su tutti i i proprietari».

  • Carmelo Minardi

    Casteltermini (AG) // 26 dicembre 1920 //

    Il 26 dicembre 1920, quattro persone incappucciate, rimaste sconosciute, lanciarono una bomba all'interno della sezione socialista di Casteltermini (sita in via Nazario Sauro), in quel momento piena di militanti. L'esplosione provocò, oltre a numerosi feriti, la morte del professor Zaffuto, segretario locale, insieme a quattro contadini iscritti al partito: Gaetano Circom Calogero Faldetta, Carmelo Minardi e Salvatore Varsalona. Dall'accertamento compiuto dai carabinieri, incaricati di indagare sul grave attentato, risultò che l'atto criminale venne compiuto dalla mafia della Valle del Platani, «perché le cooperative agricole socialiste avrebbero provocato la fine dei campieri della mafia che indisturbati imperavano su tutte le campagne e su tutti i i proprietari».

  • Salvatore Varsalona

    Casteltermini (AG) // 26 dicembre 1920 //

    Il 26 dicembre 1920, quattro persone incappucciate, rimaste sconosciute, lanciarono una bomba all'interno della sezione socialista di Casteltermini (sita in via Nazario Sauro), in quel momento piena di militanti. L'esplosione provocò, oltre a numerosi feriti, la morte del professor Zaffuto, segretario locale, insieme a quattro contadini iscritti al partito: Gaetano Circom Calogero Faldetta, Carmelo Minardi e Salvatore Varsalona. Dall'accertamento compiuto dai carabinieri, incaricati di indagare sul grave attentato, risultò che l'atto criminale venne compiuto dalla mafia della Valle del Platani, «perché le cooperative agricole socialiste avrebbero provocato la fine dei campieri della mafia che indisturbati imperavano su tutte le campagne e su tutti i i proprietari».

  • Giuseppe Zaffuto

    Casteltermini (AG) // 26 dicembre 1920 //

    Il 26 dicembre 1920, quattro persone incappucciate, rimaste sconosciute, lanciarono una bomba all'interno della sezione socialista di Casteltermini (sita in via Nazario Sauro), in quel momento piena di militanti. L'esplosione provocò, oltre a numerosi feriti, la morte del professor Zaffuto, segretario locale, insieme a quattro contadini iscritti al partito: Gaetano Circom Calogero Faldetta, Carmelo Minardi e Salvatore Varsalona. Dall'accertamento compiuto dai carabinieri, incaricati di indagare sul grave attentato, risultò che l'atto criminale venne compiuto dalla mafia della Valle del Platani, «perché le cooperative agricole socialiste avrebbero provocato la fine dei campieri della mafia che indisturbati imperavano su tutte le campagne e su tutti i i proprietari».

  • Giuseppe Compagna

    Vittoria (RG) // 29 gennaio 1921 //

    Giuseppe Compagna, contadino e consigliere comunale socialista di Vittoria (RG). La sera del 29 gennaio 1921 una incursione di combattenti di orientamento nazionalista, di fascisti e il gruppo mafioso locale, assalirono, distruggendolo il circolo socialista locale e spararono sui lavoratori. Giuseppe rimase ucciso. Dieci le persone ferite.

  • Pietro Ponzo

    Salemi (TP) // 19 febbraio 1921 // 69 anni

    Pietro Ponzo impegnato nelle lotte contadine fin dai fasci siciliani, fu presidente della Cooperativa Agricola di Salemi. Negli anni 1919-1920 partecipò alle manifestazioni e alle occupazioni delle terre per l'assegnazione dei latifondi, in particolare del feudo Mokarta, tra Salemi e Mazara. Fu assassinato il 19 febbraio del 1921.

  • Vito Stassi

    Piana degli Albanesi (PA) // 28 aprile 1921 // 45 anni

    Vito Stassi, contadino, dirigente socialista nella Sicilia dei primi anni del Novecento e presidente della Lega dei contadini. Considerato l'ala intransigente del partito che si rifiutava di fare affari e scendere a compromessi con la mafia. La sera del 28 aprile 1921 tre uomini armati di fucile lo aspettano mentre rientra a casa a Piana dei Greci. Vito aveva finito da poco una riunione al vicino circolo socialista. I tre killer lo colpiscono con numerosi colpi. Muore all'istante. Per tutta la notte il corpo di Vito fu lasciato riverso sul selciato, dove venne vegliato dalla famiglia e da un nutrito gruppo di contadini in attesa della perizia dell'autorità giudiziaria, che si presentò solo la mattina successiva.

  • Giuseppe Cassarà

    Piana degli Albanesi (PA) // 5 maggio 1921 //

    Giuseppe Cassarà, insieme a suo fratello Vito, svolgeva l'attività di dirigente socialista nella Piana degli Albanesi. Il 5 maggio 1921 entrambi vennero uccisi dalla criminalità locale.

  • Vito Cassarà

    Piana degli Albanesi (PA) // 5 maggio 1921 //

    Vito Cassarà, insieme a suo fratello Giuseppe, svolgeva l'attività di dirigente socialista nella Piana degli Albanesi. Il 5 maggio 1921 entrambi vennero uccisi dalla criminalità locale.

  • Domenico Spatola

    Paceco (TP) // 16 gennaio 1922 //

    Domenico Spatola, fratello di Giacomo, fu ucciso insieme ai nipoti ventenni Mario e Pietro Paolo il 16 gennaio 1922. La parantela diretta con Giacomo, presidente della locale società agricola cooperativa e protagonista di prim'ordine delle lotte contadine fin dai Fasci siciliani, decretarono la sua condanna a morte.

  • Mario Spatola

    Paceco (TP) // 16 gennaio 1922 //

    Mario, figlio di Giacomo Spatola, ucciso insieme al fratello Pietro Paolo e allo zio Domenico il 16 gennaio 1922. La parantela diretta con Giacomo, presidente della locale società agricola cooperativa e protagonista di prim'ordine delle lotte contadine fin dai Fasci siciliani, decretarono la sua condanna a morte.

  • Pietro Paolo Spatola

    Paceco (TP) // 16 gennaio 1922 //

    Pietro, figlio di Giacomo Spatola, ucciso insieme al fratello Mario e allo zio Domenico il 16 gennaio 1922. La parantela diretta con Giacomo, presidente della locale società agricola cooperativa e protagonista di prim'ordine delle lotte contadine fin dai Fasci siciliani, decretarono la sua condanna a morte.

  • Antonino Scuderi

    Dattilo (TP) // 16 febbraio 1922 // 35 anni

    Antonino Scuderi, contadino trentacinquenne, consigliere comunale socialista, da pochi mesi segretario della cooperativa agricola di Paceco, fu ucciso in un agguato mentre tornava a Dattilo in bicicletta il 16 febbraio 1922. Scuderi è uno dei tanti agnelli sacrificali che gli agrari, i fascisti e i mafiosi, hanno preteso fra il 1920 e il 1924.

  • Sebastiano Bonfiglio

    Monte San Giuliano (TP) // 10 giugno 1922 // 43 anni

    Sebastiano Bonfiglio, indomito combattente socialista, nell'ottobre del 1920 viene eletto sindaco di Monte San Giuliano. In quegli anni la mafia, in difesa degli interessi dei latifondisti e agrari, interveniva con violenza, laddove più acuti furono i conflitti agrari. La sera del 10 giugno 1922 mentre Sebastiano tornava a casa, assieme a un compagno, dalla riunione della Giunta municipale, viene colpito a morte da un sicario appostato dietro un muretto, con due colpi di fucile.

  • Antonino Ciolino

    Piana degli Albanesi (PA) //

    Negli anni venti nella Piana dei Greci, oggi Piana degli Albanesi, era evidente lo scontro di classe: i contadini da una parte, mafiosi e agrari dall´altra. In questo contesto il movimento contadino agisce sullo sfondo di un territorio governato da gabelloti e campieri mafiosi, che nei feudi ospitano latitanti e banditi. Antonino Ciolino fu l'ultimo dirigente delle lotte contadine a venire ucciso dalla mafia di Piana dei Greci nell'aprile del 1924.

  • Antonio Mancino

    San Giuseppe Jato (PA) // 2 settembre 1943 //

    Antonio Mancino è stato un carabiniere italiano, primo fra essi vittima della mafia e prima vittima del bandito Salvatore Giuliano. Fu uno dei componenti della pattuglia presso la località di Quarto Mulino a San Giuseppe Jato, che il 2 settembre 1943 fermarono per caso l'allora giovanissimo Salvatore Giuliano, mentre trasportava illegalmente con un mulo una grossa quantità di grano. Questi vistosi riconosciuto, scappando esplose alcuni colpi di rivoltella che raggiunsero l'inseguitore più vicino che era Mancino.

  • Santi Milisenna

    Regalbuto (EN) // 27 maggio 1944 //

    Santi Milisenna, segretario della federazione comunista di Enna, viene ucciso il 27 maggio 1944 in occasione di un raduno separatista.

  • Andrea Raia

    Casteldaccia (PA) // 6 agosto 1944 // 38 anni

    Andrea Raia, segretario della Camera del Lavoro di Casteldaccia, membro del Comitato di controllo dei "Granai del popolo" con l'incarico di distribuire ai poveri tutte le provviste alimentari che arrivavano: farina, pasta, zucchero. Proteggeva coloro i quali vivevano in difficoltà economiche e tale operato infastidiva la classe politica e mafiosa locale. Andrea viene ucciso una sera d'agosto davanti alla sua abitazione mentre, con la sedia in mano, stava entrando in casa dopo essersi riposato al fresco per andare a dormire. Venne colpito nel momento in cui si girò verso l'uscio per rincasare. Era il 6 agosto 1944.

  • Calogero Comaianni

    Corleone (PA) // 28 marzo 1945 // 45 anni

    Calogero Comaianni di mestiere faceva la guardia giurata. Girava per le campagne di Corleone insieme alle altre guardie campestri. Il 2 agosto durante un giro di perlustrazione insieme ai colleghi Pietro Splendido e Pietro Cortimiglia, si accorsero che due giovani stavano arraffando covoni di grano, caricandoli sui muli. Li fermarono e li arrestarono. Erano Luciano Liggio e Vito Di Frisco. Per quel furto Liggio rimase in galera tre mesi. A ottobre uscì dal carcere in libertà provvisoria, ma non aveva dimenticato. Il 28 marzo 1945 di prima mattina Calogero dopo aver pulito la stalla, uscì di casa per andare a buttare gli escrementi di animali nella vicina discarica. Fatti pochi passi, si accorse di avere dietro gli uomini. Si guardò intorno. Vide il portone aperto della stalla di un vicino di casa e provò a cercarvi riparo. Ma l'uomo glielo chiuse in faccia. Provò a tornare precipitosamente a casa. Ebbe appena il tempo di bussare, che uno dei due inseguitori gli sparò addosso due colpi di pistola. La porta si aprì e, nonostante già fosse ferito, l'uomo provò a salire i primi gradini. Fu raggiunto dai killer, che gli scaricarono addosso altri colpi di pistola, ammazzandolo sul colpo, davanti gli occhi della moglie e del figlio più grande.

  • Nunzio Passafiume

    Trabia (PA) // 7 giugno 1945 //

    Nunzio Passafiume, sindacalista della Cgil siciliana. Venne ucciso nell'ambito della lotta per l'occupazione delle terre contro la mafia e per aver diffuso tra i suoi concittadini le idee di uguaglianza e giustizia il 7 giugno 1945.

  • Filippo Scimone

    San Giuseppe Jato (PA) // 20 giugno 1945 //

    Filippo Scimone, maresciallo dei carabinieri, viene ucciso il 20 giugno 1945 a San Cipirello (PA).

  • Calcedonio Catalano

    San Filippo di Roccapalumba (PA) // 18 agosto 1945 // 13 anni

    Calcedonio Catalano aveva appena 13 anni quando, il 18 agosto 1945 viene ucciso nel corso di uno scontro a fuoco tra carabinieri e banditi in contrada San Filippo di Roccapalumba (PA).

  • Angela Talluto

    Montelepre (PA) // 7 settembre 1945 // 1 anni

    La sera del 7 settembre 1945, a Montelepre, Salvatore Giuliano attentò alla vita del militante socialista Giovanni Spiga, semplicemente per «antagonismo politico, perché, mentre egli era separatista, lo Spiga era un fervente socialista ed esplicava attività politica nel suo partito». La barbara aggressione contro il militante socialista fu eseguita davanti all'uscio della sua abitazione, mentre si intratteneva con alcuni parenti e vicini di casa. La presenza di persone estranee, tra le quali alcuni bambini, non fece cambiare idea al bandito che, incurante, a distanza di tre o quattro passi aprì il fuoco sui pacifici paesani. Giovanni Spiga venne ferito a una gamba, ma il bilancio dell'aggressione fu alquanto tragico. Rimase uccisa una bambina di un anno, Angela Talluto, mentre rimasero feriti, anche in modo grave, il fratellino di Angela, Francesco Talluto, di anni 4, Vincenzo Musso, di anni 11 e sua cognata Giovanna Candela, di anni 46.

  • Agostino D'Alessandro

    Ficarazzi (PA) // 11 settembre 1945 //

    Agostino D'Alessandro, segretario della Camera del Lavoro di Ficarazzi (PA). La sua azione politica e sindacale aveva toccato uno dei punti più sensibili del potere mafioso nella zona dei giardini: l'acqua di irrigazione. D'Alessandro era un guardiano di pozzi e conosceva dal di dentro l'ingranaggio della sopraffazione esercitata dai padroni dei pozzi a danno dei coltivatori. Iniziò a denunciare. Lo invitarono a lasciar perdere. E più insistevano, più denunciava e alzava la voce. Ma pagò con la vita. L'11 settembre 1945 killer armati di pistola lo colpirono a morte a Ficarazzi.

  • Calogero Cicero

    Palma di Montechiaro (AG) // 14 settembre 1945 // 40 anni

    Calogero Cicero era arrivato a Favara da solo quattro mesi, l'appuntato fu messo insieme al collega Fedele De Francesca nel nucleo di sorveglianza dei fratelli Buggera di Favara. Da un pò di tempo, bande di ladri e assassini, armati di lupare e pistole, seminavano il terrore nelle campagne e nei paesi dell'Agrigentino. La notte del 14 settembre 1945 un gruppo di banditi di Palma di Montechiaro prese di mira la fattoria dei fratelli Buggera di Favara, per rubarli i proventi della vendita dell'uva. I banditi si appartarono in una zona soprastante la fattoria, senza sapere che da qualche tempo era sorvegliata da un nucleo di carabinieri. Un bandito fu messo di guardia sulla sommità della collina, l'appuntato Cicero e il carabiniere De Francisca lo sorpresero appostato dietro a una grossa pietra e capirono immediatamente di trovarsi dinanzi a un malfattore. Ne seguì uno scontro a fuoco che fu sentito dal resto della banda, che accorse e cominciarono a sparare con le loro armi automatiche all'indirizzo dei militari. Cicero venne colpito al fianco sinistro e alla coscia sinistra morendo dissanguato poco dopo; De Francisca, seppur ferito, affrontò i banditi, ma venne ucciso da due colpi di fucile. Ai funerali dei due carabinieri parteciparono 10 mila persone, profondamente commosse per il sacrificio di quei due giovani servitori dello Stato.

  • Fedele De Francisca

    Palma di Montechiaro (AG) // 14 settembre 1945 // 34 anni

    Da un pò di tempo, bande di ladri e assassini, armati di lupare e pistole, seminavano il terrore nelle campagne e nei paesi dell'Agrigentino. Il carabiniere Fedele De Francesca insieme al collega Calogero Cicero furono assegnati al nucleo di sorveglianza dei fratelli Buggera di Favara. La notte del 14 settembre 1945 un gruppo di banditi di Palma di Montechiaro (AG) prese di mira proprio la fattoria dei fratelli Buggera di Favara, per rubargli i proventi della vendita dell'uva. I banditi si appartarono in una zona soprastante la fattoria, senza sapere che da qualche tempo era sorvegliata da un nucleo di carabinieri. Un bandito fu messo di guardia sulla sommità della collina, l'appuntato Cicero e il carabiniere De Francesca lo sorpresero appostato dietro a una grossa pietra e capirono immediatamente di trovarsi dinanzi a un malfattore. Ne seguì uno scontro a fuoco che fu sentito dal resto della banda, che accorse, e cominciarono a sparare con le loro armi automatiche all'indirizzo dei militari. Cicero venne colpito al fianco sinistro e alla coscia sinistra morendo dissanguato poco dopo; De Francesca seppur ferito, affrontò i banditi, ma venne ucciso da due colpi di fucile. Ai funerali dei due carabinieri parteciparono 10 mila persone, profondamente commosse per il sacrificio di quei due giovani servitori dello Stato.

  • Michele Di Miceli

    Niscemi (CL) // 16 ottobre 1945 //

    Una pericolosa banda criminale agiva a Niscemi. Feroce, violenta, assassina. Aveva stretto un patto con il movimento separatista siciliano. Successivamente ripudiato dagli stessi separatisti per la crudeltà dei loro delitti. La violenza della banda colpiva soprattutto i carabinieri. Il 16 ottobre del 1945, la storia siciliana scrisse uno degli agguati più sanguinosi. Sette carabinieri del Nucleo di Niscemi erano usciti per il consueto pattugliamento della campagna quando, presso una masseria di contrada Apa, furono brutalmente assaliti a colpi di fucile e bombe a mano. Tre muoiono sul colpo l'appuntato Michele Di Miceli e i carabinieri Mario Paoletti e Rosario Pagano. Altri quattro rimasero gravemente feriti.

  • Rosario Pagano

    Niscemi (CL) // 16 ottobre 1945 //

    Una pericolosa banda criminale agiva a Niscemi. Feroce, violenta, assassina. Aveva stretto un patto con il movimento separatista siciliano. Successivamente ripudiato dagli stessi separatisti per la crudeltà dei loro delitti. La violenza della banda colpiva soprattutto i carabinieri. Il 16 ottobre del 1945, la storia siciliana scrisse uno degli agguati piu' sanguinosi. Sette carabinieri del Nucleo di Niscemi erano usciti per il consueto pattugliamento della campagna quando, presso una masseria di contrada Apa, furono brutalmente assaliti a colpi di fucile e bombe a mano. Tre muoiono sul colpo l'appuntato Michele de Miceli e i carabinieri Mario Paoletti e Rosario Pagano. Altri quattro rimasero gravemente feriti.

  • Mario Paoletti

    Niscemi (CL) // 16 ottobre 1945 //

    Una pericolosa banda criminale agiva a Niscemi. Feroce, violenta, assassina. Aveva stretto un patto con il movimento separatista siciliano. Successivamente ripudiato dagli stessi separatisti per la crudeltà dei loro delitti. La violenza della banda colpiva soprattutto i carabinieri. Il 16 ottobre del 1945, la storia siciliana scrisse uno degli agguati piu' sanguinosi. Sette carabinieri del Nucleo di Niscemi erano usciti per il consueto pattugliamento della campagna quando, presso una masseria di contrada Apa, furono brutalmente assaliti a colpi di fucile e bombe a mano. Tre muoiono sul colpo l'appuntato Michele de Miceli e i carabinieri Mario Paoletti e Rosario Pagano. Altri quattro rimasero gravemente feriti.

  • Giorgio Comparetto

    Caccamo (PA) // 5 novembre 1945 //

    Giorgio Comparetto, contadino, ucciso a Caccamo il 5 novembre del 1945 mentre era sulla mula insieme al suo figlioletto di 5 anni. Per il suo omicidio, grazie alla collaborazione di un testimone, finì sul banco degli imputati Salvatore La Corte, poi condannato all'ergastolo nel 1969. Insieme a suo fratello, dichiarò di avere ammazzato il contadino dopo averlo sorpreso a rubare del frumento. In realtà l'omicidio va inserito in un contesto storico di quegli anni , dove la mafia aveva da tempo deciso di fermare i contadini per le lotte per la terra .

  • Giuseppe Scalìa

    Cattolica Eraclea (AG) // 18 novembre 1945 //

    Nativo di Cattolica Eraclea (AG), Giuseppe Scalia finita la guerra, si era posto con altri contadini alla testa del movimento che lottava per l'assegnazione delle terre incolte e l'attuazione della riforma agraria. La sua azione fu così convinta e coraggiosa tanto da essere scelto per la carica di segretario della Camera del lavoro del suo paese. Nei mesi in cui ricoprì questo incarico crebbe la stima di tutti verso la sua persona e la sua intelligenza politica, ma ugualmente crebbe anche l'odio della mafia locale e degli agrari che cercavano di conservare i propri privilegi. Nonostante le minacce di morte e il clima di paura che dominava in quegli anni in tutte le campagne dell'agrigentino, Scalia perseverò nel suo impegno. Il 18 novembre del 1945, passeggiava per le vie del suo paese in compagnia del vicesindaco socialista Aurelio Bentivegna. Un agguato improvviso. Un gruppo di sicari mafiosi armati di lupara e bombe mano lo colpirono. Cadde in una pozza di sangue in una di quelle strade che tante volte lo avevano visto protagonista di coraggiose manifestazioni.

  • Giuseppe Puntarello

    Ventimiglia Siculo (PA) // 4 dicembre 1945 // 53 anni

    Giuseppe Puntarello lavorava come autista della ditta INT e da diversi anni ormai conduceva l'autobus che collegava il piccolo paese di Ventimiglia Sicula, nell'agrigentino, con Palermo. Si alternava nella guida con un suo compagno di lavoro. All'alba del 4 dicembre 1945 il suo collega si trovò nell'impossibilità di andare a prelevare l'autobus dall'autorimessa e pertanto Giuseppe Puntarello lo sostituì. Un commando mafioso costrinse Puntarello a fermarsi per strada mentre si stava recando all'autorimessa e lo uccise con fredda determinazione con alcuni colpi di lupara. Molti in quei giorni dissero che l'obiettivo dei killer non era Puntarello, ma il suo compagno di lavoro. La verità venne a galla qualche anno dopo. Era stato ucciso per il suo impegno di dirigente della Camera del Lavoro.

  • Vitangelo Cinquepalmi

    San Cataldo di Terrasini (PA) // 18 gennaio 1946 //

    Il 18 gennaio 1946 in un agguato organizzato presso c.da Donnastura - San Cataldo (PA), uomini della banda Giuliano attaccarono con armi pesanti un automezzo sul quale viaggiavano soldati e carabinieri. Rimasero uccisi nel conflitto a fuoco quattro soldati dell'esercito italiano: il cap. maggiore Angelo Lombardi e i fanti Vitangelo Cinquepalmi, Imerio Piccini e Vittorio Epifani. L'agguato in cui furono uccisi i quattro militari a San Cataldo, rientra come tante altre azioni criminali nell'agitato clima sociale e politico del dopoguerra, in un momento di particolare tensione.

  • Vittorio Epifani

    San Cataldo di Terrasini (PA) // 18 gennaio 1946 //

    Il 18 gennaio 1946 in un agguato organizzato presso c.da Donnastura - San Cataldo (PA), uomini della banda Giuliano attaccarono con armi pesanti un automezzo sul quale viaggiavano soldati e carabinieri. Rimasero uccisi nel conflitto a fuoco quattro soldati dell'esercito italiano: il cap. maggiore Angelo Lombardi e i fanti Vitangelo Cinquepalmi, Imerio Piccini e Vittorio Epifani. L'agguato in cui furono uccisi i quattro militari a San Cataldo, rientra come tante altre azioni criminali nell'agitato clima sociale e politico del dopoguerra, in un momento di particolare tensione.

  • Angelo Lombardi

    San Cataldo di Terrasini (PA) // 18 gennaio 1946 //

    Il 18 gennaio 1946 in un agguato organizzato presso c.da Donnastura - San Cataldo (PA), uomini della banda Giuliano attaccarono con armi pesanti un automezzo sul quale viaggiavano soldati e carabinieri. Rimasero uccisi nel conflitto a fuoco quattro soldati dell'esercito italiano: il cap. maggiore Angelo Lombardi e i fanti Vitangelo Cinquepalmi, Imerio Piccini e Vittorio Epifani. L'agguato in cui furono uccisi i quattro militari a San Cataldo, rientra come tante altre azioni criminali nell'agitato clima sociale e politico del dopoguerra, in un momento di particolare tensione.

  • Imerio Piccini

    San Cataldo di Terrasini (PA) // 18 gennaio 1946 //

    Il 18 gennaio 1946 in un agguato organizzato presso c.da Donnastura - San Cataldo (PA), uomini della banda Giuliano attaccarono con armi pesanti un automezzo sul quale viaggiavano soldati e carabinieri. Rimasero uccisi nel conflitto a fuoco quattro soldati dell'esercito italiano: il cap. maggiore Angelo Lombardi e i fanti Vitangelo Cinquepalmi, Imerio Piccini e Vittorio Epifani. L'agguato in cui furono uccisi i quattro militari a San Cataldo, rientra come tante altre azioni criminali nell'agitato clima sociale e politico del dopoguerra, in un momento di particolare tensione.

  • Vincenzo Amenduni

    Gela (CL) // 28 gennaio 1946 // 39 anni

    Feudo Nobile è poco più di una masseria persa nelle campagne vicino a Gela. In quel territorio operava una pericolosa banda criminale il cui capo era Salvatore Rizzo. Feudo Nobile ospitava una piccola caserma dei Carabinieri, l'unica presenza dello Stato per chilometri. La mattina del 10 Gennaio 1946 il brigadiere Vincenzo Ammenduni, comandante della stazione di Feudo Nobile e quattro dei suoi militari Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria e Mario Boscone, usciti di pattuglia alla ricerca di alcuni ladri di bestiame, si trovarono sulla strada della banda di Rizzo. Ci fu uno scontro a fuoco, ma quando i cinque carabinieri esaurirono le munizioni a loro disposizione vennero catturati e disarmati dai banditi che diedero l'assalto alla caserma per eliminare completamente il presidio. Dopo un cruento conflitto a fuoco, riuscirono a sopraffare e a catturare altri tre carabinieri Mario Spampinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca. Rizzo e la sua banda trascinano gli otto ostaggi nel profondo entroterra, che sfuggiva a ogni possibile controllo territoriale. Quello che dovettero subire in quei giorni non è difficile da immaginarsi. Pestaggi, torture, stenti. Le trattative per il rilascio fallirono e il 28 gennaio gli otto carabinieri sparirono nel nulla. Solo il 25 maggio successivo, dopo la cattura del bandito Milazzo che aveva partecipato all'eccidio, i loro cadaveri furono ritrovati nudi in contrada Bubonia, comune di Mazzarino (Caltanissetta) dentro una buca. A uno a uno erano stati freddati, alla presenza dei commilitoni, e buttati di sotto. L'eccidio è passato alla storia come Strage di Feudo Nobile.

  • Fiorentino Bonfiglio

    Gela (CL) // 28 gennaio 1946 // 28 anni

    Feudo Nobile è poco più di una masseria persa nelle campagne vicino a Gela. In quel territorio operava una pericolosa banda criminale il cui capo era Salvatore Rizzo. Feudo Nobile ospitava una piccola caserma dei Carabinieri, l'unica presenza dello Stato per chilometri. La mattina del 10 Gennaio 1946 il brigadiere Vincenzo Ammenduni, comandante della stazione di Feudo Nobile e quattro dei suoi militari Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria e Mario Boscone, usciti di pattuglia alla ricerca di alcuni ladri di bestiame, si trovarono sulla strada della banda di Rizzo. Ci fu uno scontro a fuoco, ma quando i cinque carabinieri esaurirono le munizioni a loro disposizione vennero catturati e disarmati dai banditi che diedero l'assalto alla caserma per eliminare completamente il presidio. Dopo un cruento conflitto a fuoco, riuscirono a sopraffare e a catturare altri tre carabinieri Mario Spampinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca. Rizzo e la sua banda trascinano gli otto ostaggi nel profondo entroterra, che sfuggiva a ogni possibile controllo territoriale. Quello che dovettero subire in quei giorni non è difficile da immaginarsi. Pestaggi, torture, stenti. Le trattative per il rilascio fallirono e il 28 gennaio gli otto carabinieri sparirono nel nulla. Solo il 25 maggio successivo, dopo la cattura del bandito Milazzo che aveva partecipato all'eccidio, i loro cadaveri furono ritrovati nudi in contrada Bubonia, comune di Mazzarino (Caltanissetta) dentro una buca. A uno a uno erano stati freddati, alla presenza dei commilitoni, e buttati di sotto. L'eccidio è passato alla storia come Strage di Feudo Nobile.

  • Mario Boscone

    Gela (CL) // 28 gennaio 1946 // 22 anni

    Feudo Nobile è poco più di una masseria persa nelle campagne vicino a Gela. In quel territorio operava una pericolosa banda criminale il cui capo era Salvatore Rizzo. Feudo Nobile ospitava una piccola caserma dei Carabinieri, l'unica presenza dello Stato per chilometri. La mattina del 10 Gennaio 1946 il brigadiere Vincenzo Ammenduni, comandante della stazione di Feudo Nobile e quattro dei suoi militari Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria e Mario Boscone, usciti di pattuglia alla ricerca di alcuni ladri di bestiame, si trovarono sulla strada della banda di Rizzo. Ci fu uno scontro a fuoco, ma quando i cinque carabinieri esaurirono le munizioni a loro disposizione vennero catturati e disarmati dai banditi che diedero l'assalto alla caserma per eliminare completamente il presidio. Dopo un cruento conflitto a fuoco, riuscirono a sopraffare e a catturare altri tre carabinieri Mario Spampinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca. Rizzo e la sua banda trascinano gli otto ostaggi nel profondo entroterra, che sfuggiva a ogni possibile controllo territoriale. Quello che dovettero subire in quei giorni non è difficile da immaginarsi. Pestaggi, torture, stenti. Le trattative per il rilascio fallirono e il 28 gennaio gli otto carabinieri sparirono nel nulla. Solo il 25 maggio successivo, dopo la cattura del bandito Milazzo che aveva partecipato all'eccidio, i loro cadaveri furono ritrovati nudi in contrada Bubonia, comune di Mazzarino (Caltanissetta) dentro una buca. A uno a uno erano stati freddati, alla presenza dei commilitoni, e buttati di sotto. L'eccidio è passato alla storia come Strage di Feudo Nobile.

  • Emanuele Greco

    Gela (CL) // 28 gennaio 1946 // 25 anni

    Feudo Nobile è poco più di una masseria persa nelle campagne vicino a Gela. In quel territorio operava una pericolosa banda criminale il cui capo era Salvatore Rizzo. Feudo Nobile ospitava una piccola caserma dei Carabinieri, l'unica presenza dello Stato per chilometri. La mattina del 10 Gennaio 1946 il brigadiere Vincenzo Ammenduni, comandante della stazione di Feudo Nobile e quattro dei suoi militari Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria e Mario Boscone, usciti di pattuglia alla ricerca di alcuni ladri di bestiame, si trovarono sulla strada della banda di Rizzo. Ci fu uno scontro a fuoco, ma quando i cinque carabinieri esaurirono le munizioni a loro disposizione vennero catturati e disarmati dai banditi che diedero l'assalto alla caserma per eliminare completamente il presidio. Dopo un cruento conflitto a fuoco, riuscirono a sopraffare e a catturare altri tre carabinieri Mario Spampinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca. Rizzo e la sua banda trascinano gli otto ostaggi nel profondo entroterra, che sfuggiva a ogni possibile controllo territoriale. Quello che dovettero subire in quei giorni non è difficile da immaginarsi. Pestaggi, torture, stenti. Le trattative per il rilascio fallirono e il 28 gennaio gli otto carabinieri sparirono nel nulla. Solo il 25 maggio successivo, dopo la cattura del bandito Milazzo che aveva partecipato all'eccidio, i loro cadaveri furono ritrovati nudi in contrada Bubonia, comune di Mazzarino (Caltanissetta) dentro una buca. A uno a uno erano stati freddati, alla presenza dei commilitoni, e buttati di sotto. L'eccidio è passato alla storia come Strage di Feudo Nobile.

  • Giovanni La Brocca

    Gela (CL) // 28 gennaio 1946 // 20 anni

    Feudo Nobile è poco più di una masseria persa nelle campagne vicino a Gela. In quel territorio operava una pericolosa banda criminale il cui capo era Salvatore Rizzo. Feudo Nobile ospitava una piccola caserma dei Carabinieri, l'unica presenza dello Stato per chilometri. La mattina del 10 Gennaio 1946 il brigadiere Vincenzo Ammenduni, comandante della stazione di Feudo Nobile e quattro dei suoi militari Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria e Mario Boscone, usciti di pattuglia alla ricerca di alcuni ladri di bestiame, si trovarono sulla strada della banda di Rizzo. Ci fu uno scontro a fuoco, ma quando i cinque carabinieri esaurirono le munizioni a loro disposizione vennero catturati e disarmati dai banditi che diedero l'assalto alla caserma per eliminare completamente il presidio. Dopo un cruento conflitto a fuoco, riuscirono a sopraffare e a catturare altri tre carabinieri Mario Spampinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca. Rizzo e la sua banda trascinano gli otto ostaggi nel profondo entroterra, che sfuggiva a ogni possibile controllo territoriale. Quello che dovettero subire in quei giorni non è difficile da immaginarsi. Pestaggi, torture, stenti. Le trattative per il rilascio fallirono e il 28 gennaio gli otto carabinieri sparirono nel nulla. Solo il 25 maggio successivo, dopo la cattura del bandito Milazzo che aveva partecipato all'eccidio, i loro cadaveri furono ritrovati nudi in contrada Bubonia, comune di Mazzarino (Caltanissetta) dentro una buca. A uno a uno erano stati freddati, alla presenza dei commilitoni, e buttati di sotto. L'eccidio è passato alla storia come Strage di Feudo Nobile.

  • Vittorio Levico

    Gela (CL) // 28 gennaio 1946 // 29 anni

    Feudo Nobile è poco più di una masseria persa nelle campagne vicino a Gela. In quel territorio operava una pericolosa banda criminale il cui capo era Salvatore Rizzo. Feudo Nobile ospitava una piccola caserma dei Carabinieri, l'unica presenza dello Stato per chilometri. La mattina del 10 Gennaio 1946 il brigadiere Vincenzo Ammenduni, comandante della stazione di Feudo Nobile e quattro dei suoi militari Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria e Mario Boscone, usciti di pattuglia alla ricerca di alcuni ladri di bestiame, si trovarono sulla strada della banda di Rizzo. Ci fu uno scontro a fuoco, ma quando i cinque carabinieri esaurirono le munizioni a loro disposizione vennero catturati e disarmati dai banditi che diedero l'assalto alla caserma per eliminare completamente il presidio. Dopo un cruento conflitto a fuoco, riuscirono a sopraffare e a catturare altri tre carabinieri Mario Spampinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca. Rizzo e la sua banda trascinano gli otto ostaggi nel profondo entroterra, che sfuggiva a ogni possibile controllo territoriale. Quello che dovettero subire in quei giorni non è difficile da immaginarsi. Pestaggi, torture, stenti. Le trattative per il rilascio fallirono e il 28 gennaio gli otto carabinieri sparirono nel nulla. Solo il 25 maggio successivo, dopo la cattura del bandito Milazzo che aveva partecipato all'eccidio, i loro cadaveri furono ritrovati nudi in contrada Bubonia, comune di Mazzarino (Caltanissetta) dentro una buca. A uno a uno erano stati freddati, alla presenza dei commilitoni, e buttati di sotto. L'eccidio è passato alla storia come Strage di Feudo Nobile.

  • Pietro Loria

    Gela (CL) // 28 gennaio 1946 // 22 anni

    Feudo Nobile è poco più di una masseria persa nelle campagne vicino a Gela. In quel territorio operava una pericolosa banda criminale il cui capo era Salvatore Rizzo. Feudo Nobile ospitava una piccola caserma dei Carabinieri, l'unica presenza dello Stato per chilometri. La mattina del 10 Gennaio 1946 il brigadiere Vincenzo Ammenduni, comandante della stazione di Feudo Nobile e quattro dei suoi militari Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria e Mario Boscone, usciti di pattuglia alla ricerca di alcuni ladri di bestiame, si trovarono sulla strada della banda di Rizzo. Ci fu uno scontro a fuoco, ma quando i cinque carabinieri esaurirono le munizioni a loro disposizione vennero catturati e disarmati dai banditi che diedero l'assalto alla caserma per eliminare completamente il presidio. Dopo un cruento conflitto a fuoco, riuscirono a sopraffare e a catturare altri tre carabinieri Mario Spampinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca. Rizzo e la sua banda trascinano gli otto ostaggi nel profondo entroterra, che sfuggiva a ogni possibile controllo territoriale. Quello che dovettero subire in quei giorni non è difficile da immaginarsi. Pestaggi, torture, stenti. Le trattative per il rilascio fallirono e il 28 gennaio gli otto carabinieri sparirono nel nulla. Solo il 25 maggio successivo, dopo la cattura del bandito Milazzo che aveva partecipato all'eccidio, i loro cadaveri furono ritrovati nudi in contrada Bubonia, comune di Mazzarino (Caltanissetta) dentro una buca. A uno a uno erano stati freddati, alla presenza dei commilitoni, e buttati di sotto. L'eccidio è passato alla storia come Strage di Feudo Nobile.

  • Mario Spampinato

    Gela (CL) // 28 gennaio 1946 // 31 anni

    Feudo Nobile è poco più di una masseria persa nelle campagne vicino a Gela. In quel territorio operava una pericolosa banda criminale il cui capo era Salvatore Rizzo. Feudo Nobile ospitava una piccola caserma dei Carabinieri, l'unica presenza dello Stato per chilometri. La mattina del 10 Gennaio 1946 il brigadiere Vincenzo Ammenduni, comandante della stazione di Feudo Nobile e quattro dei suoi militari Vittorio Levico, Emanuele Greco, Pietro Loria e Mario Boscone, usciti di pattuglia alla ricerca di alcuni ladri di bestiame, si trovarono sulla strada della banda di Rizzo. Ci fu uno scontro a fuoco, ma quando i cinque carabinieri esaurirono le munizioni a loro disposizione vennero catturati e disarmati dai banditi che diedero l'assalto alla caserma per eliminare completamente il presidio. Dopo un cruento conflitto a fuoco, riuscirono a sopraffare e a catturare altri tre carabinieri Mario Spampinato, Fiorentino Bonfiglio e Giovanni La Brocca. Rizzo e la sua banda trascinano gli otto ostaggi nel profondo entroterra, che sfuggiva a ogni possibile controllo territoriale. Quello che dovettero subire in quei giorni non è difficile da immaginarsi. Pestaggi, torture, stenti. Le trattative per il rilascio fallirono e il 28 gennaio gli otto carabinieri sparirono nel nulla. Solo il 25 maggio successivo, dopo la cattura del bandito Milazzo che aveva partecipato all'eccidio, i loro cadaveri furono ritrovati nudi in contrada Bubonia, comune di Mazzarino (Caltanissetta) dentro una buca. A uno a uno erano stati freddati, alla presenza dei commilitoni, e buttati di sotto. L'eccidio è passato alla storia come Strage di Feudo Nobile.

  • Masina (Tommasa) Perricone Spinelli

    Burgio (AG) // 7 marzo 1946 // 33 anni

    Tommasa (Masina) Perricone si era appena sposata. Casalinga 33 anni. Il 7 marzo del 1946 stava rientrando a casa quando un commando entra in azione per eliminare il candidato sindaco di Burgio, Antonio Guarisco. Masina si trovò incolpevolmente nel mezzo a una successione di colpi di arma da fuoco. Uno la colpisce a morte. Il candidato sindaco fu ferito al braccio.

  • Francesco Sassano

    Monreale (PA) // 25 marzo 1946 //

    Francesco Sassano era un carabiniere. Fu ucciso dalla banda Giuliano la sera del 25 marzo 1946 a Pioppo, frazione di Monreale (PA), dove si trovava in licenza. Secondo le fonti, la sua morte fu decretata solo perché avrebbe osato dire in paese di sentirsi capace di far catturare il capo della banda. Tre malfattori armati di mitra, introdottisi nella sua abitazione, lo costrinsero – sotto gli occhi delle sorelle Anna e Francesca, che terrorizzate non potettero dargli alcuno aiuto – a uscire di casa e a seguirli sulla strada Pioppo - Borgetto dove immediatamente, con alcune raffiche di mitra, lo trucidarono. Prima di allontanarsi posero sul cadavere del povero Sassano un foglio con la scritta: "questa è la fine delle spie. Giuliano''.

  • Gaetano Guarino

    Favara (AG) // 16 maggio 1946 // 45 anni

    Gaetano Guarino, laureato in farmacia, nel 1943 dopo lo sbarco in Sicilia degli americani, si iscrisse al Partito Socialista Italiano e divenne segretario comunale del PSI a Favara (AG). Guarino lottò contro i grandi proprietari terrieri che sfruttavano la locale manodopera e divenne la voce dell'umile gente che chiedeva l'attuazione delle leggi Gullo-Segni che destinavano alle cooperative i terreni incolti appartenenti ai latifondi. Costituì anche una cooperativa agricola, che probabilmente si ispirava alla "Madre Terra" di Accursio Miraglia, e i "baroni" del latifondo cominciarono a remargli contro. Il 10 marzo del 1946 si svolsero le elezioni comunali a Favara e Guarino, sostenuto oltre che dai socialisti anche dal Partito Comunista Italiano e dal Partito d'Azione, vinse le consultazioni e fu eletto sindaco. Ma la mafia delle terre non gli perdonò le sue scelte popolari e dopo appena 65 giorni, il 16 maggio, viene ucciso con un colpo di lupara alla nuca.

  • Pino Camilleri

    Riesi (CL) // 28 giugno 1946 // 27 anni

    Pino Camilleri, giovane universitario, ormai prossimo alla laurea in giurisprudenza, aveva abbracciato la causa di quel movimento sindacale e politico che a Naro (AG) aveva mosso i primi passi con i movimenti dei fasci siciliani e le numerose cooperative e casse rurali. Pino Camilleri si distinse per la salda preparazione e per le sue coraggiose battaglie. Il suo partito lo portò a conquistare la poltrona di sindaco nelle prime elezioni amministrative del dopoguerra. Il 28 giugno del 1946 a soli 27 anni, viene assassinato dalla lupara mentre cavalcava da Riesi verso il feudo Deliella, aspramente conteso tra gabelloti e contadini.

  • Giovanni Castiglione

    Alia (PA) // 22 settembre 1946 //

    Il 22 settembre 1946, mentre era in corso una riunione di contadini, nella casa del segretario della Camera del Lavoro ad Alia (PA), per discutere delle possibilità di assegnare i feudi "Raciura" e "Vacco" alle cooperative di contadini, in seguito ai decreti "Gullo", ignoti lanciarono bombe a mano all'interno della casa e spararono colpi di lupara. I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione morirono sul colpo, mentre altri 13 rimasero feriti.

  • Girolamo Scaccia

    Alia (PA) // 22 settembre 1946 //

    Il 22 settembre 1946, mentre era in corso una riunione di contadini, nella casa del segretario della Camera del Lavoro ad Alia (PA), per discutere delle possibilità di assegnare i feudi "Raciura" e "Vacco" alle cooperative di contadini, in seguito ai decreti "Gullo", ignoti lanciarono bombe a mano all'interno della casa e spararono colpi di lupara. I contadini Girolamo Scaccia e Giovanni Castiglione morirono sul colpo, mentre altri 13 rimasero feriti.

  • Giuseppe Biondo

    Santa Ninfa (TP) // 22 ottobre 1946 //

    A Santa Ninfa (Trapani) viene ucciso Giuseppe Biondo a rivoltellate dal suo padrone, il 22 ottobre 1946. Rivendicava la ripartizione dei prodotti agricoli secondo il decreto Gullo. Giuseppe Biondo, mezzadro iscritto alla Federterra, che lottava per l'applicazione del decreto Gullo per la ripartizione dei prodotti agricoli (60% per il mezzadro e al 40% per il proprietario). Era stato sfrattato illegalmente dal proprietario del terreno ma era tornato a lavorarvi

  • Giovanni Santangelo

    Belmonte Mezzagno (PA) // 2 novembre 1946 //

    Giovanni Santangelo insieme ai fratelli Vincenzo e Giuseppe furono trucidati con un colpo alla nuca il 2 novembre 1946 in località Belmonte Mazzagno (PA). Erano contadini e facevano parte di una Cooperativa in attesa dell'assegnazione di un feudo. Il triplice omicidio fu compiuto, su mandato degli agrari, da tredici banditi a scopo intimidatorio per porre fine alle rivendicazioni contadine nella zona.

  • Giuseppe Santangelo

    Belmonte Mezzagno (PA) // 2 novembre 1946 //

    Giuseppe Santangelo insieme ai fratelli Vincenzo e Giovanni furono trucidati con un colpo alla nuca il 2 novembre 1946 in località Belmonte Mazzagno (PA). Erano contadini e facevano parte di una Cooperativa in attesa dell'assegnazione di un feudo. Il triplice omicidio fu compiuto, su mandato degli agrari, da tredici banditi a scopo intimidatorio per porre fine alle rivendicazioni contadine nella zona.

  • Vincenzo Santangelo

    Belmonte Mezzagno (PA) // 2 novembre 1946 //

    Vincenzo Santangelo insieme ai fratelli Giuseppe e Giovanni furono trucidati con un colpo alla nuca il 2 novembre 1946 in località Belmonte Mazzagno (PA). Erano contadini e facevano parte di una Cooperativa in attesa dell'assegnazione di un feudo. Il triplice omicidio fu compiuto, su mandato degli agrari, da tredici banditi a scopo intimidatorio per porre fine alle rivendicazioni contadine nella zona.

  • Giovanni Severino

    Joppolo Giancaxio (AG) // 25 novembre 1946 //

    Giovanni Severino, sindacalista e segretario della Camera del Lavoro. Venne ucciso il 25 novembre 1946 a Joppolo Giancaxio (AG), in una stagione che vede cadere in Sicilia molti capilega dei contadini.

  • Filippo Forno

    Comitini (AG) // 29 novembre 1946 // 46 anni

    Filippo Forno, bracciante agricolo. Era la sera del 29 novembre 1946, ritornava a piedi dalla vicina Aragona, dove - secondo i testi più accreditati - si era recato per incontrare altri contadini della zona. Lungo la strada della "Cirasa" incontrò il paesano Giuseppe Pullara, un bracciante di origini favaresi dal carattere autoritario, e insieme s'incamminarono. Vennero trovati morti, "colpiti entrambi da arma da fuoco", si legge in una relazione dell'allora Pretura di Aragona.

  • Giuseppe Pullara

    Comitini (AG) // 29 novembre 1946 //

    Quella sera il sindacalista Filippo Forno, stava ritornando a piedi dalla vicina Aragona, dove si era recato per incontrare altri contadini della zona. Lungo la strada della "Cirasa" trovò il paesano Giuseppe Pullara, un bracciante di origini favaresi e insieme s'incamminarono. Vennero trovati morti, "colpiti entrambi da arma da fuoco", si legge in una relazione dell'allora Pretura di Aragona.

  • Nicolò Azoti

    Baucina (PA) // 23 dicembre 1946 // 37 anni

    Nicolò Azoti a otto anni si trasferisce con la famiglia a Baucina, vicino Palermo, dove mette radici. Nei difficili anni del dopoguerra, la sua attenzione viene attratta dalle misere condizioni dei contadini. All'interno della Cgil si batte per la riforma agraria. Diviene, quindi, segretario della Camera del lavoro, e fonda l'ufficio di collocamento. Il tentativo di far applicare la nuova legge sulla divisione dei prodotti agricoli (60% al contadino, 40% al padrone) provoca lo scontro con gli agrari e i gabelloti mafiosi. Dopo aver subito pesanti minacce, la sera del 21 dicembre 1946, viene colpito da cinque colpi di pistola sparategli alle spalle.

  • Vincenzo La Rocca

    Portella della Ginestra (PA) //

    Vincenzo La Rocca, padre di Cristina, una bimba di 9 anni ferita nella strage di Portella della Ginestra. Secondo le fonti, morì giorni dopo la strage, stremato dalla fatica per aver trasportato a piedi la figlioletta ferita fino all'ospedale di San Cipirello.

  • Accursio Miraglia

    Sciacca (AG) // 4 gennaio 1947 // 51 anni

    Accursio Miraglia era un sostenitore del Comitato di Liberazione di Sciacca, paese dell'agrigentino in cui nacque e visse. Ben presto Miraglia comincia a diventare parte attiva della vita politica sia provinciale sia locale partecipando alla costruzione del Pci, di cui divento' dirigente. Riuscì a fondare e a dirigere la prima Camera del Lavoro siciliana, nata a Sciacca. Una delle iniziative più voluta da Accursio Miraglia fu la fondazione della cooperativa "La Madre Terra", attraverso la quale divenne la voce dell'umile gente che chiedeva l'attuazione delle leggi Gullo-Segni che destinavano alle cooperative i terreni incolti appartenenti ai latifondi. La notte del 4 gennaio 1947, sulla porta di casa, Accursio Miraglia fu ucciso da alcune raffiche di pistola-mitragliatrice.

  • Pietro Macchiarella

    Ficarazzi (PA) // 17 gennaio 1947 //

    Pietro Macchiarella era dirigente sindacale iscritto al Partito comunista, impegnato nelle lotte contadine. Venne ucciso a Ficarazzi (Palermo) il 17 gennaio 1947.

  • Nunzio Sansone

    Villabate (PA) // 13 febbraio 1947 //

    Nunzio Sansone era un militante comunista impegnato nella lotta per la riforma agraria. Fondò la Camera del Lavoro di Villabate, che presto diventò il luogo dove la gente poteva trovare una risposta ai propri bisogni. Nunzio Sansone venne ucciso il 13 febbraio 1947 a Villabate in provincia di Palermo. La mafia del paese lo eliminò crudelmente, freddandolo a colpi di lupara all'uscita dall'abitato, mentre percorreva il tratto solitario che divide Villabate dal borgo di Portella di Mare.

  • Vito Allotta

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 19 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Emanuele Busellini

    Monreale (PA) // 1 maggio 1947 // 39 anni

    Emanuele Busellini nacque ad Altofonte (PA) il 31 luglio 1908. Era un campiere. Fu ucciso dai banditi della banda Giuliano che l'avevano incontrato lungo la strada per recarsi sul luogo della strage di Portella della Ginestra, il primo maggio 1947.

  • Margherita Clesceri

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 47 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Giorgio Cusenza

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 42 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Giuseppe Di Maggio

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 13 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Filippo Di Salvo

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 48 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Giovanni Grifò

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 12 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Castrense Intravàia

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 18 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Vincenza La Fata

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 8 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Serafino Lascàri

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 15 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Giovanni Megna

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 18 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Vincenza Spina

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 // 69 anni

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata di per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era stat spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, tra cui Vincenza Spina morta in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Francesco Vicari

    Portella della Ginestra (PA) // 1 maggio 1947 //

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Michelangelo Salvia

    Partinico (PA) // 8 maggio 1947 // 34 anni

    Una settimana dopo l'orrore della strage di Portella della Ginestra, a Partinico (Pa), il 9 maggio 1947 il trentaquatrenne Michelangelo Salvia, dirigente della Camera del Lavoro, fu ucciso con un colpo in bocca perché fosse chiaro quale colpa gli era stata imputata.

  • Giuseppe Casarrubea

    Partinico (PA) // 22 giugno 1947 // 47 anni

    Un mese e 22 giorni dopo la strage di Portella della Ginestra, un attacco terroristico colpì la sezione del Pci di Partinico. Nell'attentato di giugno persero la vita Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono e si ebbero dieci feriti gravi. In una stessa notte furono prese d'assalto diverse sedi di sinistra: la sezione comunista di Cinisi (attentato dinamitardo senza vittime), sezione del Pci di San Giuseppe Jato (un ferito e distruzione totale della sede), Camera del Lavoro di Borgetto (senza vittime), sezione socialista di Monreale (senza vittime), sezione del Pci di Carini (senza vittime). Gli attentati di giugno furono la "naturale" continuazione dell'azione di provocazione terroristica della strage del 1° maggio.

  • Vincenzo Lo Iacono

    Partinico (PA) // 22 giugno 1947 // 38 anni

    Un mese e 22 giorni dopo la strage di Portella della Ginestra, un attacco terroristico colpì la sezione del Pci di Partinico. Nell'attentato di giugno persero la vita Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono e si ebbero dieci feriti gravi. In una stessa notte furono prese d'assalto diverse sedi di sinistra: la sezione comunista di Cinisi (attentato dinamitardo senza vittime), sezione del Pci di San Giuseppe Jato (un ferito e distruzione totale della sede), Camera del Lavoro di Borgetto (senza vittime), sezione socialista di Monreale (senza vittime), sezione del Pci di Carini (senza vittime). Gli attentati di giugno furono la "naturale" continuazione dell'azione di provocazione terroristica della strage del 1° maggio.

  • Giuseppe Maniaci

    Terrasini (PA) // 25 ottobre 1947 // 38 anni

    Giuseppe Maniaci era il segretario della Confederazione Federterra e dirigente del partito comunista. Venne ucciso crivellato di colpi il 25 ottobre 1947 a Terrasini (PA).

  • Calogero Caiola

    San Giuseppe Jato (PA) // 3 novembre 1947 //

    Ucciso a San Giuseppe Jato il 3 novembre 1947, Calogero Caiola era un piccolo proprietario terriero della zona e il giorno della Strage di Portella della Ginestra del 1 maggio, aveva probabilmente riconosciuto dei suoi compaesani che tornavano verso casa armati di lupara e mitragliatrice. Avrebbe dovuto testimoniare al processo come testimone oculare, ma fu ucciso sei mesi dopo.

  • Vito Pipitone

    Marsala (TP) // 8 novembre 1947 // 39 anni

    Vito Pipitone era il vicesegretario della Confedeterra di Marsala. La sera dell'8 novembre 1947 Vito pedala verso la casa della madre. Sta pensando al lavoro che lo aspetta l'indomani. Deve andare al feudo "Giudeo" per trattare la suddivisione delle terre incolte ai contadini. Non sarà facile. La proprietà non ne vuole sapere di rispettare il Decreto del gennaio 1945 del Governo di Ivanoe Bonomi. La proprietà ha dato in gestione (cioè a "gabella") il proprio feudo appunto a dei gabelloti, che come quasi tutti i gabelloti di allora in Sicilia erano dei mafiosi. Vito continua a pedalare e gli tornano in mente le minacce ascoltate da questi mafiosi. Improvvisamente viene aggredito e colpito alla pancia da un colpo di fucile frontale. Fu lasciato lì agonizzante sulla stradella. Venne trasportato all'ospedale dove venne inutilmente sottoposto a un intervento chirurgico. Morì 24 ore dopo.

  • Luigi Geronazzo

    Partinico (PA) // 29 novembre 1947 // 50 anni

    Luigi Geronazzo, tenente Colonnello M.A.V.M. alla "memoria", impegnato duramente per più mesi contro una banda armata tristemente famosa per l'efferatezza dei gravi delitti compiuti. Sempre in prima fila nelle azioni più rischiose. Di notte, il 29 novembre 1947 mentre rincasava nella sede del comando di Partinico, fu assalito da una banda che gli scaricò numerosi colpi di arma da fuoco ferendolo mortalmente.

  • Vita Dorangricchia

    PA // 31 gennaio 1948 //

    Era una bella giornata il 1° di maggio del 1947 a Portella della Ginestra, nell'entroterra palermitano, tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato. Ma soprattutto un giorno di festa. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana. Si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, dopo che era spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Erano in attesa di ascoltare un comizio sindacale e, soprattutto, passare una giornata in allegria con pranzo finale all'aria aperta. Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti, Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari (15 anni), Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio (13 anni), Castrense Intravaia, Giovanni Grifò (12 anni), Vincenza La Fata (8 anni) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. Dodicesima vittima della strage di Portella nella Piana degli Albanesi, Vita morì nove mesi dopo, il 31 gennaio 1948 in conseguenza del tragico eccidio. La strage di Portella della Ginestra era stata compiuta. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler "soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori". Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali".

  • Epifanio Li Puma

    Petralia Soprana (PA) // 2 marzo 1948 // 55 anni

    Epifanio Li Puma, politico sindacalista di sinistra che credeva negli ideali politici del socialismo, tanto da costituire nel 1946 la lega dei contadini spingendoli a protestare e occupare le terre per rivendicare i propri diritti. In questo clima di contrasti, maturò la sua uccisione che avvenne il 2 marzo 1948, in contrada Petralia Soprana in provincia di Palermo, mentre lavorava il suo pezzo di terra, da due colpi di fucile provenienti da due uomini a cavallo davanti a due dei suoi figli.

  • Placido Rizzotto

    Corleone (PA) // 10 marzo 1948 // 34 anni

    Placido Rizzotto sindacalista italiano. Durante la Seconda Guerra mondiale combatté in Carnia, in Friuli, e dopo l'8 settembre si unì ai partigiani della Resistenza; tornò in Sicilia a guerra finita. Qui divenne presidente dei combattenti dell'ANPI, l'associazione dei partigiani, si iscrisse al Partito Socialista Italiano e divenne sindacalista della CGIL. Rizzotto cercò di convincere i contadini a ribellarsi al sistema di potere della mafia, che possedeva gran parte della terra, opprimeva i lavoratori e li assumeva soltanto su raccomandazione e per motivi nepotistici: li guidò nell'occupazione delle terre gestite dalla mafia e nella distribuzione dei terreni incolti alle famiglie oneste. La mafia tentò di isolarlo e lo minacciò più volte, Rizzotto proseguì nelle sue lotte e continuò a guidare il movimento contadino di occupazione delle terre, diventando anche segretario della Camera del lavoro di Corleone. La situazione di Rizzotto divenne sempre più difficile, anche per il cattivo rapporto con Liggio: Rizzotto lo aveva umiliato pubblicamente sollevandolo durante una rissa scoppiata tra ex partigiani e uomini del boss mafioso Michele Navarra – a cui Liggio era affiliato – e appendeso all'inferriata della villa comunale. Il 10 maggio 1948 Placido venne attirato in un'imboscata e venne rapito e ucciso nella campagna di Corleone. Quella sera stessa un pastorello di nome Giuseppe Letizia scese dalla montagna sconvolto. Balbettando spiegò al padre di aver visto i banditi che fracassavano il cranio a un uomo. E siccome il pastorello gridava e si agitava venne portato all'ospedale dove fu visitato dal dottor Navarra che gli fece un'iniezione per calmarlo. Ma l'iniezione non era di quelle che calmano. Era di quelle che uccidono. Il 7 settembre 2009 furono ritrovati, nelle foibe di Rocca Busambra, i resti riconosciuti come quelli di Rizzotto confrontandone il DNA con quello del padre, morto da tempo e riesumato.

  • Giuseppe Letizia

    Corleone (PA) // 11 marzo 1948 // 13 anni

    Il 10 maggio 1948 Placido Rizzotto, venne attirato in un'imboscata e venne rapito e ucciso nella campagna di Corleone. Quella sera stessa un pastorello di tredici anni di nome Giuseppe Letizia scese dalla montagna sconvolto. Balbettando spiegò al padre di aver visto i banditi che fracassavano il cranio a un uomo. Delirante, fu portato dal padre all'Ospedale dei Bianchi di Corleone. Un Ospedale di paese, ma che aveva un direttore potente: Michele Navarra, il capo mafia e mandante dell'omicidio Rizzotto. Lì il ragazzo, in preda a una febbre alta, raccontò di un contadino che era stato assassinato nella notte. Curato con un'iniezione per calmarlo morì ufficialmente per tossicosi. l'iniezione non era di quelle che calmano. Era di quelle che uccidono.

  • Calogero Cangelosi

    Camporeale (PA) // 1 aprile 1948 // 42 anni

    Era la sera del 1° aprile 1948. La primavera si respirava nell'aria. Nella piazza di Camporeale i contadini, discutevano animatamente tra loro. In quei giorni, l'argomento era sempre lo stesso: le elezioni politiche del 18 aprile e la «lezione» che la povera gente avrebbe potuto dare a "lorsignori", i padroni del feudo. Anche alla Camera del Lavoro quella sera si era tanto parlato di questo, insieme alle lotte da organizzare per l'applicazione dei decreti Gullo sulla divisione del grano a 60 e 40 e sulla concessione alle cooperative contadine delle terre incolte e malcoltivate degli agrari. Calogero Cangelosi, quarantunenne segretario della Cgil, guardò l'orologio, si accorse che si era fatto tardi e salutò i presenti per tornare a casa. Per proteggere il sindacalista si offrirono di accompagnarlo i compagni Vito Di Salvo, Vincenzo Liotta, Giacomo Calandra e Calogero Natoli. Si sapeva che il dirigente sindacale era nel mirino della mafia. I cinque uscirono dalla sede della Camera del Lavoro, che si trovava in piazza, e si avviarono verso via Perosi, dove Cangelosi abitava con la moglie. Erano quasi arrivati, quando si udì un crepitare di mitra. Decine di colpi, sparati in rapida successione e ad altezza d'uomo, si abbatterono sull'intero gruppo. Colpito alla testa e al petto, Cangelosi cadde per terra, spirando all'istante. Liotta e Di Salvo furono colpiti e feriti gravemente, mentre rimasero miracolosamente illesi Calandra e Natoli.

  • Antonio Giacalone

    Partinico (PA) // 11 giugno 1948 //

    L'11 giugno 1948, a Partinico (Palermo), membri della banda Giuliano uccidono il possidente Marcantonio Giacalone e il figlio Antonio: si erano rifiutati di sborsare una somma di denaro.

  • Marcantonio Giacalone

    Partinico (PA) // 11 giugno 1948 //

    L'11 giugno 1948, a Partinico (Palermo), membri della banda Giuliano uccidono il possidente Marcantonio Giacalone e il figlio Antonio: si erano rifiutati di sborsare una somma di denaro.

  • Antonio Di Salvo

    Partinico (PA) // 3 settembre 1948 // 34 anni

    Antonio Di Salvo, capitano dei Carabinieri, venne assassinato il 3 Settembre 1948 in un agguato compiuto in Via Finazzo a Partinico (PA). Alcuni della banda Giuliano scagliarono alcune granate contro il Capitano, contro il funzionario di Polizia Celestino Zapponi e il maresciallo dell'Arma Nicolò Messina che si trovavano con lui in quel momento. I tre membri delle Forze dell'Ordine, rimasti gravemente feriti, vennero finiti a colpi d'arma da fuoco dai banditi usciti allo scoperto.

  • Nicola Messina

    Partinico (PA) // 3 settembre 1948 // 31 anni

    Antonio Di Salvo, capitano dei Carabinieri, venne assassinato il 3 Settembre 1948 in un agguato compiuto in Via Finazzo a Partinico (PA). Alcuni della banda Giuliano scagliarono alcune granate contro il Capitano, contro il funzionario di Polizia Celestino Zapponi e il maresciallo dell'Arma Nicolò Messina che si trovavano con lui in quel momento. I tre membri delle Forze dell'Ordine, rimasti gravemente feriti, vennero finiti a colpi d'arma da fuoco dai banditi usciti allo scoperto.

  • Celestino Zapponi

    Partinico (PA) // 3 settembre 1948 // 43 anni

    Antonio Di Salvo, capitano dei Carabinieri, venne assassinato il 3 Settembre 1948 in un agguato compiuto in Via Finazzo a Partinico (PA). Alcuni della banda Giuliano scagliarono alcune granate contro il Capitano, contro il funzionario di Polizia Celestino Zapponi e il maresciallo dell'Arma Nicolò Messina che si trovavano con lui in quel momento. I tre membri delle Forze dell'Ordine, rimasti gravemente feriti, vennero finiti a colpi d'arma da fuoco dai banditi usciti allo scoperto.

  • Giovanni Tasquier

    Giardinello loc.Ponte Nocella (PA) // 16 novembre 1948 // 26 anni

    Giovanni Tasquier era un brigadiere di Pubblica Sicurezza della Questura di Palermo. Venne ucciso il 16 novembre 1948 a Giardinello (PA) in località Ponte Nocella. Tasquier faceva parte di una pattuglia mista di Polizia e Carabinieri, quando la jeep sulla quale viaggiava venne investita da raffiche di mitra esplose dai banditi in agguato. Tasquier rimase ucciso sul colpo mentre tre carabinieri rimasero feriti.

  • Carlo Guarino

    Partinico (PA) // 3 gennaio 1949 //

    Il 3 gennaio del 1949 una banda di banditi armati fece irruzione in casa Guarino, in via Cappellini a Partinico, esplodendo diverse raffiche di mitra e lanciando bombe a mano. Nell'agguato rimasero uccisi Carlo Guarino, suo figlio Vito di 3 anni e Francesco Salvatore Gulino, il quale si trovava in visita presso il Guarino. Commessa la strage, i banditi si dileguarono sparando raffiche di mitra e lanciando bombe per impaurire la popolazione accorsa. Si presume che la strage sia stata commessa per vendetta.

  • Vito Guarino

    Partinico (PA) // 3 gennaio 1949 // 3 anni

    Il 3 gennaio del 1949 una banda di banditi armati fece irruzione in casa Guarino, in via Cappellini a Partinico, esplodendo diverse raffiche di mitra e lanciando bombe a mano. Nell'agguato rimasero uccisi Carlo Guarino, suo figlio Vito di 3 anni e Francesco Salvatore Gulino, il quale si trovava in visita presso il Guarino. Commessa la strage, i banditi si dileguarono sparando raffiche di mitra e lanciando bombe per impaurire la popolazione accorsa. Si presume che la strage sia stata commessa per vendetta.

  • Francesco Salvatore Gulino

    Partinico (PA) // 3 gennaio 1949 //

    Il 3 gennaio del 1949 una banda di banditi armati fece irruzione in casa Guarino, in via Cappellini a Partinico, esplodendo diverse raffiche di mitra e lanciando bombe a mano. Nell'agguato rimasero uccisi Carlo Guarino, suo figlio Vito di 3 anni e Francesco Salvatore Gulino, il quale si trovava in visita presso il Guarino. Commessa la strage, i banditi si dileguarono sparando raffiche di mitra e lanciando bombe per impaurire la popolazione accorsa. Si presume che la strage sia stata commessa per vendetta.

  • Carmelo Agnone

    Monreale (PA) // 2 luglio 1949 // 28 anni

    Verso le 20,30 del 2 luglio 1949, a bordo di una camionetta Fiat 1100, il Commissario Mariano Lando, 35 anni, funzionario dell'Ispettorato, e le Guardie Carmelo Gucciardo, 24 anni autista, Carmelo Agnone, 28 anni, Carmelo Lentini, 23 anni, Michele Marinaro, 26 anni, Candeloro Catanese, 29 anni, Quinto Reda, 27 anni e Giovanni Biundo, 22 anni, partirono alla volta di Palermo, per recarsi all'Ispettorato, ove era stata convocata un'urgente riunione di servizio. Pochi chilometri dopo, allorché il veicolo giunse in località Portella della Paglia, un gruppo di una decina di fuorilegge aprì il fuoco con raffiche di mitra lanciando anche alcune bombe a mano. Le prime raffiche falciarono Agnone, Lentini e Reda, che morirono all'istante. Gli altri si precipitarono fuori dal mezzo e, facendosene scudo, risposero al fuoco con le armi automatiche. Quando arrivarono i rinforzi, trovarono sul terreno quattro feriti: Gucciardo e Biundo in modo serio, ma non mortale, mentre Marinaro e Catanese lo erano gravemente e versavano in evidente pericolo di vita. Immediatamente trasportati in ospedale, i quattro agenti furono sottoposti alle cure del caso che però, per due di essi, furono disperate e vane: il Marinaro cessò di vivere poco dopo, mentre il Catanese si spense il 4 luglio, dopo due giorni di agonia.

  • Carmelo Lentini

    Monreale (PA) // 2 luglio 1949 // 23 anni

    Verso le 20,30 del 2 luglio 1949, a bordo di una camionetta Fiat 1100, il Commissario Mariano Lando, 35 anni, funzionario dell'Ispettorato, e le Guardie Carmelo Gucciardo, 24 anni autista, Carmelo Agnone, 28 anni, Carmelo Lentini, 23 anni, Michele Marinaro, 26 anni, Candeloro Catanese, 29 anni, Quinto Reda, 27 anni e Giovanni Biundo, 22 anni, partirono alla volta di Palermo, per recarsi all'Ispettorato, ove era stata convocata un'urgente riunione di servizio. Pochi chilometri dopo, allorché il veicolo giunse in località Portella della Paglia, un gruppo di una decina di fuorilegge aprì il fuoco con raffiche di mitra lanciando anche alcune bombe a mano. Le prime raffiche falciarono Agnone, Lentini e Reda, che morirono all'istante. Gli altri si precipitarono fuori dal mezzo e, facendosene scudo, risposero al fuoco con le armi automatiche. Quando arrivarono i rinforzi, trovarono sul terreno quattro feriti: Gucciardo e Biundo in modo serio, ma non mortale, mentre Marinaro e Catanese lo erano gravemente e versavano in evidente pericolo di vita. Immediatamente trasportati in ospedale, i quattro agenti furono sottoposti alle cure del caso che però, per due di essi, furono disperate e vane: il Marinaro cessò di vivere poco dopo, mentre il Catanese si spense il 4 luglio, dopo due giorni di agonia.

  • Michele Marinaro

    Monreale (PA) // 2 luglio 1949 // 26 anni

    Verso le 20,30 del 2 luglio 1949, a bordo di una camionetta Fiat 1100, il Commissario Mariano Lando, 35 anni, funzionario dell'Ispettorato, e le Guardie Carmelo Gucciardo, 24 anni autista, Carmelo Agnone, 28 anni, Carmelo Lentini, 23 anni, Michele Marinaro, 26 anni, Candeloro Catanese, 29 anni, Quinto Reda, 27 anni e Giovanni Biundo, 22 anni, partirono alla volta di Palermo, per recarsi all'Ispettorato, ove era stata convocata un'urgente riunione di servizio. Pochi chilometri dopo, allorché il veicolo giunse in località Portella della Paglia, un gruppo di una decina di fuorilegge aprì il fuoco con raffiche di mitra lanciando anche alcune bombe a mano. Le prime raffiche falciarono Agnone, Lentini e Reda, che morirono all'istante. Gli altri si precipitarono fuori dal mezzo e, facendosene scudo, risposero al fuoco con le armi automatiche. Quando arrivarono i rinforzi, trovarono sul terreno quattro feriti: Gucciardo e Biundo in modo serio, ma non mortale, mentre Marinaro e Catanese lo erano gravemente e versavano in evidente pericolo di vita. Immediatamente trasportati in ospedale, i quattro agenti furono sottoposti alle cure del caso che però, per due di essi, furono disperate e vane: il Marinaro cessò di vivere poco dopo, mentre il Catanese si spense il 4 luglio, dopo due giorni di agonia.

  • Quinto Reda

    Monreale (PA) // 2 luglio 1949 // 27 anni

    Verso le 20,30 del 2 luglio 1949, a bordo di una camionetta Fiat 1100, il Commissario Mariano Lando, 35 anni, funzionario dell'Ispettorato, e le Guardie Carmelo Gucciardo, 24 anni autista, Carmelo Agnone, 28 anni, Carmelo Lentini, 23 anni, Michele Marinaro, 26 anni, Candeloro Catanese, 29 anni, Quinto Reda, 27 anni e Giovanni Biundo, 22 anni, partirono alla volta di Palermo, per recarsi all'Ispettorato, ove era stata convocata un'urgente riunione di servizio. Pochi chilometri dopo, allorché il veicolo giunse in località Portella della Paglia, un gruppo di una decina di fuorilegge aprì il fuoco con raffiche di mitra lanciando anche alcune bombe a mano. Le prime raffiche falciarono Agnone, Lentini e Reda, che morirono all'istante. Gli altri si precipitarono fuori dal mezzo e, facendosene scudo, risposero al fuoco con le armi automatiche. Quando arrivarono i rinforzi, trovarono sul terreno quattro feriti: Gucciardo e Biundo in modo serio, ma non mortale, mentre Marinaro e Catanese lo erano gravemente e versavano in evidente pericolo di vita. Immediatamente trasportati in ospedale, i quattro agenti furono sottoposti alle cure del caso che però, per due di essi, furono disperate e vane: il Marinaro cessò di vivere poco dopo, mentre il Catanese si spense il 4 luglio, dopo due giorni di agonia.

  • Candeloro Catanese

    Località Portella della Paglia Monreale (PA) // 4 luglio 1949 // 29 anni

    Verso le 20,30 del 2 luglio 1949, a bordo di una camionetta Fiat 1100, il Commissario Mariano Lando, 35 anni, funzionario dell'Ispettorato, e le Guardie Carmelo Gucciardo, 24 anni autista, Carmelo Agnone, 28 anni, Carmelo Lentini, 23 anni, Michele Marinaro, 26 anni, Candeloro Catanese, 29 anni, Quinto Reda, 27 anni e Giovanni Biundo, 22 anni, partirono alla volta di Palermo, per recarsi all'Ispettorato, ove era stata convocata un'urgente riunione di servizio. Pochi chilometri dopo, allorché il veicolo giunse in località Portella della Paglia, un gruppo di una decina di fuorilegge aprì il fuoco con raffiche di mitra lanciando anche alcune bombe a mano. Le prime raffiche falciarono Agnone, Lentini e Reda, che morirono all'istante. Gli altri si precipitarono fuori dal mezzo e, facendosene scudo, risposero al fuoco con le armi automatiche. Quando arrivarono i rinforzi, trovarono sul terreno quattro feriti: Gucciardo e Biundo in modo serio, ma non mortale, mentre Marinaro e Catanese lo erano gravemente e versavano in evidente pericolo di vita. Immediatamente trasportati in ospedale, i quattro agenti furono sottoposti alle cure del caso che però, per due di essi, furono disperate e vane: il Marinaro cessò di vivere poco dopo, mentre il Catanese si spense il 4 luglio, dopo due giorni di agonia.

  • Giovan Battista Aloe

    Strada provinciale tra Partinico e Montelepre (PA) // 19 agosto 1949 // 23 anni

    La strage si inquadra nel difficile contesto del secondo Dopoguerra. L'eccidio fu consumato alle 21.30 del 19 agosto 1949 in quella che allora era una piccola borgata alle porte di Palermo, posta sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città provenendo da Partinico e Montelepre. Una strada, dunque, di obbligato passaggio. Qui il bandito Salvatore Giuliano, detto "Turiddu", fece esplodere una potente mina anticarro, collocata lungo la strada. La deflagrazione investì l'ultimo mezzo, con a bordo 18 carabinieri, di una colonna composta da 5 autocarri pesanti e da due autoblindo che trasportavano complessivamente 60 unità del "XII Battaglione Mobile Carabinieri" di Palermo. L'esplosione dilaniò il mezzo e provocò la morte di sette giovani carabinieri. Provenivano da varie città italiane: Giovan Battista Aloe, classe 1926, da Cosenza, Armando Loddo, classe 1927, da Reggio Calabria, Sergio Mancini, classe 1925, da Roma, Pasquale Antonio Marcone, classe 1922, da Napoli, Gabriele Palandrani, classe 1926, da Ascoli Piceno, Carlo Antonio Pabusa, classe 1926, da Cagliari, e il più giovane, Ilario Russo, classe 1928, da Caserta. Quel tragico pomeriggio i militari dell'Arma delle caserme "Carini" e "Calatafimi" erano pronti per uscire in permesso serale quando giunse la notizia dell'ennesimo attacco, con l'utilizzo di mitragliatrici e bombe a mano, della banda Giuliano alla caserma dei carabinieri dell'isolata località di Bellolampo. Erano le 18. Giunti a Bellolampo, effettuarono il rastrellamento dell'area insieme a un piccolo contingente di agenti di pubblica sicurezza, giunto a bordo di "camionette". L'esito negativo li convinse verso le 21 a rientrare. Il piano di attacco del bandito Giuliano prevedeva però una esecuzione in due tempi: l'attacco dimostrativo alla caserma di Bellolampo, con lo scopo di attirare le forze di polizia in una zona particolarmente adatta all'agguato; la strage della colonna sulla via di ritorno.

  • Armando Loddo

    Strada provinciale tra Partinico e Montelepre (PA) // 19 agosto 1949 // 22 anni

    La strage si inquadra nel difficile contesto del secondo Dopoguerra. L'eccidio fu consumato alle 21.30 del 19 agosto 1949 in quella che allora era una piccola borgata alle porte di Palermo, posta sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città provenendo da Partinico e Montelepre. Una strada, dunque, di obbligato passaggio. Qui il bandito Salvatore Giuliano, detto "Turiddu", fece esplodere una potente mina anticarro, collocata lungo la strada. La deflagrazione investì l'ultimo mezzo, con a bordo 18 carabinieri, di una colonna composta da 5 autocarri pesanti e da due autoblindo che trasportavano complessivamente 60 unità del "XII Battaglione Mobile Carabinieri" di Palermo. L'esplosione dilaniò il mezzo e provocò la morte di sette giovani carabinieri. Provenivano da varie città italiane: Giovan Battista Aloe, classe 1926, da Cosenza, Armando Loddo, classe 1927, da Reggio Calabria, Sergio Mancini, classe 1925, da Roma, Pasquale Antonio Marcone, classe 1922, da Napoli, Gabriele Palandrani, classe 1926, da Ascoli Piceno, Carlo Antonio Pabusa, classe 1926, da Cagliari, e il più giovane, Ilario Russo, classe 1928, da Caserta. Quel tragico pomeriggio i militari dell'Arma delle caserme "Carini" e "Calatafimi" erano pronti per uscire in permesso serale quando giunse la notizia dell'ennesimo attacco, con l'utilizzo di mitragliatrici e bombe a mano, della banda Giuliano alla caserma dei carabinieri dell'isolata località di Bellolampo. Erano le 18. Giunti a Bellolampo, effettuarono il rastrellamento dell'area insieme a un piccolo contingente di agenti di pubblica sicurezza, giunto a bordo di "camionette". L'esito negativo li convinse verso le 21 a rientrare. Il piano di attacco del bandito Giuliano prevedeva però una esecuzione in due tempi: l'attacco dimostrativo alla caserma di Bellolampo, con lo scopo di attirare le forze di polizia in una zona particolarmente adatta all'agguato; la strage della colonna sulla via di ritorno.

  • Sergio Mancini

    Strada provinciale tra Partinico e Montelepre (PA) // 19 agosto 1949 // 24 anni

    La strage si inquadra nel difficile contesto del secondo Dopoguerra. L'eccidio fu consumato alle 21.30 del 19 agosto 1949 in quella che allora era una piccola borgata alle porte di Palermo, posta sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città provenendo da Partinico e Montelepre. Una strada, dunque, di obbligato passaggio. Qui il bandito Salvatore Giuliano, detto "Turiddu", fece esplodere una potente mina anticarro, collocata lungo la strada. La deflagrazione investì l'ultimo mezzo, con a bordo 18 carabinieri, di una colonna composta da 5 autocarri pesanti e da due autoblindo che trasportavano complessivamente 60 unità del "XII Battaglione Mobile Carabinieri" di Palermo. L'esplosione dilaniò il mezzo e provocò la morte di sette giovani carabinieri. Provenivano da varie città italiane: Giovan Battista Aloe, classe 1926, da Cosenza, Armando Loddo, classe 1927, da Reggio Calabria, Sergio Mancini, classe 1925, da Roma, Pasquale Antonio Marcone, classe 1922, da Napoli, Gabriele Palandrani, classe 1926, da Ascoli Piceno, Carlo Antonio Pabusa, classe 1926, da Cagliari, e il più giovane, Ilario Russo, classe 1928, da Caserta. Quel tragico pomeriggio i militari dell'Arma delle caserme "Carini" e "Calatafimi" erano pronti per uscire in permesso serale quando giunse la notizia dell'ennesimo attacco, con l'utilizzo di mitragliatrici e bombe a mano, della banda Giuliano alla caserma dei carabinieri dell'isolata località di Bellolampo. Erano le 18. Giunti a Bellolampo, effettuarono il rastrellamento dell'area insieme a un piccolo contingente di agenti di pubblica sicurezza, giunto a bordo di "camionette". L'esito negativo li convinse verso le 21 a rientrare. Il piano di attacco del bandito Giuliano prevedeva però una esecuzione in due tempi: l'attacco dimostrativo alla caserma di Bellolampo, con lo scopo di attirare le forze di polizia in una zona particolarmente adatta all'agguato; la strage della colonna sulla via di ritorno.

  • Pasquale Marcone

    Strada provinciale tra Partinico e Montelepre (PA) // 19 agosto 1949 // 27 anni

    La strage si inquadra nel difficile contesto del secondo Dopoguerra. L'eccidio fu consumato alle 21.30 del 19 agosto 1949 in quella che allora era una piccola borgata alle porte di Palermo, posta sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città provenendo da Partinico e Montelepre. Una strada, dunque, di obbligato passaggio. Qui il bandito Salvatore Giuliano, detto "Turiddu", fece esplodere una potente mina anticarro, collocata lungo la strada. La deflagrazione investì l'ultimo mezzo, con a bordo 18 carabinieri, di una colonna composta da 5 autocarri pesanti e da due autoblindo che trasportavano complessivamente 60 unità del "XII Battaglione Mobile Carabinieri" di Palermo. L'esplosione dilaniò il mezzo e provocò la morte di sette giovani carabinieri. Provenivano da varie città italiane: Giovan Battista Aloe, classe 1926, da Cosenza, Armando Loddo, classe 1927, da Reggio Calabria, Sergio Mancini, classe 1925, da Roma, Pasquale Antonio Marcone, classe 1922, da Napoli, Gabriele Palandrani, classe 1926, da Ascoli Piceno, Carlo Antonio Pabusa, classe 1926, da Cagliari, e il più giovane, Ilario Russo, classe 1928, da Caserta. Quel tragico pomeriggio i militari dell'Arma delle caserme "Carini" e "Calatafimi" erano pronti per uscire in permesso serale quando giunse la notizia dell'ennesimo attacco, con l'utilizzo di mitragliatrici e bombe a mano, della banda Giuliano alla caserma dei carabinieri dell'isolata località di Bellolampo. Erano le 18. Giunti a Bellolampo, effettuarono il rastrellamento dell'area insieme a un piccolo contingente di agenti di pubblica sicurezza, giunto a bordo di "camionette". L'esito negativo li convinse verso le 21 a rientrare. Il piano di attacco del bandito Giuliano prevedeva però una esecuzione in due tempi: l'attacco dimostrativo alla caserma di Bellolampo, con lo scopo di attirare le forze di polizia in una zona particolarmente adatta all'agguato; la strage della colonna sulla via di ritorno.

  • Carlo Antonio Pabusa

    Strada provinciale tra Partinico e Montelepre (PA) // 19 agosto 1949 // 23 anni

    La strage si inquadra nel difficile contesto del secondo Dopoguerra. L'eccidio fu consumato alle 21.30 del 19 agosto 1949 in quella che allora era una piccola borgata alle porte di Palermo, posta sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città provenendo da Partinico e Montelepre. Una strada, dunque, di obbligato passaggio. Qui il bandito Salvatore Giuliano, detto "Turiddu", fece esplodere una potente mina anticarro, collocata lungo la strada. La deflagrazione investì l'ultimo mezzo, con a bordo 18 carabinieri, di una colonna composta da 5 autocarri pesanti e da due autoblindo che trasportavano complessivamente 60 unità del "XII Battaglione Mobile Carabinieri" di Palermo. L'esplosione dilaniò il mezzo e provocò la morte di sette giovani carabinieri. Provenivano da varie città italiane: Giovan Battista Aloe, classe 1926, da Cosenza, Armando Loddo, classe 1927, da Reggio Calabria, Sergio Mancini, classe 1925, da Roma, Pasquale Antonio Marcone, classe 1922, da Napoli, Gabriele Palandrani, classe 1926, da Ascoli Piceno, Carlo Antonio Pabusa, classe 1926, da Cagliari, e il più giovane, Ilario Russo, classe 1928, da Caserta. Quel tragico pomeriggio i militari dell'Arma delle caserme "Carini" e "Calatafimi" erano pronti per uscire in permesso serale quando giunse la notizia dell'ennesimo attacco, con l'utilizzo di mitragliatrici e bombe a mano, della banda Giuliano alla caserma dei carabinieri dell'isolata località di Bellolampo. Erano le 18. Giunti a Bellolampo, effettuarono il rastrellamento dell'area insieme a un piccolo contingente di agenti di pubblica sicurezza, giunto a bordo di "camionette". L'esito negativo li convinse verso le 21 a rientrare. Il piano di attacco del bandito Giuliano prevedeva però una esecuzione in due tempi: l'attacco dimostrativo alla caserma di Bellolampo, con lo scopo di attirare le forze di polizia in una zona particolarmente adatta all'agguato; la strage della colonna sulla via di ritorno.

  • Gabriele Palandrani

    Strada provinciale tra Partinico e Montelepre (PA) // 19 agosto 1949 // 23 anni

    La strage si inquadra nel difficile contesto del secondo Dopoguerra. L'eccidio fu consumato alle 21.30 del 19 agosto 1949 in quella che allora era una piccola borgata alle porte di Palermo, posta sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città provenendo da Partinico e Montelepre. Una strada, dunque, di obbligato passaggio. Qui il bandito Salvatore Giuliano, detto "Turiddu", fece esplodere una potente mina anticarro, collocata lungo la strada. La deflagrazione investì l'ultimo mezzo, con a bordo 18 carabinieri, di una colonna composta da 5 autocarri pesanti e da due autoblindo che trasportavano complessivamente 60 unità del "XII Battaglione Mobile Carabinieri" di Palermo. L'esplosione dilaniò il mezzo e provocò la morte di sette giovani carabinieri. Provenivano da varie città italiane: Giovan Battista Aloe, classe 1926, da Cosenza, Armando Loddo, classe 1927, da Reggio Calabria, Sergio Mancini, classe 1925, da Roma, Pasquale Antonio Marcone, classe 1922, da Napoli, Gabriele Palandrani, classe 1926, da Ascoli Piceno, Carlo Antonio Pabusa, classe 1926, da Cagliari, e il più giovane, Ilario Russo, classe 1928, da Caserta. Quel tragico pomeriggio i militari dell'Arma delle caserme "Carini" e "Calatafimi" erano pronti per uscire in permesso serale quando giunse la notizia dell'ennesimo attacco, con l'utilizzo di mitragliatrici e bombe a mano, della banda Giuliano alla caserma dei carabinieri dell'isolata località di Bellolampo. Erano le 18. Giunti a Bellolampo, effettuarono il rastrellamento dell'area insieme a un piccolo contingente di agenti di pubblica sicurezza, giunto a bordo di "camionette". L'esito negativo li convinse verso le 21 a rientrare. Il piano di attacco del bandito Giuliano prevedeva però una esecuzione in due tempi: l'attacco dimostrativo alla caserma di Bellolampo, con lo scopo di attirare le forze di polizia in una zona particolarmente adatta all'agguato; la strage della colonna sulla via di ritorno.

  • Ilario Russo

    Strada provinciale tra Partinico e Montelepre (PA) // 19 agosto 1949 // 24 anni

    La strage si inquadra nel difficile contesto del secondo Dopoguerra. L'eccidio fu consumato alle 21.30 del 19 agosto 1949 in quella che allora era una piccola borgata alle porte di Palermo, posta sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città provenendo da Partinico e Montelepre. Una strada, dunque, di obbligato passaggio. Qui il bandito Salvatore Giuliano, detto "Turiddu", fece esplodere una potente mina anticarro, collocata lungo la strada. La deflagrazione investì l'ultimo mezzo, con a bordo 18 carabinieri, di una colonna composta da 5 autocarri pesanti e da due autoblindo che trasportavano complessivamente 60 unità del "XII Battaglione Mobile Carabinieri" di Palermo. L'esplosione dilaniò il mezzo e provocò la morte di sette giovani carabinieri. Provenivano da varie città italiane: Giovan Battista Aloe, classe 1926, da Cosenza, Armando Loddo, classe 1927, da Reggio Calabria, Sergio Mancini, classe 1925, da Roma, Pasquale Antonio Marcone, classe 1922, da Napoli, Gabriele Palandrani, classe 1926, da Ascoli Piceno, Carlo Antonio Pabusa, classe 1926, da Cagliari, e il più giovane, Ilario Russo, classe 1928, da Caserta. Quel tragico pomeriggio i militari dell'Arma delle caserme "Carini" e "Calatafimi" erano pronti per uscire in permesso serale quando giunse la notizia dell'ennesimo attacco, con l'utilizzo di mitragliatrici e bombe a mano, della banda Giuliano alla caserma dei carabinieri dell'isolata località di Bellolampo. Erano le 18. Giunti a Bellolampo, effettuarono il rastrellamento dell'area insieme a un piccolo contingente di agenti di pubblica sicurezza, giunto a bordo di "camionette". L'esito negativo li convinse verso le 21 a rientrare. Il piano di attacco del bandito Giuliano prevedeva però una esecuzione in due tempi: l'attacco dimostrativo alla caserma di Bellolampo, con lo scopo di attirare le forze di polizia in una zona particolarmente adatta all'agguato; la strage della colonna sulla via di ritorno.

  • Giovanni Calabrese

    San Cipirello (PA) // 21 agosto 1949 // 23 anni

    Il 21 agosto del 1949 a San Cipirello (PA) la banda Giuliano uccide i carabinieri Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza. Erano le 21 quando un reparto di carabinieri in pattuglione era pronto per effettuare il consueto servizio di perlustrazione nelle immediate vicinanze del paese, che di solito chiude l'attività ordinaria del nucleo. Aperta la porta della caserma, i primi due militari che si sono affacciati sulla soglia, Giuseppe Fiorenza 22 anni e Giovanni Calabrese 23 anni, sono stati abbattuti da una violentissima raffica di mitra seguita dallo scoppio di innumerevoli bombe a mano. Il carabiniere Fiorenza, con la testa e il torace crivellati di colpi, é spirato prima di cadere a terra. Il carabiniere Calabrese, ferito gravemente, è stato trasportato all'ospedale militare di Palermo a bordo di un camion, dove è morto la mattina dopo.

  • Giuseppe Fiorenza

    San Cipirello (PA) // 21 agosto 1949 // 22 anni

    Il 21 agosto del 1949 a San Cipirello (PA) la banda Giuliano uccide i carabinieri Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza. Erano le 21 quando un reparto di carabinieri in pattuglione era pronto per effettuare il consueto servizio di perlustrazione nelle immediate vicinanze del paese, che di solito chiude l'attività ordinaria del nucleo. Aperta la porta della caserma, i primi due militari che si sono affacciati sulla soglia, Giuseppe Fiorenza 22 anni e Giovanni Calabrese 23 anni, sono stati abbattuti da una violentissima raffica di mitra seguita dallo scoppio di innumerevoli bombe a mano. Il carabiniere Fiorenza, con la testa e il torace crivellati di colpi, é spirato prima di cadere a terra. Il carabiniere Calabrese, ferito gravemente, è stato trasportato all'ospedale militare di Palermo a bordo di un camion, dove è morto la mattina dopo.

  • Francesco Butifar

    Bagheria (PA) // 28 novembre 1949 //

    Francesco Butifar, appuntato dei Carabinieri, insieme al Maresciallo Capo Comandante della Stazione Carabinieri Salvatore Messina il 28 novembre 1949 uscì per un sopralluogo per cercare un carro agricolo rubato. Durante il perlustramento individuarono in una stalla un gruppo di criminali. Morirono durante lo scontro a fuoco.

  • Salvatore Messina

    Bagheria (PA) // 28 novembre 1949 //

    Salvatore Messina era Maresciallo Capo Comandante della Stazione Carabinieri di Bagheria Alta (PA). Insieme al collega Franco Butifar appuntato dei Carabinieri, il 28 novembre 1949 uscirono per un sopralluogo per cercare un carro agricolo rubato. Durante il perlustramento individuarono in una stalla un gruppo di criminali. Morirono durante lo scontro a fuoco.

  • Provvidenza Greco

    PA //

    Provvidenza Greco muore nel 1951 a causa delle ferite riportate durante la strage di Portella della Ginestra.

  • Antonio Sanginiti

    Petrizzi (CZ) // 30 agosto 1951 //

    Antonio Sanginiti, comandante della stazione dei Carabinieri di Petrizzi (CZ). Venne ucciso il 30 agosto 1951 davanti al bar Delianova da Angelo Macrì, un ragazzo appena ventenne. Il comandante Antonio Sanginiti fu ucciso per vendetta nei confronti delle forze dell'ordine.

  • Domenica Zucco

    San Martino di Taurianova (RC) // 3 ottobre 1951 // 3 anni

    Solo 3 anni colpita a morte il 3 ottobre 1951 all'addome nell'agguato contro il padre il 3 ottobre 1951 Domenico Zucco coinvolto l'anno prima nell'omicidio di Girolamo Fedele, fatto fuori nella piazza principale del paese. La vendetta del fratello dell'ucciso, Vittorio Fedele non si fa aspettare. Quella sera del 3 ottobre l'occasione è buona, i vicini non sono una problema e neanche la presenza delle bambine ferma l'assassino. Il fucile fa centro da dieci metri di distanza, ma anche le piccole sono ferite gravemente. Domenica Zucco, colpita all'addome, morirà il 3 ottobre 1951, dopo ventiquattro giorni di agonia.

  • Filippo Intili

    Caccamo (PA) // 7 agosto 1952 // 51 anni

    Filippo Intili lavorava a Caccamo (PA), era un contadino che militava nel partito comunista. Fu ucciso il 7 agosto 1952 a 51 anni. Oltre a svolgere il suo lavoro nei campi prendeva parte alle proteste dei contadini che rivendicavano l'applicazione della riforma agraria.

  • Salvatore Carnevale

    Sciara (PA) // 16 maggio 1955 // 31 anni

    Salvatore Carnevale era un bracciante e sindacalista socialista di Sciara (PA) di 31 anni. Venne assassinato il 16 maggio 1955 all'alba mentre si recava a lavorare in una cava di pietra gestita dall'impresa Lambertini. I killer lo uccisero mentre percorreva la mulattiera di contrada Cozze secche. Carnevale aveva dato molto fastidio ai proprietari terrieri per difendere i diritti dei braccianti agricoli: era infatti molto attivo politicamente nel sindacato e nel movimento contadino.

  • Giuseppe Spagnuolo

    Cattolica Eraclea (AG) // 13 agosto 1955 // 54 anni

    Giuseppe Spagnuolo lavorava a Cattolica Eraclea, in provincia di Agrigento, ed era un coraggioso amministratore di 54 anni. Era sindaco comunista di Cattolica Eraclea, attivista della Camera del lavoro, presidente della cooperativa agricola La Proletaria e della locale associazione di contadini. Spagnuolo si impegnava nella lotta a favore dell'occupazione delle terre. Nonostante le minacce e le intimidazioni non si è mai tirato indietro, ha sempre portato avanti il suo dovere di amministratore onesto e coraggioso, erede dei valori di giustizia e legalità. Venne ucciso il 13 agosto del 1955.

  • Pasquale Almerico

    Camporeale (PA) // 25 marzo 1957 // 43 anni

    Pasquale Almerico nacque a Camporeale il 12 luglio 1914. Divenne maestro elementare conseguendo l'abilitazione magistrale. Si iscrisse all'università alla facoltà di legge con ottimi risultati, ma abbandonò gli studi preso dall'impegno politico. Almerico venne eletto sindaco il 25 maggio 1952. Durante il suo mandato venne istituita a Camporeale una sezione staccata della scuola media di Alcamo. Fu inoltre resa agibile la strada provinciale Alcamo-Camporeale, unica strada grazie alla quale si poteva raggiungere Trapani, che a quei tempi era il capoluogo di provincia. Nel marzo 1955, Almerico fu costretto a dimettersi dalla carica di sindaco ma la sua attività politica continuò come segretario della sezione della Democrazia Cristiana di Camporeale. Fu assassinato il 25 marzo 1957 a Camporeale, in via Minghetti, da cinque uomini a cavallo armati di mitra. Anche un giovane passante, Antonio Pollari, rimase ucciso nell'agguato.

  • Antonino Pollari

    Camporeale (PA) // 25 marzo 1957 //

    Antonio Pollari fu ucciso il 25 marzo 1957 a Camporeale da proiettili vaganti durante un agguato diretto a Pasquale Almerico, sindaco di Camporeale eletto nel 1952.

  • Vincenzo Di Salvo

    Licata (AG) // 18 marzo 1958 // 32 anni

    Vincenzo Di Salvo fu ucciso nella tarda serata del 18 marzo 1958 con un colpo di pistola in pieno petto. Era un operaio edile di 32 anni di Licata. Lavoratore onesto e incensurato, è stato trovato riverso al suolo in una pozza di sangue. Vincenzo Di Salvo dirigeva la Lega edili aderente all'organizzazione unitaria e contemporaneamente prestava la sua attività lavorativa presso la ditta Iacona, impresa appaltatrice dei lavori di costruzione delle fognature cittadine. In qualità di dirigente sindacale, Di Salvo era stato alla testa dello sciopero dei dipendenti dell'impresa, non essendo riusciti i lavoratori a ottenere il pagamento dei salari e degli assegni familiari maturati.

  • Vincenzo Savoca

    Palermo (PA) // 5 novembre 1958 // 34 anni

    Vincenzo Savoca era un agente della Squadra Mobile di Palermo. Aveva ricevuto un'informazione riguardo a un contrabbandiere ricercato: la sera del 4 novembre 1958 sarebbe rientrato nella propria abitazione, in Piazza Magione, per trascorrervi la notte. Insieme alla Guardia Placido Russo, intorno alle 18, si recò nei pressi della casa per attendere l'uomo e arrestarlo. Dopo circa due ore, il contrabbandiere fece ritorno a casa. Ad attenderlo con le manette i due poliziotti che lo dichiarono in arresto. In pochi istanti una folla di persone circondò e aggredì gli agenti. L'appuntato Savoca continuava bloccare il contrabbandiere, mentre la Guardia Russo, colpito agli occhi dalla folla e momentaneamente accecato, si accorse che qualcuno stava tentando di estrargli la pistola. La estrasse dalla fondina per esplodere alcuni colpi in aria. Ma gli sconosciuti, nel tentativo di disarmarlo, gli torsero il polso proprio mentre premeva il grilletto e il colpo raggiunse l'appuntato Savoca alla testa. Solo a quel punto la folla si disperse. Vincenzo Savoca, ricoverato in ospedale, morì la sera dopo, lasciando vedova la giovane moglie, che aveva sposato pochi mesi prima e in attesa del primo figlio.

  • Anna Prestigiacomo

    Palermo (PA) // 26 giugno 1959 // 15 anni

    Anna Prestigiacomo aveva 15 anni quando venne uccisa una pomeriggio d'estate nel giardino di casa sua nel rione San Lorenzo, a Palermo. Era il 26 giugno 1959. Quel pomeriggio Anna stava giocando con la sorellina Rosetta di quattro anni più piccola nel cortiletto antistante la loro casa. Anna fu uccisa probabilmente per vendetta nei confronti del padre ritenuto confidente dei carabinieri.

  • Giuseppina Savoca

    Palermo (PA) // 19 settembre 1959 // 12 anni

    Giuseppina Savoca venne uccisa il 19 settembre 1959 all'età di 12 anni. Stava giocando sotto casa, in via Messina Marine, a Palermo, quando venne raggiunta da un proiettile vagante. L'obiettivo dell'agguato era Filippo Drago, un pregiudicato di 51 anni, proprietario di una profumeria. Giuseppina morì sul colpo.

  • Antonino Pecoraro

    Godrano (PA) // 26 ottobre 1959 // 9 anni

    I fratelli Antonino e Vincenzo Pecoraro, rispettivamente di 10 e 19 anni, rimasero vittime della cosiddetta "strage di Godrano", il 26 ottobre 1959. Nell'attacco vennero feriti anche il padre Francesco e il compaesano Demetrio Pecorino. I killer - i fratelli Francesco e Salvatore Maggio - si erano nascosti, travestiti da carabinieri, nella casa disabitata di Agostino Barbaccia, vicino dei Pecoraro. Fecero irruzione a casa delle vittime e cominciarono a sparare. In casa c'erano Francesco, il padre, la moglie Francesca e il bambino Antonio, oltre che Demetrio Pecorino. I colpi di fucile e lupara raggiunsero Pecorino alle gambe e Francesco e Antonino al torace. Il bambino sarebbe morto due giorni dopo. Udendo gli spari, l'altro figlio, Vincenzo, che in quel momento si trovava nella stalla, accorse, ma venne falciato pure lui.

  • Vincenzo Pecoraro

    Godrano (PA) // 26 ottobre 1959 // 19 anni

    I fratelli Antonino e Vincenzo Pecoraro, rispettivamente di 10 e 19 anni, rimasero vittime della cosiddetta "strage di Godrano", il 26 ottobre 1959. Nell'attacco vennero feriti anche il padre Francesco e il compaesano Demetrio Pecorino. I killer - i fratelli Francesco e Salvatore Maggio - si erano nascosti, travestiti da carabinieri, nella casa disabitata di Agostino Barbaccia, vicino dei Pecoraro. Fecero irruzione a casa delle vittime e cominciarono a sparare. In casa c'erano Francesco, il padre, la moglie Francesca e il bambino Antonio, oltre che Demetrio Pecorino. I colpi di fucile e lupara raggiunsero Pecorino alle gambe e Francesco e Antonino al torace. Il bambino sarebbe morto due giorni dopo. Udendo gli spari, l'altro figlio, Vincenzo, che in quel momento si trovava nella stalla, accorse, ma venne falciato pure lui.

  • Antonino Giannola

    Nicosia (EN) // 26 gennaio 1960 // 54 anni

    Antonino Giannola, entrato in magistratura a soli 24 anni, fu assegnato alla Corte d'Assise di Palermo alla fine degli anni '40, in momenti storici particolarmente complessi per la Sicilia dove le note vicende riguardanti il separatismo, le lotte agrarie e il banditismo ebbero nella strage di Portella della Ginestra l'espressione più tragica e violenta. In quegli anni, Antonino Giannola svolgeva le delicatissime funzioni di giudice a latere in Corte d'Assise, dove si celebravano anche i processi alla banda Giuliano. Gli fu assegnata una scorta armata che lo accompagnava, a piedi, in tutti i suoi spostamenti. Presidente del Tribunale di Nicosia (EN), il 26 gennaio del 1960, mentre presiedeva un'udienza civile nel suo ufficio, venne barbaramente assassinato da un individuo armato, esasperato per un ulteriore rinvio di una causa da lui intentata contro un avvocato. L'uomo era convinto che l'ambiente forense locale gli fosse ostile. Giannola abitava a Palermo con la moglie e i suoi tre figli.

  • Antonino Damanti

    Agrigento (AG) // 30 marzo 1960 // 17 anni

    Antonino Damanti venne ucciso per errore all'età di 17 anni. Era il 30 marzo del 1960, alcuni mafiosi stavano compiendo l'agguato al commissario di polizia Cataldo Tandoy, quando una pallottola vagante colpì il ragazzo.

  • Cosimo Cristina

    Termini Imerese (PA) // 5 maggio 1960 // 24 anni

    Cosimo iniziò la propria carriera di giornalista nel 1955 a venti anni. Successivamente fondò e diresse a Palermo il periodico «Prospettive Siciliane». Dal 1959 collaborò come corrispondente per L'Ora di Palermo, per Il Giorno di Milano, per l'agenzia ANSA, per Il Messaggero di Roma e per Il Gazzettino di Venezia. Giovane e ambizioso, con il periodico da lui fondato seguiva con particolare attenzione la cronaca nera, il fenomeno mafioso e le sue ramificazioni nei territori di Termini Imerese e della vicina Caccamo. Tali attività di cronaca gli costarono la condanna a morte da parte di alcune famiglie mafiose.

  • Paolo Bongiorno

    Lucca Sicula (AG) // 27 settembre 1960 // 38 anni

    Paolo Bongiorno era un contadino e ricopriva la carica di segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula. Sin dal 1944, fu inserito nelle liste dei candidati del Pci al consiglio comunale per le elezioni del 1960. Venne assassinato a colpi di arma da fuoco mentre rientrava a casa il 27 settembre dello stesso anno. Sugli indumenti che indossava quando l'ammazzarono, Paolo teneva una lettera a sua firma, intestata alla CGIL, in cui informava che stava riunendo i lavoratori per lo "sciopero generale del primo ottobre".

  • Paolino Riccobono

    Palermo (PA) // 19 gennaio 1961 // 13 anni

    Paolino Riccobono venne ucciso il 19 gennaio 1961 sulle pendici del monte Billemi, a Tommaso Natale, borgata di Palermo. Paolino aveva 13 anni e un cognome segnato. Il padre era stato ucciso la sera del 16 novembre del '57 mentre rincasava. Il fratello Giuseppe fu sequestrato e assassinato nel 1960. Un altro fratello, Natale, venne eliminato a metà degli anni '70, poco dopo la scarcerazione. Uno sterminio frutto della faida che andava avanti dal 1953 tra le famiglie di Tommaso Natale e di Cardillo.

  • Giacinto Puleo

    Bagheria (PA) // 2 luglio 1962 //

    Giacinto Puleo era un bracciante agricolo. Emigrato in Germania, aveva continuato a sperare di rientrare al paese. Col tempo, il suo sogno si era trasformato in realtà. Così, dopo aver preso un pezzo di limoneto a mezzadria insieme a un amico a Bagheria, si era rimesso al lavoro. Purtroppo però non sapeva che quel limoneto era in realtà nelle mani di un mafioso. Al momento del raccolto gli fu consigliato di andarsene. Ma Giacinto decise di non abbassare la testa. Fu ucciso il 2 luglio del 1962 con due colpi alla testa mentre di primo mattino si recava nel suo limoneto.

  • Enrico Mattei

    Bescapè Pavia (MI) // 27 ottobre 1962 // 56 anni

    Enrico Mattei era un imprenditore e dirigente pubblico di alto spessore. Nell'immediato dopoguerra fu incaricato dallo Stato di smantellare l'Agip, creata nel 1926 dal regime fascista, ma invece di seguire le istruzioni del Governo, riorganizzò l'azienda fondando nel 1953 l'ENI, di cui l'Agip divenne la struttura portante. Sotto la sua presidenza l'ENI negoziò rilevanti concessioni petrolifere in Medio Oriente e un importante accordo commerciale con l'Unione Sovietica. Iniziative che contribuirono a rompere l'oligopolio delle 'Sette sorelle', che allora dominavano l'industria petrolifera mondiale. Mattei introdusse, inoltre, il principio per il quale i Paesi proprietari delle riserve dovevano ricevere il 75% dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti. Pur non essendo attivamente impegnato in politica, era vicino alla sinistra democristiana e fu parlamentare dal 1948 al 1953. Morì in un misterioso incidente aereo il 27 ottobre 1962 a Bascapè (Pavia). Nel 2005 fu stabilito che l'incidente fu di natura dolosa.

  • Eugenio Altomare

    Borgata Ciaculli – Palermo (PA) // 30 giugno 1963 // 32 anni

    La Strage di Ciaculli ebbe luogo nella borgata agricola di Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963. Un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi uccise il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci. Negli anni tra il 1962 e il 1963, Palermo era in preda alla prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, in lotta per la supremazia nel settore del traffico della droga. Nel primo pomeriggio di quel tragico 30 giugno, una telefonata avvisò i Carabinieri di Palermo della presenza di un'auto sospetta parcheggiata davanti al viale di Villa Serena (Borgata Ciaculli), presso i fondi dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo. La segnalazione appena arrivata fu passata al tenente Mario Malausa, che subito collegò il luogo della segnalazione con l'abitazione di Totò Greco. Così l'ufficiale inviò una pattuglia a piantonare l'automobile, chiedendo anche l'intervento degli artificieri. Giunto sul posto insieme al maresciallo Calogero Vaccaro, Malausa incontrò altri due colleghi, Marino Fardelli ed Eugenio Altomare, e un uomo in borghese, il maresciallo di polizia. Silvio Corrao. Poco dopo, giunsero anche gli artificieri Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci. I due artificieri disinnescarono l'ordigno, un bombola di gas posta all'interno della vettura, ignari della presenza di un sistema a doppia carica. La bombola infatti era un'esca e una seconda carica esplosiva, collegata alla porta del portabagaglio con un congegno a strappo, era stata attivata dal tenente Mario Malausa che lo aveva aperto. I sette morirono nello scoppio.

  • Pietro Cannizzaro

    Villabate (PA) // 30 giugno 1963 // 52 anni

    La notte del 29 giugno 1963 il panettiere Giuseppe Tesauro si trovava nel suo panificio a Villabate quando notò del fumo uscire da un'automobile parcheggiata davanti a un vicino garage. Tesauro avvertì del fatto il custode del garage, Pietro Cannizzaro. I due si avvicinarono all'auto, ma quando Cannizzaro provò ad aprirla, questa esplose perché imbottita di tritolo. Pietro Cannizzaro, 52 anni, e Giuseppe Tesauro, 41 anni, morirono sul colpo. Secondo alcune fonti, la bomba era indirizzata al mafioso Giovanni Di Peri.

  • Giorgio Ciacci

    Borgata Ciaculli – Palermo (PA) // 30 giugno 1963 //

    La Strage di Ciaculli ebbe luogo nella borgata agricola di Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963. Un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi uccise il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci. Negli anni tra il 1962 e il 1963, Palermo era in preda alla prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, in lotta per la supremazia nel settore del traffico della droga. Nel primo pomeriggio di quel tragico 30 giugno, una telefonata avvisò i Carabinieri di Palermo della presenza di un'auto sospetta parcheggiata davanti al viale di Villa Serena (Borgata Ciaculli), presso i fondi dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo. La segnalazione appena arrivata fu passata al tenente Mario Malausa, che subito collegò il luogo della segnalazione con l'abitazione di Totò Greco. Così l'ufficiale inviò una pattuglia a piantonare l'automobile, chiedendo anche l'intervento degli artificieri. Giunto sul posto insieme al maresciallo Calogero Vaccaro, Malausa incontrò altri due colleghi, Marino Fardelli ed Eugenio Altomare, e un uomo in borghese, il maresciallo di polizia. Silvio Corrao. Poco dopo, giunsero anche gli artificieri Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci. I due artificieri disinnescarono l'ordigno, un bombola di gas posta all'interno della vettura, ignari della presenza di un sistema a doppia carica. La bombola infatti era un'esca e una seconda carica esplosiva, collegata alla porta del portabagaglio con un congegno a strappo, era stata attivata dal tenente Mario Malausa che lo aveva aperto. I sette morirono nello scoppio.

  • Silvio Corrao

    Borgata Ciaculli – Palermo (PA) // 30 giugno 1963 //

    La Strage di Ciaculli ebbe luogo nella borgata agricola di Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963. Un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi uccise il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci. Negli anni tra il 1962 e il 1963, Palermo era in preda alla prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, in lotta per la supremazia nel settore del traffico della droga. Nel primo pomeriggio di quel tragico 30 giugno, una telefonata avvisò i Carabinieri di Palermo della presenza di un'auto sospetta parcheggiata davanti al viale di Villa Serena (Borgata Ciaculli), presso i fondi dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo. La segnalazione appena arrivata fu passata al tenente Mario Malausa, che subito collegò il luogo della segnalazione con l'abitazione di Totò Greco. Così l'ufficiale inviò una pattuglia a piantonare l'automobile, chiedendo anche l'intervento degli artificieri. Giunto sul posto insieme al maresciallo Calogero Vaccaro, Malausa incontrò altri due colleghi, Marino Fardelli ed Eugenio Altomare, e un uomo in borghese, il maresciallo di polizia. Silvio Corrao. Poco dopo, giunsero anche gli artificieri Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci. I due artificieri disinnescarono l'ordigno, un bombola di gas posta all'interno della vettura, ignari della presenza di un sistema a doppia carica. La bombola infatti era un'esca e una seconda carica esplosiva, collegata alla porta del portabagaglio con un congegno a strappo, era stata attivata dal tenente Mario Malausa che lo aveva aperto. I sette morirono nello scoppio.

  • Marino Fardelli

    Borgata Ciaculli – Palermo (PA) // 30 giugno 1963 // 20 anni

    La Strage di Ciaculli ebbe luogo nella borgata agricola di Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963. Un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi uccise il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci. Negli anni tra il 1962 e il 1963, Palermo era in preda alla prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, in lotta per la supremazia nel settore del traffico della droga. Nel primo pomeriggio di quel tragico 30 giugno, una telefonata avvisò i Carabinieri di Palermo della presenza di un'auto sospetta parcheggiata davanti al viale di Villa Serena (Borgata Ciaculli), presso i fondi dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo. La segnalazione appena arrivata fu passata al tenente Mario Malausa, che subito collegò il luogo della segnalazione con l'abitazione di Totò Greco. Così l'ufficiale inviò una pattuglia a piantonare l'automobile, chiedendo anche l'intervento degli artificieri. Giunto sul posto insieme al maresciallo Calogero Vaccaro, Malausa incontrò altri due colleghi, Marino Fardelli ed Eugenio Altomare, e un uomo in borghese, il maresciallo di polizia. Silvio Corrao. Poco dopo, giunsero anche gli artificieri Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci. I due artificieri disinnescarono l'ordigno, un bombola di gas posta all'interno della vettura, ignari della presenza di un sistema a doppia carica. La bombola infatti era un'esca e una seconda carica esplosiva, collegata alla porta del portabagaglio con un congegno a strappo, era stata attivata dal tenente Mario Malausa che lo aveva aperto. I sette morirono nello scoppio.

  • Mario Malausa

    Borgata Ciaculli – Palermo (PA) // 30 giugno 1963 // 24 anni

    La Strage di Ciaculli ebbe luogo nella borgata agricola di Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963. Un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi uccise il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci. Negli anni tra il 1962 e il 1963, Palermo era in preda alla prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, in lotta per la supremazia nel settore del traffico della droga. Nel primo pomeriggio di quel tragico 30 giugno, una telefonata avvisò i Carabinieri di Palermo della presenza di un'auto sospetta parcheggiata davanti al viale di Villa Serena (Borgata Ciaculli), presso i fondi dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo. La segnalazione appena arrivata fu passata al tenente Mario Malausa, che subito collegò il luogo della segnalazione con l'abitazione di Totò Greco. Così l'ufficiale inviò una pattuglia a piantonare l'automobile, chiedendo anche l'intervento degli artificieri. Giunto sul posto insieme al maresciallo Calogero Vaccaro, Malausa incontrò altri due colleghi, Marino Fardelli ed Eugenio Altomare, e un uomo in borghese, il maresciallo di polizia. Silvio Corrao. Poco dopo, giunsero anche gli artificieri Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci. I due artificieri disinnescarono l'ordigno, un bombola di gas posta all'interno della vettura, ignari della presenza di un sistema a doppia carica. La bombola infatti era un'esca e una seconda carica esplosiva, collegata alla porta del portabagaglio con un congegno a strappo, era stata attivata dal tenente Mario Malausa che lo aveva aperto. I sette morirono nello scoppio.

  • Pasquale Nuccio

    Borgata Ciaculli – Palermo (PA) // 30 giugno 1963 //

    La Strage di Ciaculli ebbe luogo nella borgata agricola di Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963. Un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi uccise il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci. Negli anni tra il 1962 e il 1963, Palermo era in preda alla prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, in lotta per la supremazia nel settore del traffico della droga. Nel primo pomeriggio di quel tragico 30 giugno, una telefonata avvisò i Carabinieri di Palermo della presenza di un'auto sospetta parcheggiata davanti al viale di Villa Serena (Borgata Ciaculli), presso i fondi dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo. La segnalazione appena arrivata fu passata al tenente Mario Malausa, che subito collegò il luogo della segnalazione con l'abitazione di Totò Greco. Così l'ufficiale inviò una pattuglia a piantonare l'automobile, chiedendo anche l'intervento degli artificieri. Giunto sul posto insieme al maresciallo Calogero Vaccaro, Malausa incontrò altri due colleghi, Marino Fardelli ed Eugenio Altomare, e un uomo in borghese, il maresciallo di polizia. Silvio Corrao. Poco dopo, giunsero anche gli artificieri Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci. I due artificieri disinnescarono l'ordigno, un bombola di gas posta all'interno della vettura, ignari della presenza di un sistema a doppia carica. La bombola infatti era un'esca e una seconda carica esplosiva, collegata alla porta del portabagaglio con un congegno a strappo, era stata attivata dal tenente Mario Malausa che lo aveva aperto. I sette morirono nello scoppio.

  • Giuseppe Tesauro

    Villabate (PA) // 30 giugno 1963 // 41 anni

    Giuseppe Tesauro era un panettiere di Villabate, padre di quattro figli. La notte del 29 giugno 1963 si trovava nel suo panificio quando notò del fumo uscire da un'automobile parcheggiata davanti a un vicino garage. Tesauro avvertì del fatto il custode del garage, Pietro Cannizzaro. I due si avvicinarono all'auto, ma quando Cannizzaro provò ad aprirla, questa esplose perché imbottita di tritolo. Pietro Cannizzaro, 52 anni, e Giuseppe Tesauro, 41 anni, morirono sul colpo. Secondo alcune fonti, la bomba era indirizzata al mafioso Giovanni Di Peri.

  • Calogero Vaccaro

    Borgata Ciaculli – Palermo (PA) // 30 giugno 1963 // 40 anni

    La Strage di Ciaculli ebbe luogo nella borgata agricola di Ciaculli a Palermo il 30 giugno 1963. Un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivi uccise il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci. Negli anni tra il 1962 e il 1963, Palermo era in preda alla prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, in lotta per la supremazia nel settore del traffico della droga. Nel primo pomeriggio di quel tragico 30 giugno, una telefonata avvisò i Carabinieri di Palermo della presenza di un'auto sospetta parcheggiata davanti al viale di Villa Serena (Borgata Ciaculli), presso i fondi dei fratelli Salvatore e Giovanni Prestifilippo. La segnalazione appena arrivata fu passata al tenente Mario Malausa, che subito collegò il luogo della segnalazione con l'abitazione di Totò Greco. Così l'ufficiale inviò una pattuglia a piantonare l'automobile, chiedendo anche l'intervento degli artificieri. Giunto sul posto insieme al maresciallo Calogero Vaccaro, Malausa incontrò altri due colleghi, Marino Fardelli ed Eugenio Altomare, e un uomo in borghese, il maresciallo di polizia. Silvio Corrao. Poco dopo, giunsero anche gli artificieri Pasquale Nuccio e Giorgio Ciacci. I due artificieri disinnescarono l'ordigno, un bombola di gas posta all'interno della vettura, ignari della presenza di un sistema a doppia carica. La bombola infatti era un'esca e una seconda carica esplosiva, collegata alla porta del portabagaglio con un congegno a strappo, era stata attivata dal tenente Mario Malausa che lo aveva aperto. I sette morirono nello scoppio.

  • Cosimo Gioffrè

    Sant'Eufemia d'Aspromonte (RC) // 19 gennaio 1965 // 12 anni

    Dieci anni, ucciso nella notte del 19 gennaio 1965 a Sant'Eufemia d'Aspromonte mentre dorme nel letto con la madre e con altre tre fratelli. Una vendetta nei confronti di suo padre Giuseppe Gioffrè, mentre era in carcere.

  • Giuseppe Burgio

    Canicatti' (AG) // 48 anni

    Giuseppe Burgio, appuntato dei carabinieri, morì nel 1966 travolto da un'auto che non si è fermata a un posto di blocco nei pressi di Canicattì.

  • Carmelo Battaglia

    Tusa (ME) // 24 marzo 1966 // 43 anni

    Carmelo Battaglia era assessore comunale socialista del comune di Tusa, in provincia di Messina. Era tra i soci della cooperativa di pascolo "Risveglio alesino". Nella zona era in atto una "guerra dei pascoli" con molte vittime tra i pastori e abigeatari. Carmelo con la sua cooperativa era riuscito ad acquistare un feudo e si batteva contro i mafiosi della zona. Venne assassinato all'alba del 24 marzo 1966 mentre si recava, a dorso di mulo, verso l'ex feudo.

  • Giuseppe Piani

    Torre del Greco (NA) // 29 dicembre 1967 // 38 anni

    Giuseppe Piani era un carabiniere scelto appartenente alla squadra di polizia giudiziaria della Tenenza di Torre del Greco. Il 29 dicembre 1967 una telefonata segnalò la presenza di un noto ricercato nei locali di un barbiere della città. Giuseppe Piani, accompagnato dal Brigadiere Antonino Pizzo, intervenne e arrestò il pregiudicato. Nel viaggio di ritorno, però, il criminale riuscì a liberarsi e a fare fuoco sui due componenti delle forze dell'ordine. Giuseppe Piani morì subito dopo l'arrivo in ospedale.

  • Salvatore Surolo

  • Orazio Costantino

    Casteldaccia (PA) // 27 aprile 1969 // 37 anni

    Era un carabiniere in servizio a Casteldaccia (PA). Venne ucciso il 27 aprile 1969 durante un'operazione investigativa. Insieme ad altri colleghi, aveva atteso per circa dodici ore un delinquente che doveva prelevare una somma depositata in aperta campagna, risultato di un'estorsione. Quando l'estorsore arrivò, ci fu uno scontro a fuoco che ridusse Costantino in fin di vita. Il giovane carabiniere riuscì comunque a fornire agli investigatori dettagli utili a identificare il criminale prima di morire.

  • Salvatore Bevilacqua

    Palermo (PA) // 10 dicembre 1969 //

    Il 10 dicembre 1969 negli uffici del costruttore Moncada, in viale Lazio a Palermo, si svolse uno degli episodi più cruenti della prima guerra di mafia che si scatenò durante gli anni sessanta. Un commando composto dai corleonesi Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, irruppe, con addosso uniformi da agenti della Guardia di Finanza, negli uffici del costruttore Girolamo Moncada, covo del boss Michele Cavataio detto il Cobra, capofamiglia dell'Acquasanta legato alle famiglie mafiose degli Stati Uniti. Nello scontro a fuoco morirono cinque mafiosi, il custode del cantiere Giovanni Domè e Salvatore Bevilacqua, un manovale che stava chiedendo un anticipo.

  • Giovanni Domè

    Palermo (PA) // 10 dicembre 1969 // 31 anni

    Era il custode degli uffici del costruttore Moncada in viale Lazio a Palermo. Il 10 dicembre 1969 in quegli uffici si svolse uno degli episodi più cruenti della prima guerra di mafia che si scatenò durante gli anni sessanta. Un commando composto dei corleonesi Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, e da Damiano Caruso ed Emanuele D'Agostino irruppe, con addosso uniformi da agenti della Guardia di Finanza, negli uffici del costruttore Girolamo Moncada, covo del boss Michele Cavataio detto il Cobra, capofamiglia dell'Acquasanta legato alle famiglie mafiose degli Stati Uniti. Nello scontro a fuoco morirono cinque mafiosi e Giovanni Domè e Salvatore Bevilacqua.

  • Rita Cacicia

    Gioia Tauro (RC) // 22 luglio 1970 // 35 anni

    Verso le ore 17 del 22 luglio 1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro (RC), si verificò il deragliamento di numerose vetture del treno Freccia del Sud diretto da Palermo a Torino. Il disastro provocò la morte di sei persone - che si stavano recando a Lourdes - e il ferimento di altre 70 circa. Nella prima fase delle indagini, si ritenne che il fatto fosse stato dovuto al cedimento strutturale di un carrello del treno; più tardi, alla negligenza del personale che era alla sua guida. Solo molti anni dopo sentenze definitive accerteranno che si era invece trattato di un attentato dinamitardo, compiuto collocando esplosivo sui binari ferroviari e accettando «il rischio del deragliamento e delle sue conseguenze mortali».

  • Rosa Fazzari

    Gioia Tauro (RC) // 22 luglio 1970 // 68 anni

    Verso le ore 17 del 22 luglio 1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro (RC), si verificò il deragliamento di numerose vetture del treno Freccia del Sud diretto da Palermo a Torino. Il disastro provocò la morte di sei persone - che si stavano recando a Lourdes - e il ferimento di altre 70 circa. Nella prima fase delle indagini, si ritenne che il fatto fosse stato dovuto al cedimento strutturale di un carrello del treno; più tardi, alla negligenza del personale che era alla sua guida. Solo molti anni dopo sentenze definitive accerteranno che si era invece trattato di un attentato dinamitardo, compiuto collocando esplosivo sui binari ferroviari e accettando «il rischio del deragliamento e delle sue conseguenze mortali».

  • Andrea Gangemi

    Gioia Tauro (RC) // 22 luglio 1970 // 40 anni

    Verso le ore 17 del 22 luglio 1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro (RC), si verificò il deragliamento di numerose vetture del treno Freccia del Sud diretto da Palermo a Torino. Il disastro provocò la morte di sei persone - che si stavano recando a Lourdes - e il ferimento di altre 70 circa. Nella prima fase delle indagini, si ritenne che il fatto fosse stato dovuto al cedimento strutturale di un carrello del treno; più tardi, alla negligenza del personale che era alla sua guida. Solo molti anni dopo sentenze definitive accerteranno che si era invece trattato di un attentato dinamitardo, compiuto collocando esplosivo sui binari ferroviari e accettando «il rischio del deragliamento e delle sue conseguenze mortali».

  • Nicolina Mazzocchio

    Gioia Tauro (RC) // 22 luglio 1970 // 70 anni

  • Letizia Palumbo

    Gioia Tauro (RC) // 22 luglio 1970 // 48 anni

    Verso le ore 17 del 22 luglio 1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro (RC), si verificò il deragliamento di numerose vetture del treno Freccia del Sud diretto da Palermo a Torino. Il disastro provocò la morte di sei persone - che si stavano recando a Lourdes - e il ferimento di altre 70 circa. Nella prima fase delle indagini, si ritenne che il fatto fosse stato dovuto al cedimento strutturale di un carrello del treno; più tardi, alla negligenza del personale che era alla sua guida. Solo molti anni dopo sentenze definitive accerteranno che si era invece trattato di un attentato dinamitardo, compiuto collocando esplosivo sui binari ferroviari e accettando «il rischio del deragliamento e delle sue conseguenze mortali».

  • Adriana Vassalla

    Gioia Tauro (RC) // 22 luglio 1970 // 49 anni

    Verso le ore 17 del 22 luglio 1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro (RC), si verificò il deragliamento di numerose vetture del treno Freccia del Sud diretto da Palermo a Torino. Il disastro provocò la morte di sei persone - che si stavano recando a Lourdes - e il ferimento di altre 70 circa. Nella prima fase delle indagini, si ritenne che il fatto fosse stato dovuto al cedimento strutturale di un carrello del treno; più tardi, alla negligenza del personale che era alla sua guida. Solo molti anni dopo sentenze definitive accerteranno che si era invece trattato di un attentato dinamitardo, compiuto collocando esplosivo sui binari ferroviari e accettando «il rischio del deragliamento e delle sue conseguenze mortali».

  • Mauro De Mauro

    Palermo (PA) // 16 settembre 1970 // 49 anni

    Nacque nel 1921 a Foggia, figlio di un chimico e di un'insegnante di matematica. Trasferitosi a Palermo con la famiglia dopo la seconda guerra mondiale, lavorò presso giornali come Il Tempo di Sicilia, Il Mattino di Sicilia e poi a L'Ora, rivelandosi un ottimo cronista. Nel 1962 aveva seguito la morte del presidente dell'Eni Enrico Mattei e nel settembre del 1970 si stava nuovamente occupando del caso, in seguito all'incarico ricevuto dal regista Francesco Rosi per il suo film Il caso Mattei. De Mauro aveva pubblicato, sempre su L'Ora, il 23 ed il 24 gennaio 1962 il verbale di polizia, risalente al 1937 e caduto nel dimenticatoio, in cui il medico siciliano Melchiorre Allegra, tenente colonnello medico del Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale, affiliato alla Mafia nel 1916 e pentito mafioso dal 1933, elencava tutta la struttura del vertice mafioso, gli aderenti, le regole, l'affiliazione, l'organigramma della società malavitosa. Il giornalista da qualche tempo era stato trasferito dalla redazione "Cronaca" a quella dello "Sport" de L'Ora, quando venne rapito la sera del 16 settembre del 1970, mentre rientrava nella sua abitazione di Palermo. Il suo corpo non venne mai ritrovato.

  • Antonio Lorusso

    Palermo (PA) // 5 maggio 1971 // 42 anni

    Nacque a Ruvo di Puglia (BA) il 22 agosto 1929. Era appuntato del Corpo degli Agenti di Custodia in servizio presso le Carceri Giudiziarie "Ucciardone" di Palermo. Il 5 maggio 1971, mentre era alla guida dell'autovettura di servizio, a seguito di un attentato messo in opera da Cosa Nostra, perse la vita insieme al Procuratore Capo della Repubblica di Palermo, Pietro Scaglione.

  • Pietro Scaglione

    Palermo (PA) // 5 maggio 1971 // 65 anni

    Dopo essere entrato in magistratura nel 1928 e dopo avere esordito in aula come pubblico ministero negli anni Quaranta, Scaglione indagò sulla banda Giuliano e preparò dure requisitorie contro gli assassini del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso nel 1955, negli anni del latifondismo e delle lotte contadine per la redistribuzione delle terre. Diventato procuratore capo nel 1962, Scaglione indagò sulla strage di Ciaculli e inquisì Salvo Lima, Vito Ciancimino e altri politici locali e nazionali. Pietro Scaglione fu convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni. Dopo la strage mafiosa di Ciaculli del 1963, grazie alle inchieste condotte dall'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo (guidato da Cesare Terranova) e dalla Procura della Repubblica (diretta da Pietro Scaglione) "le organizzazioni mafiose furono scardinate e disperse", come si legge nella Relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia del 1976. Fu assassinato in via dei Cipressi a Palermo il 5 maggio 1971 mentre era a bordo di una Fiat 1100 nera insieme al suo autista Antonino Lo Russo.

  • Vincenzo Riccardelli

    Palermo (PA) // 30 settembre 1971 //

    Carabiniere, deceduto a Palermo il 30 Settembre 1971 in un incidente con la moto, durante un inseguimento.

  • Domenico Cannata

    Polistena (RC) // 16 aprile 1972 // 47 anni

    Domenico Cannata di mestiere faceva l'elettricista come suo padre. E in un secondo momento ha iniziato a fare anche il marmista. È stato ucciso la notte del 16 aprile del 1972, in seguito a un attentato dinamitardo che ne ha dilaniato il corpo. La causa è sicuramente legata al rifiuto del pagamento da parte del suocero di Domenico Cannata, proprietario di terre e di frantoi, di una mazzetta di 250 milioni, che veniva chiesta con insistenza.

  • Paolo Di Maio

    Palermo (PA) // 5 maggio 1972 //

  • Giovanni Spampinato

    Ragusa (RG) // 27 ottobre 1972 // 26 anni

    Cronista brillante e scrupoloso, Giovanni Spampinato era corrispondente da Ragusa del quotidiano l'Ora di Palermo, aveva svolto inchieste a Ragusa, Siracusa e Catania sulle sospette attività di neofascisti locali. Il 25 febbraio 1972 a Ragusa fu assassinato il costruttore Angelo Tumino, delitto di cui Spampinato si occupò fin dall'inizio finendo sulle tracce di Roberto Campria, un collezionista d'armi figlio dell'allora presidente del tribunale cittadino. Nei mesi seguenti Campria, protestandosi vittima di assurdi sospetti, cercò di farsi scagionare dal giornalista. Ma Giovanni Spampinato continuò a scrivere di atipicità del delitto Tumino, traffici di materiale archeologico, armi e droga, presenze di mafiosi e di superlatitanti. La sera del 27 ottobre Campria attirò in periferia Spampinato, che aveva 26 anni, e lo uccise a revolverate.

  • Giovanni Ventra

    Cittanova (RC) // 27 dicembre 1972 // 58 anni

    Giovanni Ventra era un imprenditore agricolo con una profonda passione politica che metteva al servizio della sua terra, tanto da essere stato eletto consigliere comunale di Cittanova tra le fila del PCI. Era persona aperta e curiosa, con tante idee imprenditoriali che cercava di mettere in atto. Il 27 dicembre si recò dopo pranzo alla sezione del PCI a incontrare i suoi amici e scambiare un po' di chiacchiere. Si trovava in piazza e all'improvviso una raffica di proiettili partiti da un auto con una targa straniera colpì Giovanni Ventra e Giuseppe Facchineri, il vero obiettivo dell'agguato. Facchineri rimase ferito, mentre Giovanni fu trasportato in ospedale e nonostante un tentativo di bloccare l'emorragia non superò l'operazione. Fu vittima inconsapevole della terribile faida dei Facchineri contro gli Albanese nella città della Piana di Gioia Tauro.

  • Alberto Calascione

    Venezia (VE) // 31 maggio 1973 //

    Era un finanziere e quella notte era in pattuglia sul Canal Grande. Mentre attraversava con i suoi colleghi il Ponte dell'Accademia a bordo del natante di servizio, alcuni individui lanciarono dal ponte una lastra di travertino. Il suo collega Vincenzo Di Stefano resta ferito gravemente, mentre il comandante Carmine Scarano rimane illeso ed è il primo a chiamare i soccorsi. Per Alberto non ci sarà nulla da fare, morirà all'arrivo in ospedale. L'uomo che lanciò la lastra era un contrabbandiere a cui la Finanza aveva sequestrato il motoscafo e voleva vendicarsi.

  • Salvatore Feudale

    Crotone (KR) // 20 settembre 1973 // 10 anni

    Dieci anni, assassinato in piazza Mercato, a Crotone, insieme con il fratello diciannovenne. E' il 20 settembre 1973. Episodio cruento della guerra tra i Vrenna e Feudale.

  • Angelo Sorino

    Palermo (PA) // 10 gennaio 1974 // 57 anni

    Angelo Sorino, Maresciallo di Pubblica Sicurezza presso la Questura di Palermo, era in forza al Commissariato del quartiere Resuttana. Aveva lasciato la Polizia nel 1971 per limiti di età e, su sua richiesta, era stato richiamato in servizio per altri otto mesi. Il primo gennaio del 1973 dovette abbandonare per sempre l'uniforme. Un anno dopo, il 10 gennaio del 1974, venne ucciso a colpi di pistola: un sicario gli sparò alle spalle in Via San Lorenzo, nell'omonimo quartiere palermitano ad alta densità mafiosa, dove il sottufficiale abitava. Il killer lo colpì da distanza ravvicinata con una calibro 38. Sorino cadde sull'asfalto, stringendo ancora in mano l'ombrello col quale si era riparato dalla pioggia edaveva accennato a un'ultima, disperata quanto inutile difesa. L'assassino gli esplose contro altri due colpi di pistola e fuggì a bordo di una Fiat 500, guidata da un complice. L'utilitaria, rubata ventiquattro ore prima, fu ritrovata il giorno dopo nella vicina borgata Pallavicino. Sulla matrice mafiosa dell'omicidio gli inquirenti non ebbero, fin da subito, alcun dubbio: Cosa Nostra aveva deciso di ucciderlo perché, anche senza vestire più l'uniforme, non aveva mai smesso di comportarsi da poliziotto e le sue giornate da pensionato le trascorreva raccogliendo informazioni, che puntualmente riferiva ai colleghi. E questo i capifamiglia della zona non potevano consentirlo e non glielo perdonarono. Morì a 57 anni.

  • Nicola Ruffo

    Bari (BA) // 6 febbraio 1974 // 46 anni

    Nicola Ruffo lavorava come macchinista delle Ferrovie dello Stato. Il 6 febbraio del 1974 rimase ucciso nel corso di una rapina in una tabaccheria a Bari, nel tentativo di difendere la titolare. Per questa ragione è stato insignito della Medaglia d'oro al valor civile.

  • Giuseppe Bruno

    Seminara (RC) // 11 settembre 1974 //

    Solo diciotto mesi, colpito da due pallettoni alla testa nell'agguato contro il padre Alfonso. Muore l'11 settembre 1974 a Seminara. Contro Alfonso Bruno, camionista di 32 anni, appartenente al clan dei Pellegrino furono sparati da un cespuglio alcuni colpi di lupara che uccisero Giuseppe, che Alfonso Bruno stava portando sulle spalle. Il camionista in quell'occasione se la cavò con lievi ferite.

  • Emanuele Riboli

    Buguggiate (VA) // 14 ottobre 1974 // 17 anni

    Emanuele Riboli venne rapito a Buguggiate, in provincia di Varese, il 14 ottobre del 1974 mentre stava tornando da scuola con la bicicletta. Il padre non era ricchissimo, ma come carrozziere aveva aperto uno stabilimento in Centro Italia con i soldi della Cassa del Mezzogiorno. Fu sequestrato da un clan di calabresi che lo uccise dopo una durissima e inumana detenzione. Le indagini partirono in ritardo e ci furono diversi disguidi: un avvocato di Varese, Lucio Paliaga, insieme allo zio del ragazzo andò in Toscana con una valigetta piena di soldi, ma la consegna andò a monte. Un'altra consegna non riuscì per un errore degli agenti in borghese che non posizionarono la valigetta nel posto giusto. Alla fine il ragazzo fu ucciso e il suo corpo fatto sparire, forse dandolo in pasto ai maiali.

  • Tullio De Micheli

    Comerio (VA) // 13 febbraio 1975 // 61 anni

    Era un industriale di Comerio (VA) e venne sequestrato il 13 febbraio 1975 a 61 anni. Il corpo non è stato mai ritrovato.

  • Angelo Calabrò

    Corleone (PA) // 11 marzo 1975 // 26 anni

    Appuntato dei Carabinieri, nato a Reggio Calabria il 18 novembre del 1949, in servizio presso la caserma di Corleone, morì l'11 marzo del 1975 durante un servizio di Polizia Giudiziaria cui erano connessi elementi di rischio. E' riconosciuto vittima del dovere, ancora a oggi non sono stati trovati i colpevoli.

  • Domenico Facchineri

    Cittanova (RC) // 13 aprile 1975 // 11 anni

    Era il lunedì di Pasqua del 1975. Due bambini, Domenico e Michele Facchineri, 11 anni il primo e 8 il secondo, guardiani di porci, vennero uccisi a colpi di lupara sul greto di un torrente da un quintetto di sicari senza volto, che avevano già ucciso poco prima un loro zio, ferito il cuginetto Michele di appena 6 anni, colpita pure la zia Carmela Guerrisi, moglie di Giuseppe Facchineri, incinta di sette mesi. L'omicidio è legato alla faida di Cittanova che vedeva da un lato la cosca dei Facchineri e dall'altro quella dei Raso-Albanese in una guerra per la supremazia criminale.

  • Michele Facchineri

    Cittanova (RC) // 13 aprile 1975 // 8 anni

    Era il lunedì di Pasqua del 1975. Due bambini, Domenico e Michele Facchineri, 11 anni il primo e 8 il secondo, guardiani di porci, vennero uccisi a colpi di lupara sul greto di un torrente da un quintetto di sicari senza volto, che avevano già ucciso poco prima un loro zio, ferito il cuginetto Michele di appena 6 anni, colpita pure la zia Carmela Guerrisi, moglie di Giuseppe Facchineri, incinta di sette mesi. L'omicidio è legato alla faida di Cittanova che vedeva da un lato la cosca dei Facchineri e dall'altro quella dei Raso-Albanese in una guerra per la supremazia criminale.

  • Mario Ceretto

    Cuorgnè (TO) // 27 maggio 1975 // 46 anni

    Mario Ceretto era un costruttore di Cuorgnè che fu sequestrato a Torino a scopo di estorsione. Il suo corpo bruciato venne trovato cinque giorni dopo, il 27 maggio 1975, nelle campagne vicino a Orbassano (TO).

  • Calogero Morreale

    Roccamena (PA) // 18 giugno 1975 // 35 anni

    Sindacalista e attivista socialista, Calogero fu ucciso a 35 anni a Roccamena, in provincia di Palermo. Calogero (Lillo) era un dirigente socialista dell'Alleanza contadina. Colpevole di aver sospettato imbrogli che giravano intorno ai lavori per l'invaso Garcia. Una vicenda che costò la vita anche al colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo e al suo amico-confidente Filippo Costa e al giornalista (cronista giudiziario del Giornale di Sicilia) Mario Francese che aveva scritto sull'affare della diga.

  • Gaetano Cappiello

    Palermo (PA) // 2 luglio 1975 // 28 anni

    Gaetano era un agente di Pubblica Sicurezza e prestava servizio alla Squadra Mobile della Questura di Palermo. Il 2 luglio 1975, davanti alla chiesa della Resurrezione nel quartiere "Villaggio Ruffini" di Palermo, la Sezione investigativa di Palermo tese una trappola a dei mafiosi. Il conflitto a fuoco che ne scaturì lascerà a terra Gaetano che morirà poco dopo all'ospedale di Villa Sofia.

  • Francesco Ferlaino

    Catanzaro (CZ) // 3 luglio 1975 // 61 anni

    Era un avvocato generale della Corte d'appello di Catanzaro. Come magistrato era stato eletto al "Comitato Direttivo Centrale" dell'Associazione Nazionale Magistrati per il gruppo di "Magistratura Indipendente". Venne ucciso a colpi di fucile, in prossimità della sua abitazione di Nicastro, da sicari rimasti sconosciuti appartenenti alla malavita organizzata il 3 luglio 1975.

  • Cristina Mazzotti

    Varallino di Galliate (NO) // 1 settembre 1975 // 18 anni

    La sera del 26 giugno 1975 alcuni uomini armati fermarono la Mini Minor su cui Cristina Mazzotti viaggiava con due amici, Carlo ed Emanuela. Rapirono la giovane, figlia di Helios, industriale milanese con casa a Eupilio, nella Brianza comasca. Erano i primi giorni di vacanza, Cristina stava festeggiando la promozione e da soli due giorni aveva compiuto 18 anni. Fu ritrovata morta nella discarica di Varallino di Galliate nel Novarese, il primo settembre dello stesso anno, dopo un atroce e insensata prigionia fatta di stenti e soprusi, di overdose di eccitanti mescolati a tranquillanti.

  • Giuseppina Pangallo

    San Giovanni di Sambatello (RC) // 12 dicembre 1975 // 3 anni

    Tre anni, ammazzata il 12 dicembre 1975 a San Giovanni di Sambatello mentre si trova in macchina con la madre.

  • Giuseppina Utano

    Reggio Calabria (RC) // 12 dicembre 1975 // 3 anni

    Giuseppina, tre anni, fu uccisa a Reggio Calabria nel corso di un agguato a suo padre Sebastiano. Colpita alla testa dai pallettoni indirizzati al padre, guardaspalle del boss di San Giovanni di Sambatello. Nell'agguato rimase gravemente ferita anche la madre della piccola, in avanzato stato di gravidanza. L'intera famiglia era in auto quando fu investita dai colpi esplosi probabilmente da più di un killer.

  • Gerardo D'Arminio

    Afragola (NA) // 5 gennaio 1976 // 38 anni

    Maresciallo dei carabinieri del Nucleo Investigativo, specializzato nella lotta alla mafia, Gerardo D'Arminio stava indagando sui legami della malavita campana sicula e calabrese per la gestione dei traffici internazionali di droga. Sequestra ingenti quantitativi di droga. Scopre il canale attraverso il quale si importa eroina dal Perù passando per Francoforte e Milano. Arresta Antonio Ammaturo, a capo della holding criminale che traffica in droga. La sera del 5 gennaio 1976, non erano ancora le nove, con il figlioletto di 4 anni sta andando in un negozio di giocattoli che si trova nella piazza principale di Afragola, paese in provincia di Napoli. I negozi sono ancora aperti e affollati, come accade sempre il giorno prima della Befana. Verso le ventuno e quindici, mentre sta facendo vedere la bicicletta al figlioletto, da una cinquecento gialla gli spararono con un fucile a canne mozze. Fu raggiunto da una scarica di otto pallettoni che gli si conficcarono tra il collo e la spalla. Il bambino era con lui, vide tutto. Fu trasportato al Loreto Mare, ma vi giunse cadavere. In quella cinquecento c'erano tre giovani, appartenenti ai Moccia, Luigi, Antonio e Vincenzo, il clan sul quale il maresciallo D'Arminio aveva condotto indagini.

  • Carmine Apuzzo

    Alcamo Marina (TP) // 27 gennaio 1976 // 19 anni

    Nella notte del 27 gennaio 1976 un piccolo commando fece irruzione nella casermetta dei carabinieri di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Due militari, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, furono uccisi barbaramente nelle loro stanze. Il primo fu crivellato di colpi mentre dormiva, il secondo, svegliatosi a causa del rumore improvviso, non ebbe il tempo di impugnare la sua pistola. Carmine Apuzzo, diciannove anni, originario di Castellammare di Stabia in provincia di Napoli, in servizio da circa un anno, era arrivato da poco ad Alcamo Marina. L'appuntato Salvatore Falcetta, invece, attendeva il trasferimento con ansia, vista la grave malattia che aveva colpito la madre.

  • Salvatore Falcetta

    Alcamo Marina (TP) // 27 gennaio 1976 // 35 anni

    Nella notte del 27 gennaio 1976 un piccolo commando fece irruzione nella casermetta dei carabinieri di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Due militari, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, furono uccisi barbaramente nelle loro stanze. Il primo fu crivellato di colpi mentre dormiva, il secondo, svegliatosi a causa del rumore improvviso, non ebbe il tempo di impugnare la sua pistola. Carmine Apuzzo, diciannove anni, originario di Castellammare di Stabia in provincia di Napoli, in servizio da circa un anno, era arrivato da poco ad Alcamo Marina. L'appuntato Salvatore Falcetta, invece, attendeva il trasferimento con ansia, vista la grave malattia che aveva colpito la madre.

  • Giuseppe Muscarella

    Mezzojuso (PA) // 3 marzo 1976 // 50 anni

    Cinquanta anni, padre di quattro figli, sindacalista del PCI e dirigente dell'Alleanza coltivatori, fu ucciso nella campagne di Mezzojuso, presso Palermo, il 3 marzo del 1976. Aveva promosso una campagna per l'acquisto collettivo di fertilizzanti, rompendo così il monopolio delle cosche, e aveva proposto la costituzione di una cooperativa. Anche grazie allo sviluppo del movimento dei contadini - allevatori, le sinistre avevano conquistato il Comune. Gli assassini, dopo averlo freddato, hanno impiccato la sua cavalla.

  • Caterina Liberti

    Motticella di Bruzzano Zeffirio (RC) // 22 marzo 1976 // 36 anni

    Caterina, una giovane donna di 36 anni, per vivere faceva la contadina nella sua terra in Calabria. Le spararono nella piazza di Motticella, una frazione di Bruzzano Zeffirio (RC). Uccisa probabilmente perché aveva infranto le regole dell'omertà, denunciando il furto di quattro capre. Due fucilate a distanza ravvicinata da uno sconosciuto per punirla, ma il killer sbagliò la mira e Caterina, dopo giorni di agonia in ospedale, non è sopravvissuta. Aveva una figlia di 14 anni.

  • Salvatore Buscemi

    Palermo (PA) // 5 aprile 1976 // 28 anni

    Salvatore, ventotto anni, venne ucciso dalla mafia a Palermo il 5 aprile del 1976. Il ragazzo venne "punito" per essersi introdotto nell'attività di contrabbando di sigarette senza affiliarsi a nessuna delle cosche mafiose che controllavano all'epoca questa attività. Sua sorella Michela, fu tra le poche donne a costituirsi parte civile nel Maxi Processo.

  • Salvatore Longo

    Afragola (NA) // 21 aprile 1976 //

    Salvatore Longo, finanziere, muore nell'adempimento del proprio dovere ad Afragola (Na) il 21 aprile del 1976.

  • Alberto Capua

    Melicuccà (RC) // 4 giugno 1976 // 73 anni

    Alberto Capua, avvocato di 73 anni e possidente (ex sindaco di Melicuccà), e il suo autista Vincenzo Ranieri vennero uccisi durante un tentativo di sequestro a Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria. Era il 4 giugno del 1976.

  • Vincenzo Ranieri

    Melicuccà (RC) // 4 giugno 1976 //

    Vincenzo Ranieri lavorava come autista di Alberto Capua, avvocato e possidente (ex sindaco di Melicuccà), venne ucciso insieme a lui durante un tentativo di sequestro a Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria. Era il 4 giugno del 1976.

  • Francesco Paolo Chiaramonte

    Palermo (PA) // 21 agosto 1976 // 29 anni

    Era un piccolo imprenditore che gestiva una macelleria in via San Filippo a Palermo, nel quartiere di Borgo Ulivia. Fu ucciso perché non si piegò alle richieste estrosive subite da alcuni mafiosi della zona. Il 21 agosto del 1976 quattro uomini entrarono nella macelleria, armati di pistole e fucili, forse per spaventarlo e indurlo a cedere ai loro ricatti. Chiaramonte stava lavorando al banco e impugnava un coltello. Quando vide entrare i malviventi chiese loro cosa volessero. Ma i quattro lo crivellarono di colpi. Aveva 29 anni. Lasciò moglie e due figli.

  • Rocco Corica

    Taurianova (RC) // 29 settembre 1976 // 7 anni

    Viene ucciso a Taurianova nell'agguato che il 29 settembre 1976 ha per bersaglio il padre. Il suo volto viene sfigurato dai proiettili. Aveva solo sette anni.

  • Vincenzo Macrì

    Grotteria (RC) // 7 ottobre 1976 // 76 anni

    Vincenzo Macrì era un farmacista. Il 7 ottobre 1976 stava viaggiando a bordo della sua Alfa Romeo Giulietta, insieme alla moglie Iolanda Marvasi e alla figlia Maria Carmela. Lungo la statale 281, l'auto fu affiancata da un'altra vettura e fu costretta a fermarsi. Quattro banditi armati di pistola e mitra prelevarono Macrì e poi abbandonarono i due mezzi a qualche chilometro di distanza. Per il suo rilascio fu chiesto un miliardo. Il suo corpo non fu mai più ritrovato.

  • Mario Ceschina

    // 25 ottobre 1976 //

    L'imprenditore milanese Mario Ceschina, 61 anni, noto come il "re della garza", fu rapito il 25 ottobre del 1976. La notizia trapelò solo agli inizi di dicembre. La famiglia infatti, su invito degli inquirenti, aveva scelto la strada della riservatezza. Dopo i primi contatti con i sequestratori e un pagamento di 400 milioni, le comunicazioni cessarono e dell'uomo non si seppe più nulla. A niente hanno portato anche le indagini: l'istruttoria, che ha riguardato personaggi calabresi e siciliani, si è conclusa con un nulla di fatto.

  • Francesco Vinci

    Cittanova (RC) // 10 dicembre 1976 // 18 anni

    Francesco era uno dei leader della Fgci, l'organizzazione giovanile del Partito comunista, e faceva parte anche della Lega dei disoccupati. Aveva diciotto anni quando il 10 dicembre del 1976 cadde vittima di un agguato a Cittanova. L'episodio è legato alla faida che vedeva coinvolta la cosca dei Facchineri a quella dei Raso – Albanese.

  • Adriano Ruscalla

    Torino (TO) // 5 marzo 1977 //

    Era un noto costruttore edile torinese. Aveva 51 anni quando fu rapito a Torino, trascinato via dal suo ufficio nel pomeriggio del 15 ottobre 1976. Ruscalla morì durante la prigionia e il suo corpo non fu mai ritrovato. Fu un'organizzazione calabro – piemontese che rapì l'imprenditore torinese.

  • Rocco Gatto

    Gioiosa Ionica (RC) // 12 marzo 1977 // 51 anni

    Rocco nacque nel 1926, primo di 15 figli. Da bambino aiutò il padre Pasquale come garzone in un mulino di Gioiosa Ionica, nel cuore della Locride e da grande ne divenne proprietario. Siamo nel 1964. Allora cominciarono i guai, sotto forma di richieste dalla cosca padrona, gli Ursini. Soldi al boss Rocco non ne ha mai voluti dare. Hanno provato a piegarlo in tutti i modi: i furti, gli incendi al mulino, le minacce. Dal 1974 la morsa del clan si fa stringente. Più volte Luigi Ursini e Mario Simonetta si fecero vedere al mulino, chiedendo e pretendendo. Rocco Gatto denunciò al Capitano dei Carabinieri Gennaro Niglio le continue pressioni subite. Il 12 marzo del 1977 i mafiosi gli tesero un agguato mentre Rocco, alla guida del suo furgone, faceva il giro per raccogliere i sacchi di grano da macinare.

  • Vincenzo Caruso

    Taurianova (RC) // 1 aprile 1977 // 27 anni

    L'Appuntato Stefano Condello e il Carabiniere Vincenzo Caruso, in servizio al Nucleo Radiomobile del Comando Compagnia Carabinieri di Taurianova, il 1 aprile 1977 in contrada Razzà scoprirono undici mafiosi a convegno in una casa colonica. Vennero uccisi nel conflitto a fuoco.

  • Stefano Condello

    Taurianova (RC) // 1 aprile 1977 // 47 anni

    L'Appuntato Stefano Condello e il Carabiniere Vincenzo Caruso, in servizio al Nucleo Radiomobile del Comando Compagnia Carabinieri di Taurianova, il 1 aprile 1977 in contrada Razzà scoprirono undici mafiosi a convegno in una casa colonica. Vennero uccisi nel conflitto a fuoco.

  • Pasquale Polverino

    Napoli (NA) // 4 maggio 1977 // 23 anni

    Pasquale lavorava come cameriere presso il ristorante "La Taverna del Ghiotto" al Corso Vittorio Emanuele a Napoli. Il 4 maggio 1977 in tre entrarono nel ristorante per rapinare i clienti e il proprietario. A seguito della reazione di alcuni clienti, partirono dei colpi e uno di questi colpì a morte Polverino.

  • Donald Mackay

    Sidney // 15 luglio 1977 // 44 anni

    Deputato australiano, politico liberale del Nuovo Galles del Sud e attivista anti-droga. Fu assassinato a soli 44 anni. Preoccupato del crescente traffico di droga nella zona in cui viveva ed essendo venuto a conoscenza di un grande campo di marijuana nei pressi di Coleambally, In Australia, Mackay informò la squadra antidroga di Sidney che procedette a diversi arresti, portando in carcere quattro persone di origine italiana. Il 15 luglio 1977 Mackay scomparve dal parcheggio di un hotel, dopo aver bevuto con gli amici e non fu più trovato. La sua auto fu trovata vuota e contenente tracce di sangue e proiettili calibro 22.

  • Filippo Costa

    Corleone (PA) // 20 agosto 1977 // 57 anni

    Filippo era un insegnante. Stava passeggiando in compagnia del tenente colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, che cadde vittima di un agguato mafioso. Fu ucciso dai mafiosi perché non vi fossero testimoni dell'omicidio di Russo.

  • Giuseppe Russo

    Corleone (PA) // 20 agosto 1977 // 49 anni

    Giuseppe, tenente colonnello dei carabinieri, era tra gli uomini di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa ed era il comandante del Nucleo Investigativo di Palermo quando fu assassinato dalla mafia, mentre si occupava del caso Mattei. Quando fu ucciso era a Ficuzza, frazione di Corleone, dove stava trascorrendo le vacanze, e stava passeggiando con l'insegnante Filippo Costa, pure lui ucciso insieme a Russo per non lasciare testimoni dell'omicidio.

  • Mariangela Passiatore

    Brancaleone (RC) // 28 agosto 1977 // 44 anni

    Mariangela venne rapita mentre trascorreva le vacanze in Calabria con suo marito. Aveva 44 anni ed era madre di due figlie. Il suo corpo non fu mai trovato.

  • Attilio Bonincontro

    Palermo (PA) // 30 novembre 1977 // 53 anni

    Attilio era un brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia in servizio presso la Casa Circondariale Ucciardone di Palermo. Il 30 novembre 1977 venne colpito a morte da una raffica di proiettili nell'androne della propria abitazione.

  • Gaetano Longo

    Capaci (PA) // 17 gennaio 1978 // 49 anni

    Gaetano Longo, già sindaco democristiano di Capaci dal 1962 al 1975, capogruppo al comune, segretario della locale sezione democristiana, aveva 49 anni quando fu assassinato sotto gli occhi del figlioletto Giustino, di 11 anni, che stava accompagnando a scuola. Era il 17 gennaio del 1978. A sparargli furono due killer. Tre colpi di P38, tutti andati a segno. Quando la Mercedes di Longo si è fermata allo stop, uno dei due sicari, sceso da una A112 (poi risultata rubata, nella vicina Carini) ha infranto il finestrino dal lato del guidatore e ha sparato un colpo che ha raggiunto Longo a un fianco. Poi si è fatto avanti l'altro e ha esploso altri due colpi, l'ultima un vero e proprio colpo di grazia, ha raggiunto la vittima alla tempia sinistra trapassandogli il cranio. Giustino, sfuggito miracolosamente al fuoco, ha aperto lo sportello, ed è fuggito in strada, gridando aiuto. All'arrivo dei primi soccorsi Gaetano Longo respirava ancora. Ha cessato di vivere mezz'ora più tardi al pronto soccorso dell'ospedale di Villa Sofia a Palermo, dove è morto prima che i medici potessero intervenire.

  • Ugo Triolo

    Corleone (PA) // 26 gennaio 1978 // 58 anni

    Ugo Triolo, avvocato, fu per quindici anni vice pretore onorario di Prizzi. Il pomeriggio del 26 gennaio 1978 stava rincasando nella sua abitazione di Via Cammarata a Corleone quando venne raggiunto da una raffica di proiettili che lo uccisero sul colpo.

  • Giuseppe Impastato

    Cinisi (PA) // 9 maggio 1978 // 30 anni

    Nacque a Cinisi (PA) il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa. Ancora ragazzo ruppe con il padre, che lo cacciò di casa, e avviò un'attività politico -culturale antimafiosa. Nel 1965 fondò il giornalino L'idea socialista e aderì al PSIUP. Condusse le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1977 fondò Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denunciò i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. Nel 1978 si candidò nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Venne assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votarono il suo nome, riuscendo a eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale. Stampa, forze dell'ordine e magistratura parlarono di atto terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima e di suicidio dopo la scoperta di una lettera scritta in realtà molti mesi prima. L'uccisione, avvenuta in piena notte, riuscì a passare la mattina seguente quasi inosservata poiché proprio in quelle ore veniva "restituito" il corpo senza vita del presidente della DC Aldo Moro in via Caetani a Roma.

  • Fortunato Furore

    Platì (RC) // 21 agosto 1978 // 63 anni

    Commerciante di Platì, sposato e padre di due figli, Letizia e Giuseppe. A ucciderlo la sera del 21 agosto 1978 furono almeno due killer che gli spararono una pioggia di colpi di fucile calibro 12. Le indagini seguirono subito la pista delle estorsioni: Furore fu ucciso perché aveva pagato la mazzetta. Per questa ragione aveva infatti già subito numerose intimidazioni.

  • Antonio Esposito Ferraioli

    Pagani (SA) // 30 agosto 1978 // 27 anni

    Era uno chef e lavorava come cuoco nelle cucine della Fatme, un grande stabilimento gestito dalla multinazionale a Pagani, in provincia di Salerno, nel cuore dell'Agro Nocerino Sarnese. Molto attivo nel mondo sindacale, aveva denunciato la gestione delle subforniture per la mensa e organizzato l'attività politica in fabbrica. Fu freddato da un commando di camorra a soli 27 anni, il 30 agosto 1978.

  • Pasquale Cappuccio

    Ottaviano (NA) // 13 settembre 1978 // 44 anni

    Era consigliere comunale socialista a Ottaviano (NA). Denunciò più volte la collusione della malavita con la politica in riferimento ad appalti e speculazioni edilizie volute da Cutolo e appoggiate dall'ex sindaco di Ottaviano, ex assessore provinciale, ex socialdemocratico tra i più votati in Italia, Salvatore La Marca. Il 13 settembre 1978 fu vittima di un feroce agguato. Mentre tornava a casa con la moglie, l'auto che guidava venne crivellata di colpi. Cappuccio morì sul colpo.

  • Salvatore Castelbuono

    Villafranca (PA) // 26 settembre 1978 // 44 anni

    Era un vigile urbano. Nello svolgere il suo lavoro, non era raro che riuscisse a raccogliere informazioni e notizie importanti su latitanti e mafiosi del posto, per poi fornirle alla Polizia Giudiziaria. Il 26 settembre 1978, mentre era in auto a Villafranca (PA) sulla strada provinciale che da Palermo raggiunge Agrigento, venne colpito a morte con 5 colpi di pistola P38.

  • Augusto Rancilio

    Cesano Boscone (MI) // 2 ottobre 1978 // 26 anni

    Il 2 ottobre del 1978 l'architetto Augusto Rancilio stava entrando nel cantiere edile dove lavorava a Cesano Boscone (MI) quando venne rapito da un commando di otto individui. Augusto era il secondogenito dell'imprenditore italo – francese Gervaso, che si trovava con lui al momento del rapimento. Augusto aveva solo 26 anni al momento del sequestro; per mesi non si seppe nulla di lui, inutili furono gli appelli del padre per avere notizie del figlio. Solo nel 1990 attraverso le dichiarazioni del pentito Saverio Morabito, si venne a sapere che Augusto Rancilio era stato portato in Aspromonte senza mai fare ritorno, ucciso perché si era ribellato ai suoi carcerieri. Il suo corpo non fu mai ritrovato.

  • Pasqualino Perri

    Rende (CS) // 27 ottobre 1978 // 12 anni

    Ammazzato all'età di dodici anni in un ristorante di Rende, il 27 ottobre 1978. Il bersaglio dei killer era il padre.

  • Paolo Giorgetti

    Meda (MI) // 9 novembre 1978 // 16 anni

    Studente di 16 anni e figlio di Luigi Giorgetti, uno dei più noti industriali mobilieri della Brianza venne rapito e ucciso il 9 novembre 1978. Il giovane Paolo, stava andando a scuola a piedi al liceo scientifico "Marie Curie", quando all'improvviso venne aggredito da tre uomini. Inutile il tentativo di difendersi scagliando i libri contro di loro. Immobilizzato, era stato colpito alla testa per stordirlo: in realtà quel colpo l'aveva ucciso. Caricato di corsa su una Fiat 128 sotto gli occhi di un macchinista delle Ferrovie Nord che, giunto in stazione, aveva dato invano l'allarme chiamando i Carabinieri. Il corpo di Giorgetti è stato poi ritrovato carbonizzato pochi giorni più tardi a bordo di un'auto in fiamme a Cesate nel Parco delle Groane.

  • Carmelo Di Giorgio

    Rizziconi (RC) // 5 gennaio 1979 // 24 anni

    Carmelo Di Giorgio lavorava come operaio insieme a Primo Perdoncini nella ditta Montresor e Morselli di Verona. Carmelo aveva solo 24 anni ed era appena diventato padre, viveva a Lentini (SR), mentre Primo, di 31 anni, era residente nella provincia di Verona. Stavano guidando un camion carico di arance, quando furono aggrediti in una strada consortile nei pressi di Rizziconi e ridotti in fin di vita. Entrambi ricoverati in condizioni disperate, morirono il 5 gennaio 1979. Avevano acquistato agrumi dai produttori della piana di Gioia Tauro turbando così il mercato agrumicolo controllato dalla 'ndrangheta.

  • Primo Perdoncini

    Rizziconi (RC) // 5 gennaio 1979 // 31 anni

    Primo Perdoncini lavorava come operaio insieme a Carmelo Di Giorgio nella ditta Montresor e Morselli di Verona. Carmelo aveva solo 24 anni ed era appena diventato padre, viveva a Lentini (SR), mentre Primo, di 31 anni, era residente nella provincia di Verona. Stavano guidando un camion carico di arance, quando furono aggrediti in una strada consortile nei pressi di Rizziconi e ridotti in fin di vita. Entrambi ricoverati in condizioni disperate, morirono il 5 gennaio 1979. Avevano acquistato agrumi dai produttori della piana di Gioia Tauro turbando così il mercato agrumicolo controllato dalla 'ndrangheta.

  • Filadelfio Aparo

    Palermo (PA) // 11 gennaio 1979 // 44 anni

    Filadelfio Aparo vice Brigadiere della Squadra mobile della Pubblica Sicurezza della questura di Palermo. Era impegnato in delicate indagini mirate all'individuazione degli organigrammi di cosche mafiose palermitane. Venne assassinato all'età di 44 anni in un agguato, la mattina dell'11 gennaio a Palermo, in piazza Tenente Anelli, con numerosi colpi di lupara.

  • Mario Francese

    Palermo (PA) // 26 gennaio 1979 // 53 anni

    Mario Francese iniziò la sua carriera come telescriventista dell'ANSA. Successivamente passò alle funzioni di giornalista e scrisse per il quotidiano "La Sicilia" di Catania. Di simpatie monarchiche, nel 1958 venne assunto all'ufficio stampa dell'assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Siciliana. Nel frattempo intraprese la collaborazione con "Il Giornale di Sicilia" di Palermo. Nel 1968 si licenziò dall'ufficio stampa per lavorare a pieno nel giornale, dove si occupava della cronaca giudiziaria, entrando in contatto con gli scottanti temi del fenomeno mafioso. Divenuto giornalista professionista, si occupò della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari, dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella. Nelle sue inchieste entrò profondamente nell'analisi dell'organizzazione mafiosa, delle sue spaccatture, delle famiglie e dei capi, specie del corleonese legato a Luciano Liggio e Totò Riina. Fu un fervente sostenitore dell'ipotesi che quello di Cosimo Cristina fosse un assassinio di mafia. La sera del 26 gennaio 1979 venne assassinato a Palermo, davanti casa.

  • Rocco Giuseppe Barillà

    Sambatello di Reggio Calabria (RC) // 9 febbraio 1979 // 26 anni

    Rocco Giuseppe Barillà ha 26 anni e vive a Sambatello di Reggio Calabria. E' in auto con il suo amico Nino il 9 febbraio del 1979 e offrono un passaggio a un uomo. Ma c'è la guerra di 'ndrangheta in quegli anni e l'uomo è un sorvegliato speciale, Rocco D'Agostino. Anche dalla 'ndrangheta che ha deciso di ucciderlo quel giorno, così Rocco e Nino perdono la vita, vittime dell'agguato contro Rocco.

  • Antonino Tripodo

    Sambatello di Reggio Calabria (RC) // 9 febbraio 1979 // 25 anni

    Antonino Tripodo ha 25 anni e sta per diventare padre. Forse sta parlando di questo con il suo amico Rocco quel 9 febbraio del 1979 mentre sono in auto insieme. Offrono un passaggio a un uomo. Ma c'è la guerra di 'ndrangheta in quegli anni e l'uomo è un sorvegliato speciale, Rocco D'Agostino. Anche dalla 'ndrangheta che ha deciso di ucciderlo quel giorno, così Rocco e Nino perdono la vita, vittime dell'agguato contro Rocco. Anni dopo suo figlio, Antonino, scoprirà che in Tribunale non c'è più traccia dei documenti su suo padre: della storia di Nino Tripodo e di quella di Rocco Barillà non ci sono più tracce.

  • Michele Reina

    Palermo (PA) // 9 marzo 1979 // 47 anni

    Segretario provinciale della DC di Palermo. Venne assassinato la sera del 9 marzo 1979 mentre andava al cinema con la moglie e due amici. I sicari gli si avvicinarono e gli spararono contro tre colpi di calibro 38 da distanza ravvicinata. Il 16 luglio del 1984, Tommaso Buscetta fa il nome di Riina come mandante dell'omicidio di Michele Reina.

  • Vincenzo Russo

    Palermo (PA) // 6 aprile 1979 // 40 anni

    Prestava servizio come brigadiere della Polizia Ferroviaria a Reggio Calabria e a Castelvetrano (TP). Fu ucciso poco dopo l'alba del 6 Aprile 1979 all'interno della Stazione Centrale di Palermo. Era stato comandato, insieme alla Guardia Mustazza Antonino, di 29 anni, di scorta sul treno locale per Sant'Agata di Militello al sacco postale, contenente circa un miliardo di lire in denaro contante e assegni. La Guardia Mustazza precedeva il carrello, che era spinto dall'impiegato, mentre il Brigadiere Russo chiudeva la scorta. Sul marciapiede, molte persone attendevano la partenza del treno per Catania. Improvvisamente dal treno per Sant'Agata scesero quattro persone, mascherate e armate: due davanti e due dietro il carrello. Uno dei due malviventi scesi alle spalle della scorta, corse verso il Brigadiere Russo e gli sparò a bruciapelo alla nuca, uccidendolo. Un secondo rapinatore sparò alla Guardia Mustazza, ma questi riuscì a evitare il colpo gettandosi dietro una colonna e, imbracciando il mitra, rispose al fuoco. I rapinatori cercarono di portar via il carrello, ma nel frattempo la Guardia Bonanno, in servizio all'ufficio Polfer, sentiti gli spari si precipitò fuori, ingaggiando un violento conflitto a fuoco con i rapinatori, che si diedero alla fuga. Antonino Mustazza, ricoverato in ospedale, sopravvisse.

  • Alfonso Sgroi

    Palermo (PA) // 26 aprile 1979 // 42 anni

    Guardia giurata, svolgeva servizio di vigilanza davanti la sede della Cassa di Risparmio di via Mariano Stabile, nel centro di Palermo. La mattina del 26 aprile 1979 ci fu una rapina alla sua banca e, nel tentativo di proteggere una donna, Sgroi venne colpito a morte.

  • Baldassarre Nastasi

    Montevago (AG) // 4 giugno 1979 // 40 anni

    Addetto al Nucleo operativo e radiomobile dei carabinieri, il brigadiere Nastasi fu ucciso a Montevago (AG) il 4 giugno 1979, a seguito di una rapina a un Istituto di Credito della zona. Il militare, insieme a un collega, fermò due individui, successivamente risultati responsabili del crimine. Questi ultimi esplosero numerosi colpi di pistola da distanza ravvicinata, uccidendo il carabiniere

  • Giorgio Ambrosoli

    Milano (MI) // 11 luglio 1979 // 46 anni

    Svolgeva la professione di avvocato ed esperto in liquidazioni coatte amministrative. Venne nominato commissario della Banca privata italiana, cuore dell'impero di Sindona, nel 1974, dal governatore della Banca d'Italia Guido Carli. Chiamato a dipanare la matassa del crack Sindona, non fece sconti a nessuno. Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona. Contemporaneamente a questa opera di controllo, Ambrosoli cominciò a essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò, lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile. In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe infine dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979. La sera dell'11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto, che lo uccise con quattro colpi di pistola.

  • Giorgio Boris Giuliano

    Palermo (PA) // 21 luglio 1979 // 48 anni

    Poliziotto italiano, investigatore della Polizia di Stato e capo della Squadra Mobile di Palermo. Diresse le indagini con metodi innovativi e determinazione, facendo parte di una cerchia nei fatti isolata di funzionari dello Stato che, a partire dalla fine degli anni settanta, iniziarono un'autentica lotta contro la mafia dopo che, nella deludente stagione degli anni sessanta, troppi processi erano falliti per mancanza di prove. Venne ucciso dal mafioso Leoluca Bagarella, che gli sparò sette colpi di pistola alle spalle.

  • Calogero Di Bona

    Palermo (PA) // 28 agosto 1979 // 34 anni

    Calogero Di Bona era vice Comandante del reparto della casa circondariale di Palermo, era entrato a far parte del Corpo degli Agenti di Custodia come semplice agente di guardia nel 1964 fino a diventare Maresciallo Ordinario. Il 28 agosto 1979 scomparve misteriosamente da Palermo al termine di una giornata di lavoro. Le indagini furono affidate per quanto riguarda la magistratura al giudice Rocco Chinnici, che in seguito disse che la misteriosa scomparsa di Di Bona era strettamente legata al lavoro che svolgeva all'interno del carcere Ucciardone. La Procura di Palermo ha individuato nel 2012 gli assassini del maresciallo che voleva riportare la legalità all'interno del carcere Ucciardone riconducibili a Cosa nostra.

  • Lenin Mancuso

    Palermo (PA) // 25 settembre 1979 // 56 anni

    Maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, scorta del Magistrato Cesare Terranova da oltre vent'anni. Il 25 settembre del 1979, verso le ore 8,30 del mattino, una Fiat 131 di scorta arrivò sotto casa del giudice a Palermo per portarlo a lavoro. Cesare Terranova si mise alla guida della vettura, mentre accanto a lui sedeva il maresciallo di Pubblica Sicurezza, Lenin Mancuso. L'auto imboccò una strada secondaria trovandola inaspettatamente chiusa da una transenna di lavori in corso. Il giudice Terranova non fece in tempo a intuire il pericolo. In quell'istante da un angolo sbucarono alcuni killer che aprirono ripetutamente il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole contro la Fiat 131. Cesare Terranova istintivamente ingranò la retromarcia nel disperato tentativo di sottrarsi a quella tempesta di piombo, mentre il maresciallo Mancuso, in un estremo tentativo di reazione, impugnò la Beretta di ordinanza per cercare di sparare contro i sicari, ma entrambi furono raggiunti dai proiettili in varie parti del corpo. Al giudice Terranova i killer riservarono anche il colpo di grazia, sparandogli a bruciapelo alla nuca. La sua fedele guardia del corpo, Lenin Mancuso, morì dopo alcune ore di agonia in ospedale.

  • Cesare Terranova

    Palermo (PA) // 25 settembre 1979 // 58 anni

    Magistrato, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, era già stato procuratore d'accusa al processo contro la mafia corleonese tenutosi nel 1969 a Bari, ove però quasi tutti gli imputati furono assolti. Fu procuratore della Repubblica a Marsala fino al 1973, dove si occupò del "mostro" Michele Vinci. Si distinse per aver processato e condannato all'ergastolo, nel 1974, la "Primula rossa" di Corleone, Luciano Liggio (già assolto al processo di Bari). Fu deputato alla Camera, nella lista del PCI, come indipendente di sinistra, dal 1976 al 1979, e fu membro della Commissione parlamentare Antimafia. Dopo l'esperienza parlamentare, tornò in magistratura per essere nominato capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo. Il 25 settembre del 1979, verso le ore 8,30 del mattino, una Fiat 131 di scorta arrivò sotto casa del giudice a Palermo per portarlo a lavoro. Cesare Terranova si mise alla guida della vettura mentre accanto a lui sedeva il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, l'unico uomo della sua scorta che lo seguiva da vent'anni come un angelo custode. L'auto imboccò una strada secondaria trovandola inaspettatamente chiusa da una transenna di lavori in corso. Il giudice Terranova non fece in tempo a intuire il pericolo. In quell'istante da un angolo sbucarono alcuni killer che aprirono ripetutamente il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole contro la Fiat 131. Cesare Terranova istintivamente ingranò la retromarcia nel disperato tentativo di sottrarsi a quella tempesta di piombo mentre il maresciallo Mancuso, in un estremo tentativo di reazione, impugnò la Beretta di ordinanza per cercare di sparare contro i sicari, ma entrambi furono raggiunti dai proiettili in varie parti del corpo. Al giudice Terranova i killer riservarono anche il colpo di grazia, sparandogli a bruciapelo alla nuca. La sua fedele guardia del corpo, Lenin Mancuso, morì dopo alcune ore di agonia in ospedale.

  • Giovanni Bellissima

    Catania (CT) // 10 novembre 1979 // 24 anni

    Il brigadiere Giovanni Bellissima (24 anni originario di Mirabella Imbaccari), gli appuntati Domenico Marrara (50 anni di Reggio Calabria) e Salvatore Bologna (41 di Palazzolo Acreide) stavano scortando da Catania a Bologna il boss Angelo Pavone. Al casello autostradale di San Gregorio a Catania, la Mercedes guidata da Angelo Paolello, di 42 anni, fu assalita da un commando. Mentre l'autista rimase ferito, i tre carabinieri furono uccisi. I killer prelevarono Pavone, che undici giorni dopo fu ritrovato cadavere in una discarica vicino alle falde dell'Etna.

  • Salvatore Bologna

    Catania (CT) // 10 novembre 1979 // 41 anni

    Il brigadiere Giovanni Bellissima (24 anni originario di Mirabella Imbaccari), gli appuntati Domenico Marrara (50 anni di Reggio Calabria) e Salvatore Bologna (41 di Palazzolo Acreide) stavano scortando da Catania a Bologna il boss Angelo Pavone. Al casello autostradale di San Gregorio a Catania, la Mercedes guidata da Angelo Paolello, di 42 anni, fu assalita da un commando. Mentre l'autista rimase ferito, i tre carabinieri furono uccisi. I killer prelevarono Pavone, che undici giorni dopo fu ritrovato cadavere in una discarica vicino alle falde dell'Etna.

  • Domenico Marrara

    Catania (CT) // 10 novembre 1979 // 50 anni

    Il brigadiere Giovanni Bellissima (24 anni originario di Mirabella Imbaccari), gli appuntati Domenico Marrara (50 anni di Reggio Calabria) e Salvatore Bologna (41 di Palazzolo Acreide) stavano scortando da Catania a Bologna il boss Angelo Pavone. Al casello autostradale di San Gregorio a Catania, la Mercedes guidata da Angelo Paolello, di 42 anni, fu assalita da un commando. Mentre l'autista rimase ferito, i tre carabinieri furono uccisi. I killer prelevarono Pavone, che undici giorni dopo fu ritrovato cadavere in una discarica vicino alle falde dell'Etna.

  • Vincenzo Abate

  • Piersanti Mattarella

    Palermo (PA) // 6 gennaio 1980 // 44 anni

    Piersanti Mattarella, figlio di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana in Sicilia, e fratello di Sergio Mattarella. Dopo l'attività nell'Azione cattolica, si dedicò alla politica nella Democrazia Cristiana. Fra i suoi ispiratori ci fu Giorgio La Pira. Si avvicinò alla corrente politica di Aldo Moro e divenne consigliere comunale a Palermo. Assistente ordinario all'Università di Palermo, fu eletto all'Assemblea regionale siciliana nel 1967 nel collegio di Palermo, per tre legislature.
    Dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza. Fu eletto presidente della Regione Siciliana nel 1978, guidando una giunta di centro sinistra, con il sostegno esterno del PCI. Nel 1979 dopo una breve crisi politica, formò un secondo governo.
    Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell'agricoltura, tenuta a Villa Igea la prima settimana di febbraio del 1979. L'onorevole Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell'ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò, con furore, l'Assessorato dell'agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale, e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, sgomentando la sala, Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali.
    Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto insieme con la moglie e col figlio per andare a messa, un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava portando avanti un'opera di modernizzazione dell'amministrazione regionale. Si presume che a ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica.

  • Giuseppe Gulli'

    Montebello Jonico (RC) // 21 febbraio 1980 // 62 anni

    Farmacista e proprietario terriero di 62 anni, è stato rapito intorno all'una di notte del 21 febbraio 1980 in contrada Moro di Fossato di Montebello Ionico. Consigliere provinciale DC, sposato e padre di tre figli, fu prelevato da quattro banditi mentre stava rientrando a casa a bordo della sua auto. I tanti appelli della famiglia in questi anni sono caduti nel vuoto. Giuseppe Gullì non è stato mai più ritrovato.

  • Bruno Vinci

    Serra San Bruno (VV) // 14 aprile 1980 // 36 anni

    Bruno Vinci, falegname, viene ucciso a Serra San Bruno (VV) il 14 aprile del 1980. Si trovava nella gioielleria di suo fratello Domenico per cambiare un paio di orecchini alla figlia Barbara. Aveva 36 anni, due figli piccoli e a Serra San Bruno era ritornato da un paio d'anni, dopo aver vissuto in Canada. I rapinatori che irrompono nel negozio, poco dopo Bruno, sono armati di fucile a canne mozze e sono spietati: la resistenza dell'uomo, che vuole difendere sé stesso e il fratello, viene punita con due spari. Bruno muore sul colpo.

  • Emanuele Basile

    Monreale (PA) // 4 maggio 1980 // 30 anni

    Era un carabiniere e svolgeva servizio a Monreale. Stava conducendo alcune indagini sull'uccisione di Boris Giuliano, durante le quali aveva scoperto l'esistenza di traffici di stupefacenti. Tuttavia, apprestandosi a lasciare Monreale, si era premurato di consegnare tutti i risultati a cui era pervenuto a Paolo Borsellino. La sera del 4 maggio 1980, mentre con la figlia Barbara di quattro anni e la moglie Silvana Musanti aspettava di assistere allo spettacolo pirotecnico della festa del Santissimo Crocefisso a Monreale, un killer gli sparò alle spalle e poi fuggì in auto atteso da due complici.

  • Giuseppe Valarioti

    Rosarno (RC) // 11 giugno 1980 // 30 anni

    Dirigente del Partito Comunista Italiano. Nacque in una famiglia di piccoli agricoltori, raggiunse la maturità classica presso il Liceo Ginnasio Pizi di Palmi e in seguito si iscrisse alla facoltà di Lettere Classiche dell'Università di Messina, ove conseguì la laurea nel 1974. A metà degli anni '70 si iscrisse al Partito Comunista Italiano e divenne segretario della sezione di Rosarno. Fu assassinato in un agguato mafioso di matrice tuttora oscura l'11 giugno 1980, al termine di una cena tenuta insieme ai compagni di partito per festeggiare una vittoria elettorale.

  • Giannino Losardo

    Cetraro (CS) // 21 giugno 1980 // 54 anni

    Comunista, segretario giudiziario della procura di Paola e assessore comunale a Cetraro, paese della costa tirrenica cosentina. E' stato ucciso il 21 giugno del 1980, mentre a bordo della sua auto stava rientrando a casa dopo una seduta del consiglio comunale.

  • Adelmo Fossati

    Missaglia (LC) // 7 luglio 1980 // 35 anni

    Adelmo Fossati viene sequestrato il 15 aprile 1980 a Monza. Ha trentacinque anni e dirige una concessionaria di auto, ma probabilmente fa gola all'Anonima, in quanto cugino di Danilo Fossati, titolare dell'industria alimentare Star. Sono in quattro a bloccare il prestante pilota di Formula 3, molto noto nel Monzese. Poi le richieste alla famiglia: sette miliardi di lire. Una cifra astronomica, ridimensionata a 300 milioni, consegnati in una notte di giugno, dopo un tentativo fallito di liberare l'ostaggio. Arrivano nuove richieste di denaro. E' già pronta una seconda valigetta con 250 milioni, ma il 14 luglio gli investigatori trovano il corpo del rapito, sotterrato nel giardino di una villetta di Missaglia (nella zona di Lecco), dove era stato tenuto prigioniero negli ultimi tempi. Fu ucciso a seguito dell'arresto dei suoi sequestratori. Le indagini porteranno a scoprire che il motivo del suo rapimento fu il rifiuto di Adelmo a collaborare per il riciclaggio di auto rubate.

  • Pietro Cerulli

    Palermo (PA) // 13 luglio 1980 // 30 anni

    Faceva l'Agente del Corpo degli Agenti di Custodia. Era nato a Miano (NA) il 26 maggio 1950 e prestava servizio presso la Casa Circondariale "Ucciardone" di Palermo. Il 13 luglio 1980, mentre rincasava alla guida della propria autovettura dopo il lavoro, fu ucciso in un agguato.

  • Gaetano Costa

    Palermo (PA) // 6 agosto 1980 // 64 anni

    Procuratore Capo di Palermo, fu assassinato dalla mafia il 6 agosto 1980, mentre sfogliava dei libri di una bancarella su un marciapiede di via Cavour a Palermo, a due passi da casa. Fu freddato da tre colpi di pistola sparatigli alle spalle da due killer in moto. Causa di quella spietata esecuzione, il fatto che egli avesse firmato personalmente dei mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola e alcuni dei suoi uomini. Provvedimenti che invece altri suoi colleghi si erano rifiutati di firmare.

  • Carmelo Jannì

    Carini (PA) // 28 agosto 1980 // 46 anni

    Carmelo Iannì gestiva un albergo, in riva al mare, " Riva Smeralda" a Villagrazia di Carini (PA), a pochi chilometri dall'aeroporto di Palermo. Un mestiere che gli piaceva molto; lo faceva stare insieme alla gente e il mondo del turismo lo attraeva molto. Era anche una persona che credeva e rispettava la legge, Carmelo, tanto che non si pose alcun problema quando la polizia un giorno gli chiese di fare infiltrare nella sua struttura degli agenti, al fine di smascherare alcuni marsigliesi venuti in Sicilia per insegnare ai nostri come si raffinava l'eroina. Detto fatto. Tra il personale dell'albergo vennero inseriti alcuni poliziotti facenti funzione di camerieri e portieri d'albergo. Non ci volle molto. Venti giorni e i marsigliesi furono arrestati, compreso l'importante latitante Gerlando Alberti, noto negli ambienti come "u paccarrè", decretando il successo di un'operazione che aveva fatto tanto tribolare. La polizia commise un grave errore: gli agenti che fecero gli arresti erano gli stessi che si infiltrarono in albergo camuffati da dipendenti, subito riconosciuti non solo da Alberti ma anche dal resto dell'organizzazione. Nei confronti di Iannì venne, quindi, subito emessa una vera e propria sentenza di morte. Quattro giorni dopo l'arresto, il 28 agosto 1980, in pieno giorno, due giovani a volto scoperto entrarono nella hall dell'albergo e uccisero Carmelo Iannì con dei colpi di pistola.

  • Graziella De Palo

    // 2 settembre 1980 // 24 anni

    È il 2 settembre del 1980, Italo Toni e Graziella De Palo, due giornalisti italiani inviati in Libano per indagare sui traffici di armi da Beirut, scompaiono senza lasciare tracce. Dopo tutti questi anni, i loro corpi non sono stati ancora ritrovati. I giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo da dieci giorni si trovano in Libano per raccontarne la guerra civile, coacervo di contraddizioni politico-militari e terreno di scontro di più raggruppamenti (nonché laboratorio di quella che sarà, due anni dopo, l'invasione israeliana mossa da Ariel Sharon), ma soprattutto per indagare sui traffici d'armi e sugli intrighi internazionali che vedono anche la partecipazione dei servizi segreti italiani. Come in tutte le guerre anche in Libano il traffico di armi è piuttosto attivo. Graziella De Palo, 24 anni, indaga sui traffici di armi per il quotidiano Paese Sera e per la rivista l'Astrolabio, mentre Italo Toni, 51 anni, è un esperto di questioni mediorientali e per questo collabora con diverse testate, anche internazionali. Italo e Graziella sono ospiti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), formazione di estrazione marxista (guidata da George Habbash), che gli ha promesso di condurli a sud sulle colline dove si trova il castello di Beaufort, sulla linea dello scontro con l'esercito israeliano. I due hanno scoperto che proprio in Libano avvengono traffici internazionali d'armi in violazione degli embarghi sanciti dall'Onu: per loro è quindi una grande occasione unirsi a un gruppo di guerriglieri per raccontare proprio questo tipo di traffici. Il 2 settembre, dunque, dopo aver confermato le stanze d'albergo e avvertito l'ambasciata italiana, partono con alcuni membri del FPLP. Da questo momento le loro tracce scompaiono nel nulla. Della loro sorte non si saprà più niente e i loro parenti non sanno ancora se sono morti, e se sì come e per mano di chi.

  • Italo Toni

    // 2 settembre 1980 // 51 anni

    È il 2 settembre del 1980, Italo Toni e Graziella De Palo, due giornalisti italiani inviati in Libano per indagare sui traffici di armi da Beirut, scompaiono senza lasciare tracce. Dopo tutti questi anni, i loro corpi non sono stati ancora ritrovati. I giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo da dieci giorni si trovano in Libano per raccontarne la guerra civile, coacervo di contraddizioni politico-militari e terreno di scontro di più raggruppamenti (nonché laboratorio di quella che sarà, due anni dopo, l'invasione israeliana mossa da Ariel Sharon), ma soprattutto per indagare sui traffici d'armi e sugli intrighi internazionali che vedono anche la partecipazione dei servizi segreti italiani. Come in tutte le guerre anche in Libano il traffico di armi è piuttosto attivo. Graziella De Palo, 24 anni, indaga sui traffici di armi per il quotidiano Paese Sera e per la rivista l'Astrolabio, mentre Italo Toni, 51 anni, è un esperto di questioni mediorientali e per questo collabora con diverse testate, anche internazionali. Italo e Graziella sono ospiti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), formazione di estrazione marxista (guidata da George Habbash), che gli ha promesso di condurli a sud sulle colline dove si trova il castello di Beaufort, sulla linea dello scontro con l'esercito israeliano. I due hanno scoperto che proprio in Libano avvengono traffici internazionali d'armi in violazione degli embarghi sanciti dall'Onu: per loro è quindi una grande occasione unirsi a un gruppo di guerriglieri per raccontare proprio questo tipo di traffici. Il 2 settembre, dunque, dopo aver confermato le stanze d'albergo e avvertito l'ambasciata italiana, partono con alcuni membri del FPLP. Da questo momento le loro tracce scompaiono nel nulla. Della loro sorte non si saprà più niente e i loro parenti non sanno ancora se sono morti, e se sì come e per mano di chi.

  • Silvio De Francesco

    Bovalino (RC) // 7 ottobre 1980 // 76 anni

    Silvio De Francesco viveva a Napoli, città in cui svolgeva la sua professione medica. Ma spesso ritornava a Bovalino, in Calabria, dove la moglie aveva ereditato dei terreni. Si trovava in Calabria per seguire da vicino il periodo della vendemmia quando la notte del 6 ottobre 1980 degli uomini fecero irruzione nella sua abitazione e lo rapirono. Aveva 76 anni Silvio e non riuscì a reggere la fatica della marcia sull'Aspromonte, dove i suoi rapitori lo stavano portando. Fu abbandonato senza vita in un fossato e ritrovato il 13 ottobre.

  • Giuseppe Giovinazzo

    Cittanova (RC) // 10 ottobre 1980 // 26 anni

    Il muratore Giuseppe Giovinazzo, 26 anni, di Cittanova, fu ucciso il pomeriggio del 10 0ttobre del 1980, mentre in compagnia di Girolamo Galasso, si stava recando in campagna per prendere una pizza da mangiare con gli amici. Ma i due non arriveranno mai a destinazione. Furono trovati qualche ora dopo, uccisi a colpi di fucile, in contrada Vatone, a bordo dell'auto di Galasso. Il loro omicidio, considerato che i ragazzi erano totalmente estranei ad ambienti malavitosi e anzi, erano molto conosciuti in paese e apprezzati per la loro dedizione al lavoro e alla famiglia, destò grande sorpresa e commozione. Secondo gli investigatori dell'epoca, i due assistettero casualmente a qualcosa che li rese dei testimoni scomodi. La loro morte, ancora oggi, è avvolta da un fitto mistero.

  • Ciro Rossetti

    Napoli (NA) // 11 ottobre 1980 // 31 anni

    Giovane operaio dell'Alfasud, venne ucciso l'11 ottobre del 1980 a San Giovanni a Teduccio, quartiere di Napoli. Ciro era a casa della madre con la moglie e i suoi due figlioli per assistere alla partita di qualificazione ai mondiali Italia - Lussemburgo. Durante la partita, si cominciarono a sentire degli spari. Ciro Rossetti pensò si trattasse di fuochi di artificio esplosi per festeggiare la gara e si affacciò all'uscio. In realtà erano gli spari che i clan rivali esplodevano contro gli avversari. Fu colpito da un proiettile vagante all'occhio sinistro e morì dopo poco.

  • Antonio Colistra

    Siderno (RC) // 17 ottobre 1980 //

    L'avvocato Antonio Colistra era impegnato nella vendemmia nei suoi terreni vicino Siderno, in Calabria. Era in pensione l'avvocato e si dedicava alla cura del suo vigneto. Anche quel giorno, il 17 ottobre del 1980, era nel suo casolare di campagna insieme ad alcuni contadini, quando tre uomini armati lo hanno portato via. Ha cercato di reagire, di opporsi al sequestro, ma inutilmente. Era appena stato operato l'avvocato Colistra e la violenza dei suoi sequestratori è stata fatale, di lui non si saprà più nulla. Aveva solo 56 anni.

  • Domenico Beneventano

    Ottaviano (NA) // 7 novembre 1980 // 32 anni

    Medico prestato alla politica. Venne eletto consigliere comunale a Ottaviano nelle liste del PCI per due volte consecutive, nel 1975 e nel 1980. Al centro del suo impegno politico, la lotta alla camorra e alle sue infiltrazioni nelle amministrazioni locali, negli anni in cui Ottaviano è il feudo indiscusso di Raffaele Cutolo e della sua Nuova Camorra Organizzata. Le sue denunce e la sua intransigenza lo resero molto presto un personaggio scomodo. Così, la sera del 7 novembre 1980, venne ucciso in un agguato camorristico sull'uscio di casa.

  • Marcello Torre

    Pagani (SA) // 11 dicembre 1980 // 48 anni

    Membro attivo della FUCI e dell'Azione Cattolica, ne diviene ben presto dirigente. Aderisce alle posizioni della Democrazia Cristiana e diventa delegato provinciale dei gruppi giovanili DC per la provincia di Salerno e poi consigliere nazionale. Il 7 agosto del 1980 è eletto sindaco di Pagani come indipendente della giunta DC. Il 23 novembre dello stesso anno il paese è colpito dal terremoto dell'Irpinia e Marcello Torre si oppone apertamente alle infiltrazioni camorristiche nelle procedure di assegnazione degli appalti. Muore l'11 dicembre 1980: a colpirlo sono due killer che lo attendono fuori casa.

  • Filomena Morlando

    Giugliano (NA) // 17 dicembre 1980 // 25 anni

    Filomena Morlando nacque a Giugliano in Campania (NA) dove venne uccisa per errore il 17 dicembre del 1980. Si trovava nella piazzetta antistante la chiesa parrocchiale di Sant'Anna e stava passeggiando, quando si trovò in mezzo a una sparatoria che aveva per obiettivo Francesco Bidognetti. Il boss utilizzò Mena come scudo umano.

  • Domenico Francavilla

    Alessandria della Rocca (AG) // 9 febbraio 1981 // 32 anni

    Si trovava insieme a Vincenzo Mulè e Mariano Virone, il 9 febbraio del 1981, giorno in cui morì in un agguato di Cosa Nostra. L'obiettivo era Liborio Terrasi, ritenuto il capo mafia di Cattolica Eraclea, entrato in conflitto con il boss di Ribera Carmelo Colletti, poi anche lui assassinato. Le vittime, si trovavano su un trattore quando i killer entrarono in azione.

  • Vincenzo Mulè

    Alessandria della Rocca (AG) // 9 febbraio 1981 // 12 anni

    Si trovava insieme a Domenico Francavilla e Mariano Virone, il 9 febbraio del 1981, giorno in cui morì in un agguato di Cosa Nostra. L'obiettivo era Liborio Terrasi, ritenuto il capo mafia di Cattolica Eraclea, entrato in conflitto con il boss di Ribera Carmelo Colletti, poi anche lui assassinato. Le vittime, si trovavano su un trattore quando i killer entrarono in azione. Mulè, appena dodicenne, si trovò per caso in compagnia delle altre vittime, alle quali aveva chiesto un passaggio sul trattore per attraversare il fiume.

  • Mariano Virone

    Alessandria della Rocca (AG) // 9 febbraio 1981 // 47 anni

    Si trovava insieme a Vincenzo Mulè e Domenico Francavilla, il 9 febbraio del 1981, giorno in cui morì in un agguato di Cosa Nostra. L'obiettivo era Liborio Terrasi, ritenuto il capo mafia di Cattolica Eraclea, entrato in conflitto con il boss di Ribera Carmelo Colletti, poi anche lui assassinato. Le vittime, si trovavano su un trattore quando i killer entrarono in azione.

  • Rossella Casini

    Palmi (RC) // 22 febbraio 1981 // 25 anni

    Rossella Casini studiava psicologia ed era di Firenze. A soli 25 anni scomparve da Palmi, paese della Calabria nel quale si era trasferita perché fidanzata con un ragazzo del luogo. La verità arrivò molti anni dopo, quando si è scoperto che Rossella era rimasta vittima di una sanguinosa faida di 'ndrangheta. Fu punita perché aveva convinto il fidanzato, Francesco Frisina, a rompere con le leggi dell'omertà. Francesco, a cui intanto era stato assassinato il padre, spinto dalla fidanzata decise di svelare a un magistrato la catena di omicidi che aveva insanguinato la sua famiglia. Frisina si rifugiò a Torino dove il cognato lo raggiunse, convincendolo a ritrattare. Tre giorni più tardi vennero arrestati entrambi. Rossella continuò a far la spola fra Firenze e Palmi, cercando, con maldestri tentativi di ritrattazione, di salvare il fidanzato. Nel febbraio del 1981, a pochi giorni dal processo, Rossella andò nuovamente a Palmi. Doveva parlare con un giudice. Chiamò il padre domenica 22 febbraio. "Sto rientrando" disse. E invece non rientrò più. Era stata uccisa, l'estranea che aveva spinto il fidanzato a fidarsi dello Stato, aveva pagato anche per lui.

  • Mariano Mellone

    Napoli (NA) // 12 marzo 1981 // 33 anni

    Padre di una bambina di appena un anno, venne ucciso a Napoli il 12 marzo 1981 per errore a seguito di una sparatoria fra clan rivali.

  • Francesca Moccia

    Napoli (NA) // 12 marzo 1981 // 48 anni

    Terrificante sparatoria in piena Napoli, nei pressi di Piazza Garibaldi. Francesca Moccia, di 48 anni e madre di cinque figli, è una fruttivendola insieme al marito stava portando dentro le cassette di frutta esposte fuori dal suo negozio. Muore, colpita da un proiettile vagante.

  • Leopoldo Gassani

    Salerno (SA) // 27 marzo 1981 //

    Stimato avvocato, venne ucciso il 27 marzo del 1981 nel suo studio legale a Salerno. Gassani, nonostante le forti pressioni esercitate su di lui, non aveva voluto rinunciare alla difesa di un componente di una banda di sequestratori che aveva deciso di collaborare con la giustizia. Con lui fu assassinato anche il suo segretario, Giuseppe Grimaldi.

  • Giuseppe Grimaldi

    Salerno (SA) // 27 marzo 1981 //

    Era il segretario dell'avvocato Leopoldo Gassani. Rimase ucciso nell'agguato che costò la vita al suo datore di lavoro. I killer entrarono in azione nello studio legale salernitano dove si trovavano Gassani e lo stesso Grimaldi. Era il 27 marzo 1981.

  • Giuseppe Salvia

    Napoli (NA) // 14 aprile 1981 // 38 anni

    Nacque a Capri nel 1943 da Antonino e Amalia D'Anchise. Si trasferì a Napoli a soli 13 anni per frequentare il convitto Bianchi dove terminò gli studi classici. Si laureò presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università Federico II di Napoli e, successivamente, intraprese la carriera direttiva nell'amministrazione penitenziaria italiana. Il suo primo e ultimo incarico (1973) fu quello di vicedirettore del carcere di Poggioreale, negli anni in cui la camorra reclutava manovalanza all'interno del carcere stesso. Nel 1980 si scontrò direttamente con il boss Raffaele Cutolo. Al rientro da un processo, il boss di Ottaviano non volle essere perquisito ma Salvia non rinunciò e, al rifiuto degli agenti penitenziari che temevano ripercussioni, il vicedirettore perquisì personalmente il capo della NCO. Il boss tentò di schiaffeggiarlo. Dopo cinque mesi, il 14 aprile del 1981, Giuseppe Salvia venne ucciso barbaramente sulla tangenziale napoletana all'altezza dell'Arenella

  • Giuseppe Cuttitta

    Godrano (PA) // 3 agosto 1981 // 38 anni

    Nacque a Godrano (PA) il 22 luglio 1943. Rimase vittima di un agguato mafioso il 3 agosto 1981. Giuseppe Cuttitta era socio amministratore della cooperativa San Leone e si era rifiutato di pagare alcune somme di denaro indebitamente richieste. Aveva 38 anni quando fu assassinato con vari colpi di pistola.

  • Antonio Di Bartolo

    Gela (CL) // 5 agosto 1981 // 56 anni

    Una sparatoria tra le strade di Gela tra due clan e Antonio, 56 anni e due figli, rimane ucciso il 5 agosto del 1981.

  • Lorenzo Crosetto

    Torino (TO) // 14 agosto 1981 // 61 anni

    Costruttore di 61 anni, torinese, fu prelevato con la forza in un bar del capoluogo piemontese da una banda di malviventi intorno alle 22.30 del 3 luglio 1981. L'uomo, che era stato coinvolto nello scandalo sui petroli (fu arrestato e poi rilasciato), gestiva una ditta di lavori edili e autostradali che dava lavoro a circa 70 operai. La Fiat 128 usata per il sequestro fu ritrovata poco dopo l'azione criminale, che in un primo momento fu ricondotta alla sfera del terrorismo politico delle BR. Pista presto abbandonata a favore dell'ipotesi, poi rivelatasi fondata, dell'Anonima sequestri. Pochi giorni dopo il sequestro, arriva il contatto con i sequestratori: 3 miliardi di lire per ottenere la liberazione. Le trattative durano 40 giorni: alla fine la famiglia riesce a chiudere per un riscatto di 672 milioni in contanti, che vengono anche versati. Ma non succede nulla. E non succederà nulla neanche nelle settimane successive. Sarà la collaborazione di uno dei sequestratori a restituire alla famiglia i resti mortali di Lorenzo Crosetto. Era il 31 maggio del 1983. L'uomo era stato tenuto recluso in un capanno di lamiera alla periferia di Sessant, nell'Astigiano. E lì, in un campo di granoturco, era stato sepolto quando le forze lo avevano abbandonato, il 14 agosto del 1981.

  • Vito Ievolella

    Palermo (PA) // 10 settembre 1981 // 51 anni

    Carabiniere, nacque a Benevento il 4 dicembre 1929 e fu ucciso a Palermo il 10 settembre 1981. Dopo essersi arruolato nell'Arma dei Carabinieri, venne destinato alla Legione di Alessandria. Nel 1958 frequentò la scuola sottoufficiali di Firenze per poi essere trasferito a Palermo. A partire dal 1965, fu al nucleo investigativo del Comando, dove si distinse per serietà, dedizione e coraggio. Partecipò a molte delicate indagini che, grazie alle sue tecniche investigative, lo resero meritevole di sette encomi solenni e di ben 27 apprezzamenti del comandante generale dell'Arma. Fu ucciso in un agguato mafioso in piazza principe di Camporeale, mentre con la moglie aspettava la figlia Lucia impegnata in una lezione di guida.

  • Pierre Michel

    Marsiglia // 21 ottobre 1981 //

    Giudice ucciso a Marsiglia il 21 ottobre 1981. Morto perché indagava, anche in collaborazione con i magistrati palermitani, sul traffico internazionale di eroina gestito da Cosa nostra, ma che vedeva coinvolta anche la criminalità organizzata marsigliese. I marsigliesi, infatti, per prima si era avvicinata al business e aveva i "chimici" e la preparazione per avviare l'industria più redditizia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

  • Sebastiano Bosio

    Palermo (PA) // 6 novembre 1981 // 52 anni

    Era un medico e agli inizi degli anni '60 fu protagonista di contestazioni e proteste contro l'inefficienza della pubblica amministrazione, contribuendo ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica e allestendo, con altri colleghi, una sala operatoria in un casello ferroviario abbandonato della linea Palermo - Messina. Nel 1974 divenne primario, in coincidenza con l'istituzione del reparto autonomo di chirurgia vascolare, staccato da cardiochirurgia. Poche settimane prima di essere ucciso aveva invitato a Palermo il noto professor Courbier, direttore dell'unità cardiovascolare dell'ospedale S. Joseph di Marsiglia, e insieme a lui aveva effettuato un intervento particolarmente difficile su una ragazza di 19 anni. Il 6 novembre del 1981, all'età di cinquantadue anni, fu ucciso da due killer di Cosa nostra, in via Simone Cuccia.

  • Michele Borriello

    Villa Literno (CE) // 17 novembre 1981 // 24 anni

    Fu ucciso il 17 novembre del 1981 a Villa Literno, in provincia di Caserta. Aveva solo 24 anni e lasciò la moglie e le sue due piccolissime bambine. Insieme al suo corpo fu ritrovato quello di Raffaele Terracciano, 29 anni, pregiudicato. Le indagini ruotano intorno alla faida interna al clan dei Mazzoni. Gli assassini, molto probabilmente quattro, si sarebbero nascosti nella cunetta dell'alveo Divino Amore, nei pressi del piccolo ponte che porta nel fondo Marchesa I, dove appunto si trovava la fattoria del Terracciano. Nel mirino dei killer c'era sicuramente Raffaele Terracciano, mentre Michele Borriello viene colpito perchè ritenuto un testimone scomodo.

  • Onofrio Valvola

    Palermo (PA) // 25 dicembre 1981 // 62 anni

    Durante la guerra di mafia scoppiata agli inizi degli anni Ottanta, il giorno di Natale del 1981, un commando di killer composto da quattro uomini armati di mitra e pistole calibro 38, trucidò due appartenenti alla cosca rivale: Biagio Pitarresi e Giovanni Di Peri. Con loro venne assassinato anche un innocente, un pensionato di 62 anni, Onofrio Valvola, che era seduto davanti alla porta della sua abitazione.

  • Annamaria Esposito

    San Giorgio a Cremano (NA) // 7 gennaio 1982 // 33 anni

    Annamaria Esposito era titolare di un bar in via Sant'Anna, a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli. Il 7 gennaio 1982 due killer a volto coperto fanno irruzione nel locale e uccidono Annamaria con decine di colpi di pistola. Muore poco dopo il suo ricovero in ospedale per la gravità delle ferite riportate a soli 33 anni. Due giorni prima, proprio in quella zona, era stato ucciso il camorrista Giuseppe Vollaro, esponente della Nuova Famiglia. Non si esclude che la donna avesse visto in volto gli autori del delitto e che per questo sia stata in seguito uccisa.

  • Luigi D'Alessio

    Torre Annunziata (NA) // 8 gennaio 1982 // 44 anni

    Luigi D'Alessio, maresciallo dei Carabinieri, 41 anni, fu assassinato a Torre Annunziata l'8 gennaio 1982. Si trovava in una Fiat 500 con il capitano Sensales e un altro sottufficiale, di ritorno da un servizio di perlustrazione, quando intercettarono un'auto con quattro persone a bordo, riconoscendo tra questi due pericolosi camorristi latitanti, legati al clan Cutolo. La cinquecento si ferma. Il maresciallo D'Alessio esce dall'auto, ma in pochi attimi dalla Simca fanno fuoco con una lupara che prende in pieno il maresciallo. Gli altri due carabinieri rispondono al fuoco. È un inferno. Si spara all'impazzata in pieno centro cittadino. Nella strada principale di Torre Annunziata sembra di stare al fronte. La gente scappa in tutte le direzioni. I negozi abbassano le saracinesche. I bar sbarrano le porte, mentre i banditi in fuga continuano a fare fuoco con pistole e colpi di lupara. Il Maresciallo muore quasi subito. Gli altri due carabinieri vengono feriti, ma leggermente. Quando tutto sembra finito e con i banditi ormai lontani, si odono le grida di una ragazza che stringe tra le braccia un'altra ragazza, tutta piena di sangue. È stata colpita da alcuni proiettili. È Rosa Visone. Aveva solo sedici anni. Rosa stava tornando a casa insieme a sua sorella, Lina. Avevano tentato di scappare anche loro. Si tenevano per mano. Volevano ripararsi dentro un palazzo. Un proiettile colpì Rosa prima che potessero mettersi al riparo. Per lei non c'è più niente da fare.

  • Rosa Visone

    Torre Annunziata (NA) // 8 gennaio 1982 // 16 anni

    Luigi D'Alessio, maresciallo dei Carabinieri, 41 anni, fu assassinato a Torre Annunziata l'8 gennaio 1982. Si trovava in una Fiat 500 con il capitano Sensales e un altro sottufficiale, di ritorno da un servizio di perlustrazione, quando intercettarono un'auto con quattro persone a bordo, riconoscendo tra questi due pericolosi camorristi latitanti, legati al clan Cutolo. La cinquecento si ferma. Il maresciallo D'Alessio esce dall'auto, ma in pochi attimi dalla Simca fanno fuoco con una lupara che prende in pieno il maresciallo. Gli altri due carabinieri rispondono al fuoco. È un inferno. Si spara all'impazzata in pieno centro cittadino. Nella strada principale di Torre Annunziata sembra di stare al fronte. La gente scappa in tutte le direzioni. I negozi abbassano le saracinesche. I bar sbarrano le porte, mentre i banditi in fuga continuano a fare fuoco con pistole e colpi di lupara. Il Maresciallo muore quasi subito. Gli altri due carabinieri vengono feriti, ma leggermente. Quando tutto sembra finito e con i banditi ormai lontani, si odono le grida di una ragazza che stringe tra le braccia un'altra ragazza, tutta piena di sangue. È stata colpita da alcuni proiettili. È Rosa Visone. Aveva solo sedici anni. Rosa stava tornando a casa insieme a sua sorella, Lina. Avevano tentato di scappare anche loro. Si tenevano per mano. Volevano ripararsi dentro un palazzo. Un proiettile colpì Rosa prima che potessero mettersi al riparo. Per lei non c'è più niente da fare.

  • Francesco Borrelli

    Cutro (KR) // 13 gennaio 1982 // 40 anni

    Francesco Pantaleone Borrelli era nato il 20 Agosto 1941 a Papanice, una frazione di Crotone. Al momento dell'attentato era Maresciallo dei CC in servizio al Nucleo Elicotteri di Vibo Valentia, aveva una moglie e due figli, Alfredo e Caterina, di 7 e 6 anni. Borrelli era dunque un carabiniere, nello specifico un elicotterista. Un mestiere pericoloso, soprattutto in Calabria, nella stagione dell'Anonima Sequestri in Aspromonte. Il maresciallo Borrelli è caduto per il senso del dovere. Quel 13 gennaio 1982 è in piazza con gli amici, nella sua Cutro, in provincia di Crotone. Qualche giorno a casa con la famiglia, lontano dal centro elicotteristi di Vibo. Ma l'istinto non va mai in vacanza: sullo sfondo vede un'auto, vede le canne dei fucili, si volta dal lato opposto della piazza e nota sugli scalini del bar il boss Antonio Dragone. Ci vuole solo qualche secondo per realizzare che sta per scoppiare l'inferno. Il carabiniere Francesco Borrelli non è in divisa, e in fondo non è pagato per morire. Ma fa il proprio dovere fino alle estreme conseguenze. Si mette a urlare per far allontanare la gente. I fucili sparano, il boss si salva, il maresciallo Borrelli è colpito in pieno, il comandante dei carabinieri di Cutro è al riparo dietro la saracinesca del bar che aveva abbassato per nascondersi (verrà in seguito degradato dall'Arma). Per Francesco Borrelli i funerali di Stato e una medaglia d'oro al valor civile (non militare, nonostante fosse un carabiniere, perché non aveva sparato nessun colpo di arma da fuoco). Nessun colpevole invece per la sua morte.

  • Salvatore Dragone

    Cutro (KR) // 13 gennaio 1982 //

    Salvatore Dragone ucciso per sbaglio il 13 gennaio 1982 a Cutro, in provincia di Crotone. L'obiettivo dei killer era lo zio, legato ad ambienti mafiosi.

  • Nicolò Piombino

    Isola delle Femmine (PA) // 26 gennaio 1982 //

    Il 26 gennaio 1982 a Isola delle Femmine (PA) viene ucciso in un agguato di stampo mafioso Nicolò Piombino. Colpito dalla criminalità organizzata per la sua collaborazione con le forze dell'ordine nella lotta a Cosa Nostra, fu testimone dell'omicidio di Impastato Giacomo, nipote dei Badalamenti.

  • Antonio Salzano

    San Giorgio a Cremano (NA) // 23 febbraio 1982 // 43 anni

    Era un Maresciallo di Polizia. Venne ucciso a casa sua la notte del 23 febbraio 1982 a San Giorgio a Cremano. La moglie racconta che i killer hanno bussato alla porta e sparato a raffica con due pistole. Subito dopo si sono dileguati in automobile.

  • Alfredo Àgosta

    Catania (CT) // 18 marzo 1982 // 48 anni

    Alfredo Agosta nacque a Pozzallo il 23 aprile 1933. Arruolatosi nel 1951 a soli 17 anni, ha svolto servizio presso la Stazione Carabinieri di Melito Porto Salvo. Dopo il corso di Vice Brigadiere tenutosi a Padova, ha comandato la Stazione Carabinieri di Sant'Elena in Venezia e la Stazione Carabinieri Aeronautica della Base NATO di Sigonella. La brillante carriera militare lo porta a indossare a soli 46 anni il più alto grado dei Sottufficiali, quello di Maresciallo Maggiore "Aiutante". Il militare era noto a Catania per essere un investigatore preparato e scrupoloso. Viene freddato con colpi d'arma da fuoco sparati a brucia pelo, nel centro della città mentre sta prendendo un caffè all'interno di un bar, sito in via Firenze angolo via Vittorio Veneto, in compagnia di un confidente, la sera del 18 marzo 1982.

  • Luigi Cafiero

    Torre Annunziata (NA) // 1 aprile 1982 // 19 anni

    Venne assassinato, perché scambiato per un'altra persona, a Torre Annunziata in via Settetermini, con undici colpi d'arma da fuoco a soli 19 anni il primo aprile del 1982, mentre era in auto con la fidanzata.

  • Raffaele Delcogliano

    Napoli (NA) // 27 aprile 1982 //

    Il 27 aprile del 1982 Raffaele Delcogliano, assessore regionale al lavoro della Campania per la Democrazia Cristiana, viene assassinato. È uno degli astri nascenti della politica beneventana, già consigliere comunale del capoluogo sannita. Siamo alla vigilia di una serie di iniziative regionali da intraprendere nel campo del lavoro e Delcogliano sembra con i suoi programmi essere l'uomo di punta di una serie di forti innovazioni. È il periodo del sequestro Cirillo. Una moto costringe l'auto blindata, guidata dal fedelissimo Aldo Iermano, sulla quale viaggia Delcogliano, a fermarsi. Siamo in pieno centro a Napoli, sotto la luce del sole e davanti a tantissimi testimoni. Una serie incredibile di colpi d'arma da fuoco vengono esplosi contro i due beneventani, autista e assessore, che restano uccisi.

  • Aldo Iermano

    Napoli (NA) // 27 aprile 1982 //

    Il 27 aprile del 1982, una moto costringe l'auto blindata, guidata da Aldo Iermano, sulla quale viaggia Delcogliano, a fermarsi. Siamo in pieno centro a Napoli, sotto la luce del sole e davanti a tantissimi testimoni. Una serie incredibile di colpi d'arma da fuoco vengono esplosi contro i due beneventani, autista e assessore, che restano uccisi.

  • Rosario Di Salvo

    Palermo (PA) // 30 aprile 1982 // 35 anni

    Nacque a Bari il 16 agosto del 1946. Trasferitosi a Palermo, sposò nel 1970 Rosa Casanova. Subito dopo le nozze emigrò con la moglie in Germania, ma le difficoltà costrinsero i due a tornare in Sicilia dopo neppure un anno. Al rientro Rosario, insieme a Rosa, si iscrisse al Partito Comunista, nella sezione Noce di Palermo, dopo un lento processo di maturazione politica che l'aveva portato a vivere pienamente la lunga stagione delle battaglie politiche e sindacali. Entrò a far parte dell'apparato tecnico del partito. Alternò il lavoro per il partito con l'occupazione come contabile in una cooperativa di agrumi. Ma il lavoro d'ufficio non faceva per lui. Così lasciò la cooperativa e si impegnò a tempo pieno nei frequenti viaggi con i compagni del Comitato regionale. In uno di questi viaggi conobbe Pio La Torre. Con Pio La Torre, la lotta alla mafia, per la pace e per una Sicilia produttiva vissero una nuova e feconda stagione. Il 30 aprile 1982 un vero e proprio commando mafioso si attivò in via Turba, un "budello" dove ci si passa appena, vicino la federazione del partito. Rosario era al suo posto come sempre, al fianco di Pio.

  • Pio La Torre

    Palermo (PA) // 30 aprile 1982 // 54 anni

    Nacque nella frazione di Baida del comune di Palermo in una famiglia di contadini molto povera. Sin da giovane si impegnò nella lotta a favore dei braccianti, prima nella Confederterra poi nella Cgil (come segretario regionale della Sicilia) e, infine, aderendo al Partito comunista italiano. Messosi in luce per le sue doti politiche, Enrico Berlinguer lo fece entrare nella Segreteria nazionale di Botteghe Oscure. Nel 1972 venne eletto deputato. È l'ispiratore materiale della legge che ha introdotto il reato di associazione mafiosa (Legge Rognoni-La Torre) e della relativa norma che prevede la confisca (il riutilizzo sociale dei beni ai mafiosi fu poi introdotto, grazie alla campagna dell'associazione Libera, che raccolse un milione di firme, con la legge 109/96). Nel 1981 decise di tornare in Sicilia per assumere la carica di segretario regionale del partito. Svolse la sua maggiore battaglia contro la costruzione della base missilistica NATO a Comiso che, secondo La Torre, rappresentava una minaccia per la pace nel Mar Mediterraneo e per la stessa Sicilia. Per questo raccolse un milione di firme in calce a una petizione al Governo. Alle 9.20 del 30 aprile 1982, con una Fiat 132 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito. Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, a uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante, mentre Di Salvo ebbe il tempo di estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.

  • Gennaro Musella

    Reggio Calabria (RC) // 3 maggio 1982 // 57 anni

    Gennaro Musella era un ingegnere salernitano, professionista stimato, un uomo semplice. Musella aveva trasferito la sua azienda dalla Campania alla Calabria per la costruzione di alcune opere marittime. Un'ottima occasione per il suo lavoro si presentò allorquando, nel marzo 1981, venne indetta una gara d'appalto per la costruzione del porto di Bagnara. Musella possedeva proprio a Bagnara una cava di massi e un'impresa estrattiva. Tentò di prendere parte all'appalto, ma la mano invisibile della 'ndrangheta, intrecciata con quella di una parte connivente della politica, gli impedirono di partecipare alla gara. Coraggiosamente, l'imprenditore salernitano denunciò il fatto con un esposto alla Procura di Reggio Calabria. Alle otto del mattino del 3 maggio 1982 in via Apollo, subito dopo aver aperto la portiera della propria auto, Musella saltava in aria con essa. Vi era stata piazzata una bomba pronta a innescarsi al primo contatto. Uno spettacolo da fronte bellico. Uno scenario che appare sin da subito alimentato dalla mano della 'ndrangheta.

  • Giuseppe Lala

    Porto Empedocle (AG) // 8 maggio 1982 // 65 anni

    Giuseppe Lala, Domenico Vecchio e Antonio Valenti furono uccisi per errore sul posto di lavoro l'8 Maggio 1982 a Porto Empedocle (AG), mentre stavano per rientrare a casa dopo un giorno di lavoro.

  • Antonio Valenti

    Porto Empedocle (AG) // 8 maggio 1982 // 31 anni

    Giuseppe Lala, Domenico Vecchio e Antonio Valenti furono uccisi per errore sul posto di lavoro l'8 Maggio 1982 a Porto Empedocle (AG), mentre stavano per rientrare a casa dopo un giorno di lavoro.

  • Domenico Vecchio

    Porto Empedocle (AG) // 8 maggio 1982 // 26 anni

    Giuseppe Lala, Domenico Vecchio e Antonio Valenti furono uccisi per errore sul posto di lavoro l'8 Maggio 1982 a Porto Empedocle (AG), mentre stavano per rientrare a casa dopo un giorno di lavoro.

  • Rodolfo Buscemi

    Palermo (PA) // 26 maggio 1982 // 24 anni

    La vita di Rodolfo Buscemi fu segnata dall'omicidio del fratello Salvatore, avvenuto una sera di aprile del 1976. Rodolfo decise di scoprire gli assassini del fratello e così si trasferì nel quartiere di Sant'Erasmo a Palermo, dove viveva Salvatore e cominciò a fare indagini e a raccogliere prove. Molti indizi lasciavano supporre che il mandante dell'omicidio fosse stato Filippo Marchese, boss del quartiere di Sant'Erasmo. Le domande insistenti di Rodolfo Buscemi ben presto diedero fastidio alla criminalità locale che rispose con minacce e intimidazioni. Il 26 maggio 1982, a 24 anni, Rodolfo e il cognato Matteo Rizzuto, di soli 18 anni, allettati con una falsa offerta di lavoro, furono rapiti e sparirono nel nulla.

  • Matteo Rizzuto

    Palermo (PA) // 26 maggio 1982 // 18 anni

    Il 26 maggio 1982, Matteo Rizzuto, 18 anni, insieme a Rodofo Buscemi allettati con una falsa offerta di lavoro, furono rapiti e sparirono nel nulla. La sua morte è legata alla vita di Rodolfo Buscemi segnata dall'omicidio del fratello Salvatore, avvenuto una sera di aprile del 1976. Rodolfo decise di scoprire gli assassini del fratello e così si trasferì nel quartiere di Sant'Erasmo a Palermo, dove viveva Salvatore e cominciò a fare indagini e a raccogliere prove. Molti indizi lasciavano supporre che il mandante dell'omicidio fosse stato Filippo Marchese, boss del quartiere di Sant'Erasmo. Le domande insistenti di Rodolfo Buscemi ben presto diedero fastidio alla criminalità locale che rispose con minacce e intimidazioni.

  • Simonetta Lamberti

    Cava de Tirreni (SA) // 29 maggio 1982 // 11 anni

    Bimba di 11 anni, uccisa casualmente da un killer della camorra nel corso di un attentato il cui obiettivo era il padre della piccola, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina (Sa). Simonetta era uscita a prendere un gelato con il padre e stava rincasando in auto a Cava dé Tirreni (Sa) quando i killer entrarono in azione. Il padre si salvò, ma purtroppo per lei non ci fu scampo. Era il 29 maggio 1982.

  • Vincenzo Enea

    Isola delle Femmine (PA) // 8 giugno 1982 // 47 anni

    Vincenzo Enea fu ucciso l'8 giugno 1982 a Isola delle Femmine. Aveva respinto una proposta di un latitante. Infatti, era stato avvicinato da Francesco Bruno, latitante da tempo, per proporgli di diventare socio occulto della sua impresa edile, in quanto aveva soldi da investire. Una proposta per Vincenzo da rispedire al mittente. Un'altra ragione di attrito fra i due era dovuta alla lite per il frazionamento di un terreno con la società BBP (dei Bruno e del loro socio Pomiero), proprietaria della "Costa Corsara", terreno limitrofo alle palazzine costruite dalla ditta di Enea. A causa di questa lite, Vincenzo Enea subì l'incendio di un bungalow, il pestaggio del cane da guardia, il danneggiamento del materiale edile e l'incendio di un magazzino. Benedetto D'Agostino, legato a Vincenzo, tentò una mediazione fra i litiganti, andando così incontro alla morte. Dopo pochi giorni la stessa sorte toccò anche a Vincenzo.

  • Luigi Di Barca

    Palermo (PA) // 16 giugno 1982 // 25 anni

    Salvatore Raiti era un carabiniere in servizio presso la stazione di Enna. Il 16 giugno 1982 unitamente ai colleghi Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, nell'espletamento di servizio di trasferimento del detenuto Alfio Ferlito da Enna a Trapani, rimase vittima dell'agguato mafioso sulla circonvallazione di Palermo, nota come Strage della circonvallazione. Con loro perse la vita anche il ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Il mandante di questa strage era Nitto Santapaola, che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio etneo.

  • Giuseppe Di Lavore

    Palermo (PA) // 16 giugno 1982 // 27 anni

    Salvatore Raiti era un carabiniere in servizio presso la stazione di Enna. Il 16 giugno 1982 unitamente ai colleghi Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, nell'espletamento di servizio di trasferimento del detenuto Alfio Ferlito da Enna a Trapani, rimase vittima dell'agguato mafioso sulla circonvallazione di Palermo, nota come Strage della circonvallazione. Con loro perse la vita anche il ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Il mandante di questa strage era Nitto Santapaola, che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio etneo.

  • Silvano Franzolin

    Palermo (PA) // 16 giugno 1982 // 41 anni

    Salvatore Raiti era un carabiniere in servizio presso la stazione di Enna. Il 16 giugno 1982 unitamente ai colleghi Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, nell'espletamento di servizio di trasferimento del detenuto Alfio Ferlito da Enna a Trapani, rimase vittima dell'agguato mafioso sulla circonvallazione di Palermo, nota come Strage della circonvallazione. Con loro perse la vita anche il ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Il mandante di questa strage era Nitto Santapaola, che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio etneo.

  • Salvatore Raiti

    Palermo (PA) // 16 giugno 1982 // 19 anni

    Salvatore Raiti era un carabiniere in servizio presso la stazione di Enna. Il 16 giugno 1982 unitamente ai colleghi Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, nell'espletamento di servizio di trasferimento del detenuto Alfio Ferlito da Enna a Trapani, rimase vittima dell'agguato mafioso sulla circonvallazione di Palermo, nota come Strage della circonvallazione. Con loro perse la vita anche il ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Il mandante di questa strage era Nitto Santapaola, che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio etneo.

  • Antonino Burrafato

    Termini Imerese (PA) // 29 giugno 1982 // 49 anni

    Era vice-brigadiere in servizio presso la Casa Circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese. Lavorava presso l'ufficio matricola del penitenziario dove, nel 1982, transitò il boss Leoluca Bagarella che stava tornando a Palermo a causa della morte del padre. A Bagarella però doveva essere notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere e quindi il boss non sarebbe potuto andare a trovare il padre. L'arduo compito toccò al brigadiere Burrafato, uomo che osservava alla lettera il regolamento e che quindi impedì al Bagarella di recarsi al funerale del padre. Dopo un acceso alterco, il boss giurò di vendicarsi, cosa che poi avvenne qualche tempo dopo. Il 29 giugno 1982 era la giornata della partita Italia - Argentina, il vento era afoso e il vice-brigadiere si stava apprestando ad andare a lavoro. Giunto a piazza Sant'Antonio, alle ore 15.30, a poche decine di metri dal carcere, un commando di quattro uomini lo uccise usando esclusivamente armi corte. Il Vice-Brigadiere morì pochi attimi dopo all'ospedale Cimino di Termini Imerese.

  • Giuliano Pennacchio

    Giugliano (NA) // 1 luglio 1982 // 45 anni

    Era segretario di una scuola media e assessore al Personale del comune di Giugliano in Campania. Giuliano Pennacchio svolgeva un'importante attività politica, impegnandosi in particolare nel tentativo di rendere più efficaci ed efficienti i servizi comunali. Venne ucciso il primo luglio del 1982 mentre tornava a casa a piedi, in via Meristi.

  • Salvatore Nuvoletta

    Marano di Napoli (NA) // 2 luglio 1982 // 20 anni

    Era un carabiniere e svolgeva servizio presso la caserma dei carabinieri di Casal di Principe. Il 2 luglio 1982, un commando di killer gli si avvicinò e, benché il carabiniere avesse un bambino sulle ginocchia, aprì il fuoco. Salvatore Nuvoletta riuscì a spingere il bambino da un lato, salvandogli la vita, ma fu colpito a morte.

  • Antonio Ammaturo

    Napoli (NA) // 15 luglio 1982 // 57 anni

    Il Vice Questore Ammaturo era capo della Squadra Mobile di Napoli. Pasquale Paola era agente scelto e suo autista. Ammaturo aveva intuito un contatto forte tra camorra e brigate rosse. In particolare, aveva scoperto molti dettagli della trattativa tra lo Stato e le Br, per la liberazione dell'assessore regionale della Dc Ciro Cirillo, avvenuto il 27 aprile del 1981. Relazionò su quei fatti, ma non ebbe il tempo di proseguire le sue indagini. Il 15 Luglio 1982, mentre si dirigeva verso la Questura di Napoli cadde vittima di un agguato insieme a Pasquale Paola. Ad Antonio Ammaturo e Pasquale Paola è stata assegnata la medaglia d'oro al valore civile.

  • Pasquale Paola

    Napoli (NA) // 15 luglio 1982 // 32 anni

    Era agente scelto e autista del Vice Questore Ammaturo, capo della Squadra Mobile di Napoli. Ammaturo aveva intuito un contatto forte tra camorra e brigate rosse. In particolare, aveva scoperto molti dettagli della trattativa tra lo Stato e le Br, per la liberazione dell'assessore regionale della Dc Ciro Cirillo, avvenuto il 27 aprile del 1981. Relazionò su quei fatti, ma non fece in tempo a proseguire le sue indagini. Il 15 Luglio 1982, mentre si dirigeva verso la Questura di Napoli cadde vittima di un agguato insieme a Pasquale Paola. Ad Antonio Ammaturo e Pasquale Paola è stata assegnata la medaglia d'oro al valor civile.

  • Pompeo Panaro

    Paola (CS) // 28 luglio 1982 //

    Pompeo era un commerciante, gestiva numerose mense nei dintorni di Paola. Era un personaggio conosciuto. Aveva ricoperto anche cariche pubbliche con la Dc: eletto consigliere comunale, sindaco, vicesindaco, è stato anche assessore. La scomparsa di Pompeo Panaro resta una delle tante di cui è afflitta la Calabria. Si tratta di una delle vittime di un periodo scandito dagli agguati e dalle faide tra le 'ndrine. Due anni prima dell'omicidio Panaro, viene ucciso a Cetraro, pochi chilometri da Paola, Giannino Losardo, dirigente del Pci locale e capo della segreteria della Procura cittadina.

  • Filippo Scotti

    Roccarainola (NA) // 31 luglio 1982 // 7 anni

    Muore a Roccarainola, un centro agricolo della provincia di Napoli, Filippo Scotti, 7 anni, colpito al cuore da un proiettile sparato contro il padre. Luigi Scotti, un pregiudicato di 52 anni, era uscito dal carcere di Poggioreale appena due settimane prima. La mattina del 31 luglio era uscito con la sua Vespa 50 e sul sedile posteriore era seduto Filippo. Tornando dal mercato, ha incontrato due killer che appena lo hanno visto gli hanno sparato contro una decina di colpi al petto, uccidendolo all'istante. Il bambino era seduto dietro al padre e probabilmente data la sua minuta corporatura, non è stato nemmeno visto dai killer, un proiettile lo ha raggiunto al cuore.

  • Paolo Giaccone

    Palermo (PA) // 11 agosto 1982 // 53 anni

    Era un grande esperto di medicina legale e svolgeva la sua attività a Palermo. Divideva il suo impegno tra l'istituto di Medicina legale che dirigeva e le consulenze per il palazzo di giustizia. Aveva ricevuto l'incarico di esaminare un'impronta digitale lasciata dai killer che nel dicembre 1981 avevano scatenato una sparatoria tra le vie di Bagheria, uccidendo quattro persone. L'impronta era di un killer della cosca di Corso dei Mille ed era l'unica prova che poteva incastrare gli assassini. Il medico ricevette delle pressioni perché aggiustasse le conclusioni della perizia dattiloscopica. Ma Giaccone si rifiutò e così il killer fu condannato all'ergastolo. Paolo Giaccone fu assassinato tra i viali alberati del Policlinico di Palermo l'11 agosto 1982.

  • Giovanni Gambino

    Palermo (PA) // 19 agosto 1982 // 36 anni

    Proprietario di un'azienda di imbottigliamento di bibite a Brancaccio (Palermo). Fu ucciso il 19 agosto del 1982 perché si rifiutò di cedere a una richiesta estorsiva. Aveva 36 anni.

  • Vincenzo Spinelli

    Palermo (PA) // 30 agosto 1982 //

    Giovane commerciante. Fu ucciso a Palermo il 30 agosto del 1982. Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Onorato, aveva fatto arrestare l'autore di una rapina avvenuta nel suo negozio, un giovane parente dei capimafia Giuseppe Savoca e Masino Spadaio.

  • Carlo Alberto Dalla Chiesa

    Palermo (PA) // 3 settembre 1982 // 61 anni

    Il generale Carlo Alberto Della Chiesa, 62 anni, prefetto a Palermo, fu ucciso il 3 settembre 1982 a bordo della A112 sulla quale viaggiava con la moglie Emanuela Setti Carraro, di 31 anni. Verso le 21 e 15, la loro auto, mentre si stavano recando a un ristorante di Mondello, fu affiancata in via Isidoro Carini da una Bmw, dalla quale partirono alcune raffiche di Kalashnikov AK-47, che li uccisero entrambi. Anche il loro agente di scorta Domenico Russo, che seguiva la vettura del prefetto, venne affiancata da una motocicletta, dalla quale partì un'altra micidiale raffica, che uccise l'uomo sul colpo. Per i tre omicidi furono condannati all'ergastolo come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Nel 2002 furono condannati in primo grado, quali esecutori materiali dell'attentato, Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia, entrambi all'ergastolo, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni di reclusione ciascuno. Nella sua lunga carriera Carlo Alberto Dalla Chiesa, dal 1966 al '73 fu comandante della legione di Palermo e generale di brigata a Torino dal '73 al'77. Nel maggio dello stesso anno assunse le funzioni di coordinatore del servizio di sicurezza degli istituti di prevenzione e pena e nel settembre del 1978 quelle di coordinamento tra le forze di polizia per la lotta contro il terrorismo, dando vita con uomini scelti e preparati al Nucleo speciale antiterrorismo, che diede ottimi risultati. Nel maggio del 1982 fu nominato prefetto di Palermo, subito dopo l'omicidio del politico Pio La Torre, per combattere la mafia.

  • Andrea Mormile

    Napoli (NA) // 3 settembre 1982 // 31 anni

    Maresciallo della Polizia, prestava servizio presso la 1^ Sezione della Squadra Mobile della Questura di Napoli. Il 3 settembre 1982 si trovava insieme ad alcuni amici davanti a un bar quando da un auto scesero due killer della camorra che aprirono il fuoco armati di mitra e pistola uccidendolo.

  • Domenico Russo

    Palermo (PA) // 3 settembre 1982 // 31 anni

    Agente di Polizia. Aveva 32 anni quando, il 3 settembre del 1982, mentre stava seguendo la macchina del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, venne affiancato da una motocicletta dalla quale partì una raffica di proiettili.

  • Emanuela Setti Carraro

    Palermo (PA) // 3 settembre 1982 // 31 anni

    Nacque a Milano nel 1950, da famiglia della "borghesia buona" milanese, figlia di Antonia Setti Carraro, capogruppo di Crocerossine durante la Seconda guerra mondiale. Divenne moglie del generale - prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (vedovo dal 1978) il 12 luglio 1982. Nei pochi mesi trascorsi a Palermo, fu l'unica persona che il generale ebbe al suo fianco. La sera di venerdì 3 settembre 1982, alle ore 21.15, ora dell'agguato mortale a Palermo, la donna era alla guida della sua A112 con a fianco il marito. I loro corpi furono rinvenuti crivellati di colpi, con il generale che l'abbracciava come in un disperato tentativo di farle scudo con il proprio corpo. La ricostruzione indicherà che fu la prima a essere colpita dal sicario.

  • Antimo Graziano

    Poggioreale (NA) // 14 settembre 1982 // 45 anni

    Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia, prestava servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale. Il 14 settembre 1982, all'interno della propria autovettura, ritornando a casa dopo aver lavorato, fu colpito da numerosi colpi d'arma da fuoco.

  • Mario Lattuca

    Paola (CS) // 21 settembre 1982 //

    Operaio presso il cantiere "Condotte d'Acqua", il 21 settembre del 1982, come ogni sera, stava tornando a casa dal lavoro, insieme a due colleghi di lavoro, Santo Mannarino e Domenico Molinaro. La vettura dove viaggiavano i tre operai, improvvisamente, viene colpita da alcuni proiettili che, immediatamente, inducono Mannarino e Molinaro ad abbassarsi per cercare riparo. Lattuca, invece, rimane ferito e non segue gli altri passeggeri che abbandonano la vettura. All'arrivo dei soccorsi, viene trovato senza vita. Bersaglio di quell'agguato era il proprietario della vettura, Domenico Molinaro, legato al clan di Basile Nelso, operante nella zona di San Lucido (CS).

  • Graziella Maesano

    Le Castelle (KR) // 21 settembre 1982 // 9 anni

    Graziella Maesano figlia del boss Maesano di Isola di Capo Rizzuto, di 9 anni si trovava con la cugina Maria di 8 anni nelle campagne vicino a Le Castelle insieme al padre. Senza pietà i killer uccidono il boss e le due bambine in un agguato il 21 settembre 1982.

  • Maria Maesano

    Le Castelle (KR) // 21 settembre 1982 // 8 anni

    Maria Maesano nipote del boss Maesano di Isola di Capo Rizzuto, di otto anni si trovava con la cugina Graziella di 9 anni nelle campagne vicino a Le Castelle insieme al padre. Senza pietà i killer uccidono il boss e le due bambine in un agguato il 21 settembre 1982.

  • Elio Di Mella

    Avellino (AV) // 7 ottobre 1982 // 30 anni

    Il 7 ottobre 1982 sull'autostrada Napoli-Bari, in prossimità dell'uscita Avellino-Est, un commando di otto uomini su tre auto (una Ritmo color nocciola, una Alfetta e una Ford Fiesta) bloccò il furgone Peugeot blindato nel quale era custodito Mario Cuomo, pregiudicato della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Il detenuto, da quattro mesi nel carcere di Campobasso, stava per essere trasportato ad Avellino dove sarebbe dovuto comparire davanti ai giudici per l'imputazione di concorso in omicidio. Cinque uomini costrinsero due carabinieri, minacciando con pistole e fucili, a cedere le armi, a scendere dal mezzo e a distendersi a terra. Un colpo di pistola venne esploso nella parte posteriore del blindato contro lo sportello destro, dove Elio Di Mella, accanto al detenuto ne manteneva le catene. Il carabiniere non si lasciò intimorire e, colpito con il calcio di una pistola, continuò a trattenere Cuomo fino a quando un uomo del commando lo colpì mortalmente con un proiettile alla testa.

  • Gennaro De Angelis

    Cesa (CE) // 15 ottobre 1982 // 36 anni

    Nacque a Cesa (CE) il 26 ottobre 1945, si arruolò nell'ex Corpo Agenti di Custodia all'età di 21 anni e venne assegnato alla Casa Circondariale di Pisa, dove prestò servizio per quattro anni. Venne trasferito, su sua richiesta, alla Casa Circondariale di Poggioreale (NA). Qui svolgeva, tra i vari compiti d'istituto, anche quello della ricezione dei pacchi indirizzati ai detenuti. In quegli anni la strategia della camorra era quella del terrore: a ogni rifiuto di cortesia o di tangente si pagava con la morte. De Angelis venne ucciso il 15 ottobre 1982 in un agguato nel Comune di Cesa, nelle vicinanze della propria abitazione.

  • Antonio De Rosa

    Giugliano (NA) // 23 ottobre 1982 // 46 anni

    La sera del 23 ottobre 1982, il medico di base Antonio De Rosa è con il figlio Vincenzo mentre rientra a casa, a Giugliano in Campania (NA), dopo essere stato dal barbiere. Prima di raggiungere la moglie Concetta e la figlia Anita per la cena, Antonio si ferma a scambiare alcune battute con il custode del palazzo e altri condomini. A raggiungere, perchè in fuga, quel piccolo gruppo di persone anche Antonio Sciorio, membro del clan di Cutolo. Quella sera Antonio indossava una giacca simile nel colore a quella vestita da Sciorio. Tanto è bastato perchè l'uomo divenisse obiettivo di un agguato di camorra diretto a colpire l'affiliato ai cutoliani.

  • Antonio Pesce

    Pizzini di Filandari (RC) // 24 ottobre 1982 // 10 anni

    Due malavitosi piazzano una bomba in località Pizzini di Filandari (RC) sbagliando il posto uccidendo Antonio, dieci anni, che stava giocando insieme al suo amichetto Bartolo di undici anni. Era il 24 ottobre 1982.

  • Bortolo Pesce

    Pizzini di Filandari (RC) // 24 ottobre 1982 // 11 anni

    Due malavitosi piazzano una bomba in località Pizzini di Filandari (RC) sbagliando il posto uccidendo Bartolo, undici anni, che stava giocando insieme al suo amichetto Antonio di dieci anni. Era il 24 ottobre 1982.

  • Giovanni Canturi

    Caraffa del Bianco (RC) // 9 novembre 1982 // 13 anni

    Tredici anni, viene ucciso il 9 novembre 1982 a Caraffa del Bianco mentre accudisce gli animali insieme con lo zio, vittima designata dei killer.

  • Calogero Zucchetto

    Palermo (PA) // 14 novembre 1982 // 27 anni

    Era un poliziotto e si occupava di mafia. In particolare, collaborava alla ricerca dei latitanti che allora erano molto numerosi. All'inizio degli anni ottanta, presso la squadra Mobile della Questura di Palermo, collaborò con il commissario Ninni Cassarà alla stesura del c.d. "rapporto Greco più 161", che tracciava un quadro della guerra di mafia iniziata nel 1981 e dei nuovi assetti delle cosche, segnalando in particolare l'ascesa del clan dei corleonesi capeggiato da Totò Riina. Con il commissario Cassarà andava in giro in motorino per i vicoli di Palermo e in particolare per quelli della borgata periferica di Ciaculli, che conosceva bene, a caccia di ricercati. La sera di domenica 14 novembre 1982, all'uscita dal bar "Collica" in via Notarbartolo, un'elegante via del centro di Palermo, fu ucciso con cinque colpi di pistola alla testa sparati da due killer in sella a una moto.

  • Carmelo Cerruto

    San Cataldo (CL) // 24 novembre 1982 // 55 anni

    Brigadiere del Corpo degli Agenti di Custodia, prestava servizio presso l'Istituto per Minori di San Cataldo. Venne ucciso a colpi d'arma da fuoco il 24 novembre 1982 alle ore 8,30 in via Regina Elena mentre si recava in servizio.

  • Francesco Panzera

    Locri (RC) // 10 dicembre 1982 //

    Francesco Panzera era un professore di Matematica. Diventa vicepreside del Liceo Scientifico nella locride. Molti alunni lo considerano un punto di riferimento, una persona a cui confidare un segreto, chiedere un consiglio. Viene a sapere che i suoi ragazzi, alcuni suoi ragazzi, hanno cominciato a drogarsi. Panzera fa la sua battaglia, pensa che la scuola non possa sottrarsi alle sue responsabilità. Ha una visione moderna dell'istituzione scolastica, crede che debba interrogarsi sulla società nella sua complessità, farsi carico della vita degli alunni. Non si limita a parlare con i ragazzi. Non perde occasione per dire in pubblico quello che pensa, per scagliarsi contro i padroni della droga, chiamare in causa grandi e piccoli spacciatori. E' una persona stimata in paese, molto influente, con buoni rapporti nel mondo della politica, del sindacato, delle istituzioni. Così, quando Francesco interviene, le sue parole hanno un peso. Viene ucciso a Locri il 10 dicembre 1982 e ancora oggi non si conosce la verità sul suo assassinio.

  • Francesco Pugliese

    Vibo Valentia (VV) // 2 gennaio 1983 // 13 anni

    Francesco aveva solo 13 anni quando scomparve da Vibo Valentia il 2 gennaio 1983.

  • Giangiacomo Ciaccio Montalto

    Valderice (TP) // 25 gennaio 1983 // 41 anni

    Giangiacomo Ciaccio Montalto era in Magistratura dal 1970 come Sostituto Procuratore della Repubblica di Trapani, dove era arrivato nel 1971. Negli anni '70 era stato pubblico ministero nel processo contro Michele Vinci, il cosiddetto "mostro di Marsala" che aveva rapito, gettato in un pozzo e lasciato morire tre bambine, tra cui una nipote. Aveva svolto le indagini sui clan trapanesi dediti al traffico di droga, al commercio di armi, alla sofisticazione di vini, alle frodi comunitarie e agli appalti per la ricostruzione del Belice, e sui collegamenti tra mafia trapanese e Cosa nostra americana. Fu ucciso il 25 gennaio 1983 mentre rientrava a casa a Valderice, privo di scorta e di auto blindata, nonostante le minacce ricevute. Aveva 40 anni e lasciava la moglie e tre figlie.

  • Nicandro Izzo

    Napoli (NA) // 31 gennaio 1983 // 39 anni

    Nicandro Izzo era appuntato degli Agenti di Custodia in servizio presso l'istituto penitenziario di Napoli Poggioreale. Il 31 gennaio 1983, dopo numerose minacce ricevute, era stato trasferito presso il carcere romano "Regina Coeli". Quel 31 gennaio era il suo ultimo giorno a Poggioreale, ma venne ucciso con un colpo di pistola alla testa da parte di ignoti al termine del suo turno, a poche decine di metri dall'Istituto. Le indagini stabilirono la matrice di stampo camorristico dell'omicidio.

  • Francesco Brunitto

    Lusciano (CE) // 3 febbraio 1983 //

    Francesco Brunitto, assessore democristiano al Comune di Lusciano (CE), si occupava di urbanistica. Fu ucciso il 3 febbraio del 1983. Per questo omicidio finirono in carcere i sei fratelli De Cicco, personaggi di spicco della criminalità organizzata. L'assassinio dell'assessore democristiano fu l'ultimo episodio di una catena di intimidazioni contro l'amministrazione di Lusciano. Intorno a quell'area ruota l'intero piano di nuova edilizia dell'area aversana.

  • Pasquale Mandato

    Santa Maria Capua Vetere (CE) // 5 marzo 1983 // 53 anni

    Vice comandante degli agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Mentre si recava in servizio il 5 marzo 1983, venne ucciso da numerosi proiettili sparati da un gruppo di killer.

  • Salvatore Pollara

    Palermo (PA) // 11 marzo 1983 // 46 anni

    Costruttore edile palermitano la cui impresa era impegnata nei lavori di restauro della Cattedrale di Palermo. Fu assassinato l'11 marzo del 1983 in via Montuoro a Palermo. L'imprenditore viaggiava a bordo di una Renault guidata da un amico che lo stava accompagnando a casa quando la vettura fu bloccata da due killer che fecero fuoco ripetutamente. Salvatore Pollara morì sul colpo. Il conducente della vettura rimase ferito. Il fratello del costruttore, quattro anni prima, era stato fatto sparire col sistema della «lupara bianca».

  • Gioacchino Crisafulli

    Palermo (PA) // 27 aprile 1983 // 61 anni

    Appuntato dei carabinieri in congedo. Venne ucciso il 27 aprile del 1983 perché si insospettì per le manovre di un camion che trasportava soldi provenienti dal traffico di droga.

  • Domenico Celiento

    Napoli (NA) // 28 aprile 1983 // 32 anni

    Brigadiere dei Carabinieri venne ucciso in un agguato sulla Circonvallazione esterna di Napoli il 28 aprile del 1983.

  • Giuseppe Bommarito

    Monreale (PA) // 13 giugno 1983 // 38 anni

    Il capitano dei Carabinieri Mario D'Aleo, il carabiniere Pietro Morici e l'appuntato Giuseppe Bommarito vennero uccisi la sera del 13 giugno a Monreale (Palermo) in via Cristoforo Scobar. L'obiettivo dell'agguato era il capitano D'Aleo che aveva preso il posto di Basile nella stazione di Monreale e stava ricostruendo l'organigramma del nuovo vertice mafioso corleonese.

  • Mario D'Aleo

    Monreale (PA) // 13 giugno 1983 // 29 anni

    Il capitano dei Carabinieri Mario D'Aleo, il carabiniere Pietro Morici e l'appuntato Giuseppe Bommarito vennero uccisi la sera del 13 giugno a Monreale (Palermo) in via Cristoforo Scobar. L'obiettivo dell'agguato era il capitano D'Aleo che aveva preso il posto di Basile nella stazione di Monreale e stava ricostruendo l'organigramma del nuovo vertice mafioso corleonese.

  • Pietro Morici

    Monreale (PA) // 13 giugno 1983 // 26 anni

    Il capitano dei Carabinieri Mario D'Aleo, il carabiniere Pietro Morici e l'appuntato Giuseppe Bommarito vennero uccisi la sera del 13 giugno a Monreale (Palermo) in via Cristoforo Scobar. L'obiettivo dell'agguato era il capitano D'Aleo che aveva preso il posto di Basile nella stazione di Monreale e stava ricostruendo l'organigramma del nuovo vertice mafioso corleonese.

  • Patrizia Scifo

    Niscemi (CL) // 18 giugno 1983 // 19 anni

    Patrizia Scifo, 19 anni, scompare a Niscemi il 18 giugno del 1983. Patrizia era la figlia di Vittorio Scifo, il famoso Mago di Tobruk. Personaggio notissimo in Italia e all'estero, protagonista delle cronache mondane al tempo della cosiddetta Dolce Vita, per seguire le proprie attività viveva tra Roma e Parigi tornando di tanto in tanto a Niscemi, dove la moglie gestiva un bar sulla piazza principale del paese. Qui la figlia diciassettenne si era innamorata di Giuseppe Spatola, sposato, affiliato a una delle due cosche mafiose locali, impegnate in una faida per il controllo di appalti pubblici. Spatola scappò con la ragazza per poi tornare a chiedere il consenso dei genitori di lei, una volta che avesse ottenuto la separazione dalla moglie. Vittorio Scifo e la moglie glielo negarono, ma la figlia Patrizia continuò a vivere con Spatola, anche quando, i rapporti si guastarono e cominciarono i pesanti maltrattamenti che portarono a una denuncia di lei, poi ritirata dopo che dalla relazione era nata una bambina. La sera del 18 giugno 1983 Patrizia Scifo portò la figlia a casa di sua madre, dicendo che sarebbe tornata a prenderla il giorno dopo. Ma non tornò mai più. Vittorio Scifo tornò subito a Niscemi e cominciò a cercarla insieme alla moglie, seguendo ogni voce, anche nei bassifondi. Ma il 18 luglio, mentre era seduto davanti al suo bar intorno alle 21.30, fu affrontato da uno sconosciuto che, chiamandolo per nome, lo aggredì sparando fino a colpirlo al volto uccidendolo.

  • Bruno Caccia

    Torino (TO) // 26 giugno 1983 // 65 anni

    Bruno Caccia iniziò la sua carriera in magistratura nel 1941 nel Palazzo di giustizia torinese. Nel capoluogo piemontese rimase sino al 1964, ricoprendo la carica di Sostituto Procuratore, per poi passare ad Aosta come Procuratore della Repubblica. Nel 1967 Caccia ritornò nelle aule torinesi con l'incarico di sostituto Procuratore della Repubblica. Nominato nel 1980 Procuratore della Repubblica di Torino, si occupò di indagare sulle violenze e i pestaggi che all'epoca puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero. Il 26 giugno 1983, Bruno Caccia si recò fuori città e tornò a Torino soltanto nella sera. Essendo una domenica, decise di lasciare a riposo la propria scorta, decisione che facilitò il compito ai sicari 'ndranghetisti. Verso le 23.30, mentre portava da solo a passeggio il proprio cane, Bruno Caccia venne affiancato da una macchina con due uomini a bordo. Questi, senza scendere dall'auto, spararono 14 colpi e, per essere certi della morte del magistrato, lo finirono con 3 colpi di grazia. L'imbeccata giusta per capire le motivazioni della sua morte, arrivò da un mafioso in galera, Francesco Miano, boss della cosca catanese che si era insediata a Torino. Grazie all'intermediazione dei servizi segreti, Miano decise di collaborare per risolvere il caso e raccolse le confidenze dello 'ndranghetista Domenico Belfiore, uno dei capi della'ndrangheta a Torino e anch'egli in galera. Belfiore ammise che era stata la 'ndrangheta a uccidere Bruno Caccia. Le indagini del magistrato cuneese si rivelarono troppo incisive e troppo dannose per la sopravvivenza della 'ndrangheta in Piemonte.

  • Vittorio Scifo

    Niscemi (CL) // 18 luglio 1983 //

    Si tratta del famoso Mago di Tobruk, personaggio notissimo in Italia e all'estero. Protagonista delle cronache mondane al tempo della cosiddetta Dolce Vita, per seguire le proprie attività viveva tra Roma e Parigi tornando di tanto in tanto a Niscemi, dove la moglie gestiva un bar sulla piazza principale del paese. Qui la figlia diciassettenne si era innamorata di Giuseppe Spatola, sposato, affiliato a una delle due cosche mafiose locali, impegnate in una faida per il controllo di appalti pubblici. Spatola scappò con la ragazza per poi tornare a chiedere il consenso dei genitori di lei, una volta che avesse ottenuto la separazione dalla moglie. Vittorio Scifo e la moglie glielo negarono, ma la figlia Patrizia continuò a vivere con Spatola, anche quando, i rapporti si guastarono e cominciarono i pesanti maltrattamenti che portarono a una denuncia di lei, poi ritirata dopo che dalla relazione era nata una bambina. La sera del 18 giugno 1983 Patrizia Scifo portò la figlia a casa di sua madre, dicendo che sarebbe tornata a prenderla il giorno dopo. Ma non tornò mai più. Vittorio Scifo tornò subito a Niscemi e cominciò a cercarla insieme alla moglie, seguendo ogni voce, anche nei bassifondi. Ma il 18 luglio, mentre era seduto davanti al suo bar intorno alle 21.30, fu affrontato da uno sconosciuto che, chiamandolo per nome, lo aggredì sparando fino a colpirlo al volto uccidendolo.

  • Salvatore Bartolotta

    Palermo (PA) // 29 luglio 1983 // 48 anni

    Era un appuntato dei carabinieri. Venne ucciso per l'esplosione di un'autobomba il 29 luglio 1983, sotto l'abitazione palermitana del giudice istruttore Rocco Chinnici.

  • Rocco Chinnici

    Palermo (PA) // 29 luglio 1983 // 58 anni

    Entrò in Magistratura nel 1952 con destinazione al Tribunale di Trapani. Fu pretore a Partanna per dodici anni, dal 1954. Nel maggio del 1966 venne trasferito a Palermo, presso l'Ufficio Istruzione del Tribunale, come giudice istruttore. Nel novembre 1979, già magistrato di Cassazione, venne promosso Consigliere Istruttore presso il Tribunale di Palermo. Il primo grande processo alla mafia, il cosiddetto maxi processo di Palermo, fu il risultato del lavoro istruttorio svolto da Chinnici, tra l'altro considerato il padre del Pool antimafia, che compose chiamando accanto a sé magistrati come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello. Venne ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 127 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione, in via Pipitone Federico a Palermo, all'età di 58 anni. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone, Federico Stefano Li Sacchi.

  • Stefano Li Sacchi

    Palermo (PA) // 29 luglio 1983 //

    Nacque il 2 giugno 1923 a Geraci Siculo, un piccolo paese agricolo adagiato sulle pendici delle Madonie. Si sposò nel gennaio del 1951 e si trasferì a Palermo dove iniziò a lavorare come portiere. Il 29 luglio 1983 una Fiat 127 imbottita di esplosivo, davanti all'abitazione in via Pipitone Federico dove lavorava, esplose uccidendolo. L'auto era stata posta lì per uccidere il giudice istruttore Chinnici.

  • Mario Trapassi

    Palermo (PA) // 29 luglio 1983 // 32 anni

    Era un maresciallo ordinario dei carabinieri. Insieme al suo collega Salvatore Bartolotta componeva la scorta del giudice istruttore Rocco Chinnici. Il 29 luglio 1983, una macchina imbottita di tritolo posta da Cosa nostra davanti all'abitazione del magistrato esplose, uccidendoli.

  • Lia Pipitone

    Palermo (PA) // 23 settembre 1983 // 24 anni

    Il 23 settembre 1983 Lia Pipitone, una giovane madre ventiquattrenne, si trova all'interno di una sanitaria all'Arenella, quartiere popolare di Palermo. All'improvviso due uomini nel tentativo di rapinare la cassa, le sparano. Esplodono cinque colpi di pistola. Lia Pipitone, 24 anni, colpita prima alle gambe e poi al torace, non ha scampo. Suo figlio Alessio, che di anni ne ha quattro, resta orfano. Ma non si tratta di una rapina finita male, quegli uomini l'avevano seguita, il loro obiettivo non era la cassa del negozio, ma la giovane madre. Lia è figlia di Antonino Pipitone, boss che conta nella mafia che conta. Quella che si è alleata con i corleonesi di Totò Riina e ha fatto e farà strage dei nemici. Alcuni collaboratori racconteranno che l'ordine di uccidere Lia venne proprio dal padre, alleato di Riina e Provenzano, che non poteva permettere di essere disonorato da una figlia ribelle. Una figlia che aveva deciso di spezzare i suoi legami con la sua famiglia mafiosa, di cui portava il cognome, ma non era una di loro. Uccisa per il suo desiderio di indipendenza e di libertà. Perché aveva deciso di vivere la sua vita e di riempirla d'amore per lei e il figlio.

  • Simone Di Trapani

    Palermo (PA) // 24 settembre 1983 //

    Simone Di Trapani era il cugino di secondo grado di Lia Pipitone, figlia del boss dell'Acquasanta Antonino Pipitone, accusato di essere il mandante dell'omicidio di sua figlia. Di Trapani da qualche tempo intratteneva una relazione con la donna. Si uccise lanciandosi dal balcone di casa sua a Palermo il giorno dopo l'omicidio della donna, fatto passare in un primo momento come il tragico epilogo di una rapina. Non aveva sopportato, racconteranno i pentiti, il dolore per la morte della sua donna.

  • Salvatore Zangara

    Cinisi (PA) // 8 ottobre 1983 // 52 anni

    La sera dell'8 ottobre 1983 la centralissima piazza di Cinisi fu scenario dell'ennesimo fatto di sangue di quella che sarà ricordata come la seconda guerra di mafia: il conflitto tra Badalamenti e i suoi alleati e i corleonesi. In quella piazza, passeggiava il capomafia del paese Procopio Di Maggio. Da una Renault 5, improvvisamente arrivano degli spari all'indirizzo di Di Maggio che si fece scudo di alcuni passanti. In quella piazza, quel giorno, per caso si trovava a passare Salvatore Zangara, 52 anni, sposato e padre di tre figli, titolare di un laboratorio di analisi, segretario locale del P.S.I. La raffica di proiettili destinati al capomafia di Cinisi raggiunse Salvatore, colpendolo mortalmente. Il boss mafioso si salvò ancora una volta.

  • Francesco Imposimato

    Maddaloni (CE) // 11 ottobre 1983 // 43 anni

    Era un impiegato, iscritto al Partito Comunista, senza svolgere politica attiva, interessato alla salvaguardia dell'ambiente e dei centri storici. Era il fratello del giudice istruttore Ferdinando Imposimato, all'epoca in servizio presso il tribunale di Roma. Verso le 18 dell'11 ottobre 1983, Francesco era in macchina con la moglie lungo via Campolongo di Maddaloni (CE), quando due uomini iniziarono a sparare contro di loro. Morì poco dopo, vittima di un attentato che voleva spaventare e scoraggiare il fratello giudice.

  • Giuseppe Bertolami

    Lamezia Terme (CZ) // 12 ottobre 1983 // 58 anni

    Giuseppe Bertolami si era trasferito in Calabria dalla Sicilia e insieme ai suoi tre fratelli aveva messo su un'azienda florovivaistica nella Piana di Lamezia. Azienda assai florida quella dei quattro fratelli Bertolami, originari di Mazzarà Sant'Andrea, un piccolo paese della provincia di Messina. Braccianti all'origine, poi moderni imprenditori dell'agricoltura nella Piana di Lamezia. Giuseppe aveva 59 anni quando fu rapito mentre tornava a casa, dopo una giornata di lavoro il 12 ottobre 1983. Stava percorrendo la vecchia Statale 18. Per quindici mesi sono andati avanti contatti tra la famiglia di Giuseppe e i rapitori e poi all'improvviso il silenzio. Sono passati 33 anni e ancora la famiglia non sa dove sia seppellito il padre.

  • Domenico Cannatà

    San Ferdinando (RC) // 12 novembre 1983 // 11 anni

    Undici anni ucciso insieme a Serafino Trifarò, 14 anni in un agguato a San Ferdinando, centro agricolo della Piana di Gioia Tauro la sera del 4 novembre 1983. I due sono rimasti coinvolti in una sparatoria avvenuta davanti a un locale. Secondo la ricostruzione della sparatoria l'obiettivo dei sicari, i quali hanno sparato da una macchina in corsa numerosi colpi di pistola e di fucile da caccia caricato a pallettoni, era il padre del piccolo Domenico Cannatà, Vincenzo, di 39 anni, pregiudicato, schedato come mafioso, il quale si trovava accanto al figlio e al ragazzo Serafino Trifarò. I due ragazzi sono stati colpiti al petto e alla testa da numerosi pallettoni e la loro morte è stata istantanea. Vincenzo Cannatà ha cercato di soccorrere il figlio e lo ha accompagnato egli stesso nell'ospedale di Gioia Tauro, dal quale poi si è allontanato facendo perdere le sue tracce.

  • Serafino Trifarò

    San Ferdinando (RC) // 12 novembre 1983 // 14 anni

    Quattordici anni ucciso insieme a Domenico Cannatà in un agguato a San Ferdinando, centro agricolo della Piana di Gioia Tauro la sera del 4 novembre 1983. I due sono rimasti coinvolti in una sparatoria avvenuta davanti a un locale. Secondo la ricostruzione della sparatoria l'obiettivo dei sicari, i quali hanno sparato da una macchina in corsa numerosi colpi di pistola e di fucile da caccia caricato a pallettoni, era il padre del piccolo Domenico Cannatà, Vincenzo, di 39 anni, pregiudicato, schedato come mafioso, il quale si trovava accanto al figlio e al ragazzo Serafino Trifarò. I due ragazzi sono stati colpiti al petto e alla testa da numerosi pallettoni e la loro morte è stata istantanea. Vincenzo Cannatà ha cercato di soccorrere il figlio e lo ha accompagnato egli stesso nell'ospedale di Gioia Tauro, dal quale poi si è allontanato facendo perdere le sue tracce.

  • Sebastiano Alongi

    Prizzi (PA) // 29 novembre 1983 // 40 anni

    Il 9 novembre del 1983 a Prizzi (PA) scompare il piccolo imprenditore Sebastiano Alongi. La moglie, Anna Pecoraro, costituitasi parte civile nel procedimento contro ignoti, ha denunciato i favoritismi e gli interessi mafiosi nella concessione degli appalti, che avrebbero portato all'isolamento e all'uccisione del marito.

  • Antonio Cristiano

    Napoli (NA) // 2 dicembre 1983 // 27 anni

    Antonio Cristiano, agente di custodia del carcere di Poggioreale, viene ucciso durante un agguato camorristico. La mattina del 2 dicembre 1983 verso le nove, sulla strada di Melito, un Comune dell'Aversano, a una ventina di chilometri da Napoli l'agente e il collega Aniello Vincenzo De Cicco, terminato il turno di guardia effettuato nell'istituto di pena napoletano, stavano rientrando, a bordo di un'auto, alle rispettive abitazioni di Aversa e Trentola. La vettura, guidata da Cristiano si era fermata sulla statale Napoli — Caserta, all'incrocio con Casandrino, in attesa di avere via libera, quando è stata affiancata, dal lato della guida, dalla macchina dei killer. Dai finestrini dell'autovettura sono spuntate le canne delle pistole e per gli agenti non vi è stata alcuna possibilità di scampo. Antonio Cristiano, centrato al cuore, si è accasciato sul volante e morto dopo poche ore in ospedale. Il collega, raggiunto da ben quattro proiettili, riesce a salvarsi.

  • Luigi Cangiano

    Napoli (NA) // 15 dicembre 1983 // 10 anni

    Il 15 dicembre del 1983 nel Rione Siberia, un quartiere popoloso e fatiscente non lontano dal carcere di Poggioreale, Luigi Cangiano, dieci anni, rimane ucciso da un proiettile vagante. Stava giocando con un gruppetto di amici, quando la polizia e una banda di spacciatori si fronteggiano in un conflitto a fuoco. Soccorso e trasportato immediatamente nell'ospedale Nuovo Pellegrini, il piccolo morì dieci minuti dopo il ricovero.

  • Michele Brescia

  • Santo Calabrese

  • Giuseppe Fava

    Palermo (PA) // 5 gennaio 1984 // 58 anni

    Giuseppe Fava nacque a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa. Divenuto giornalista, ricoprì negli anni gli incarichi di caporedattore del quotidiano "Espresso sera", inviato del settimanale "Tempo Illustrato", direttore del quotidiano "Il Giornale del Sud", fondatore e direttore de "I Siciliani". Denunciò la mafia e i comitati d'affari politici ed economici, che dominavano la Sicilia dagli anni '70, e si impegnò nella battaglia contro l'installazione dei missili nucleari nella base di Comiso. Le inchieste de "I Siciliani" portarono la mafia catanese alla ribalta nazionale e decretarono il suo assassinio. Alle ore 22.00 del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio e stava andando a prendere la nipote che recitava in "Pensaci, Giacomino!" al Teatro Verga. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che fu freddato da cinque proiettili.

  • Bruno Adami

    VE // 10 gennaio 1984 //

    Aveva 30 anni quando il medico mantovano fu rapito il 10 gennaio 1984. Fu tenuto prigioniero per sei mesi in un paesino in provincia di Venezia. Nonostante il pagamento del riscatto il medico fu gettato nel Po con le mani e i piedi legati.

  • Giuseppe Agatino Cannavò

    Catania (CT) // 8 marzo 1984 //

    Fu ucciso l'8 marzo 1984 per uno scambio di persona perché aveva la stessa auto del vero obiettivo dei killer. Era un autista della Sita Bus. Il vero obiettivo dei sicari era Salvatore Paratore, che poi fu eliminato alcuni giorni dopo.

  • Renata Fonte

    Nardò (LE) // 31 marzo 1984 // 33 anni

    Renata Fonte nacque a Nardò (LE), il 10 marzo 1951. A diciassette anni incontrò Attilio Matrangola, sottufficiale dell'Aeronautica Militare di stanza ad Otranto, che diventerà suo marito nell'agosto 1968. Per diversi anni seguì il marito in giro per l'Italia, fino a quando, nel 1980, Attilio venne trasferito all'Aeroporto di Brindisi. Forte degli insegnamenti di Pantaleo Ingusci, cominciò a impegnarsi attivamente nella vita politica militando nel Partito Repubblicano Italiano, fino a diventarne Segretario cittadino. Partecipò alle battaglie civili e sociali di quegli anni anche iscrivendosi all'U.D.I. e dirigendo il Comitato per la Tutela di Porto Selvaggio, contro le paventate lottizzazioni cementizie. Decise di candidarsi alle elezioni amministrative nelle quali risultò eletta, divenendo la prima donna Assessore che il P.R.I. vanti a Nardò. Sono anni di intensissime e sofferte battaglie in una Nardò travolta dalla violenza della lotta politica. In questo periodo Renata Fonte iniziò a scoprire illeciti ambientali e si oppose con tutte le sue forze alla speculazione edilizia di Porto Selvaggio. Combatté spesso sola e contro tutti. Venne assassinata a pochi passi dal portone di casa, la notte fra il 31 marzo e il primo aprile 1984, mentre rientrava da un Consiglio comunale.

  • Vincenzo Vento

    Selinunte (TP) // 28 aprile 1984 //

    Venne ucciso a Selinunte (TP) il 28 aprile del 1984 mentre si trovava a bordo della macchina di un mafioso, vero obiettivo dell'attentato, a cui aveva inconsapevolmente chiesto un passaggio.

  • Salvatore Mele

    Casoria (NA) // 7 giugno 1984 // 40 anni

    Salvatore Mele lavorava per un'agenzia di vigilanza privata. Fu ucciso a Casoria (NA) il 7 giugno 1984 nel corso di una rapina a un furgone portavalori.

  • Salvatore Squillace

    Napoli (NA) // 10 giugno 1984 // 28 anni

    Salvatore Squillace era nato a Marano in provincia di Napoli. Il 10 giugno 1984 era fuori a un bar con un amico. Morì colpito da un proiettile vagante durante un agguato per uccidere il boss di Marano, Ciro Nuvoletta.

  • Antioco Cocco

    Arbatax – Tortolì (NU) // 23 agosto 1984 // 28 anni

    Antioco Cocco era un finanziere, motorista di un elicottero che precipitò in mare ad Arbatax il 23 agosto del 1984, mentre era impegnato in un servizio di perlustrazione.

  • Francesco Fabbrizzi

    Torre Annunziata (NA) // 26 agosto 1984 // 54 anni

    A cadere sotto i colpi spietati dei sicari nel corso della strage di Sant'Alessandro del 26 agosto 1984, anche innocenti come Francesco Fabbrizzi. Quel giorno un commando di 14 sicari saltò fuori da un autobus rubato nei pressi del circolo dei pescatori sparando sulle persone presenti. Quando il bus ripartì si poterono contare 8 morti, tra cui Francesco, 54 anni, marito e padre di un bambino, Salvatore.

  • Marcello Angelini

    Palermo (PA) // 18 ottobre 1984 //

    Una strage simbolo, che doveva servire a punire uno sgarro e a ripristinare il potere di Cosa nostra su una città che aveva accolto con grande soddisfazione la massiccia ondata di arresti seguita alle rivelazioni di Tommaso Buscetta. La notte del 18 ottobre 1984 a Cortile Macello, nel quartiere Ballarò di Palermo, un commando fece irruzione in una stalla massacrando i fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, il loro cugino, Cosimo Quattrocchi, e il cognato, Marcello Angelini. Salvatore Schimmenti, Giovanni Catalanotti, Antonio Federico e Paolo Canale si trovavano casualmente in compagnia delle vittime designate e furono uccisi per non lasciare testimoni. A far scattare la mattanza sarebbe stata la decisione dei fratelli Quattrocchi, commercianti di carne equina, di acquistare direttamente sul mercato pugliese diciotto puledri destinati alla macellazione e rifiutare la solita intermediazione dei catanesi. Uno sgarro che secondo i canoni classici della mafia andava punito immediatamente.

  • Paolo Canale

    Palermo (PA) // 18 ottobre 1984 //

    Una strage simbolo, che doveva servire a punire uno sgarro e a ripristinare il potere di Cosa nostra su una città che aveva accolto con grande soddisfazione la massiccia ondata di arresti seguita alle rivelazioni di Tommaso Buscetta. La notte del 18 ottobre 1984 a Cortile Macello, nel quartiere Ballarò di Palermo, un commando fece irruzione in una stalla massacrando i fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, il loro cugino, Cosimo Quattrocchi, e il cognato, Marcello Angelini. Salvatore Schimmenti, Giovanni Catalanotti, Antonio Federico e Paolo Canale si trovavano casualmente in compagnia delle vittime designate e furono uccisi per non lasciare testimoni. A far scattare la mattanza sarebbe stata la decisione dei fratelli Quattrocchi, commercianti di carne equina, di acquistare direttamente sul mercato pugliese diciotto puledri destinati alla macellazione e rifiutare la solita intermediazione dei catanesi. Uno sgarro che secondo i canoni classici della mafia andava punito immediatamente.

  • Giovanni Catalanotti

    Palermo (PA) // 18 ottobre 1984 //

    Una strage simbolo, che doveva servire a punire uno sgarro e a ripristinare il potere di Cosa nostra su una città che aveva accolto con grande soddisfazione la massiccia ondata di arresti seguita alle rivelazioni di Tommaso Buscetta. La notte del 18 ottobre 1984 a Cortile Macello, nel quartiere Ballarò di Palermo, un commando fece irruzione in una stalla massacrando i fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, il loro cugino, Cosimo Quattrocchi, e il cognato, Marcello Angelini. Salvatore Schimmenti, Giovanni Catalanotti, Antonio Federico e Paolo Canale si trovavano casualmente in compagnia delle vittime designate e furono uccisi per non lasciare testimoni. A far scattare la mattanza sarebbe stata la decisione dei fratelli Quattrocchi, commercianti di carne equina, di acquistare direttamente sul mercato pugliese diciotto puledri destinati alla macellazione e rifiutare la solita intermediazione dei catanesi. Uno sgarro che secondo i canoni classici della mafia andava punito immediatamente.

  • Antonio Federico

    Palermo (PA) // 18 ottobre 1984 //

    Una strage simbolo, che doveva servire a punire uno sgarro e a ripristinare il potere di Cosa nostra su una città che aveva accolto con grande soddisfazione la massiccia ondata di arresti seguita alle rivelazioni di Tommaso Buscetta. La notte del 18 ottobre 1984 a Cortile Macello, nel quartiere Ballarò di Palermo, un commando fece irruzione in una stalla massacrando i fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, il loro cugino, Cosimo Quattrocchi, e il cognato, Marcello Angelini. Salvatore Schimmenti, Giovanni Catalanotti, Antonio Federico e Paolo Canale si trovavano casualmente in compagnia delle vittime designate e furono uccisi per non lasciare testimoni. A far scattare la mattanza sarebbe stata la decisione dei fratelli Quattrocchi, commercianti di carne equina, di acquistare direttamente sul mercato pugliese diciotto puledri destinati alla macellazione e rifiutare la solita intermediazione dei catanesi. Uno sgarro che secondo i canoni classici della mafia andava punito immediatamente.

  • Cosimo Quattrocchi

    Palermo (PA) // 18 ottobre 1984 //

    Una strage simbolo, che doveva servire a punire uno sgarro e a ripristinare il potere di Cosa nostra su una città che aveva accolto con grande soddisfazione la massiccia ondata di arresti seguita alle rivelazioni di Tommaso Buscetta. La notte del 18 ottobre 1984 a Cortile Macello, nel quartiere Ballarò di Palermo, un commando fece irruzione in una stalla massacrando i fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, il loro cugino, Cosimo Quattrocchi, e il cognato, Marcello Angelini. Salvatore Schimmenti, Giovanni Catalanotti, Antonio Federico e Paolo Canale si trovavano casualmente in compagnia delle vittime designate e furono uccisi per non lasciare testimoni. A far scattare la mattanza sarebbe stata la decisione dei fratelli Quattrocchi, commercianti di carne equina, di acquistare direttamente sul mercato pugliese diciotto puledri destinati alla macellazione e rifiutare la solita intermediazione dei catanesi. Uno sgarro che secondo i canoni classici della mafia andava punito immediatamente.

  • Cosimo Quattrocchi

    Palermo (PA) // 18 ottobre 1984 //

    Una strage simbolo, che doveva servire a punire uno sgarro e a ripristinare il potere di Cosa nostra su una città che aveva accolto con grande soddisfazione la massiccia ondata di arresti seguita alle rivelazioni di Tommaso Buscetta. La notte del 18 ottobre 1984 a Cortile Macello, nel quartiere Ballarò di Palermo, un commando fece irruzione in una stalla massacrando i fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, il loro cugino, Cosimo Quattrocchi, e il cognato, Marcello Angelini. Salvatore Schimmenti, Giovanni Catalanotti, Antonio Federico e Paolo Canale si trovavano casualmente in compagnia delle vittime designate e furono uccisi per non lasciare testimoni. A far scattare la mattanza sarebbe stata la decisione dei fratelli Quattrocchi, commercianti di carne equina, di acquistare direttamente sul mercato pugliese diciotto puledri destinati alla macellazione e rifiutare la solita intermediazione dei catanesi. Uno sgarro che secondo i canoni classici della mafia andava punito immediatamente.

  • Francesco Quattrocchi

    Palermo (PA) // 18 ottobre 1984 //

    Una strage simbolo, che doveva servire a punire uno sgarro e a ripristinare il potere di Cosa nostra su una città che aveva accolto con grande soddisfazione la massiccia ondata di arresti seguita alle rivelazioni di Tommaso Buscetta. La notte del 18 ottobre 1984 a Cortile Macello, nel quartiere Ballarò di Palermo, un commando fece irruzione in una stalla massacrando i fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, il loro cugino, Cosimo Quattrocchi, e il cognato, Marcello Angelini. Salvatore Schimmenti, Giovanni Catalanotti, Antonio Federico e Paolo Canale si trovavano casualmente in compagnia delle vittime designate e furono uccisi per non lasciare testimoni. A far scattare la mattanza sarebbe stata la decisione dei fratelli Quattrocchi, commercianti di carne equina, di acquistare direttamente sul mercato pugliese diciotto puledri destinati alla macellazione e rifiutare la solita intermediazione dei catanesi. Uno sgarro che secondo i canoni classici della mafia andava punito immediatamente.

  • Salvatore Schimmenti

    Palermo (PA) // 18 ottobre 1984 //

    Una strage simbolo, che doveva servire a punire uno sgarro e a ripristinare il potere di Cosa nostra su una città che aveva accolto con grande soddisfazione la massiccia ondata di arresti seguita alle rivelazioni di Tommaso Buscetta. La notte del 18 ottobre 1984 a Cortile Macello, nel quartiere Ballarò di Palermo, un commando fece irruzione in una stalla massacrando i fratelli Cosimo e Francesco Quattrocchi, il loro cugino, Cosimo Quattrocchi, e il cognato, Marcello Angelini. Salvatore Schimmenti, Giovanni Catalanotti, Antonio Federico e Paolo Canale si trovavano casualmente in compagnia delle vittime designate e furono uccisi per non lasciare testimoni. A far scattare la mattanza sarebbe stata la decisione dei fratelli Quattrocchi, commercianti di carne equina, di acquistare direttamente sul mercato pugliese diciotto puledri destinati alla macellazione e rifiutare la solita intermediazione dei catanesi. Uno sgarro che secondo i canoni classici della mafia andava punito immediatamente.

  • Crescenzo Casillo

    Casoria (NA) // 4 dicembre 1984 //

    Crescenzo Casillo era sindaco di Casoria (NA). Con il terremoto del 1980, i miliardi della ricostruzione, la ripresa dei cantieri, la comparsa di un nuovo ciclo politico-economico, aumentarono le pressioni criminali nella zona campana. Crescenzo Casillo si oppose alle pressioni e ai tentativi di corruzione. Venne ucciso il 4 dicembre del 1984.

  • Pietro Busetta

    Palermo (PA) // 7 dicembre 1984 // 62 anni

    Pietro Busetta, 62 anni, marito di Serafina Buscetta, sorella del boss Tommasino che non vedeva da vent'anni. La sera del 7 dicembre 1984 poco prima delle venti, un commando lo uccide a Bagheria, a pochi chilometri dal capoluogo siciliano. I killer sono entrati in azione in via Roccaforte, accanto allo stadio comunale. Pietro Busetta, era appena uscito insieme alla moglie dal grande negozio di articoli da regalo di sua proprietà, quando tre sicari lo hanno circondato. Un'esecuzione spietata e poi la fuga. E' una vendetta trasversale.

  • Giovanbattista Altobelli

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 51 anni

    Era uno dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Annamaria Brandi

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 26 anni

    Era una dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Giovanni Calabrò

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 67 anni

    Vittima della cosidetta Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. Giovanni, insieme a Gioacchino Taglialatela, morì nei giorni successivi all'attentato in seguito alle ferite riportate dall'esplosione. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno. mentre percorreva la direttissima in direzione nord, a circa 8 chilometri. Il treno si trovava all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Angela Calvanese

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 33 anni

    Era una dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Susanna Cavalli

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 22 anni

    Era una dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Lucia Cerrato

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 66 anni

    Era una dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Anna De Simone

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 9 anni

    Era una dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Giovanni De Simone

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 4 anni

    Era uno dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Nicola De Simone

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 40 anni

    Era uno dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Pierfrancesco Leoni

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 23 anni

    Era uno dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Luisella Matarazzo

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 25 anni

    Era una dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Carmine Moccia

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 31 anni

    Era uno dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Valeria Moratello

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 22 anni

    Era una dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Maria Luigia Morini

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 45 anni

    Era una dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Federica Taglialatela

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 12 anni

    Era una dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Abramo Vastarella

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 23 dicembre 1984 // 29 anni

    Era uno dei 15 viaggiatori uccisi nella Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno mentre percorreva la direttissima in direzione nord. Il treno si trovava a circa 8 chilometri all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Gioacchino Taglialatela

    San Benedetto Val di Sambro (BO) // 48 anni

    Vittima della cosidetta Strage del Rapido 904, o Strage di Natale, l'attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 presso la Grande Galleria dell'Appennino, ai danni del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano. Gioacchino, insieme a Giovanni Calabrò, morì nei giorni successivi all'attentato in seguito alle ferite riportate dall'esplosione. L'attentato venne compiuto nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Erano le 19.08 quando un esplosione violentissima colpì il treno. mentre percorreva la direttissima in direzione nord, a circa 8 chilometri. Il treno si trovava all'interno del tunnel della Grande Galleria dell'Appennino (18 km), in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità supera i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di II classe, a centro convoglio: l'ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze Santa Maria Novella. Gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l'effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d'aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. Il bilancio fu pesantissimo: 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 17 per le conseguenze dei traumi.

  • Carmine Tripodi

    San Luca (RC) // 6 febbraio 1985 // 24 anni

    Carmine Tripodi era Comandante della Stazione dei Carabinieri di San Luca, impegnato ad arginare l'ondata dei sequestri di persona in Aspromonte. Riuscì ad assicurare alla giustizia i rapitori dell'ingegnere napoletano Carlo De Feo, titolare di un'avviata industria nel settore delle telecomunicazioni, tenuto prigioniero per 395 giorni. De Feo, una volta libero, decise di collaborare alle indagini. Tripodi e i suoi Carabinieri, con l'aiuto dell'ex rapito, riuscirono a localizzare otto prigioni, tra le impervie alture dell'Aspromonte. Il 6 febbraio 1985 intorno alle 21 stava percorrendo la provinciale San Luca - Bovalino, rimase vittima di un agguato. Punito perchè aveva scombussolato piani e organigrammi di alcune cosche dedite ai sequestri. Carmine avrebbe dovuto sposarsi da lì a poche settimane.

  • Giuseppe Mangano

    Palermo (PA) // 23 febbraio 1985 // 38 anni

    Giuseppe Mangano, 38 anni, lavorava come autista all'ICEM, l'azienda che gestiva l'illuminazione pubblica della città di Palermo. La mattina del 23 febbraio 1985 percorreva la strada di Partanna Mondello per accompagnare l'ingegnere Roberto Parisi presso la sede dell'ICEM. L'auto, collegato attraverso un radio telefono alla sede centrale, fu affiancata da un commando composto da circa 14 uomini che fecero fuoco. Mangano muorì sul colpo, lasciando tre figli.

  • Pietro Patti

    Palermo (PA) // 27 febbraio 1985 // 47 anni

    Era un imprenditore e venne ucciso il 27 febbraio 1985 per non aver accettato le richieste di estorsione di mezzo miliardo di lire dell'epoca. Nell'agguato rimase gravemente ferita anche la figlia Gaia, di soli nove anni, che Patti stava accompagnando a scuola.

  • Giuseppe Macheda

    Reggio Calabria (RC) // 28 febbraio 1985 // 30 anni

    Era un Vigile urbano. Fu ucciso il 28 febbraio del 1985 mentre tornava nella sua casa di Reggio Calabria. Era impegnato in una squadra per la repressione dell' abusivismo edilizio, alle dirette dipendenze del pretore, ed era stato inflessibile nel tentativo di contenere il fenomeno dell'abusivismo a Reggio.

  • Giovanni Carbone

    Palermo (PA) // 13 marzo 1985 // 28 anni

    Era un imprenditore e venne ucciso il 13 marzo 1985 per non aver accettato le richieste di estorsione da parte di Cosa nostra.

  • Sergio Cosmai

    Cosenza (CS) // 13 marzo 1985 // 36 anni

    Laureato in giurisprudenza presso l'Università di Bari, fu vice direttore delle carceri di Trani, Lecce e Palermo e direttore di quelle di Locri, Crotone e Cosenza. A Cosenza giunge nel settembre del 1982. Si impegna nella gestione di una popolazione detenuta poco rispettosa dell'autorità dello Stato, dedicando gli ultimi tre anni della sua vita alla riorganizzazione dell'istituto di pena cosentino e alla lotta contro la criminalità organizzata, massicciamente presente nell'istituto di pena di Cosenza. Nel capoluogo bruzio, dove arrivò nel settembre del 1982, si occupò della riorganizzazione dell'istituto di pena e della lotta contro la criminalità organizzata. Alle ore 14.00 del 12 marzo 1985, Cosmai si stava recando all'asilo per prelevare la figlia Rossella, di appena 3 anni, quando nel tratto della SS 19 che collega Cosenza a Roges (Rende) ora via Cosmai, si affiancò alla sua Fiat 500 gialla un'autovettura dalla quale partirono undici proiettili calibro 38 che lo colpirono alla testa. La moglie Tiziana Palazzo era incinta del secondo figlio Sergio, che nacque un mese dopo la morte del papà.

  • Domenico Demaio

    Natile Nuovo di Careri (RC) // 25 marzo 1985 //

    Sindaco democristiano di Platì, lavorava all'ufficio imposte dirette di Locri. Ucciso mentre a bordo della propria auto stava rientrando al paese insieme alla figlia Antonella di 17 anni. Dopo un inseguimento in auto, De Maio cerca scampo buttandosi nella scarpata, ma i killer lo raggiungono, colpendolo alla nuca. Secondo quanto emerse dalle indagini dei carabinieri, De Maio sarebbe stato ucciso per vendetta dopo che si era opposto, anche tramite manifesti murali, e aveva riacquisito al patrimonio del Comune cento ettari di terreno occupato abusivamente da esponenti della famiglia Barbaro per il pascolo delle loro greggi. In seguito l'accusa non resse. Aveva 46 anni.

  • Giuseppe Asta

    Pizzolungo – Erice (TP) // 2 aprile 1985 // 6 anni

    Il 2 aprile del 1985 Barbara Rizzo Asta stava accompagnando i suoi due figli di otto anni, Giuseppe e Salvatore, a scuola. Durante il tragitto l'utilitaria guidata da Barbara incrociò la macchina del sostituto procuratore di Trapani, Carlo Palermo, che si era trasferito nel febbraio di quell'anno dalla Procura di Trento per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Carlo Palermo era nella città siciliana da cinquanta giorni e aveva già ricevuto una serie di minacce. Sono da poco passate le 8.03 quando le macchine del magistrato e della sua scorta sfrecciano per il rettilineo di Pizzolungo. Un attimo, un click ed esplose un'autobomba posizionata sul ciglio della strada che da Pizzolungo conduce a Trapani. L'utilitaria fece da scudo all'auto del sostituto procuratore che rimase solo ferito. Nella Scirocco esplosa morirono dilaniati la donna e i due bambini.

  • Salvatore Asta

    Pizzolungo – Erice (TP) // 2 aprile 1985 // 6 anni

    Il 2 aprile del 1985 Barbara Rizzo Asta stava accompagnando i suoi due figli di otto anni, Giuseppe e Salvatore, a scuola. Durante il tragitto l'utilitaria guidata da Barbara incrociò la macchina del sostituto procuratore di Trapani, Carlo Palermo, che si era trasferito nel febbraio di quell'anno dalla Procura di Trento per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Carlo Palermo era nella città siciliana da cinquanta giorni e aveva già ricevuto una serie di minacce. Sono da poco passate le 8.03 quando le macchine del magistrato e della sua scorta sfrecciano per il rettilineo di Pizzolungo. Un attimo, un click ed esplose un'autobomba posizionata sul ciglio della strada che da Pizzolungo conduce a Trapani. L'utilitaria fece da scudo all'auto del sostituto procuratore che rimase solo ferito. Nella Scirocco esplosa morirono dilaniati la donna e i due bambini.

  • Barbara Rizzo Asta

    Pizzolungo – Erice (TP) // 2 aprile 1985 // 30 anni

    Il 2 aprile del 1985 Barbara Rizzo Asta stava accompagnando i suoi due figli di otto anni, Giuseppe e Salvatore, a scuola. Durante il tragitto l'utilitaria guidata da Barbara incrociò la macchina del sostituto procuratore di Trapani, Carlo Palermo, che si era trasferito nel febbraio di quell'anno dalla Procura di Trento per continuare a indagare su mafia, massoneria e politica. Carlo Palermo era nella città siciliana da cinquanta giorni e aveva già ricevuto una serie di minacce. Sono da poco passate le 8.03 quando le macchine del magistrato e della sua scorta sfrecciano per il rettilineo di Pizzolungo. Un attimo, un click ed esplose un'autobomba posizionata sul ciglio della strada che da Pizzolungo conduce a Trapani. L'utilitaria fece da scudo all'auto del sostituto procuratore che rimase solo ferito. Nella Scirocco esplosa morirono dilaniati la donna e i due bambini.

  • Marco Padovani

    Bardolino (VR) // 13 maggio 1985 // 28 anni

    Fu rapito il 13 dicembre del 1982 dall'Anonima sequestri e liberato il 23 maggio 1983. Non si riprese mai più da quell'esperienza, il 15 maggio 1985 si impiccò nella sua casa di Bardolino. Dal suo racconto emersero particolari crudeli: il rifugio dei rapitori era in Aspromonte, lui s' era fatto tutto il viaggio imbavagliato e incappucciato nel bagagliaio di un' auto. Era segregato in una cella piccola, umida, sempre al buio, chiusa a chiave. I suoi tentativi per ricominciare, per dimenticare quella terribile esperienza non valsero a nulla. Aveva una ragazza e continuava a lavorare nell'azienda di famiglia.

  • Giuseppe Spada

    // 14 giugno 1985 // 47 anni

    Era un imprenditore. Venne ucciso il 14 giugno 1985.

  • Mario Diana

    Casapesenna (CE) // 26 giugno 1985 // 49 anni

    Era un imprenditore di 49 anni. Venne ucciso il 26 giugno del 1985 a Casapesenna (CE). Mario Diana era nato a San Cipriano di Aversa (CE) il 23 ottobre 1936, figlio di onesta famiglia di contadini. Seguendo i sani principi inculcati dai genitori improntati alla semplicità e all'onestà, sin da giovane cominciò a operare nel settore agricolo, intraprendendo contestualmente un'attività imprenditoriale, prima nel settore del trasporto di pietre e sabbia, poi alla fine degli anni settanta nel settore industriale, collaborando con il gruppo Montedison nel settore del trasporto di merci e nello sviluppo di attività di servizi alle industrie e del recupero dei materiali. Il suo rigore professionale e lavorativo lo preservò da ogni tipo di compromesso, conquistandogli la stima e la fiducia di tutti. Ma anche l'odio della camorra che decise di stroncarne la vita.

  • Gianluca Canonico

    Reggio Calabria (RC) // 8 luglio 1985 // 10 anni

    Gianluca Canonico aveva solo 10 anni e la sera del 3 luglio 1985 stava giocando con altri bambini in strada nel rione Pescatori a Reggio Calabria, approfittando dei giorni di festa. Uno scontro tra due bande di ragazzi e uno dei proiettili colpisce Gianluca alla testa. Per lui non ci sarà niente da fare, morirà l'8 luglio con l'unica colpa di essersi fermato a giocare in strada.

  • Beppe Montana

    Porticello – Santa Flavia (PA) // 28 luglio 1985 // 33 anni

    Commissario e dirigente della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo. Amico e stretto collaboratore del vice questore Antonino "Ninni" Cassarà, aveva diretto le operazioni che avevano portato agli arresti di molti boss mafiosi. Nell'ultima irruzione, avvenuta il 24 Luglio a Bonfornello (PA), il commissario Beppe Montana aveva arrestato un boss latitante e altri due importanti mafiosi, oltre a sette "gregari". La vendetta della mafia scattò quattro giorni dopo, mentre il funzionario di Polizia si trovava al mare con gli amici e la fidanzata. Era il 28 luglio a Porticello (PA) e i due assassini gli piombarono alle spalle, freddandolo a colpi di pistola.

  • Roberto Antiochia

    Palermo (PA) // 6 agosto 1985 // 23 anni

    Agente della Polizia di Stato, nato a Terni e trasferitosi a otto anni a Torino, presso la squadra Mobile di Palermo lavorò con Beppe Montana in delicate indagini sull'associazione mafiosa Cosa Nostra. Dopo l'omicidio di Montana, in ferie in attesa di prendere servizio a Roma dove era stato trasferito, decise volontariamente di partecipare alle indagini a fianco di Ninni Cassarà. Il 6 agosto 1985, mentre accompagnava il Vice Questore Cassarà presso l'abitazione in via Croce Rossa a Palermo, circa 10 uomini armati di kalashnikov, appostati nei piani del palazzo di fronte a quello del vice questore, cominciarono a sparare sull'Alfetta di scorta. Antiochia, cercando di fare scudo con il suo corpo a Cassarà, che era sceso dall'auto per raggiungere il portone di casa, rimarrà ucciso dagli spari.

  • Antonino Cassarà

    Palermo (PA) // 6 agosto 1985 // 38 anni

    Era vicedirigente della Squadra mobile di Palermo ed era riconosciuto come uno dei migliori investigatori della Polizia del capoluogo siciliano. Aveva guidato insieme ai colleghi americani l'operazione denominata "Pizza Connection", che aveva portato all'arresto di decine di mafiosi tra Italia e Stati Uniti, e si era occupato di molte operazioni contro la mafia, insieme al suo amico e stretto collaboratore Beppe Montana, sotto il coordinamento del pool antimafia della procura di Palermo. Intorno alle 14.30 del 6 Agosto 1985, il vicequestore Cassarà stava facendo rientro a casa, in Viale Croce Rossa a Palermo, insieme a tre collaboratori della propria sezione. Quando l'Alfetta blindata con i quattro poliziotti entrò nel cortile del palazzo dove abitava il vicequestore Cassarà, dall'ammezzato di un edificio vicino, le cui finestre davano sul cortile interno, una decina di mafiosi armati di kalashnikov fecero fuoco. Il vicequestore Cassarà e l'agente Antiochia morirono sul colpo, falciati da decine di proiettili. Un terzo agente venne gravemente ferito. Il quarto agente, l'assistente Natale Mondo, si salvò per miracolo riparandosi sotto alla vettura.

  • Giancarlo Siani

    Napoli (NA) // 23 settembre 1985 // 26 anni

    Nacque a Napoli il 19 settembre 1959. Il suo interesse per le problematiche sociali del disagio e dell'emarginazione, lo portò a occuparsene sia come attivista nei nascenti movimenti anticamorra, sia come collaboratore di alcuni periodici napoletani. Divenne corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano "Il Mattino", denunciando le attività criminali della camorra e la sua infiltrazione nella vita politica. Il 10 giugno 1985 "Il Mattino" pubblicò un suo articolo nel quale ipotizzava che dietro l'arresto del boss Valentino Gionta potesse esservi il tradimento del boss alleato Lorenzo Nuvoletta. L'articolo provocò le ire della camorra e Nuvoletta decretò la morte di Siani, sia per vendicare l'affronto arrecato da quello scritto sia per porre fine all'interessamento del giornalista verso gli affari dei camorristi in connivenza con alcuni amministratori locali. Venne ucciso a Napoli la sera del 23 settembre 1985 sotto casa.

  • Giuditta Milella

    Palermo (PA) // 25 novembre 1985 // 17 anni

    Biagio Siciliano e Giuditta Milella erano due studenti del liceo classico di Palermo "G. Meli". Biagio aveva 14 anni, Giuditta 17. Il 25 novembre del 1985 un auto dei carabinieri di scorta ai giudici Borsellino e Guarnotta, per evitare una macchina che le stava tagliando la strada, piombò su un gruppo di studenti del liceo Meli che aspettavano l'autobus. I due ragazzi morirono sul colpo.

  • Biagio Siciliano

    Palermo (PA) // 25 novembre 1985 // 14 anni

    Biagio Siciliano e Giuditta Milella erano due studenti del liceo classico di Palermo "G. Meli". Biagio aveva 14 anni, Giuditta 17. Il 25 novembre del 1985 un auto dei carabinieri di scorta ai giudici Borsellino e Guarnotta, per evitare una macchina che le stava tagliando la strada, piombò su un gruppo di studenti del liceo Meli che aspettavano l'autobus. I due ragazzi morirono sul colpo.

  • Antonio Enrico Monteleone

    Isola delle Femmine (PA) // 29 novembre 1985 // 34 anni

    Brigadiere dei Carabinieri di 34 anni. Il 28 novembre 1985 presso l'ufficio postale di Isola delle Femmine (PA) ci fu una rapina. Monteleone si scagliò contro i rapinatori, pur non potendo utilizzare la pistola in dotazione per non rischiare di ferire gli ostaggi. Raggiunto da un colpo di pistola, morì il giorno seguente.

  • Graziella Campagna

    Villafranca Tirrena (ME) // 12 dicembre 1985 // 17 anni

    Graziella Campagna, originaria di Saponara (ME), scomparve a Villafranca Tirrena, dopo essere uscita dal lavoro, la sera del 12 dicembre 1985. Il suo cadavere, barbaramente sfigurato da cinque colpi di fucile a canna mozza, sarebbe stato ritrovato due giorni dopo a Forte Campone, sui monti Peloritani, al confine tra Villafranca e Messina. All'epoca dell'omicidio la lavanderia "La Regina" in cui lavorava Graziella, era frequentata da due palermitani presentatisi come l'ingegner Toni Cannata e il geometra Gianni Lombardo. In realtà. si trattava di Gerlando Alberti junior (nipote di Gerlando Alberti senior, detto "'u paccarè", braccio destro di Pippo Calò) e Giovanni Sutera, due latitanti ricercati per associazione mafiosa e narcotraffico internazionale, da tre anni nascosti nei pressi di Villafranca. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Graziella è stata uccisa perché, il 9 dicembre, aveva trovato in una camicia lasciata in tintoria a lavare, un documento dal quale si capiva che l'ingegner Cannata aveva un'altra identità. Di quel documento, strappatole dalle mani dalla collega Agata Cannistrà, a cui la ragazza l'aveva fatto vedere, non si è più avuta traccia.

  • Giovanni Garcea

  • Salvatore Ledda

  • Giovanni Giordano

    San Giuseppe Jato (PA) // 15 gennaio 1986 //

    Giordano Giovanni, modesto lavoratore di San Giuseppe Jato, scompare il 15 gennaio 1986. Negli anni successivi, dalle dichiarazione di collaboratori di giustizia è emerso che Giordano avrebbe visto, per puro caso, il luogo dove si nascondeva un boss della mafia latitante. Per il solo sospetto che avesse rivelato ai carabinieri il luogo della latitanza fu rapito, torturato e sciolto nell'acido a San Giuseppe Jato.

  • Paolo Bottone

    Palermo (PA) // 19 gennaio 1986 // 26 anni

    Paolo Bottone era figlio di un imprenditore di un'azienda metalmeccanica. Il 21 gennaio 1986 si era appartato con la fidanzata, Angela D'Amelio, in via De Saliba a Palermo, vicino all'ufficio di collocamento, quando fu raggiunto da due assassini. Venne ucciso con un colpo di pistola.

  • Francesco Alfano

    Mondello (PA) // 29 gennaio 1986 // 27 anni

    Giuseppe Giammona, 24 anni, fu ucciso con una scarica di proiettili nel suo negozio di abbigliamento a Corleone. L'omicidio maturò perché Giovanni Riina, figlio del più noto Totò, verso la fine del 1994 cominciò a temere per alcune voci che circolavano in merito alla volontà di alcuni componenti di una cosca rivale di sequestrare qualcuno della sua famiglia. Giovanni Riina iniziò a sospettare di alcuni compaesani, in particolare dei fratelli Giammona. Ipotesi poi smentita dagli investigatori: non vi era alcun pericolo per i Riina. La paura però per Giovanni si faceva sempre più forte e per questo decise di parlarne con lo zio Leoluca Bagarella. Il boss non perse tempo: dopo una serie di accertamenti individuò i Giammona e decise di passare all'azione con la complicità di Giovanni Brusca (condannato a 12 anni) e Leonardo Vitale (condannato all'ergastolo). Quello che accadde nel gennaio del 1995 lo raccontano i pentiti. Ed è con le loro dichiarazioni che si fa luce sugli omicidi: Giuseppe Giammona muore nel suo negozio il 28 gennaio; un mese dopo vengono uccisi in macchina, con fucili a pallettoni e pistole a tamburo, anche Giovanna Giammona (la sorella di Giuseppe) e suo marito Francesco Saporito.

  • Giuseppe Pillari

    Piana degli Albanesi (PA) // 31 gennaio 1986 // 50 anni

    Giuseppe Pillari, bracciante di 50 anni, fu ucciso a Piana degli Albanesi il 31 gennaio del 1986 (località Guadalani), dentro il casolare di Salvatore Tortorici, vero obiettivo dei killer. Fu assassinato per evitare restassero vivi testimoni dell'azione criminale. Dell'omicidio si autoaccusò Giuseppe Maniscalco.

  • Filippo Salsone

    Brancaleone (RC) // 7 febbraio 1986 // 40 anni

    E' il 7 febbraio 1986. Quella sera Filippo Salsone era appena rientrato a casa, a Brancaleone, un paese in provincia di Reggio Calabria, con la sua famiglia. Aveva alcuni giorni di congedo che aveva deciso di trascorrere con loro perché in quel periodo il Maresciallo era stato inviato in servizio al carcere di Poggioreale. Una grande esperienza la sua all'interno del corpo della Polizia Penitenziaria, aveva lavorato anche con il direttore Sergio Cosmai nel carcere di Cosenza. Si era attardato fuori per dare da mangiare al cane e all'improvviso una scarica di colpi di arma da fuoco spezzano la sua vita e feriscono gravemente il figlio Paolo, di soli 11 anni. Colpevole di aver fatto rispettare la legge dietro le sbarre anche ai componenti dei clan.

  • Domenica De Girolamo

    Platì (RC) // 11 febbraio 1986 // 60 anni

    Domenica De Girolamo era nata a Saline di Montebello Jonico nel 1920, una donna che si era impegnata, aveva studiato. A 27 anni fu assunta dall'allora Poste e Telecomunicazioni e assegnata all'ufficio di Platì, un piccolo centro nel cuore dell'Aspromonte. Era lì che aveva conosciuto Francesco Prestia, impegnato attivametne con il PCI. Si erano innamorati e sposati. Domenica era diventata la direttrice dell'ufficio Poste di Platì. Una vita semplice la loro, impegno e lavoro e tra figlie. Nel 1985 finalmente la pensione e ogni giorno Domenica aiutava il marito nella piccola tabaccheria che gestiva, al primo piano della loro casa. La sera dell'11 febbraio 1986, ignoti entrarono nella loro rivendita di sali e tabacchi e li uccisero. Fu una delle tre figlie della coppia, Liliana, a dare l'allarme dopo la terribile scoperta. Si parlò di un tentativo di estorsione al quale i coniugi si erano opposti, di un tentativo di rapina. Ma le indagini non hanno portato a nessun risultato concreto.

  • Francesco Prestia

    Platì (RC) // 11 febbraio 1986 // 62 anni

    Il primo sindaco più giovane d'Italia nel secondo dopo guerra fu Francesco Prestia, eletto nel 1948 sindaco di Platì. Attivita del PCI aveva solo 27 anni quando divenne sindaco. Era un uomo impegnato e stimato da tutti e fino al 1975 si era sempre impegnato nella vita politica della sua Platì. Aveva una piccola tabaccheria che gestiva con la moglie, al primo piano della loro casa. La sera dell'11 febbraio 1986, ignoti entrarono nella loro rivendita di sali e tabacchi e li uccisero. Fu una delle tre figlie della coppia, Liliana, a dare l'allarme dopo la terribile scoperta. Si parlò di un tentativo di estorsione al quale i coniugi si erano opposti, di un tentativo di rapina. Ma le indagini non hanno portato a nessun risultato concreto.

  • Nino D'Uva

    Messina (ME) // 6 maggio 1986 // 61 anni

    La sentenza di morte è stata scritta con una scarpa: dalle gabbie del maxi - processo in corso a Messina per mafia volò uno scarpa che finì per colpire l'avvocato D'Uva. Era il segnale che un ragazzino, nascosto tra il pubblico, stava aspettando. Era il segnale che tutti gli imputati attendevano per scatenare il primo messaggio di guerra. Di lì a poco la sentenza venne eseguita, alle 19 del 6 maggio 1986. Il legale era nel suo ufficio, in via San Giacomo, stava per fare una telefonata. Era solo in quel momento e aveva aperto il portone al killer. Forse non si è neanche accorto che mentre tentava di chiamare un collega la morte era entrata nel suo ufficio, aveva preso un cuscino dal divano, per attutire il rumore della calibro 7,65, gli era arrivata alle spalle della poltrona girevole. Poi uno sparo, uno solo,e l'avvocato Nino D'Uva, diventa con la sua morte il messaggio di terrore diretto dalle cosche a tutti gli altri. Il sicario esce, getta la pistola nel cassonetto e scappa con un complice a bordo di una Mini di colore verde. A trovare il suo corpo è la donna di servizio, rientrata per preparare la cena nell'abitazione a fianco dello studio. Vede la porta semi aperta, chiama l'avvocato, lui non risponde. Entra nell'ufficio e trova il cadavere sotto la scrivania, dove era scivolato dopo lo sparo. Nino D'Uva aveva 61 anni, era uno dei penalisti più noti di Messina, un uomo appassionato di pittura, teatro, musica, amava leggere, aggiornarsi. L'eco dello sparo si sentirà per mesi in una città che fa finta di non vedere e di non sapere, ma soprattutto arriverà fortissimo nell'aula bunker del carcere di Gazzi, dove era in corso il primo maxi - processo alla mafia messinese. L'avvocato assassinato non è solo uno dei più noti penalisti in città, ma è anche il padre di Giuseppina D'Uva, magistrato in servizio a Palmi e che ha istruito diversi processi di mafia e 'ndrangheta, ed è anche genero di Melchiorre Briguglio, magistrato a Reggio Calabria. Sul perché dell'omicidio nessuna risposta fino al 1993, grazie alle dichiarazioni del pentito Umberto Santacaterina.

  • Sebastiano Morabito

    // 10 giugno 1986 //

  • Luigi Staiàno

    Torre Annunziata (NA) // 4 luglio 1986 // 35 anni

    Giovane imprenditore edile di Torre Annunziata, venne ucciso il 4 luglio 1986, quando aveva 35 anni, mentre andava dal fruttivendolo. A sparare due giovani su una moto, i volti coperti dai caschi. Luigi Staiano era sposato, padre di una bambina che all'epoca aveva tre anni. Ebbe il coraggio di dire no alla camorra delle estorsioni presentando denuncia in Questura.

  • Vittorio Esposito

    Napoli (NA) // 7 luglio 1986 // 32 anni

    La sera del 7 luglio 1986, sicari della Camorra sparano all'impazzata nei pressi di alcune abitazioni in Via Montagna Spaccata. Obiettivo dell'agguato mortale era il pregiudicato Claudio Volpe. Vittorio, sposato e padre di un bambino di quatto anni, era un agente in servizio presso il garage della Questura di Napoli. Quella sera si trovava con la moglie e il figlioletto, a casa di un suo amico. Al rumore dei colpi esplosi, Vittorio si affacciò e cercò di impugnare la pistola d'ordinanza. I sicari non persero tempo e colpirono il giovane poliziotto in piena fronte. L'agente morì lungo il tragitto verso l'Ospedale San Paolo.

  • Antonio Sabia

    Salerno (SA) // 30 luglio 1986 //

    Era un agricoltore. Fu ucciso in un agguato contro il boss legato alla NCO Vincenzo Marandino nella guerra di camorra tra gli uomini della Nco di Raffaele Cutolo e i membri della Nuova Famiglia. Il fatto di sangue avvenne a Salerno il 30 luglio 1986.

  • Salvatore Benigno

    Palermo (PA) // 26 agosto 1986 // 37 anni

    Cassiere presso un cinema, Salvatore Benigno vide dare alle fiamme un'auto da due mafiosi che avevano commesso un omicidio. Solo per questo fu ucciso, il 26 agosto del 1986.

  • Luigi Aiavolasìt

    Palermo (PA) // 10 settembre 1986 //

    Luigi Ajovalasit era stato ucciso in un bar, mentre era con la sua ragazza, da Di Maggio, Di Matteo e La Barbera il 10 settembre 1986. Ucciso perché era un tossicodipendente che commetteva qualche piccolo furto per pagarsi e rovinava la piazza di San Giuseppe Jato con la sua presenza. Molti collaboratori hanno confermato questa tesi durante il processo. In quegli anni, infatti, i mafiosi capeggiati da Riina hanno ucciso tanti giovani solo perché erano drogati, uccisi senza "senso".

  • Filippo Gebbia

    Porto Empedocle (AG) // 21 settembre 1986 // 30 anni

    Antonio Morreale e Filippo Gebbia rimasero uccisi nella cosiddetta prima strage di Porto Empedocle, decisa per annientare il clan Grassonelli. I killer arrivarono a bordo di due cabriolet e uccisero a colpi di mitraglietta Gigi Grassonelli e il padre Giuseppe. Nell'agguato eseguito davanti al "Bar Albanese" morirono altre quattro persone. Tra questi due innocenti, Filippo Gebbia, studente di 30 anni, e Antonio Morreale, pensionato. Era il 21 settembre 1986. La Prima strage di Porto Empedocle inizia la guerra di Cosa Nostra contro la Stidda.

  • Antonio Morreale

    Porto Empedocle (AG) // 21 settembre 1986 //

    Antonio Morreale e Filippo Gebbia rimasero uccisi nella cosiddetta prima strage di Porto Empedocle, decisa per annientare il clan Grassonelli. I killer arrivarono a bordo di due cabriolet e uccisero a colpi di mitraglietta Gigi Grassonelli e il padre Giuseppe. Nell'agguato eseguito davanti al "Bar Albanese" morirono altre quattro persone. Tra questi due innocenti, Filippo Gebbia, studente di 30 anni, e Antonio Morreale, pensionato. Era il 21 settembre 1986. La Prima strage di Porto Empedocle inizia la guerra di Cosa Nostra contro la Stidda.

  • Claudio Domino

    Palermo (PA) // 7 ottobre 1986 // 11 anni

    Claudio Domino, figlio di un dipendente della Sip che era anche titolare di un'impresa che gestiva in appalto i lavori di pulizia dell'aula bunker di Palermo, fu assassinato vicino alla cartolibreria gestita dalla madre. Un giovane in moto e con il volto coperto da un casco chiamò il bambino per nome mentre stava giocando e, dopo averlo avvicinato, gli puntò la pistola in fronte sparandogli a bruciapelo. Claudio sarebbe stato ucciso perché aveva visto confezionare alcune dosi di eroina in un magazzino. Cancemi, boss pentito della commissione mafiosa, ha riferito che fu proprio Riina a incaricare tutti i capi - mandamento di "svolgere indagini". Un'inchiesta conclusa a tempo di record: il 20 dicembre 1986 scomparve Salvatore Graffagnino, 52 anni, titolare del bar davanti al quale era avvenuto l'agguato. Alcuni confidenti riferirono alla polizia che l'uomo sarebbe stato sequestrato, nascosto in un bagagliaio di un auto e condotto davanti al boss del quartiere. Sotto tortura Graffagnino ammise di essere il mandante dell'omicidio e rivelò il nome del killer. Un tossicomane che sarebbe stato poi eliminato con una overdose di eroina.

  • Nunziata Spina

    Messina (ME) // 8 ottobre 1986 // 35 anni

    Nunziata Spina venne uccisa l'8 ottobre 1986 nella sala d'attesa dell'Istituto ortopedico di Ganzirri (ME). Due uomini armati entrarono nella sala per uccidere Pietro Bonsignore, imputato del maxi processo. La donna fu colpita e inutili furono i tentativi dei medici per rianimarla.

  • Mario Ferrillo

    Licola (NA) // 5 novembre 1986 // 41 anni

    Mario Ferrillo era un impresario teatrale. Venne assassinato a Licola (NA) il 5 novembre 1986 perchè scambiato per un noto camorrista locale.

  • Antonio Bertuccio

    Cittanova (RC) // 15 novembre 1986 // 41 anni

    Il capocantiere edile Antonio Bertuccio, 41 anni, fu ucciso la mattina del 15 novembre 1986 durante una battuta di caccia in contrada Forio, nel comune di Cittanova, dove viveva con la moglie e i quattro figli. Era ancora buio quando insieme ad alcuni parenti di Gioia Tauro e amici del paese, si appostò per aspettare il passaggio dei tordi. Improvvisamente fu avvicinato da due o tre uomini che gli chiesero di consegnare loro il fucile. Bertuccio oppose resistenza e di risposta gli spararono cinque colpi in pieno viso, uccidendolo. Nonostante gli altri cacciatori si trovassero a poca distanza da lui,il buio rese difficile l'identificazione degli assassini. Gli investigatori, considerata la totale estraneità di Bertuccio ad ambienti malavitosi o attività illecite, diressero le indagini verso la pista dei latitanti alla ricerca di armi.

  • Giovanni Di Benedetto

  • Cosimo Aleo

    Aci Catena (CT) // 9 gennaio 1987 // 16 anni

    Cosimo Aleo era stato attratto nell'orbita della delinquenza organizzata di Acireale (CT). Nonostante la giovane età, aveva commesso qualche furto ma non era ancora organico alle cosche della zona. Una sera decise di rubare una delle automobili che l'organizzazione teneva pronte per le azioni criminali. Un gesto da irresponsabile che fu considerato un torto ai boss della zona. Cosimo, che aveva compiuto 16anni da appena diciannove giorni, venne prelevato dalla piazza principale del suo paese, Aci Catena, il 9 gennaio 1987. Con una scusa venne invitato a salire in automobile e poi condotto in una località di campagna, dove uno dei sicari gli mise le mani al collo per strangolarlo. Il corpo venne poi bruciato sopra un cumulo di copertoni.

  • Antonino Scirto'

    Reggio Calabria (RC) // 17 gennaio 1987 // 40 anni

    La mattina del 17 gennaio 1987 Antonino Scirtò, un ferroviere di 41 anni, si trova nella sua auto diretto a Reggio Calabria da Vito, una delle frazioni collinari della città. Nell'imboccare una curva si trova travolto da una pioggia di piombo. Antonino non sopravviverà all'agguato organizzato per colpire le tre persone che viaggiavano nell'auto dietro la sua, coinvolte nella faida tra le cosche Rosmini e Lo Giudice.

  • Giuseppe Rechichi

    Polistena (RC) // 4 marzo 1987 // 48 anni

    Il 31 ottobre 1966 inizia la sua carriera scolastica nell'istituto Tecnico di Siderno (RC) e, dopo avere insegnato in altri istituti della piana (Palmi, Cittanova, Taurianova), fu nominato titolare di Matematica e Fisica nell'Istituto Magistrale Statale di Polistena dal 1 ottobre 1974. Il professore Giuseppe Rechichi è stato ucciso da una pallottola vagante il 4 marzo del 1987. Era vicepreside dell'istituto magistrale di Polistena, aveva 48 anni. Il vero bersaglio dell'agguato era Vincenzo Luddeni, direttore della Banca popolare di Polistena, rimasto illeso.

  • Rosario Iozia

    Cittanova (RC) // 10 aprile 1987 // 24 anni

    Era comandante della Squadriglia carabinieri di Cittanova, operante nelle zone a elevato indice di criminalità organizzata tra la Piana di Gioa Tauro e l'Aspromonte. Il 10 aprile 1987 era fuori dal servizio ma affrontò ugualmente, da solo, un pericoloso latitante che si accompagnava ad altri malviventi. Ci fu un violento scontro a fuoco nel corso del quale venne ucciso.

  • Antonio Civinini

    Vibo Valentia (VV) // 15 giugno 1987 // 28 anni

    La sera di lunedì 15 giugno 1987 Antonio Civinini, palermitano di 28 anni, sta passeggiando per le strade di Vibo Valentia con un collega carabiniere. Entrambi lavorano alla compagnia speciale dell'aereoporto di Vibo, ma quella sera sono fuori servizio. Mentre camminano, si accorgono che c'è un uomo che gira tranquillamente per strada con una pistola alla cintola. Si avvicinano al giovane e gli chiedono i documenti. Ma il giovane perde subito la calma e con un gesto fulmineo spinge Civinini a terra e gli spara addosso quasi a bruciapelo un intero caricatore.

  • Giuseppe Cutruneo

    Niscemi (CL) // 27 agosto 1987 // 8 anni

    Giuseppe Cutruneo e Rosario Montalto, bambini di 8 e 11 anni, restano uccisi mentre giocano per strada, da una sventagliata di proiettili a Niscemi (PA) il 27 agosto del 1987. Vittime innocenti di uno scontro a fuoco tra boss su due auto nel centro del paese.

  • Rosario Montalto

    Niscemi (CL) // 27 agosto 1987 // 11 anni

    Giuseppe Cutruneo e Rosario Montalto, bambini di 8 e 11 anni, restano uccisi mentre giocano per strada, da una sventagliata di proiettili a Niscemi (PA) il 27 agosto del 1987. Vittime innocenti di uno scontro a fuoco tra boss su due auto nel centro del paese.

  • Paolo Svezia

    Avola (SR) // 28 ottobre 1987 // 53 anni

    Paolo Svezia era il custode notturno di uno stabilimento che si occupava di trasformazione degli agrumi ad Avola. 53 anni, morì dilaniato da una esplosione di 20 chili di dinamite che distrussero un'intera ala dello stabilimento. Un'altra carica di ulteriori 20 chili piazzata a ridosso di una trave portante non esplose. A scoprire l'attentato fu uno dei titolari dell'azienda "Fratelli Fugali Srl", Sebastiano Fugali, giunto in contrada Zagaria, a 3 km dal paese, intorno alle 8.00 del mattino del 29 ottobre. Lo stabilimento era stato da poco ultimato e non aveva ancora avviato la propria attività. Paolo Svezia al momento dell'esplosione si trovava quasi certamente dentro il suo alloggio, nell'ala maggiormente colpita. I resti del suo corpo, straziato dall'esplosione, sono stati trovati dagli investigatori sparsi nel raggio di alcune centinaia di metri. Svezia, che abitava ad Avola, aveva moglie e quattro figli, era stato assunto appena quattro giorni prima per la guardiana del capannone. L'attentato all'azienda volle essere una risposta verso i titolari che si erano rifiutati di pagare il pizzo.

  • Giovanni Mileto

    Cittanova (RC) // 7 novembre 1987 // 57 anni

    Giovanni Mileto nacque il 24 luglio del 1930 a Cittanova (RC) ed era caposquadra Cantonieri FCL della città. Fu assassinato a 57 anni in un agguato mafioso a colpi di fucile caricato a pallettoni il 7 novembre 1987. Nello stesso agguato rimase ferito il diciannovenne Serafino Berlingieri, un rom pregiudicato per reati contro il patrimonio. Il vero obiettivo dell'agguato è proprio il giovane rom, che ha un legame di parentela con i Raso-Albanese, che combattono una faida interminabile contro i Facchineri. Berlingieri venne ferito mentre stava facendo manovra con l'auto. Sentiti gli spari, Mileto si mosse per soccorrere il giovane. Un gesto di grande generosità che pagò con la vita: fu colpito da una raffica di fucile e morì sul colpo.

  • Carmelo Ganci

    Castel Morrone (CE) // 4 dicembre 1987 // 24 anni

    Il 4 dicembre del 1987 i carabinieri Carmelo Ganci e Luciano Pignatelli, entrambi liberi dal servizio e in abiti civili, furono brutalmente uccisi da alcuni rapinatori. I due, avuta notizia che si stava consumando una rapina ai danni di un bar di Castel Morrone (Ce), si misero, con la propria autovettura, all'inseguimento dei rapinatori. A un incrocio i banditi aprirono il fuoco contro i Carabinieri con un fucile e alcune pistole. Pignatelli, che era alla guida, fu raggiunto da uno dei proiettili e la macchina finì fuori strada, ribaltandosi in una scarpata. Secondo quanto emerso dall'inchiesta, Mauriello, Basco, Spierto e Maisto (questi i nomi degli assassini), approfittando della debolezza dei due carabinieri, impossibilitati a muoversi, scesero dalla loro auto e spararono di nuovo per essere sicuri di avere ucciso i militari.

  • Luciano Pignatelli

    Castel Morrone (CE) // 4 dicembre 1987 // 25 anni

    Il 4 dicembre del 1987 i carabinieri Carmelo Ganci e Luciano Pignatelli, entrambi liberi dal servizio e in abiti civili, furono brutalmente uccisi da alcuni rapinatori. I due, avuta notizia che si stava consumando una rapina ai danni di un bar di Castel Morrone (Ce), si misero, con la propria autovettura, all'inseguimento dei rapinatori. A un incrocio i banditi aprirono il fuoco contro i Carabinieri con un fucile e alcune pistole. Pignatelli, che era alla guida, fu raggiunto da uno dei proiettili e la macchina finì fuori strada, ribaltandosi in una scarpata. Secondo quanto emerso dall'inchiesta, Mauriello, Basco, Spierto e Maisto (questi i nomi degli assassini), approfittando della debolezza dei due carabinieri, impossibilitati a muoversi, scesero dalla loro auto e spararono di nuovo per essere sicuri di avere ucciso i militari.

  • Aniello Giordano

    Torre del Greco (NA) // 20 dicembre 1987 // 63 anni

    Aniello Giordano, 63 anni, sottufficiale della polizia in pensione, fu ferito gravemente il 17 dicembre del 1987 a colpi di arma da fuoco da due persone che avevano fatto irruzione nel mobilificio «2P», a Torre del Greco. L'uomo si trovava nel mobilificio per acquistare un salotto per il figlio Michele, da poco sposatosi. All'improvviso, nel locale fecero irruzione due giovani armati e a volto scoperto. Un terzo rimase all'esterno, di copertura. Oltre a Giordano, furono colpiti il titolare del mobilificio, Pasquale Polese, di 33 anni; suo cognato, Ciro Izzo, di 36 anni; e un dipendente, Giuseppe Russo, di 48 anni. I sicari dopo aver sparato all'impazzata, fuggirono probabilmente a bordo di un'autovettura guidata da un complice. Secondo gli investigatori, l'irruzione sarebbe stata fatta per punire il titolare del mobilificio il quale si sarebbe rifiutato di pagare «tangenti». Aniello morì il 20 dicembre a causa delle ferite riportate.

  • Giuseppe Insalaco

    Palermo (PA) // 12 gennaio 1988 // 46 anni

    Giuseppe Insalaco fu sindaco di Palermo dal 17 aprile al 13 luglio del 1984. Come politico aveva denunciato più volte le collusioni fra mafia e politica.
    Ascoltato dalla Commissione antimafia il 3 ottobre del 1984, insieme all'allora sindaco in carica Nello Martellucci, sulle ingerenze della mafia nella politica palermitana, denunciò le pressioni subite da Vito Ciancimino e dal suo entourage. Li indicò come i gestori dei grandi appalti al Comune di Palermo per conto della mafia. Fu assassinato a colpi di pistola mentre era in macchina il 12 gennaio 1988.

  • Natale Mondo

    Palermo (PA) // 14 gennaio 1988 // 35 anni

    Natale Mondo si era arruolato in Polizia nel 1972 prestando servizio presso il reparto autonomo del Ministero dell'Interno e le Questure di Roma, Siracusa e Trapani, dove conobbe Ninni Cassarà che ne auspicò il trasferimento alla Squadra Mobile di Palermo, da lui diretta. Da allora fu per anni autista e braccio destro di Cassarà partecipando a molte operazioni. Nell'agosto del 1985 era sfuggito all'attentato in cui avevano perso la vita i colleghi Ninni Cassarà e l'agente di scorta Roberto Antiochia. Accusato da un pentito di essere corrotto, venne arrestato e incarcerato. Mondo fu scagionato in seguito all'intervento della vedova di Cassarà e di altri colleghi che testimoniarono a suo favore, raccontando che egli si era infiltrato nelle cosche mafiose del quartiere Arenella, dove era nato e risiedeva, dietro ordine dello stesso Cassarà. Questo, di fatto, lo espose alla vendetta della mafia che lo uccise il 14 gennaio 1988, proprio davanti al negozio di giocattoli della moglie, sito nella stessa borgata.

  • Aniello Cordasco

    Sarno (SA) // 28 gennaio 1988 //

    Aniello Cordasco era un costruttore edile, fu assassinato a Sarno, in provincia di Salerno, il 28 gennaio del 1988. Nel 1992 il pentito di camorra Pasquale Galasso rivelò di essere stato il mandante dell'omicidio dell'imprenditore. Per anni, infatti, le indagini furono indirizzate sulla pista del movente passionale. In realtà, Aniello si era opposto alle richieste estorsive: questo il motivo della "punizione".

  • Giulio Capilli

    Taranto (TA) // 30 gennaio 1988 // 28 anni

    Giulio Capilli era un pubblicitario. Venne ucciso a Taranto il 30 gennaio del 1988 da un proiettile vagante durante una sparatoria, mentre passeggiava con la fidanzata in pieno centro. La vittima predestinata era un pregiudicato. Il killer, Enrico Urgesi, è stato condannato a 14 anni di carcere. Un delitto punito, caso fortunato. Perché degli altri non si è saputo più nulla.

  • Francesco Megna

    Cittanova (RC) // 12 febbraio 1988 // 14 anni

    Aveva 14 anni. Venne ucciso il 12 febbraio 1988 a Cittanova (RC), dopo un litigio. Francesco non ha nulla a che fare con la 'ndrangheta, la famiglia ha un bar in paese, frequenta il primo anno dell'istituto per geometri. Durante una festa di carnevale litiga con un coetaneo, forse per uno scherzo di troppo. Si danno appuntamento "fuori" per risolvere la questione. L'altro si presenta all'appuntamento armato di pistola e lo colpisce al torace.

  • Donato Maria Boscia

    Palermo (PA) // 2 marzo 1988 // 31 anni

    Donato Maria Boscia era un imprenditore della Ferrocemento. Ingegnere, aveva 31 anni e una carriera lunghissima davanti a sé. La sera del 2 marzo 1988 fu freddato a Palermo da cinque colpi di pistola. Fu la mafia a decretare il brutale assassinio. Il maxiprocesso, celebrato e conclusosi a Palermo nel 1997 con 22 condanne di cui 14 all'ergastolo, dimostrò che era coinvolto nell'omicidio del giovane ingegnere di Gioia del Colle anche Salvatore Riina. Che Balduccio Di Maggio era implicato nei fatti. Che Donato Maria Boscia morì perché stava costruendo una sezione dell'acquedotto siciliano sul quale la mafia non era riuscita a mettere le mani. «Si era laureato a 23 anni al Politecnico di Torino in ingegneria – racconta l' anziano padre Vito – e da subito aveva cominciato a ricevere proposte di lavoro. Dopo il servizio militare scelse di lavorare per la Ferrocementi di Roma e in poco tempo aveva già fatto tanta carriera. Gli assegnarono la direzione del cantiere per l'acquedotto a Palermo: doveva sfondare il Monte Grifone e aveva scommesso con gli operai che sarebbe riuscito a farlo entro il 14 aprile del 1988. Poi la disgrazia e gli operai continuarono a lavorare anche di notte e senza paga, ma riuscirono a traforare l'ultimo muro il 14 aprile. Scherzando diceva che sarebbe tornato da Palermo in una bara, ma noi non potevamo sospettare, anche se dei segnali li avevamo avuto: attentati ai mezzi meccanici, danni. Poi un giorno, Balduccio Di Maggio che si presenta da lui fingendo di essere un operaio in cerca di lavoro. Ma queste sono cose che abbiamo saputo solo dopo». La sera del 2 marzo, Donato stava tornando a casa. Smontava dal servizio alle 17, s' intratteneva sempre un po' di più sul cantiere con gli operai. Gli orari della sua giornata erano sempre gli stessi e i killer lo sapevano. Bloccarono la sua auto a un incrocio, lo freddarono con cinque colpi di pistola.

  • Francesco Salzano

    Afragola (NA) // 10 marzo 1988 // 40 anni

    Nella tarda serata del 10 marzo 1988 venne assassinato ad Afragola (Na) il consigliere comunale della Dc Francesco Salzano, 40 anni, insieme al consigliere Paolo Sibilio, medico analista di 39 anni. I due, dopo aver trascorso la giornata presso il comune di Afragola, decisero di andare a cena fuori. Verso le 22.45, saliti a bordo dell'auto di proprietà di Sibilio, vennero tamponati da una Fiat uno bianca. L'auto sbandò finendo contro un palo proprio mentre dall'utilitaria scesero tre uomini e cominciarono a sparare all'impazzata. Sibilio morì all'istante, mentre Salzano spirò presso l'ospedale Nuovo Pellegrini dove venne portato dai soccorritori. Salzano, docente di lettere presso una scuola media, ricopriva dal 1987 la carica di assessore alla polizia urbana al comune di Afragola ed era consigliere delegato per i lavori connessi alla legge 219 per la ricostruzione post-terremoto. Non si esclude, quindi, che la camorra fosse interessata alla mole di denaro che stava arrivando nelle casse del comune per la ricostruzione dopo il terremoto del 1980.

  • Pietro Ragno

    Gioia Tauro (RC) // 9 luglio 1988 // 28 anni

    Pietro Ragno era un giovane carabiniere di 28 anni, sposato e padre di Vanessa, una bimba di appena 11 mesi. Originario di Messina, era in servizio a Gioia Tauro da tre anni. Il giovane il 9 luglio 1988 aveva cenato presto, salutato la moglie Stefania Lopresti, di appena 19 anni, e baciato la figlioletta, per effettuare un servizio notturno assieme al commilitone Giuseppe Spera, 32 anni, campano di San Cipriano Picentino, anche lui sposato e padre di due figli. Poco dopo mezzanotte, dallo svincolo di Losarno, i due carabinieri hanno imboccato l'autostrada per fermarsi a fare rifornimento di benzina e quindi rientrare in caserma. Si stavano per immettere a bassa velocità sulla Statale 111 che congiunge Gioia Tauro all'Aspromonte, quindi al versante ionico della provincia di Reggio Calabria quando, da dietro un cespuglio, hanno cominciato a sparare con fucili automatici calibro 12 caricati a pallettoni. Pietro Ragno, che era alla guida, riuscì a estrarre la pistola ma morì prima di poterla usare. Il suo compagno si salvò solo perché si trovava chino sull'apparecchio radio per avvertire la centrale operativa del loro rientro.

  • Antonio Raffaele Talarico

    Lamezia Terme (CZ) // 2 settembre 1988 // 50 anni

    Antonio Raffaele Talarico nacque a Sambiase (CZ) il 4 ottobre 1938. Era una Guardia Particolare Giurata, padre di quattro figli, persona dedita alla famiglia e al lavoro che svolgeva da oltre venti anni presso un cantiere edile di solai, sito in località Bagni di Lamezia Terme (CZ). La sera del 2 settembre 1988, mentre si apprestava ad aprire il cancello del cantiere, venne colpito mortalmente alle spalle da colpi di arma da fuoco esplosi da malviventi appartenenti a una organizzazione criminale dedita al racket delle estorsioni e guardianie che operava nel territorio di Lamezia Terme. L'attività investigativa svolta dalle Forze dell'ordine e dalla Magistratura portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti di una cosca criminale del luogo. Il conseguente procedimento penale si concluse con l'archiviazione a causa dei pochi elementi probatori raccolti nella fase delle indagini. A distanza di oltre 12 anni, a seguito di rivelazioni fatte da un collaboratore di giustizia appartenente al medesimo clan malavitoso, venne riaperto il procedimento penale che si concluse con la condanna alla pena di 30 anni di reclusione all'imputato, tra l'altro reo confesso, per essersi reso responsabile dell'omicidio in concorso con altri.

  • Abed Manyami

    Gioia Tauro (RC) // 9 settembre 1988 // 30 anni

    Abed Manyami, cittadino tunisino e venditore ambulante, viene ucciso per errore il 9 settembre 1988 a Gioia Tauro mentre stava contrattando l'acquisto di un motore usato nell'autofficina di Girolamo Priolo, l'obiettivo dei killer.

  • Domenico Carabetta

    Sant’Ilario sullo Ionio (RC) // 12 settembre 1988 // 22 anni

    Domenico Carabetta, originario di Siderno, un ragazzo di 22 anni ucciso la notte dell'11 e 12 settembre 1988 per uno scambio di persona mentre stava salendo sulla sua auto. Domenico aveva appena terminato di lavorare, come ogni sera, in un ristorante a Sant'Ilario sullo Ionio.

  • Grazia Scimè

    Gela (CL) // 12 settembre 1988 // 56 anni

    Casalinga di Gela. Il 12 settembre 1989 si trovava al mercato quando ci fu una sparatoria tra mafiosi appartenenti a famiglie rivali. Venne uccisa da un proiettile vagante.

  • Alberto Giacomelli

    Trapani (TP) // 14 settembre 1988 // 68 anni

    Nel 1946 entrò in Magistratura, destinato alla Procura di Trapani. Dal 1951 al 1953 fu Pretore di Calatafimi, poi fu a Trapani dal 1953 al 1954. Dal 1971 giudice presso il Tribunale di Trapani, fu dal 1978 Presidente di Sezione dello stesso Tribunale, fin quando andò in pensione il primo maggio 1987. Un anno dopo, i Carabinieri di Trapani, alle 8.00 del mattino del 14 settembre 1988, a Locogrande (contrada nelle vicinanze di Trapani), ne rinvenivano il cadavere dietro l'autovettura di proprietà dell'ex-magistrato. Presentava un colpo di arma da fuoco alla testa e un altro all'addome.

  • Giuseppe Mascolo

    Baia Domizia (CE) // 20 settembre 1988 // 61 anni

    Giuseppe Mascolo, titolare di una nota farmacia a Cellole, un piccolo comune vicino a Sessa Aurunca, dove aveva ricoperto vari incarichi politici comunali, viene ammazzato il 20 settembre del 1988 a Baia Domizia, nei pressi della sua abitazione. Sul delitto si susseguono parecchie ipotesi mai confermate. Il caso inizialmente viene archiviato.

  • Antonino Saetta

    Palermo (PA) // 25 settembre 1988 // 65 anni

    Antonino Saetta era un magistrato esemplare per riservatezza, saggezza e umanità, dedito al compimento del proprio dovere fino all'estremo sacrificio. A 65 anni, Antonino Saetta, presidente di Corte d'appello a Palermo, avrebbe dovuto presiedere il nuovo maxi processo, in appello, contro la famiglia Greco e tutti gli altri di Cosa nostra. È stato ucciso il 25 settembre del 1988, poco dopo le 23.00 di sera, insieme al figlio Stefano di trentacinque anni, inabile. Il giudice Antonino Saetta era presidente di sezione della Corte d'appello di Palermo e si trovava a Canicattì per il battesimo del nipote. Non aveva mai accettato scorte. Nel 1985 aveva presieduto la corte durante il processo di secondo grado per l'assassinio del giudice Rocco Chinnici: la sentenza aveva confermato l'ergastolo per i boss Michele e Salvatore Greco, noti come il "Papa" e il "senatore".

  • Stefano Saetta

    Palermo (PA) // 25 settembre 1988 // 35 anni

    Stefano era il figlio trentacinquenne del magistrato Antonino Saetta, presidente di Corte d'appello a Palermo, che avrebbe dovuto presiedere il nuovo maxi processo. È stato ucciso il 25 settembre del 1988, poco dopo le 23.00 di sera, insieme al padre, quel giorno si trovavano a Canicattì per il battesimo. Il magistrato non aveva mai accettato scorte.

  • Mauro Rostagno

    Lenzi – Valderice (TP) // 26 settembre 1988 // 46 anni

    Mauro Rostagno, figlio di genitori piemontesi entrambi dipendenti Fiat, crebbe a Torino, in una casa popolare nella zona di corso Dante. Nel 1960, a 18 anni, si sposò con una ragazza poco più giovane di lui, dalla quale ebbe la prima figlia. Per tale motivo non riuscì subito a conseguire la ormai prossima maturità scientifica. Dopo pochi mesi lasciò la moglie e la figlia e si allontanò dall'Italia. Andò prima in Germania poi in Inghilterra, dove si adattò a svolgere i mestieri più umili. Tornato in Italia, si stabilì a Milano dove, presa la licenza liceale con il proposito di fare il giornalista, rimase coinvolto in un clamoroso gesto di protesta, rischiando di essere investito da un tram mentre sotto il consolato spagnolo si protestava per la morte di un ragazzo ucciso in Spagna dal regime franchista. A Trento si iscrisse alla neonata facoltà di Sociologia, divenendo ben presto uno dei leader di punta del movimento degli studenti attivi in città. Insieme ad altri studenti quali Marco Boato, Renato Curcio, Mara Cagol, Marianella Pirzio Biroli, dal 1966 animò il movimento degli studenti dell'Università di Trento che culminerà, nel 1968, con una pesante stagione di contestazioni. Nel 1969, Mauro Rostagno, marxista libertario, fu tra i fondatori del movimento Lotta Continua, insieme ad Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Giorgio Pietrostefani, Paolo Brogi ed Enrico Deaglio. Nel 1970 si laureò in sociologia con una tesi di gruppo su Rapporto tra partiti, sindacati e movimenti di massa in Germania, con una provocatoria discussione, nonostante la quale ricevette il massimo dei voti e la lode. Nel 1981 fondò vicino a Trapani la "comunità Saman", insieme a Francesco Cardella ed Elisabetta Chicca Roveri. All'inizio si trattò di una comune arancione, Centro di Meditazione di Osho, successivamente divenne comunità terapeutica che si occupava, tra l'altro, del recupero di persone tossicodipendenti. Dalla metà degli anni '80 lavorò come giornalista e conduttore anche per l'emittente televisiva locale Radio Tele Cine (RTC), dove in seguito si avvalse della collaborazione anche di alcuni ragazzi della Saman. Attraverso la TV denunciò le collusioni tra mafia e politica locale. Il 26 settembre 1988 pagò la sua passione sociale e il suo coraggio con la vita: venne infatti assassinato per mano mafiosa, in un agguato in contrada Lenzi, a poche centinaia di metri dalla sede della Saman, all'interno della sua auto. Aveva 46 anni.

  • Girolamo Marino

    Locri (RC) // 23 ottobre 1988 // 44 anni

    Girolamo Marino era un medico. Venne ucciso all'ingresso dell'ospedale di Locri il 23 ottobre 1988. Appena 48 ore prima la sua équipe aveva operato una bimba di 4 anni, che morì. I primi sospetti per l'omicidio del primario caddero sul padre della bambina, Antonio Giampaolo, che era stato condannato per sequestro di persona e all'epoca era latitante. Per la morte della bimba vennero indagati due medici e quattro infermieri.

  • Carmelo Zaccarello

    Siracusa (SR) // 10 novembre 1988 // 23 anni

    Carmelo Zaccarello viene ucciso a 23 anni a Siracusa, il 10 novembre del 1988. Carmelo muore perché figlio del proprietario del bar dell'isola di Ortigia in cui un commando, formato da due giovanissimi killers, entra e spara sulla folla per colpire probabilmente Pasquale Bottaro, 29 anni, pregiudicato. Due i morti e quattro i feriti, tra questi una ragazza di 19 anni.

  • Giuseppe Montalbano

    Camporeale (PA) // 18 novembre 1988 // 63 anni

    Giuseppe Montalbano era nato a Contessa Entellina l'8 gennaio del 1925. Lavorava a Camporeale ed era un medico. Fu ucciso il 18 novembre 1988 in prossimità della sua casa di campagna, in contrada Macellarotto-Vallefondo.

  • Michele Virga

    Palermo (PA) // 22 novembre 1988 // 52 anni

    Michele Virga venne ucciso a Palermo il 22 novembre 1988 da un proiettile diretto a Don Giovannino Amato (patriarca di Misilmeri), di cui era autista.

  • Gianfranco Trezzi

    Vigevano (PV) // 10 dicembre 1988 //

    Gianfranco Trezzi gestiva una piccola azienda specializzata in tubi e materiali siderurgici nel milanese. La mattina del 19 settembre 1988, come ogni giorno, l'imprenditore era uscito alle 7 del mattino per andare nei suoi uffici di Vimodrone. Furono i suoi operai a dare l'allarme, perché a mezzogiorno non era ancora arrivato sul posto di lavoro. Subito fu ritrovata l'auto e ci si rese conto della drammaticità della situazione, soprattutto perché l'azienda versava in cattive acque finanziarie. Il 10 dicembre venne ritrovato il cadavere di Trezzi nel giardino della villa vicino Vigevano dove era stato tenuto prigioniero e ucciso subito dopo la richiesta di riscatto. Fu ritrovato in un sacco della spazzatura, il corpo decomposto in oltre 70 pezzi.

  • Luigi Ranieri

    Palermo (PA) // 15 dicembre 1988 // 60 anni

    15 Dicembre 1988, Palermo: viene assassinato Luigi Ranieri, imprenditore edile di 60 anni titolare dell'impresa Sageco. Per il delitto è stato condannato all'ergastolo Totò Riina. Ranieri fu ucciso in un agguato davanti alla sua villa perché, hanno ricostruito i magistrati, "non voleva assoggettarsi al sistema degli appalti" controllato da Cosa Nostra. La resistenza di Ranieri alle pressioni mafiose è stata confermata da vari pentiti tra cui Salvatore Cancemi, Giovanni Battista Ferrante, Leonardo Messina e Balduccio Di Maggio. Cancemi ha riferito che Riina, contrariato per le scelte dell'imprenditore, sbottò: "Dobbiamo rompergli le corna".

  • Donato Cappetta

  • Marcella Tassone

    Laureana di Borello (RC) // 10 anni

    Era una bambina uccisa a soli 10 anni a Laureana di Borrello in una faida di 'ndrangheta, mentre si trovava in auto con il fratello, vero obiettivo dei killer.

  • Francesco Crisopulli

    Bova Marina (RC) // 9 gennaio 1989 // 50 anni

    Francesco Crisopulli lavorava come manovale. Venne ucciso all'età di 50 anni dalla 'ndrangheta il 9 gennaio 1989 a Bova Marina. Al momento dell'agguato era in auto con accanto il figlioletto Carmelo, di appena 3 anni. Lo hanno freddato con quattro colpi di fucile e tre di pistola mentre stava parcheggiando la sua Renault 5 a due passi da casa.

  • Colin Winchester

    Canberra (es) // 10 gennaio 1989 // 55 anni

    Colin Winchester vicecapo della Polizia Federale in Australia, stava indagando su alcuni terreni acquistati dalle famiglie della Locride. Terreni acquistati con i soldi provenienti da alcuni rapimenti in Lombardia, nei quali erano rimasti implicati esponenti dei Perre, dei Sergi, dei Papalia, dei Barbaro, tutti originari di Platì, la cittadina calabrese che deteneva "il record assoluto dell'emigrazione italiana in Australia". Fu assassinato a Canberra il 10 gennaio 1989 con due colpi di revolver alla testa.

  • Giuseppe Caruso

    Taurianova (RC) // 29 gennaio 1989 // 63 anni

    Giuseppe Caruso era un bracciante agricolo di 63 anni. Venne assassinato dalla 'ndrangheta a Taurianova nel pomeriggio del 29 gennaio 1989. Il pomeriggio del 29 gennaio il bracciante sessantatreenne Giuseppe Caruso è in compagnia con uno dei suoi figli. Gli sparano. Secondo gli inquirenti, si trattò di uno scambio di persone.

  • Francesco Pepi

    Niscemi (CL) // 14 febbraio 1989 //

    Francesco Pepi era un imprenditore siciliano. Venne freddato a Niscemi il 14 febbraio del 1989 con sette colpi sparati da un motorino. Pepi aveva comprato terre e messo su una fabbrica, la Paic Sud. Era socio di certi Pisoni di Caravaggio e Fumagalli del bergamasco e inoltre aveva contatti con i mercati generali di Roma, vendeva a grossi marchi come Ortobuono. La Arimpex di Pescara gli aveva comissionato un Tir di carciofi arrostiti alla settimana. Franco fu ucciso perché si era rifiutato di pagare il pizzo e aveva convinto altri commercianti a fare lo stesso. La verità sul suo omicidio è emersa dopo 25 anni grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori e ha portato all'arresto di dodice persone.

  • Andrea Cortellezzi

    Tradate (VA) // 17 febbraio 1989 // 21 anni

    Andrea Cortellezzi ha 22 anni ed è figlio di un piccolo industriale del varesotto. Sono gli anni dei sequestri, dei riscatti e dell'ascesa sul campo di diverse organizzazioni criminali che si arricchiscono. Andrea scompare il 17 febbraio del 1989. Fu rapito da una banda poco organizzata emiliana e poi l'ostaggio rivenduto all'Anonima sequestri e spostato sicuramente nella roccaforte calabrese, l'Aspromonte. L'ultimo contatto la sua famiglia lo ebbe il 5 agosto 1989, quando si vide recapitato un orecchio mozzato: la spedizione del plico era partita da Locri. Poi più nulla. Il suo corpo non fu mai ritrovato.

  • Pietro Polara

    Gela (CL) // 27 febbraio 1989 // 46 anni

    Nacque a Gela in provincia di Caltanissetta. Era un commerciante di Macchine Agricole. Nel 1985 venne dichiarato cavaliere del Lavoro dalla Bertolini per il lavoro svolto brillantemente in 20 anni di attività. Interessato alla politica, si candidò per ben due volte con il Partito Democratico Cristiano nel 1988. Venne ucciso nel quartiere residenziale di Macchitella a Gela il 27 febbraio del 1989, in seguito a una sparatoria legata a una vendetta trasversale.

  • Nicola D'Antrassi

    Scordia (CZ) // 11 marzo 1989 // 63 anni

    Era un imprenditore, un uomo stimato dall'intera città di Scordia (CT), impegnato nella lavorazione e il commercio della frutta. D'Antrassi venne ucciso l'11 marzo 1989 all'uscita dell'azienda in cui lavorava, dopo aver ricevuto una telefonata da qualcuno che lo invitava a prendere un caffè al bar "La Bussola", all'ingresso del Paese, a meno di un chilometro di distanza. Appena sceso dalla macchina, in prossimità del bar, di fronte a un rifornimento di benzina di proprietà di un commerciante di Scordia, un uomo gli si avvicinò alle spalle esplodendo un colpo di pistola e colpendolo alla testa.

  • Antonio D'Onufrio

    Palermo (PA) // 16 marzo 1989 // 39 anni

    Un'esecuzione esemplare quella del barone D'Onufrio, affinché la sua morte fosse di esempio nei confronti di chi parlava troppo. Infatti, il barone collaborava con la criminalpol di Palermo e forniva agli investigatori informazioni su molti latitanti che si nascondevano a Ciaculli. Aveva solo 39 anni quando morì.

  • Vincenzo Grasso

    Locri (RC) // 20 marzo 1989 //

    Era un commerciante che aveva costruito la sua attività diventando titolare di una concessionaria di auto partendo dal niente e affidandosi alla sua forte volontà e alla sua determinazione. Fu oggetto come molti altri imprenditori di Locri delle attenzioni della criminalità organizzata, che era solita estorcere denaro ai commercianti. Cecè si rifiutò e denunciò fin dalle prime richieste ricevute nel 1982. Richieste di mazzette, telefonate minatorie, una lunga lista di minacce e di relative denunce, dal 1982 al 1989. Poi l'agguato, il 20 marzo 1989. Era quasi l'ora di cena quando due killer entrarono in azione sparandogli davanti alla saracinesca della sua officina.

  • Salvatore Incardona

    Vittoria (RG) // 9 giugno 1989 //

    Salvatore Incardona era dirigente della cooperativa Agriduemila. Venne ucciso dalla mafia il 9 giugno 1989 a Vittoria perché si era rifiutato di pagare il pizzo e aveva sollecitato i colleghi della struttura pubblica a reagire alla mafia.

  • Nicolina Biscozzi

    Brindisi (BR) // 22 giugno 1989 // 33 anni

    Nicolina è una vittima innocente della faida all'interno della Sacra Corona Unita, dovuta alla rottura tra il capoclan Giuseppe Rogoli e il suo ex braccio destro Antonio Antonica. Nicolina ha 33 anni ed è la compagna di Vincenzo Carone, 37 anni, uomo considerato vicino ai clan. È il 22 giugno e i due sono in auto insieme, quando un gruppo di malviventi li affianca e spara. La giovane donna muore dopo un mese di agonia in ospedale.

  • Calogero Loria

    Camporeale (PA) // 11 luglio 1989 // 26 anni

    Calogero Loria, 26 anni, stava aiutando suo cugino Filippo a caricare di legname un autocarro in contrada Serpi nelle campagne di Camporeale, un paese a 50 chilometri da Palermo. Con lui si trovava anche il 17enne Paolo Vinci. Poco prima delle 21.00, un commando di killer arrivò al podere dei cugini Loria per uccidere Filippo. Calogero e Paolo furono trucidati mentre Filippo riuscì a fuggire.

  • Paolo Vinci

    Camporeale (PA) // 11 luglio 1989 // 17 anni

    Paolo Vinci era un ragazzo di 17 anni. L'11 luglio 1989 stava aiutando Calogero Loria, di 26 anni, e il cugino Filippo a caricare di legname un autocarro in contrada Serpi nelle campagne di Camporeale, un paese a 50 chilometri da Palermo. Poco prima delle 21.00, un commando di killer arrivò al podere dei cugini Loria per uccidere Filippo. Calogero e Paolo furono trucidati mentre Filippo riuscì a fuggire.

  • Antonino Agostino

    Villa Grazia di Carini (PA) // 5 agosto 1989 // 28 anni

    Antonino Agostino era un agente di polizia in servizio presso la questura di Palermo. Venne ucciso il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini (Pa) insieme alla moglie, Ida Castelluccio, incinta di appena un mese. Le circostanze legate al duplice omicidio sono ancora ignote, ma negli ultimi anni sono state ricollegate all'attività di intelligence svolta da Agostino al servizio dello Stato contro Cosa nostra. Sul fascicolo relativo alle indagini sul suo assassinio è stato apposto il Segreto di Stato. Alcune circostanze legano il lavoro di Agostino con quello di un altro agente della polizia ucciso poco dopo, Emanuele Piazza.

  • Ida Castelluccio

    Villa Grazia di Carini (PA) // 5 agosto 1989 // 19 anni

    Antonino Agostino era un agente di polizia in servizio presso la questura di Palermo. Venne ucciso il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini (Pa) insieme alla moglie, Ida Castelluccio, incinta di appena un mese. Le circostanze legate al duplice omicidio sono ancora ignote, ma negli ultimi anni sono state ricollegate all'attività di intelligence svolta da Agostino al servizio dello Stato contro Cosa nostra. Sul fascicolo relativo alle indagini sul suo assassinio è stato apposto il Segreto di Stato. Alcune circostanze legano il lavoro di Agostino con quello di un altro agente della polizia ucciso poco dopo, Emanuele Piazza.

  • Francesco Longo

    Cittanova (RC) // 11 agosto 1989 // 38 anni

  • Carmela Pannone

    Afragola (NA) // 24 agosto 1989 // 5 anni

    Carmela Pannone era una bambina di 5 anni. Venne ammazzata ad Afragola, in provincia di Napoli, il 24 agosto 1989 assieme allo zio Giuseppe Pannone, 32 anni, vittima designata dell'agguato, in una sparatoria avvenuta davanti a un supermercato.

  • Jerry Essan Masslo

    Villa Literno (CE) // 25 agosto 1989 // 30 anni

    Jerry Essan Masslo, fuggito dall'apartheid, arriva in Italia come nella terra promessa. Discriminazione, terrore, sangue avevano scandito la sua vita fino ad allora. Il padre e la figlia erano stati uccisi in Sudafrica nel corso di una manifestazione per i diritti dei neri. Per il viaggio in Italia deve vendere un bracciale e un orologio, gli unici ricordi rimasti del padre. Quando, il 21 marzo del 1988 atterra a Fiumicino, presenta la domanda di asilo politico, vedendosela subito rifiutata. Masslo sceglie comunque di rimanere in Italia, pur senza lo status di rifugiato. Vuole lavorare a tutti i costi, fa il muratore, scarica le merci al mercato della frutta e invia ciò che guadagna alla famiglia che continua a vivere nel borgo, tristemente noto, di Soweto, alla periferia di Johannesburg. Nell'estate del 1989 decide di spostarsi a Villa Literno, nel casertano, dove era possibile trovare un lavoro stagionale per la raccolta dei pomodori. Parte senza indugio. Le condizioni dei braccianti stagionali sono pietose. E le popolazioni locali non sopportano la presenza di quelli stranieri e a Villa Literno la tensione sale. La notte del 25 agosto, sei criminali a volto coperto fanno irruzione nella struttura fatiscente di via delle Gallinelle, dove Masslo, assieme ad altri 30 compagni, passa la notte. I balordi chiedono a "tutti i negri" di consegnare i pochi soldi loro concessi dai caporali. Si rifiutano. Nelle colluttazioni che seguono, uno dei rapinatori esplode tre colpi di pistola che colpiscono mortalmente Masslo. La Cgil chiede per Jerry Masslo funerali di Stato, che si svolgono il 28 agosto, alla presenza del Vicepresidente del Consiglio.

  • Giacomo Catalano

    Cittanova (RC) // 4 settembre 1989 // 47 anni

    Giacomo Catalano viveva a Cittanova (RC) e lavorava come operaio in una serra fluoricola. Giacomo era sposato e aveva quattro figli. Il 4 settembre 1989, uscì di casa per recarsi a lavoro nella serra alle ore 5 e mezza del mattino, come ogni giorno. Nel pomeriggio, mentre si dedicava alla pulizia della campagna, viene ucciso da ignoti.

  • Giovanbattista Tedesco

    Taranto (TA) // 2 ottobre 1989 // 40 anni

    Giovanbattista Tedesco era capo della vigilanza all'Italsider di Taranto. Venne ucciso il 2 ottobre del 1989 dai killer della Sacra Corona Unita perché non aveva accettato di chiudere un occhio sui traffici illeciti che si svolgevano all'interno delle acciaierie. In quegli anni la Sacra Corona Unita era molto attiva e aveva allargato i propri affari anche all'impianto siderurgico.

  • Claudio Volpicelli

    Vittoria (RG) // 6 ottobre 1989 //

    Verso le 19.20 del 6 ottobre 1989, alcuni ignoti fecero irruzione nel deposito di plastica della ditta Donzelli, a Vittoria (RG) e uccisero l'agronomo Claudio Volpicelli, in quel momento seduto al posto solitamente occupato da Giovanni Donzelli. Quei colpi di pistola sparati dai killer non erano per Claudio, da tutti ritenuta persona onesta. La sua colpa è stata quella di essere seduto per un giorno al posto di Donzelli, titolare dell'azienda omonima, sospettato di far parte degli ambienti criminali locali e che nell'ultimo periodo aveva subito minacce da imprenditori concorrenti.

  • Pasquale Primerano

    Serra San Bruno (VV) // 11 ottobre 1989 // 18 anni

    Pasquale Primerano ucciso per errore l'11 ottobre 1989 a Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia.

  • Domenico Calviello

    Statte (TA) // 20 ottobre 1989 // 14 anni

    Domenico Calviello era un ragazzo di 14 anni. Fu ucciso a Statte, in provincia di Taranto, il 10 gennaio 1989. Alla base dell'omicidio, un errore di persona oppure una vendetta trasversale legata alla guerra di mala tra clan rivali nel tarantino. Il ragazzo fu assassinato con due fucilate esplose da distanza ravvicinata, con un' arma caricata probabilmente a pallettoni. I killer probabilmente erano in due, nascosti dietro un muretto, a pochi metri di distanza dal punto dove si trovava un fratello della vittima, Antonio Calviello, 24 anni, che gli investigatori non escludono fosse il vero obiettivo.

  • Giuseppe Tizian

    Locri (RC) // 23 ottobre 1989 // 36 anni

    Giuseppe Tizian aveva 36 anni ed era funzionario del Monte dei Paschi di Siena di Locri. Venne assassinato nella serata del 23 ottobre del 1989 a Locri. Stava tornando a casa, a Bovalino, a bordo di una Fiat Panda, lungo la statale 106. All'altezza dell'area archeologica e del museo della Magna Grecia di Locri l'agguato a colpi di lupara. Nonostante si sia subito profilata la pista legata all'attività bancaria, nel fascicolo Tizian sono parecchi i buchi neri, aspetti non chiariti e non scandagliati. Un caso che rimane ancora irrisolto.

  • Pasquale Miele

    Grumo Nevano (NA) // 6 novembre 1989 // 28 anni

    Pasquale era un giovane imprenditore emergente di appena 28 anni: insieme al padre Tammaro e ad altri due fratelli, conduceva un piccolo laboratorio di abbigliamento, sistemato proprio accanto alla sua abitazione. Il 6 novembre del 1989 sembrava essere un sera come tante altre, ma il temporale che si abbatté sul piccolo paesino di Grumo Nevano in quelle ore pareva preannunciare ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Pasquale si trovava  nella sua casa, insieme alla sua famiglia. Sentendo alcuni rumori si avvicinò alla finestra, aprendo leggermente le imposte e rimanendo fermo dietro al davanzale, ma proprio in quel momento i killer aprirono il fuoco ad altezza d'uomo colpendolo in pieno petto. Tra il rumore dei tuoni e della pioggia fitta, si confuse il terribile colpo che provocò la sua tragica morte. Le indagini furono subito puntate sul mondo del racket e per gli inquirenti ci furono pochi dubbi: l'esecuzione era stata compiuta da una banda che aveva l'ordine di intimidire la famiglia Miele.

  • Annamaria Cambria

    Milazzo (ME) // 8 novembre 1989 // 16 anni

    Annamaria Cambria frequentava l'istituto commerciale Leonardo da Vinci a Milazzo, doveva viveva. Aveva 16 anni. La sera dell'8 novembre del 1989 si era recata in una gelateria nel centro del paese per comprare dei dolci per il suo fidanzato. Annamaria da pochi giorni si era fidanzata ufficialmente. Si trovò nella traiettoria dei proiettili diretti a Francesco Alioto, un pregiudicato di 29 anni, appartenente al clan Sottile-Geraci che da anni gestiva lo spaccio di droga nella città di Milazzo. I proiettili a lui diretti, colpirono a morte Annamaria nello stesso istante in cui stava uscendo dalla gelateria con il pacchetto di dolci.

  • Salvatore Benaglia

    Napoli (NA) // 11 novembre 1989 // 53 anni

    Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera furono uccisi a Ponticelli, quartiere di Napoli, l'11 novembre del 1989 in quella che è passata alla storia come la Strage del bar Sayonara, durante lo scontro tra gli «alleati» clan Sarno e Aprea e quello degli Andreotti, per il controllo degli affari illeciti sul territorio. In quell'occasione, furono uccise sei persone, quattro delle quali (appunto Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera) risultate del tutto estranee alla camorra.

  • Gaetano De Cicco

    Napoli (NA) // 11 novembre 1989 // 38 anni

    Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera furono uccisi a Ponticelli, quartiere di Napoli, l'11 novembre del 1989 in quella che è passata alla storia come la Strage del bar Sayonara, durante lo scontro tra gli «alleati» clan Sarno e Aprea e quello degli Andreotti, per il controllo degli affari illeciti sul territorio. In quell'occasione, furono uccise sei persone, quattro delle quali (appunto Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera) risultate del tutto estranee alla camorra.

  • Gaetano Di Nocera

    Napoli (NA) // 11 novembre 1989 // 56 anni

    Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera furono uccisi a Ponticelli, quartiere di Napoli, l'11 novembre del 1989 in quella che è passata alla storia come la Strage del bar Sayonara, durante lo scontro tra gli «alleati» clan Sarno e Aprea e quello degli Andreotti, per il controllo degli affari illeciti sul territorio. In quell'occasione, furono uccise sei persone, quattro delle quali (appunto Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera) risultate del tutto estranee alla camorra.

  • Domenico Guarracino

    Napoli (NA) // 11 novembre 1989 // 45 anni

    Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera furono uccisi a Ponticelli, quartiere di Napoli, l'11 novembre del 1989 in quella che è passata alla storia come la Strage del bar Sayonara, durante lo scontro tra gli «alleati» clan Sarno e Aprea e quello degli Andreotti, per il controllo degli affari illeciti sul territorio. In quell'occasione, furono uccise sei persone, quattro delle quali (appunto Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera) risultate del tutto estranee alla camorra.

  • Michele Piromalli

    Cittanova (RC) // 23 novembre 1989 // 23 anni

    Michele Piromalli nacque a Cittanova (RC) il 29 maggio 1966. Era un ragazzo con una gran voglia di vivere, socievole e altruista, lavorava come operaio in una ditta edile del suo paese ed era voluto bene da tutti. Il 23 novembre 1989 andò a prendere all'uscita della scuola serale i suoi amici, ma mentre aspettava fuori dalla scuola venne colpito dai proiettili sparati durante uno scontro a fuoco.

  • Vincenzo Medici

    Bianco (RC) // 21 dicembre 1989 // 64 anni

    Vincenzo Medici coltivava fiori e piante e aveva costruito un'azienda che dava lavoro e speranza a tante persone, in una terra, la Calabria, in cui fare impresa senza scendere a compromessi è una scelta coraggiosa, a rischio della propria vita. La notte del 21 dicembre 1989, mentre si trovava tra le sue serre come ogni giorno a controllare che tutto fosse in ordine, fu aggredito e sequestrato. E' con il sequestro di Vincenzo, che lo Stato adotterà la linea dura contro i sequestratori. Il fratello di Vincenzo, Giulio, fu bloccato all'uscita di una banca di Roma e gli furono sequestrati i soldi per i rapitori, da quel momento più nessun contatto. Aveva più di 60 anni e di lui non si seppe più nulla. E lì a Bianco, in provincia di Reggio Calabria, le centinaia di serre della sua azienda, fiore all'occhiello della Calabria, sono rimaste abbandonate.

  • Pietro Giro

    Palma di Montechiaro (AG) // 28 dicembre 1989 // 38 anni

    Pietro Giro fu ucciso il 28 dicembre del 1989 a Palma di Montechiaro (AG). Era il titolare di una piccola autolinea, aveva 38 anni ed era cugino di uno dei ribelli di Palma. Nessun precedente e nessun legame accertato con le cosche. Fu assassinato con due colpi di pistola.

  • Cosimo Durante

    Brindisi (BR) //

  • Mario Greco

  • Angelo Raffaele Longo

    Mesagne (BR) //

  • Marco Tedeschi

  • Andrea Bonforte

    Catona – Reggio Calabria (RC) // 2 gennaio 1990 // 15 anni

    Morire a quindici anni, in guerra. Quella della 'ndrangheta. Andrea Bonforte è stato ucciso il 2 gennaio 1990 durante un agguato a Reggio Calabria. Era insieme al padre Giuseppe (50 anni) e al fratello Domenico (17 anni) nel forno di famiglia, nella frazione marina di Catona. Al lavoro dall'alba, poi l'apertura del panificio e i colpi mortali. Hanno sparato in tre, appostati dietro un muretto. Un mitra, un fucile calibro 12 e una pistola calibro 7,65. Andrea resta a terra, muore sul colpo. Gli altri due sono feriti in modo grave - Giuseppe Bonforte morirà il successivo 23 gennaio, ricoverato agli Ospedali Riuniti del capoluogo dello Stretto. Poco più in là il fratello Giovanni, il vero obiettivo del commando, 22 anni, ma è già il killer della famigerata cosca Imerti, capeggiata da Nino Imerti detto "nano feroce". Aveva appena parcheggiato l'auto. Neanche un colpo l'ha sfiorato. Era lui che doveva morire, e per ucciderlo nessuno scrupolo.

  • Vincenzo Miceli

    Monreale (PA) // 23 gennaio 1990 //

    Vincenzo Miceli era un imprenditore. Venne ucciso a Monreale (Pa) il 23 gennaio del 1990 perché non aveva voluto cedere alle estorsioni.

  • Giovanni Trecroci

    Villa San Giovanni (RC) // 7 febbraio 1990 // 46 anni

    Giovanni Trecroci era appena arrivato davanti alla sua abitazione, una piccola frazione di Cannitello, la sera del 7 febbraio 1990 dopo una seduta del consiglio comunale. Qualcuno lo stava aspettando, fu trovato pochi minuti dopo dal cognato, aveva le chiavi dell'auto ancora tra le dita. Era un insegnante che aveva assecondato la sua passione per la politica ricoprendo il ruolo di vice - sindaco e assessore ai Lavori pubblici della città di Villa San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria. Non voleva essere un eroe, in tutta la sua vita ha dimostrato di voler essere una persona normale, uno come tutti: un marito, un padre, uno scout, un insegnante. Fu ucciso per interessi legati all'assegnazione degli appalti.

  • Saverio Purita

    Curinga (CZ) // 23 febbraio 1990 // 11 anni

    Venne rapito il 23 febbraio 1990 a Curinga, nel catanzarese. Aveva 11 anni. Ritrovato il 27 dello stesso mese, morto soffocato e bruciato. Il corpo è rinvenuto in una pineta nella zona Mezzapraia di Curinga, tra Vibo e Lamezia. La testa è immersa nella sabbia e il corpo semicarbonizzato. Suo padre, Nicola Purita, era partito da Vibo alla volta di Milano, dove era diventato un imprenditore edile, prima di venire coinvolto in diverse inchieste di mafia. Al suo rientro a Vibo, nell'ottobre '82, era stato ucciso con un colpo di pistola alla testa, poi dato alle fiamme insieme a una Mercedes abbandonata nella zona di Francisca.

  • Emanuele Piazza

    Palermo (PA) // 16 marzo 1990 // 30 anni

    Entrò nelle forze dell'ordine come agente della Polizia di Stato. Successivamente, si dimise per trasferirsi nella sua città natale, operando poi come agente dei servizi (SISDE) e "cacciatore di latitanti". Durante il suo ultimo incarico lavorò anche come autista e guardia del corpo per alcuni politici. Emanuele Piazza scomparve dalla sua abitazione di Sferracavallo, a Palermo, il 16 marzo 1990. Anni dopo, la ricostruzione dei fatti avvenne grazie alle rivelazioni di due collaboratori di giustizia, tra cui il suo stesso assassino, Francesco Onorato: quel 16 marzo Emanuele venne attirato fuori dalla sua abitazione da Onorato, ex pugile e suo vecchio compagno di palestra, con la scusa di cambiare un assegno in un magazzino di mobili di Capaci (a pochi minuti di distanza da Sferracavallo). Onorato condusse Piazza in uno scantinato, dove l'agente venne strangolato. In seguito il suo cadavere venne sciolto nell'acido in un casolare della campagna di Capaci.

  • Michele Arcangelo Tripodi

    Gioia Tauro (RC) // 18 marzo 1990 // 12 anni

    Venne rapito la sera del 18 marzo 1990 a Gioia Tauro, mentre stava facendo un giro con la sua bicicletta, per poi essere ucciso a colpi d'arma da fuoco e sotterrato. Aveva 12 anni. Otto mesi dopo, il padre del ragazzo, Rocco Tripodi, legato al clan dei La Malfa di Rosarno, venne ucciso a colpi di lupara.

  • Nicola Gioitta Iachino

    Niscemi (CL) // 21 marzo 1990 // 28 anni

    Nato il 14 maggio 1961 ad Alcara Li Fusi (provincia di Messina), trascorre la sua vita tra Siracusa e in seguito Niscemi, dove si stabilisce definitivamente. Qui nei primi mesi del 1990, apre una gioielleria in una delle vie principali del paese. L'attività diviene subito bersaglio delle cosche mafiose locali che non tardano a chiedere il pizzo al commerciante. Nicola si rifiuta di pagarlo più volte e allora i mafiosi iniziano a comminargli una serie di rapine. L'ennesima rapina avvenne il 21 marzo 1990: Nicola vi perse la vita a soli 28 anni, rimanendo ucciso per mano di due colpi di arma da fuoco. Uno di questi lo raggiunge dritto al cervello uccidendolo sul colpo. I suoi assassini poi lo sgozzarono per dare l'evidente segnale agli altri commercianti locali di pagare il pizzo.

  • Marcella Di Levrano

    Mesagne (BR) // 5 aprile 1990 // 26 anni

    Il corpo martoriato di Marcella Di Levrano fu ritrovato il 5 aprile del 1990 in un bosco fra Mesagne e Brindisi. Marcella, ragazza mesagnese, molto bella, avrebbe compiuto 26 anni il successivo 18 aprile. Madre di una bambina ancora in tenera età, la sua morte orribile, stando all'autopsia venne fatta risalire a una decina di giorni precedenti il ritrovamento del corpo straziato, con il volto sfigurato e reso del tutto irriconoscibile dai colpi infertile con un grosso masso trovato accanto. Marcella, dopo un trascorso di tossicodipendente, frequentazioni di ambienti malavitosi e con pregiudicati appartenenti alla criminalità organizzata brindisina e salentina, aveva deciso di abbandonare quel mondo, iniziando a collaborare con le forze dell'ordine e riferire alle stesse quel che sapeva della Scu. Marcella aveva l'abitudine di annotare tutto ciò che le accadeva in un'agendina alla quale, sin dai tempi della scuola, confidava tutti i suoi pensieri e gran parte di ciò che le capitava durante la giornata. Diventò un diario minuzioso che raccontava storie di droga, di criminalità organizzata, ma anche di ripulsa di quel mondo. Non le fu dato il tempo di venirne fuori perché non appena si ebbe il semplice sospetto, fu decisa immediatamente la sua eliminazione in modo così spietato, uno degli atti più truci della storia della Sacra corona unita.

  • Angelo Carbotti

    Taranto (TA) // 22 aprile 1990 // 25 anni

    Aveva 25 anni quando venne ammazzato a Taranto il 22 aprile de 1990 per errore. La sua colpa fu quella di aver soccorso la ventenne Sara Ricciardi e suo fratello Filippo e di averli trasportati in ospedale a seguito di un incidente stradale avvenuto alla periferia della città. Angelo non sapeva che i due fossero legati ad ambienti mafiosi. Fu assassinato a colpi di 7,65, mentre si rimetteva alla guida della sua auto da un uomo a volto scoperto che poi si diede alla fuga. Il vero obiettivo dell'agguato doveva essere Filippo Ricciardi, coinvolto nella faida tra due clan di Taranto.

  • Pasquale Feliciello

    Casalnuovo (NA) // 5 maggio 1990 // 50 anni

    Pasquale Feliciello nacque a Casalnuovo di Napoli il 7 Aprile 1930. Padre di 9 figli, era impiegato presso la ASL di Napoli. La sera del 5 maggio 1990, nel circolo abitualmente frequentava, si trovava anche il pregiudicato Gennaro Raimondi. Finito di giocare, Pasquale e altri, compreso Raimondi, uscirono sulla strada. Mentre Pasquale aspettava suo nipote che doveva riportarlo a casa, da una moto con due uomini a bordo vennero esplosi alcuni colpi d'arma da fuoco, destinati a Gennaro Raimondi. Uno però colpì al volto e al capo Pasquale: per lui non ci fu scampo. Aveva 50 anni.

  • Giovanni Bonsignore

    Palermo (PA) // 9 maggio 1990 // 59 anni

    Bonsignore fu dirigente superiore dell'assessorato regionale della cooperazione, del commercio e pesca della Regione Siciliana. Non si era mai voluto piegare a direttive che contrastavano con la legge e per questo era stato trasferito a un altro ramo dell'amministrazione. Da dirigente dell'assessorato alla Cooperazione aveva ostacolato la creazione del consorzio agroalimentare, un organismo costato miliardi di lire, recuperati da capitoli di bilancio che egli sosteneva fossero destinati ad altre spese. Aveva preparato una relazione molto dettagliata nella quale sosteneva che ,secondo le leggi regionali e statali in vigore, il finanziamento predisposto dalla Regione Siciliana di circa 38 miliardi era illegittimo. Fu assassinato il 9 maggio 1990 alle 8.30 a Palermo in Via Alessio Di Giovanni, appena uscito di casa dopo aver acquistato un quotidiano.

  • Nunzio Pandolfi

    Napoli (NA) // 18 maggio 1990 // 2 anni

    Venne ucciso il 18 maggio 1990, all'età di due anni, nel rione Sanità a Napoli, mentre era tra le braccia della zia, nella stessa stanza dove c'era il padre vero obiettivo dell'agguato.

  • Rosario Sciacca

    Partanna (TP) // 11 giugno 1990 //

    Rosario Sciacca venne ucciso l'11 giugno del 1990 a Partanna. Era in compagnia di Giuseppe Piazza, un camionista con numerosi precedenti penali, che era il vero obiettivo dei killer.

  • Domenico Catalano

    Reggio Calabria (RC) // 12 giugno 1990 // 16 anni

    Domenico Catalano venne ucciso a 16 anni in una sparatoria davanti a un bar nel quartiere Archi di Reggio Calabria. Nella sparatoria rimase ferito un altro adolescente, Natale Cozzucoli, di 15 anni. Domenico Catalano era figlio di un imprenditore edile da anni trasferitosi da Reggio Calabria a Roma. Da qualche settimana era a Reggio Calabria per le vacanze, ospite della nonna paterna. Al momento della sparatoria si trovava a bordo di un ciclomotore in compagnia di Natale Cozzucoli, figlio di una sorella di Catalano. Sul cadavere 17 colpi di pistola 7,65 parabellum. Era il 12 giugno del 1990.

  • Antonino Pontari

    San Lorenzo (RC) // 26 giugno 1990 // 42 anni

    42 anni, assessore socialista all'urbanistica al Comune di San Lorenzo (Rc), responsabile dell'ufficio tecnico dell'ospedale "Morelli" di Reggio Calabria, Antonino Pontari fu assassinato con quattro colpi calibro 9 alla testa. L'agguato avvenne il 26 giugno del 1990 lungo la superstrada ionica, nei pressi dell'aeroporto "Tito Minniti", dove Pontari, a bordo della sua Bmw, era fermo ad un semaforo. A sparare, un killer a bordo di una moto, guidata da un complice. Secondo il racconto di alcuni pentiti, l'omicidio di Pontari avvenne su mandato del boss di San Lorenzo Domenico Paviglianiti, che però fu assolto in appello. A sparare sarebbe stato Santo Maesano, in sella alla moto guidata da Enzo Di Bona. Il supporto logistico fu invece assicurato da Domenico Testa e Giovanni Riggio, quest'ultimo poi collaboratore di giustizia e tra gli accusatori di Paviglianiti. Il racconto dei pentiti sulla morte di Pontari coincideva con le dichiarazioni della sorella di questo, che aveva chiaramente indicato quale movente dell'omicidio la volontà di Paviglianiti di imporre sul territorio di San Lorenzo la supremazia della cosca e il controllo sugli appalti.

  • Giuseppe Sottile

    Milazzo (ME) // 1 luglio 1990 // 13 anni

    Morì a tredici anni la notte in cui a Milazzo un commando mafioso lo scambiò per il padre, Felice Sottile, che quella sera doveva morire per una storia di droga. Felice Sottile, è imputato nel maxi - processo Mare Nostrum e condannato nel 2004.

  • Arturo Caputo

    Strongoli (KR) // 4 luglio 1990 // 16 anni

    Arturo Caputo aveva 16 anni quando venne ucciso il 4 luglio 1990 a Strongoli (CZ) per errore. Resta ucciso in una sparatoria, mentre era in pizzeria con gli amici. Il killer comincia a sparare appena messo piede nel locale. Ha un grosso fucile a pompa. Sei colpi all'indirizzo del pregiudicato Salvatore Scalise. Si gettano tutti a terra, mentre l'uomo col fucile insegue la sua vittima fino all'ingresso del bagno e lì pone fine alla sua fuga. Poi scappa. Tre sedicenni rimangono a terra. Per uno di loro, Arturo Caputo, non c'è nulla da fare.

  • Giuseppe Marnalo

    Porto Empedocle (AG) // 4 luglio 1990 //

    Stefano Volpe e Giuseppe Marnalo sono due innocenti rimasti uccisi il 4 luglio del 1990 in quella che è passata alla storia come la Seconda strage di Porto Empedocle. I killer erano arrivati a Gela per vendicare la morte dei Grassonelli (assassinati nel settembre del 1986, nel corso della Prima strage). Stefano Volpe era il figlio del titolare dell'officina dove si consumò la strage. Era lì per aiutare il padre, mentre il resto della famiglia abitava al piano di sopra. Giuseppe Marnalo era un operio. Per la verità era legato a Sergio Vecchia (l'obiettivo dei killer) da un rapporto di parentela, essendone il cognato. Ma in quel posto era andato per fare compagnia all'altro cognato, Calogero Palumbo, rimasto ferito.

  • Stefano Volpe

    Porto Empedocle (TP) // 4 luglio 1990 //

    Stefano Volpe e Giuseppe Marnalo sono due innocenti rimasti uccisi il 4 luglio del 1990 in quella che è passata alla storia come la Seconda strage di Porto Empedocle. I killer erano arrivati a Gela per vendicare la morte dei Grassonelli (assassinati nel settembre del 1986, nel corso della Prima strage). Stefano Volpe era il figlio del titolare dell'officina dove si consumò la strage. Era lì per aiutare il padre, mentre il resto della famiglia abitava al piano di sopra. Giuseppe Marnalo era un operio. Per la verità era legato a Sergio Vecchia (l'obiettivo dei killer) da un rapporto di parentela, essendone il cognato. Ma in quel posto era andato per fare compagnia all'altro cognato, Calogero Palumbo, rimasto ferito.

  • Antonio Nugnes

    Mondragone (CE) // 11 luglio 1990 // 60 anni

    Antonio Nugnes viene brutalmente assassinato l'11 luglio del 1990. Era il vicesindaco di Mondragone, in provincia di Caserta. Il clan dei Chiuovi, cosca al tempo organica al cartello dei Casalesi, aveva intenzione di infiltrarsi nella gestione di una clinica appartenente al vicesindaco. Ma Nugnes non è disposto a cedere e per questo motivo diventa un ostacolo da eliminare.

  • Raffaella Scordo

    Ardore (RC) // 13 luglio 1990 // 39 anni

    Raffaella Scordo era una professoressa di 39 anni. Il 13 luglio del 1990 ad Ardore (RC) provarono a rapirla. Il sequestro non riuscì e la donna venne uccisa a colpi di martello dai suoi rapitori.

  • Giuseppe Tragna

    San Leone (AG) // 18 luglio 1990 // 49 anni

    Giuseppe Tragna, ex direttore dell'Agenzia 2 della Banca Popolare Sant'Angelo di Agrigento, sposato e padre di tre figli. Fu ucciso con due colpi di pistola il 18 luglio 1990 a 49 anni in un agguato mafioso. I killer entrarono in azione in via Gela a San Leone.

  • Calogero La Piana

    Mazzarino (CL) // 31 luglio 1990 // 23 anni

    Il corpo di Calogero La Piana, insieme a quello dei fratelli Luigi e Giuseppe Tambè di 24 e 21 anni, fu ritrovato carbonizzato all'interno di un bosco demaniale a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. Erano incensurati; sul loro conto neppure una contravvenzione. La loro uccisione va inquadrata nella sanguinosa faida che è scoppiata nel triangolo Gela-Mazzarino-Riesi tra le famiglie mafiose che si contendono il controllo dei subappalti per la costruzione di dighe e altre opere pubbliche per centinaia di miliardi.

  • Francesco Oliviero

    Ercolano (NA) // 6 agosto 1990 // 55 anni

    Francesco Oliviero venne ucciso a 55 anni per errore a Ercolano il 6 agosto 1990, mentre faceva due passi sotto casa. Oliviero fu raggiunto alla nuca da un proiettile esploso nel corso di una sparatoria tra i due clan avversi di Ercolano.

  • Tobia Andreozzi

    Trentola Ducenta (CE) // 30 agosto 1990 // 31 anni

    Tobia Andreozzi perde la vita in un agguato camorristico il 30 agosto 1990 a Trentola Ducenta (Caserta). Andreozzi, di professione ragioniere, si trova in compagnia di Francesco Di Chiara, suo datore di lavoro, vero obiettivo dei killer, quando giungono i sicari. Gli assassini sparano una raffica di colpi che raggiungono i due uomini uccidendoli: Di Chiara viene raggiunto da 15 colpi di pistola e non viene risparmiato Andreozzi, pur se estraneo ai fatti. Secondo quanto appreso, il duplice omicidio è maturato nell'ambiente del clan dei casalesi.

  • Elisabetta Gagliardi

    Palermiti (CZ) // 7 settembre 1990 // 9 anni

    Maria Marcella aveva 47 anni, venne uccisa insieme alla figlia Elisabetta Gagliardi di appena 9 anni il 7 settembre 1990 a Palermiti, in provincia di Catanzaro. Maria Marcella ed Elisa erano rispettivamente moglie e figlia di Mario Gagliardi, un pluripregiudicato per rapina che da qualche tempo aveva lasciato la piazza milanese ed era tornato in Calabria dove si occupava di movimento terra.

  • Maria Marcella

    Palermiti (CZ) // 7 settembre 1990 // 47 anni

    Maria Marcella aveva 47 anni, venne uccisa insieme alla figlia Elisabetta Gagliardi di appena 9 anni il 7 settembre 1990 a Palermiti, in provincia di Catanzaro. Maria Marcella ed Elisa erano rispettivamente moglie e figlia di Mario Gagliardi, un pluripregiudicato per rapina che da qualche tempo aveva lasciato la piazza milanese ed era tornato in Calabria dove si occupava di movimento terra.

  • Antonino Marino

    Bovalino Superiore (RC) // 9 settembre 1990 // 32 anni

    Antonino Marino era il Comandante della caserma di Platì. Fu ucciso ucciso durante una festa patronale a Bovalino Superiore, il 9 settembre 1990. Profondo conoscitore della criminalità organizzata della Locride, aveva svolto varie indagini sui traffici illeciti e sui sequestri di persona che in quegli anni rappresentavano una delle principali attività criminali della 'ndrangheta, contribuendo ad assicurare alla giustizia diversi boss. Marino da un po' di tempo era stato trasferito a San Ferdinando di Rosarno, in quanto aveva sposato una donna della Locride e il regolamento dell'Arma imponeva tale cambio di luogo. Era ritornato nella zona jonica calabrese per assistere ai festeggiamenti in onore dell'Immacolata. La sera dell'8 settembre si trovava con i suoi parenti e la sua famiglia quando dalla folla sbucò un uomo armato di pistola che fece fuoco uccidendolo, ferendo la moglie e anche il piccolo figlio Francesco. Fu trasportato all'ospedale di Locri, ma Nino morì poco dopo le 13 del 9 settembre.

  • Piero Carpita

    Bresso (MI) // 15 settembre 1990 // 46 anni

    La vittima designata dell'agguato è Francesco Coco Trovato. Nella stessa sparatoria viene ucciso il portinaio Pietro Carpita e Luigi Recalcati, un pensionato, che si trovava a passare in bicicletta in un tranquillo pomeriggio a Bresso, alle porte di Milano.

  • Andrea Esposito

    Casoria (NA) // 15 settembre 1990 // 12 anni

    La mattina del 15 settembre 1990 due killer fanno irruzione nel bar sito all'interno del mercato ortofrutticolo di Casoria, uccidendo barbaramente il piccolo Andrea Esposito (12 anni) e il barista Sergio Esposito (32 anni). Nel corso dell'agguato viene invece ferito gravemente il proprietario dell'esercizio commerciale, Antonio Franzese, con precedenti per estorsione e una probabile affiliazione al clan Moccia. Andrea Esposito lavora da qualche tempo in quel bar come garzone nell'attesa di tornare a scuola. Il ragazzo non percepisce alcuna paga ma solo delle mance in cambio dei caffè che porta in giro tra gli stand del mercato, dove lavorano come facchini anche due dei suoi otto fratelli, Giuseppe di 14 anni e Umberto di 13. Poco distante dal mercato vi è la bottega di suo padre, panettiere. Sergio Esposito lavora invece come barista nel locale di Franzese da quando ha perso il lavoro come operatore ecologico part-time per il Comune di Casoria per continuo assenteismo. I due killer sono entrati probabilmente a piedi nel mercato intorno alle 4.45 del mattino, per recarsi nel bar ancora chiuso al pubblico. All'interno del locale vi sono Franzese dietro la cassa, Sergio dietro al bancone e il piccolo Andrea intento a preparare un cappuccio. Tre proiettili feriscono all'addome Franzese, vero obiettivo dell'agguato, che cade al suolo sanguinante. Poi i killer uccidono i due testimoni scomodi: Andrea è il primo a cadere sotto il piombo degli assassini che gli sparano un colpo alla nuca. Poi rivolgono le armi contro Sergio che colpiscono alla testa, al collo e alla spalla. Franzese, ferito, si rialza e va verso la porta interna del bar che conduce alla casa della famiglia e cade tra le braccia della madre, accorsa al rumore degli spari.

  • Sergio Esposito

    Casoria (NA) // 15 settembre 1990 // 32 anni

    La mattina del 15 settembre 1990 due killer fanno irruzione nel bar sito all'interno del mercato ortofrutticolo di Casoria, uccidendo barbaramente il piccolo Andrea Esposito (12 anni) e il barista Sergio Esposito (32 anni). Nel corso dell'agguato viene invece ferito gravemente il proprietario dell'esercizio commerciale, Antonio Franzese, con precedenti per estorsione e una probabile affiliazione al clan Moccia. Andrea Esposito lavora da qualche tempo in quel bar come garzone nell'attesa di tornare a scuola. Il ragazzo non percepisce alcuna paga ma solo delle mance in cambio dei caffè che porta in giro tra gli stand del mercato, dove lavorano come facchini anche due dei suoi otto fratelli, Giuseppe di 14 anni e Umberto di 13. Poco distante dal mercato vi è la bottega di suo padre, panettiere. Sergio Esposito lavora invece come barista nel locale di Franzese da quando ha perso il lavoro come operatore ecologico part-time per il Comune di Casoria per continuo assenteismo. I due killer sono entrati probabilmente a piedi nel mercato intorno alle 4.45 del mattino, per recarsi nel bar ancora chiuso al pubblico. All'interno del locale vi sono Franzese dietro la cassa, Sergio dietro al bancone e il piccolo Andrea intento a preparare un cappuccio. Tre proiettili feriscono all'addome Franzese, vero obiettivo dell'agguato, che cade al suolo sanguinante. Poi i killer uccidono i due testimoni scomodi: Andrea è il primo a cadere sotto il piombo degli assassini che gli sparano un colpo alla nuca. Poi rivolgono le armi contro Sergio che colpiscono alla testa, al collo e alla spalla. Franzese, ferito, si rialza e va verso la porta interna del bar che conduce alla casa della famiglia e cade tra le braccia della madre, accorsa al rumore degli spari.

  • Luigi Recalcati

    Bresso (MI) // 15 settembre 1990 //

    La vittima designata dell'agguato è Francesco Coco Trovato. Nella stessa sparatoria viene ucciso il portinaio Pietro Carpita e Luigi Recalcati, un pensionato, che si trovava a passare in bicicletta in un tranquillo pomeriggio a Bresso, alle porte di Milano.

  • Rosario Livatino

    Agrigento (AG) // 21 settembre 1990 // 37 anni

    Rosario Livatino dal 1979 al 1989 lavorò come sostituto procuratore al Tribunale di Agrigento, dove si occupò delle più delicate indagini sulla mafia, sulla criminalità comune e su quella che negli anni '90 sarebbe stata conosciuta come la "Tangentopoli siciliana". Fu il primo magistrato, insieme ad altri colleghi, a interrogare un ministro dello Stato. Dall'agosto 1989 al settembre 1990 prestava servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere e della speciale sezione misure di prevenzione. Della sua attività professionale sono pieni gli archivi del Tribunale di Agrigento e degli altri uffici gerarchicamente superiori. Sono invece rari gli interventi pubblici, fatta eccezione per "Il ruolo del Giudice in una società che cambia" del 1984 e "Fede e diritto" del 1986, una sorta di testamento. Venne assassinato in un agguato il 21 settembre 1990 lungo la strada statale Agrigento-Caltanissetta, mentre si stava recando in Tribunale a bordo della sua auto e senza scorta.

  • Giuseppe Tallarita

    Gela (CL) // 28 settembre 1990 // 66 anni

    Giuseppe Tallarita lavorava all'Enichem di Gela e nel tempo libero si occupava di un terreno agricolo di sua proprietà. Un giorno di primavera, dopo aver terminato di lavorare, si recò nel proprio terreno e vide un gregge che vi pascolava abusivamente. Rimproverò il pastore, il quale, anziché scusarsi e allontanare le pecore, continuò nel pascolo abusivo anche negli anni seguenti. Giuseppe non sporse mai denuncia nei confronti del pastore. Dieci anni dopo, quel giovane pastore divenne uno dei killer più spietati della malavita organizzata e capo latitante degli stiddari del comprensorio di Gela. Il 28 settembre 1990 durante lo spostamento da un covo all'altro, il boss passò dalla strada che costeggiava la tenuta di Giuseppe, lo vide e diede ordine di ucciderlo.

  • Giuseppe Orlando

    Taranto (TA) // 27 ottobre 1990 // 33 anni

    Giuseppe Orlando, commerciante di 33 anni, gestiva una salumeria. Venne ucciso per sbaglio, davanti all'ingresso della sua bottega, in un agguato avvenuto la sera del 27 ottobre 1990 a Taranto nel quartiere Tamburi. A sparare, secondo i primi accertamenti, furono alcune persone a bordo di un'automobile. Gli inquirenti ritennero sin da subito che l'agguato fosse diretto nei confronti di altre due persone – rimaste anch'esse ferite – che in quel momento stavano passando a piedi davanti alla salumeria.

  • Alessandro Rovetta

    Catania (CT) // 31 ottobre 1990 // 33 anni

    Imprenditore, amministratore delegato della Megara, un'azienda catanese. Rovetta venne ucciso il 31 ottobre del 1990 insieme a Francesco Vecchio, capo del personale della stessa azienda. I due vennero raggiunti dai sicari a bordo dell'auto dell'imprenditore bresciano. Un delitto che rimane ancora senza colpevoli. Le ipotesi avanzate allora fecero riferimento a una storia di subappalti della fabbrica. Un affare sul quale aveva puntato gli occhi la mafia.

  • Francesco Vecchio

    Catania (CT) // 31 ottobre 1990 // 52 anni

    Capo del personale dell'azienda Megara di Catania. Sul finire degli anni '80, l'Acciaieria aveva avviato un processo di ammodernamento tecnologico e successivamente era ricorsa alle prestazioni di alcune società esterne, che utilizzavano proprio personale. Vecchio si occupò dei controlli sui lavoratori e sulle attività aziendali, anche dell'indotto. Lo fece con rigore, attenzione e professionalità. Poco dopo iniziarono le minacce telefoniche e le intimidazioni. Il 31 ottobre 1990, all'età di 52 anni, Francesco Vecchio venne assassinato a Catania insieme all'amministratore delegato della Megara, Alessandro Rovetta, poco lontano dall'uscita dell'azienda, mentre a bordo della sua auto tornava a casa dopo una giornata di lavoro. Le indagini sul suo omicidio seguirono la pista del possibile interessamento della mafia al finanziamento regionale che la ditta aveva ricevuto per l'ammodernamento, circa 60 miliardi di lire, e al possibile controllo dell'azienda stessa.

  • Pietro Caruso

    Melilli (SR) // 21 novembre 1990 // 30 anni

    Pietro Caruso, originario di Augusta, 30 anni, fu ucciso nel pomeriggio del 21 novembre 1990 a Melilli (SR). Morì per errore, coinvolto in un agguato il cui vero obiettivo era Vincenzo Gibilisco (anch'egli ucciso). Stava viaggiando a bordo della sua motoretta, quando fu investito in pieno dall'auto senza controllo guidata da Gibilisco ormai privo di vita.

  • Luigi Volpe

    Riesi (CL) // 21 novembre 1990 // 32 anni

    Luigi vittima innocente di una feroce faida tra cosche rivali. Una serata di sangue a Riesi, un paese a 40 chilometri da Caltanissetta, quella del 21 novembre 1990. Le vittime designate dell'agguato, scattato poco dopo le 19.45 davanti al Bar della Gioventù, erano Filippo Marino, 39 anni, e Giuseppe Laurino, 41 anni. Due pregiudicati che facevano parte di uno dei clan che a Riesi sono in guerra per il controllo del territorio. I killer, tre o quattro a bordo di una Fiat Uno scura, hanno aperto il fuoco uccidendo Laurino. Marino ha tentato una disperata fuga durata solo pochi metri. I carabinieri, richiamati dagli spari, sono giunti proprio nel momento in cui stavano esplodendo il colpo di grazia. Dalla Uno partono subito i primi colpi e cade nella piazza un uomo di 32 anni, Luigi Volpe, vittima innocente della furia omicida.

  • Ferdinando Barbalace

    San Ferdinando (RC) // 26 novembre 1990 // 42 anni

    Ferdinando Barbalace era un commercialista e gestiva uno studio di consulenza finanziaria. La mattina del 26 novembre 1990 era andato a fare un sopralluogo da un suo cliente e al suo rientro, poco prima di pranzo, stava percorrendo la strada che collega Rosarno a Gioia Tauro, vicino San Ferdinando (RC). Si accorge di un auto ferma sulla carreggiata, proprio quella del suo cliente, e pensa subito a un incidente. Si ferma per prestare soccorso ma non si tratta di un incidente, l'uomo ferito è Rocco Tripodi, un pregiudicato al quale pochi mesi prima era stato rapito il figlio, vittima di lupara bianca, Michelangelo di 12 anni. Ferdinando ha avuto il solo torto di sopraggiungere con la sua automobile immediatamente dopo l'agguato a Tripodi e di fermarsi. Non ha avuto neanche il tempo di scappare. Solo di voltare le spalle ai killer, di abbozzare qualche passo. Poi tre scariche di lupara lo hanno freddato.

  • Roberto Ticli

    Varese (VA) // 1 dicembre 1990 // 24 anni

    Roberto Ticli era un giovane carabiniere di 24 anni, ferito mortalmente il primo dicembre del 1990 da un rapinatore che aveva appena fermato per un controllo. Un colpo di 357 Magnum al petto è stato fatale al militare. La sparatoria è avvenuta a Porto Ceresio, un paesino di tremila abitanti in provincia di Varese. Qui Roberto Ticli si era trasferito con la moglie e la figlia di un anno. L'omicida è un rapinatore svizzero. Il bandito, che era ricercato dalla polizia elvetica, è stato preso poco dopo: si era rifugiato su un treno pronto sui binari in partenza per Varese e Milano.

  • Giuseppe Sorrenti

  • Salvatore Vincenzo Surdo

  • Onofrio Addesi

    Sant'Onofrio (VV) // 6 gennaio 1991 // 38 anni

    Onofrio, 38 anni insieme a Francesco Augurusa, 45 anni, sono due vittime accidentali del cosiddetto Massacro della Befana, avvenuto a Sant'Onofrio (VV) il 6 gennaio 1991. Un commando composto da quattro sicari armati di mitra e pistole irruppe nella piazza principale del paese, affollata in quel momento di persone appena uscite dalla chiesa. In una pozza di sangue restano a terra due morti e nove feriti, tutti estranei allo scontro fra i clan. È un vero e proprio raid punitivo ordinato dalla cosca Petrolo-Matina contro alcuni familiari del clan Bonavota, erroneamente ritenuti presenti quel giorno in piazza.

  • Francesco Augurusa

    Sant'Onofrio (VV) // 6 gennaio 1991 // 44 anni

    Francesco 45 anni insieme a Onofrio Addesi, 38 anni, sono due vittime accidentali del cosiddetto Massacro della Befana, avvenuto a Sant'Onofrio (VV) il 6 gennaio 1991. Un commando composto da quattro sicari armati di mitra e pistole irruppe nella piazza principale del paese, affollata in quel momento di persone appena uscite dalla chiesa. In una pozza di sangue restano a terra due morti e nove feriti, tutti estranei allo scontro fra i clan. È un vero e proprio raid punitivo ordinato dalla cosca Petrolo-Matina contro alcuni familiari del clan Bonavota, erroneamente ritenuti presenti quel giorno in piazza.

  • Valentina Guarino

    Taranto (TA) // 9 gennaio 1991 //

    All'età di appena sei mesi, Valentina Guarino muore tra le braccia della madre seduta accanto al posto di guida di una Lancia Prisma. Al volante Cosimo Guarino. Il bersaglio dei sicari era lui: non un pregiudicato qualunque, ma il cognato di Gianfranco Modeo, un boss di primo livello. Il duplice omicidio è avvenuto poco dopo le ore venti del 9 gennaio 1991, al quartiere Tamburi, una delle zone di Taranto maggiormente calde. Guarino è stato affiancato dall'auto dei killer. Una sequela di colpi di pistola l'ha centrato in pieno, non risparmiando neanche la piccola Valentina. Illesa la donna.

  • Antonio Rampino

    Trepuzzi (LE) // 21 gennaio 1991 // 17 anni

    Antonio Rampino venne ucciso a 17 anni, era il 21 gennaio 1991. Stava giocando nel giardino di casa, a Trepuzzi, piccolo centro di diecimila abitanti in provincia di Lecce. Lo uccisero perché lo scambiarono per il padre, la vittima designata dalla Sacra Corona Unita.

  • Ignazio Aloisi

    Messina (ME) // 27 gennaio 1991 // 45 anni

    Ignazio Aloisi, messinese nato nel 1946, il 3 settembre del 1979, in servizio come guardia giurata, vede in faccia un rapinatore e ne fornisce un'accurata descrizione agli investigatori. Poi lo riconosce attraverso una foto segnaletica e conferma le sue accuse durante un confronto con il presunto colpevole. Si tratta di Pasquale Castorina, un giovane mafioso affiliato al clan Costa. Il 24 ottobre 1979, il giorno in cui verbalizza le sue accuse davanti al giudice istruttore, sono già arrivate le prime telefonate minacciose che gli intimano di rimangiarsi tutto. Si è fatta avanti anche la madre di Castorina per chiedergli esplicitamente di ritrattare. E man mano che si avvicina il processo, la tensione sale: il 7 novembre 1980, data prevista per la prima deposizione in tribunale di Aloisi, alle 6.30 del mattino un uomo a bordo di una vespa color verde esplode un colpo di pistola che lo manca di poco mentre sta rientrando a casa dopo una nottata di lavoro. Aloisi non riesce a vederlo ma sua moglie, dalla finestra della loro abitazione, scorge il presunto attentatore dileguarsi nella penombra.Aloisi va avanti nonostante tutto. Castorina viene condannato a 8 anni di carcere. E da buon mafioso giura che gliela farà pagare. Quando esce il clan Costa è ormai disgregato così si ricicla nel clan Sparacio, per il quale diventa capozona. Non agisce subito. Aspetta fino al 27 gennaio 1991. Alle 16.30, Aloisi sta tornando a casa in compagnia di sua figlia Donatella ormai quattordicenne e di alcuni amici. All'improvviso dal nulla sbuca un uomo, con il volto mascherato, tira fuori una pistola fa fuoco tre volte davanti alla figlia terrorizzata e ad altri testimoni: due proiettili colpiscono Aloisi al capo e uno al torace, uccidendolo sul colpo.

  • Silvana Foglietta

    Brindisi (BR) // 7 febbraio 1991 // 35 anni

    Silvana Foglietta è nata a Foggia il 6 gennaio del 1956. Dopo l'omicidio di suo marito, boss della SCU, inizia a raccontare ad alcuni magistrati ciò che sapeva: vuole a tutti i costi che gli assassini del suo compagno vengano individuati. Il 7 febbraio del 1991, Silvana esce dalla loro casa di Ostuni intorno alle 16.30 per andare ad aprire un negozio, attività che aveva avviato per mantenere i cinque figli. Come ogni giorno, prima di uscire avverte i suoi ragazzi che se non fosse tornata, avrebbero dovuto rivolgersi alle forze dell'ordine. Da quel momento di lei si perdono le tracce e il suo corpo non fu mai ritrovato.

  • Antonio Valenti

    Locri (RC) // 12 marzo 1991 // 31 anni

    Antonio Valenti lavorava come contabile presso la ditta "Gallo Bitumi". I proprietari dell'impresa da anni continuavano a subire e denunciare ingenti richieste estorsive nei loro confronti. La sera dell'11 marzo 1991 a Locri, Antonio fu ferito gravemente da colpi di arma da fuoco e morì il giorno dopo. Ucciso per ritorsione nei confronti dei suoi datori di lavoro, che non avevano voluto piegarsi alle richieste della 'ndrangheta.

  • Antonino Lodovico Bruno

    Belpasso (CT) // 13 marzo 1991 // 51 anni

    Antonino Bruno era direttore della Banca popolare di Belpasso ucciso il 13 marzo 1991, al termine di una spedizione punitiva voluta dalla cosca Pulvirenti. I due esecutori, incaricati del pestaggio, erano due tossicodipendenti che dovevano convincere il direttore a piegarsi alle richieste di denaro facile senza garanzie. Le cose sfuggirono di mano ai due uomini e Antonino Bruno morì durante il pestaggio. I due furono uccisi poco tempo dopo.

  • Angelica Pirtoli

    Lecce (LE) // 20 marzo 1991 // 2 anni

    Quello di Angelica Pirtoli, una bambina di poco più di 2 anni, è uno dei delitti più atroci e crudeli avvenuto in Italia. Sua mamma, Paola Rizzello aveva 27 anni. La bimba fu dapprima ferita e lasciata agonizzante sul cadavere della madre. Poi, dopo qualche ora, gli assassini infierirono sulla piccola, afferrandola per un piedino e sbattendola ripetutamente su un muretto. Il corpo di Angelica è stato ritrovato nel maggio del 1999, dopo otto anni dal suo assassinio, a pochi chilometri dal terreno in cui fu rinvenuta la madre strangolata. Il duplice omicidio si è scoperto essere legato alla criminalità organizzata e alla Sacra Corona Unita: fu ordinato dalla moglie del boss con il quale la mamma di Angelica aveva una relazione e compiuto da un sicario che in passato era stato l'amante della donna.

  • Giuseppe Piccolo

    Cercola (NA) // 27 marzo 1991 // 14 anni

    14 anni, Giuseppe Piccolo fu ucciso a Cercola (NA) per errore, il 27 marzo del 1991. Morì per un colpo di pistola al capo, esploso da un giovane che aveva litigato con altri ragazzi.

  • Salvatore D'Addario

    Napoli (NA) // 4 aprile 1991 // 31 anni

    Era un poliziotto. Aveva 31 anni quando fu ferito a Napoli, il 30 marzo del 1991, nel corso di un conflitto a fuoco tra due gruppi di malavitosi, che si fronteggiavano all'indomani della strage del Venerdì Santo. Un commando, appartenente alla frangia ribelle, uccise tre affiliati al clan Mariano e ne ferì cinque. Il giorno dopo, arrivò la risposta dei Picuozzi a Porta Nolana, dove i killer inviati dal boss Ciro Mariano, cercando di ammazzare tre scissionisti, spararono tra la folla. Il poliziotto, in servizio al Compartimento della Polizia Postale, stava passeggiando in via Cosma a Porta Nolana, libero dal servizio, in compagnia della moglie e dei suoi due bambini, quando si rese conto della grave situazione di pericolo venutasi a creare. Cercò di proteggere la sua famiglia all'interno di un negozio, poi intervenne nel tentativo di sventare l'agguato. Fu colpito da diversi colpi d'arma da fuoco. I criminali, a bordo di un furgone, nel corso della fuga, andarono anche oltre: schiacciarono il poliziotto contro un palo dell'illuminazione pubblica. Ricoverato d'urgenza all'ospedale Loreto Mare, D'Addario morì il 4 aprile a seguito delle gravi ferite riportate.

  • Cirino Catalano

    Lentini (SR) // 10 aprile 1991 // 23 anni

    Un ragazzo di 23 anni, ucciso a Lentini per errore in un bar. Era titolare di un negozio di abbigliamento.

  • Giuseppe Grimaldi

    Taurianova (RC) // 2 maggio 1991 //

  • Pasquale Cristiano

    Lamezia Terme (CZ) // 24 maggio 1991 // 28 anni

    Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano erano due netturbini di Sambiase. Vennero uccisi sul lavoro dalle cosche mafiose a Lamezia Terme il 24 maggio 1991. L'omicidio, del tutto casuale nell'identificare le vittime, fu un messaggio della malavita destinato a far capire che la spazzatura doveva essere un affare della 'ndrangheta.

  • Francesco Tramonte

    Lamezia Terme (CZ) // 24 maggio 1991 // 40 anni

    Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano erano due netturbini di Sambiase. Vennero uccisi sul lavoro dalle cosche mafiose a Lamezia Terme il 24 maggio 1991. L'omicidio, del tutto casuale nell'identificare le vittime, fu un messaggio della malavita destinato a far capire che la spazzatura doveva essere un affare della 'ndrangheta.

  • Vincenzo Leonardi

    Catania (CT) // 13 giugno 1991 // 30 anni

    Vincenzo Leonardi era presidente di una cooperativa (la "Trinacria", aderente alla Federmercati) che operava all'interno del mercato ortofrutticolo della città di Catania e, soprattutto, era un rappresentante sindacale. Fu ucciso il 13 giugno del 1991.

  • Gaspare Palmeri

    Corleone (PA) // 17 giugno 1991 // 61 anni

    Gaspare Palmeri (61 anni) e Stefano Siragusa (32 anni) entrambi operai della Forestale, furono assassinati insieme a Domenico Parisi, cognato di Lorenzo Greco, nella guerra tra i corleonesi di Totò Riina e il clan alcamese dei Greco.

  • Stefano Siragusa

    Corleone (PA) // 17 giugno 1991 //

    Gaspare Palmeri (61 anni) e Stefano Siragusa (32 anni) entrambi operai della Forestale, furono assassinati insieme a Domenico Parisi, cognato di Lorenzo Greco, nella guerra tra i corleonesi di Totò Riina e il clan alcamese dei Greco.

  • Giuseppe Sceusa

    Capaci (PA) // 19 giugno 1991 //

    Giuseppe e Salvatore Sceusa erano fratelli entrambi imprenditori. Sparirono il 19 giugno del 1991 a Capaci. Il primo dicembre del 1995 le indagini hanno fatto luce pure sulla sparizione degli imprenditori, puniti per non essersi piegati a fare affari con i boss.

  • Salvatore Sceusa

    Capaci (PA) // 19 giugno 1991 //

    Giuseppe e Salvatore Sceusa erano fratelli entrambi imprenditori. Sparirono il 19 giugno del 1991 a Capaci. Il primo dicembre del 1995 le indagini hanno fatto luce pure sulla sparizione degli imprenditori, puniti per non essersi piegati a fare affari con i boss.

  • Vincenzo Salvatori

    Agrigento (AG) // 27 giugno 1991 // 38 anni

    Vincenzo Salvatori era un metronotte. La mattina del 27 giugno del 1991 insieme a due colleghi era partito dalla Banca d'Italia di Agrigento con il furgone della ditta di trasporto valori per cui lavoravano. Gli agenti avevano preso in consegna i plichi con i soldi e avevano imboccato la strada per Favara per fare le consegne. Giunti nei pressi di contrada Petrusa, da una traversa sbucò fuori un autocarro, che si mise davanti al furgone blindato. Salvatori, che era alla guida del portavalori, tentò invano la fuga. La strada gli venne sbarrata da una Citroen Bx bianca. Dal camion scesero quattro malviventi col volto coperto, si avvicinarono al furgone e spararono in direzione di Salvatori che aveva il vetro del finestrino abbassato: il metronotte morì all'istante. Fu colpito anche Salemi che sedeva accanto a lui, ma miracolosamente fece da scudo al suo cuore il portafoglio che aveva messo nella tasca della giacca dove il proiettile si conficcò; un altro proiettile lo raggiunse ado un braccio lasciandolo ferito. Il terzo metronotte, che sedeva dietro, Carmelo Cinquemani, riuscì con la radio ricetrasmittente ad avvisare la centrale.

  • Antonio Carlo Cordopatri

    Reggio Calabria (RC) // 19 luglio 1991 //

    Antonio Carlo Cordopatri era un barone. Venne ucciso il 19 luglio 1991 davanti alla propria abitazione a Reggio Calabria. La sua morte fu decretata perché si era opposto alla pretesa della criminalità organizzata di utilizzare i 41 ettari di uliveto a Oppido Mamertina di sua proprietà.

  • Fabio De Pandi

    Napoli (NA) // 21 luglio 1991 // 11 anni

    Fabio De Pandi era un bambino di 11 anni e il 21 luglio del 1991 stava rincasando con la sorellina e i genitori, dopo una visita a una famiglia di amici nel rione Traiano a Napoli. Stava per salire in auto quando, a pochi metri, due clan camorristici rivali iniziarono a fare fuoco per il controllo degli affari illeciti nell'area del quartiere napoletano di Soccavo. Un proiettile raggiunse Fabio alla schiena e lo uccise.

  • Angelo Riccardo

    Casal di principe (CE) // 21 luglio 1991 // 21 anni

    Angelo Riccardo era un muratore. Venne ucciso a Casal di Principe il 21 luglio 1991 nella sua auto da un proiettile vagante mentre attraversava la strada che collega San Cipriano di Aversa a Casal di Principe. In quell'occasione furono ferite altre 5 persone.

  • Alberto Varone

    Sessa Aurunca (CE) // 24 luglio 1991 // 49 anni

    Alberto Varone era un imprenditore. Venne ucciso a Francolise (Ce) il 24 luglio 1991 dal clan dei Muzzoni di Sessa Aurunca. Si era rifiutato di cedere le sue attività commerciali su cui il capoclan Mario Esposito aveva messo gli occhi. Per questo fu punito.

  • Andrea Savoca

    Palermo (PA) // 26 luglio 1991 // 4 anni

    Andrea Savoca era un bambino di appena 4 anni. Fu ucciso il 26 luglio del 1991 a Palermo mentre si trovava con il padre Giuseppe Savoca, mafioso, dagli uomini del clan di Riina.

  • Domenico Randò

    Serrata (RC) // 6 agosto 1991 //

  • Antonio Scopelliti

    Piale – Villa San Giovanni (RC) // 9 agosto 1991 // 56 anni

    Entrato in magistratura a soli 24 anni, svolse la carriera di magistrato requirente, iniziando come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, poi presso la Procura della Repubblica di Milano. Procuratore generale presso la Corte d'Appello, quindi Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Seguì una eccezionale carriera, che lo portò a essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. Si occupò di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo. Rappresentò, infatti, la pubblica accusa nel primo Processo Moro, in quello per sequestro della Achille Lauro, della Strage di Piazza Fontana e della Strage del Rapido 904. Per quest'ultimo processo, che si concluse in Cassazione nel marzo del '91, il procuratore Scopelliti aveva chiesto la conferma degli ergastoli inferti al boss della mafia Pippo Calò e Guido Cercola, nonché l'annullamento delle assoluzioni di secondo grado per altri mafiosi. Il collegio giudicante della Prima sezione penale della Cassazione presieduto da Corrado Carnevale, rigettò la richiesta della pubblica accusa, assolvendo Calò e rinviando tutto a nuovo giudizio. Il 9 agosto 1991, il giudice, in vacanza in Calabria, sua terra d'origine, presso Piale, sulla strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro, fu affiancato da una vettura dalla quale vennero esplosi due colpi di arma da fuoco che raggiunsero il magistrato, finito poi con un colpo a bruciapelo di Walther P38. Aveva 56 anni quando fu ucciso e stava preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Si crede che per la sua esecuzione si siano mosse insieme la 'ndrangheta e Cosa Nostra.

  • Nicola Guerriero

    Torre Santa Susanna (BR) // 11 agosto 1991 //

    Salvatora Tieni e Nicola Guerriero furono uccisi a Torre Santa Susanna, in provincia di Brindisi, l'11 agosto del 1991. Nel corso di una faida per i possedimenti agricoli nel paese di Torre Santa Susanna, che avviene tra i Bruno e i Persano, il loro figlio Romolo (che era autista di Cosimo Persano) scompare, vittima di lupara bianca. Solo nel 1990, nel Comune di Torre Santa Susanna nove persone erano scomparse, vittime di lupara bianca. Salvatora e Nicola, suo marito, decidono di testimoniare contro i fratelli Bruno, ritenendoli responsabili della morte del figlio. Ma l'11 Agosto 1991 la coppia, che si stava recando a portare il cibo ai cani in un podere di contrada Monticelli, scompare nel nulla con il loro motoape. I due genitori cercavano la verità sulla scomparsa di loro figlio, Romolo Guerriero, fatto poi ritrovare dopo la loro scomparsa, grazie alle rivelazioni di un pentito, ucciso e sepolto proprio vicino al podere di contrada Monticelli. Con la morte dei genitori, Cosima, loro figlia, diventa testimone di giustizia, entrando nel programma di protezione testimoni ed è grazie a lei se sono stati condannati gli assassini dei suoi genitori.

  • Salvatora Tieni

    Torre Santa Susanna (BR) // 11 agosto 1991 //

    Salvatora Tieni e Nicola Guerriero furono uccisi a Torre Santa Susanna, in provincia di Brindisi, l'11 agosto del 1991. Nel corso di una faida per i possedimenti agricoli nel paese di Torre Santa Susanna, che avviene tra i Bruno e i Persano, il loro figlio Romolo (che era autista di Cosimo Persano) scompare, vittima di lupara bianca. Solo nel 1990, nel Comune di Torre Santa Susanna nove persone erano scomparse, vittime di lupara bianca. Salvatora e Nicola, suo marito, decidono di testimoniare contro i fratelli Bruno, ritenendoli responsabili della morte del figlio. Ma l'11 Agosto 1991 la coppia, che si stava recando a portare il cibo ai cani in un podere di contrada Monticelli, scompare nel nulla con il loro motoape. I due genitori cercavano la verità sulla scomparsa di loro figlio, Romolo Guerriero, fatto poi ritrovare dopo la loro scomparsa, grazie alle rivelazioni di un pentito, ucciso e sepolto proprio vicino al podere di contrada Monticelli. Con la morte dei genitori, Cosima, loro figlia, diventa testimone di giustizia, entrando nel programma di protezione testimoni ed è grazie a lei se sono stati condannati gli assassini dei suoi genitori.

  • Felice Dara

    Castellammare del Golfo (TP) // 18 agosto 1991 // 20 anni

    Felice Dara venne ucciso il 18 agosto del 1991 a Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, perché sospettato di essere in rapporti con Filippo Massimiliano Pirrone, quest'ultimo appartenente al gruppo degli stiddari. Aveva 20 anni.

  • Renato Lio

    Satriano (CZ) // 20 agosto 1991 // 34 anni

    Renato Lio era un carabiniere. Fu ucciso il 20 agosto del 1991 a Satriano, in provincia di Catanzaro, dagli occupanti di un'auto a cui si era avvicinato per una perquisizione insieme al suo collega Giuseppe Leone, che sopravvisse all'agguato.

  • Libero Grassi

    Palermo (PA) // 29 agosto 1991 // 67 anni

    Imprenditore palermitano, uno dei pochi che ebbero il coraggio di opporsi alla mafia. Ricevuta la richiesta di pizzo, denunciò i suoi estorsori, sia alle forze dell'ordine sia pubblicamente con una lettera al Giornale di Sicilia del 10 gennaio 1991. La decisione di combattere la mafia incontrò il consenso della sua famiglia, ma gli procurò anche l'isolamento dei suoi colleghi, incapaci di ribellarsi al giogo del pizzo. L'11 aprile 1991 fu invitato alla trasmissione televisiva "Samarcanda" per parlare della sua lotta solitaria, rendendo il caso noto a livello nazionale e divenendo simbolo di lotta alla mafia. Venne ucciso il 29 agosto 1991.

  • Demetrio Quattrone

    Palmi (RC) // 28 settembre 1991 // 42 anni

    Demetrio Quattrone aveva 42 anni ed era un ingegnere che lavorava per l'Ispettorato del Lavoro. Aveva svolto alcune perizie per conto della Procura di Palmi che indagava su reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro. Venne assassinato il 28 settembre 1991 a Palmi a colpi di lupara e di pistola, in una stradina buia della frazione Villa San Giuseppe, nella zona nord della città. Insieme a lui si trovava il medico Nicola Soverino. Nicola era un medico omeopata di 30 anni con studio a Reggio nel rione Sbarre. Gli investigatori della polizia e dei carabinieri non hanno dubbi: il giovane medico fu trucidato perché il commando della 'ndrangheta che uccise Demetrio Quattrone, vero obiettivo dei killer, non volle lasciare testimoni.

  • Nicola Soverino

    Palmi (RC) // 28 settembre 1991 // 30 anni

    Demetrio Quattrone aveva 42 anni ed era un ingegnere che lavorava per l'Ispettorato del Lavoro. Aveva svolto alcune perizie per conto della Procura di Palmi che indagava su reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro. Venne assassinato il 28 settembre 1991 a Palmi a colpi di lupara e di pistola, in una stradina buia della frazione Villa San Giuseppe, nella zona nord della città. Insieme a lui si trovava il medico Nicola Soverino. Nicola era un medico omeopata di 30 anni con studio a Reggio nel rione Sbarre. Gli investigatori della polizia e dei carabinieri non hanno dubbi: il giovane medico fu trucidato perché il commando della 'ndrangheta che uccise Demetrio Quattrone, vero obiettivo dei killer, non volle lasciare testimoni.

  • Serafino Ogliastro

    Palermo (PA) // 12 ottobre 1991 // 31 anni

    Agente della Polizia di Stato. Venne ucciso a Palermo il 12 ottobre del 1991 da Salvatore Grigoli con il metodo della lupara bianca. I mafiosi di Brancaccio sospettavano che Serafino Ogliastro nell'ambito del suo lavoro fosse venuto a conoscenza degli autori dell'omicidio di un mafioso, Filippo Quartararo.

  • Nunziante Scibelli

    Quindici (AV) // 31 ottobre 1991 // 26 anni

    Aveva 26 anni e faceva l'operaio a Taurano (AV). La sera del 30 ottobre 1991 Nunziante era con la moglie in macchina a Ima, frazione di Lauro, nell'avellinese. La signora era incinta al settimo mese. Davanti alla loro auto c'erano gli obiettivi dell'agguato che stava per compiersi, due pregiudicati legati al clan Cava. Una mare di pallottole li colpì: solo per miracolo la moglie, Francesca, rimase viva e con lei il futuro figlio. Il giovane invece morì sul colpo, crivellato di colpi.

  • Vincenzo Giordano

    Caronia (ME) // 8 novembre 1991 //

    Benzinaio di Marina di Caronia, piccolo centro sulla statale Palermo - Messina. Venne ucciso in un agguato l'8 novembre del 1991 da un gruppo di balordi per ritorsione. Giordano infatti, si era rivolto ai carabinieri perché impedissero a quei giovani di farsi vedere nei pressi del suo distributore. La risposta della gang fu immediata.

  • Michele Cianci

    Cerignola (FG) // 2 dicembre 1991 // 43 anni

    Era un commerciante, aveva un negozio di armeria. Il pomeriggio del 2 dicembre alcuni uomini entrarono nel suo negozio con l'obiettivo di rubare alcune armi. Michele si oppose e partirono dei colpi di armi da fuoco che uccisero il commerciante di 43 anni. Michele non ce la fece, morì prima di raggiungere l'ospedale.

  • Pasquale Malgeri

    Siderno (RC) // 26 dicembre 1991 // 61 anni

    Pasquale Malgeri, anziano medico radiologo calabrese di 71 anni, zio di un magistrato del tribunale di Locri, fu rapito nelle campagne tra Grotteria e Siderno. Anni in cui lo Stato veniva sfidato in territorio calabrese, che divenne territorio privilegiato per nascondere le vittime dei sequestri. Il primo tentativo di sequestro del medico avvenne nel 1980, ma riuscì a salvarsi. La seconda volta non ci fu purtroppo scampo per Pasquale: il 7 ottobre del 1991 fu rapito e mai più ritrovato.

  • Giovanna Sandra Stranieri

    Taranto (TA) // 29 dicembre 1991 // 26 anni

    Giovanna Stranieri aveva solo 24 anni, una ragazza come tante in cerca di lavoro, diplomata in ragioneria. Una domenica come tante, a passeggio con un'amica per le strade del centro di Taranto e i bambini che esplodono i petardi: un anticipo per la notte di Capodanno. Forse Giovanna non li ha neanche sentiti, gli spari dei proiettili che l'hanno uccisa il 29 dicembre 1991. Si è ritrovata nella traiettoria di alcuni uomini che si inseguivano sparando in una strada affollata di persone.

  • Giuseppe Aliotto

    Palma di Montechiaro (AG) // 31 dicembre 1991 // 30 anni

  • Emanuele Saùna

  • Antonio Tamborino

    Surbo (LE) //

  • Salvatore Aversa

    Lamezia Terme (CZ) // 4 gennaio 1992 // 60 anni

    Salvatore Aversa era sposato con Lucia Precenzano. Salvatore era sovrintendente della Polizia di Stato. Svolse numerose indagini sulle attività delle cosche della 'ndrangheta lametina. Venne ucciso il 4 gennaio del 1992 insieme alla moglie, nella centralissima Via dei Campioni 1982 di Lamezia Terme, in un agguato eseguito dai tarantini Salvatore Chirico e Stefano Speciale, in seguito rei confessi. Pochi mesi prima il comune era stato sciolto per infiltrazioni mafiose, anche grazie alle indagini di Aversa.

  • Lucia Precenzano

    Lamezia Terme (CZ) // 4 gennaio 1992 //

    Lucia Precenzano era sposata con Salvatore Aversa. Salvatore era sovrintendente della Polizia di Stato. Svolse numerose indagini sulle attività delle cosche della 'ndrangheta lametina. Venne ucciso il 4 gennaio del 1992 insieme alla moglie, nella centralissima Via dei Campioni 1982 di Lamezia Terme, in un agguato eseguito dai tarantini Salvatore Chirico e Stefano Speciale, in seguito rei confessi.Pochi mesi prima il comune era stato sciolto per infiltrazioni mafiose, anche grazie alle indagini di Aversa.

  • Fortunato Arena

    Pontecagnano Faiano (SA) // 12 febbraio 1992 // 23 anni

    Fortunato Arena era un Carabiniere. Rimase da piccolo orfano di madre. Nel 1987, all'età di 17 anni, si arruolò nell'Arma dei Carabinieri e svolse il corso presso la scuola allievi carabinieri di Roma. Nel 1988 venne assegnato al Comando Legione Carabinieri Salerno con destinazione Pontecagnano (SA). Ma prima svolse diversi servizi provvisori nelle caserme di Montecorvino Rovella (SA), Montecorvino Pugliano (SA), Giffoni Valle Piana (SA), Giffoni Sei Casali (SA), 7° Elinucleo Pontecagnano (SA), Lido Carabinieri Salerno. Nel 1991 si sposò con Angela Lampasona. Venne ucciso il 12 febbraio 1992 a Faiano nel salernitano in un agguato di camorra.

  • Claudio Pezzuto

    Pontecagnano Faiano (SA) // 12 febbraio 1992 // 29 anni

    Claudio Pezzuto era un Carabiniere. Il 12 febbraio del 1992 si trovava insieme al suo collega Fortunato Arena a Faiano, nel salernitano. Furono trucidato in un agguato a colpi di mitra: avevano fermato un auto per un controllo. Pezzuto, 29 anni, era originario di Surbo (Lecce) e lasciò la moglie e un figlio di 2 anni.

  • Salvatore Mineo

    Bagheria (PA) // 22 febbraio 1992 //

    Era un commerciante. Fu ucciso a Bagheria (PA) il 22 febbraio del 1992. L'uomo si era ribellato al racket.

  • Giuliano Guazzelli

    Agrigento (AG) // 4 aprile 1992 // 57 anni

    Carabiniere originario della Garfagnana. Nel 1954 si trasferì a Menfi, in Sicilia, dove si sposò ed ebbe tre figli. Assegnato al nucleo investigativo di Palermo, lavorò al fianco del colonnello Giuseppe Russo, indagando sul clan dei Corleonesi. Soprannominato il mastino per la sua abilità di investigatore, il maresciallo Guazzelli in venti anni di indagini tra Palermo e Agrigento era diventato un esperto del fenomeno mafioso e dei rapporti tra mafia, politica e affari. In particolare si era occupato della cosiddetta "Stidda", organizzazione mafiosa parallela e talvolta in competizione con Cosa Nostra nell'agrigentino. Tra i suoi meriti quello di aver convinto Benedetta Bono, amante del boss Carmelo Colletti, a collaborare con la giustizia. Giuliano Guazzelli fu assassinato il 4 aprile 1992 sulla strada Agrigento-Menfi, mentre era a bordo della sua auto Fiat Ritmo. Gli assassini a bordo di un Fiat Fiorino lo sorpassarono su un viadotto, spalancarono il portellone posteriore e lo uccisero a colpi di mitra e fucili a pompa.

  • Paolo Borsellino

    Lucca Sicula (AG) // 21 aprile 1992 // 32 anni

    Il 21 aprile del 1992, a Lucca Sicula in provincia di Agrigento, viene ucciso l'imprenditore 32enne Paolo Borsellino, titolare con la sua famiglia dell'azienda Lucca Calcestruzzi. La sua morte fu decretata perché Cosa Nostra non era riuscita a piegare l'uomo alle proprie richieste di acquisire l'azienda. Il 17 dicembre dello stesso anno sarà assassinato anche suo padre Giuseppe, che aveva per tutti i mesi precedenti cercato verità e giustizia per il proprio figlio assassinato.

  • Pasquale Auriemma

    Acerra (NA) // 1 maggio 1992 // 15 anni

    Pasquale Auriemma, 15 anni, era ospite ad Acerra (Na) in casa di Vincenzo Crimaldi, fratello di Cuono Crimaldi, capo-zona dell'omonimo clan. Era il primo maggio del 1992, quando due killer a volto scoperto fecero irruzione nella modesta abitazione di campagna di Vincenzo Crimaldi e a colpi di pistole e mitragliette massacrarono l'uomo, la moglie Emma Basile, il figlio Silvio e la figlia Livia, al quinto mese di gravidanza. Primo a cadere sotto i colpi dei killer fu il giovane innocente Pasquale Auriemma, 15 anni.

  • Rocco Dicillo

    Capaci (PA) // 23 maggio 1992 // 30 anni

    Era un agente scelto di Polizia e faceva parte della scorta di Giovanni Falcone. Con lui fu ucciso nella strage di Capaci del 23 maggio 1992. Dicillo viaggiava sul sedile posteriore della prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi. L'auto era guidata da Vito Schifani, al cui fianco sedeva Antonio Montinaro (Falcone guidava la Croma bianca che li seguiva, e su cui viaggiava anche la moglie Francesca Morvillo). Nell'esplosione, avvenuta sull'Autostrada A29 all'altezza dello svincolo per Capaci, i tre agenti morirono immediatamente, dato che la loro Croma marrone fu quella investita con più violenza dalla deflagrazione, tanto da essere sbalzata in un oliveto a più di dieci metri di distanza dal manto stradale.

  • Giovanni Falcone

    Capaci (PA) // 23 maggio 1992 // 53 anni

    Giovanni Falcone nacque a Palermo, nel quartiere della Kalsa, il 18 maggio del 1939. Divenne magistrato nel 1964. Dopo l'omicidio del giudice Cesare Terranova, nel settembre del 1979, accettò l'offerta che da tanto tempo Rocco Chinnici gli proponeva e iniziò il suo lavoro all'Ufficio istruzione della sezione penale. Il 29 luglio del 1983 Chinnici venne ucciso con la sua scorta. Prese il suo posto Antonino Caponnetto, che costituì il pool antimafia, di cui fecero parte Falcone, Borsellino, Di Lello e Guarnotta. Tra i successi del pool, l'avvio della collaborazione con la giustizia del mafioso Tommaso Buscetta e il primo maxiprocesso a Palermo contro Cosa Nostra. Il 20 giugno 1989 la sua casa all'Addaura, presso Mondello, fu oggetto di un attentato. Seguì l'episodio del "corvo", ossia di alcune lettere anonime dirette a diffamare Falcone e altri. Una settimana dopo l'attentato venne nominato procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. A causa di dissensi con il procuratore Giammanco sulla conduzione delle inchieste, accettò la proposta di diventare direttore degli Affari penali presso il Ministero di Grazia e Giustizia, coordinando una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Nel novembre 1991 istituì la Direzione Nazionale Antimafia. Il 23 maggio 1992, intorno alle 18.00, sull'autostrada A29 Palermo-Trapani, nei pressi dello svincolo di Capaci, una carica di 500 chilogrammi di tritolo fece saltare in aria le tre macchine che accompagnavano Giovanni Falcone e sua moglie, di ritorno da Roma. Con loro morirono anche gli uomini della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

  • Antonio Montinaro

    Capaci (PA) // 23 maggio 1992 // 29 anni

    Poliziotto, caposcorta di Giovanni Falcone. Montinaro viaggiava nella prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo. Aveva 30 anni quando, il 23 maggio del 1992, venne ucciso dall'esplosione sull'Autostrada A29 all'altezza dello svincolo per Capaci. Era padre di due bambini.

  • Francesca Morvillo

    Capaci (PA) // 23 maggio 1992 // 47 anni

    Si laureò il 26 giugno del 1967 in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Palermo con una tesi dal titolo "Stato di diritto e misure di sicurezza", riportando il massimo dei voti e la lode accademica. Nel corso della carriera ricoprì le funzioni di giudice del tribunale di Agrigento, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Palermo, di Consigliere della Corte d' Appello di Palermo e di componente della Commissione per il concorso di accesso in magistratura. Nel 1979, dopo un primo matrimonio conclusosi con la separazione, Francesca Morvillo conobbe Giovanni Falcone, all'epoca giudice istruttore presso il tribunale di Palermo: i due si sposarono con una cerimonia civile nel maggio del 1986. Il 23 maggio 1992, intorno alle 18.00, sull'autostrada A29 Palermo-Trapani, nei pressi dello svincolo di Capaci, una carica di 500 chilogrammi di tritolo fece saltare in aria le tre macchine che accompagnavano Giovanni Falcone e sua moglie, di ritorno da Roma. Francesca Morvillo, ancora viva dopo l'esplosione, venne trasportata prima all'ospedale Cervello e poi al Civico, nel reparto di neurochirurgia, dove però morì intorno alle 23.00 a causa della gravi lesioni interne riportate.

  • Vito Schifani

    Capaci (PA) // 23 maggio 1992 // 27 anni

    Agente della scorta di Giovanni Falcone, venne ucciso nella strage di Capaci. Era al volante della prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi. Nei pressi dello svincolo autostradale di Capaci alcuni mafiosi fecero detonare diversi quintali di esplosivo deposti in un canale di scolo sotto il manto dell'autostrada. La Fiat Croma blindata guidata da Schifani venne scagliata dall'esplosione in un frutteto vicino, uccidendo gli agenti a bordo.

  • Giovanni Carnicella

    Molfetta (BA) // 7 luglio 1992 // 43 anni

    Sindaco di Molfetta. Nel primo pomeriggio del 7 luglio del 1992 fu ferito mortalmente da un colpo d'arma da fuoco a pochi metri dalla sede del Comune. Le cause della morte del sindaco vanno ricondotte all'organizzazione di un concerto del cantante napoletano Nino D'Angelo e, in particolare, a un scommessa intervenuta tra l'assassino, Cristoforo Brattoli, e alcuni esponenti di quel mondo variegato che a Molfetta andava comunemente sotto il nome di "Piazza Paradiso". L'idea del concerto nasce in occasione di una festa privata di Alfredo Fiore (esponente di spicco della criminalità locale), durante la quale erano state messe in dubbio le capacità organizzative del Brattoli. Il concerto doveva tenersi nel campo sportivo del locale Seminario Regionale il 18 luglio. I problemi cominciano quando la Curia Vescovile richiama il reggente del Seminario affinché fosse annullato il concerto. Il responsabile del seminario, don Sergio Vitulano, è costretto a far saltare il concerto. In particolare don Sergio Vitulano, voleva che il Sindaco non autorizzasse il concerto in modo da non essere lui a opporre un rifiuto al Brattoli. Brattoli allora cerca altre soluzioni per svolgere il concerto, e chiede informalmente al Sindaco, per il tramite di altre conoscenze, di utilizzare un altro campo sportivo cittadino o quello della vicina città di Giovinazzo. Nella stessa mattinata del 7 luglio, di ritorno dalla Prefettura, Brattoli tenta ancora di coinvolgere don Vitulano per intercedere presso il Sindaco Carnicella e ottenere il campo di Molfetta. Ma il sindaco è irremovibile. Nel primo pomeriggio l'uomo si reca ancora presso il palazzo di città, chiedendo di incontrare il sindaco. Poi decide di aspettarlo. Alle 14.30 il sindaco si accinge a lasciare il comune. Brattoli imbraccia un fucile a canne mozze, lo punta verso Carnicella e fa fuoco. A nulla varrà l'intervento chirurgico al quale fu sottoposto: il sindaco morì alle 22.45 di quello stesso giorno.

  • Egidio Campaniello

    Villa di Briano (CE) // 12 luglio 1992 // 67 anni

    Luigi Sapio, 88 anni, ed Egidio Campaniello, 67 anni, entrambi vedovi e pensionati, rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dai killer inviati da Francesco Schiavone per eliminare Nicola Cecoro, uno degli ultimi sopravvissuti nello scontro tra fazioni mafiose.

  • Luigi Sàpio

    Villa di Briano (CE) // 12 luglio 1992 // 88 anni

    Luigi Sapio, 88 anni, ed Egidio Campaniello, 67 anni, entrambi vedovi e pensionati, rimasero uccisi dai colpi di pistola esplosi dai killer inviati da Francesco Schiavone per eliminare Nicola Cecoro, uno degli ultimi sopravvissuti nello scontro tra fazioni mafiose.

  • Paolo Borsellino

    Palermo (PA) // 19 luglio 1992 // 52 anni

    Nacque a Palermo il 19 gennaio 1940. Dopo essere divenuto magistrato, svolse diversi incarichi e arrivò al tribunale di Palermo nel 1975, collaborando all'Ufficio istruzione processi penali, sotto la guida di Rocco Chinnici. Partecipò al lavoro del pool antimafia, che comprendeva anche Falcone e Barrile. Cominciò anche a promuovere e a partecipare a iniziative volte a sensibilizzare i giovani contro la mafia. Il 4 agosto 1983 Chinnici venne assassinato e fu chiamato il giudice Antonino Caponnetto a coordinare il pool. I magistrati raggiunsero buoni risultati, con il primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Conclusa l'istruttoria processuale, Borsellino chiese il trasferimento alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, per ricoprire l'incarico di procuratore capo. Successivamente, chiese e ottenne di essere trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di procuratore aggiunto. Alla fine del 1991 fu delegato al coordinamento dell'attività dei sostituti facenti parte della Direzione Distrettuale Antimafia. Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone venne assassinato a Capaci. Borsellino rifiutò l'offerta di prendere il suo posto nella candidatura alla super procura, per rimanere al suo posto, continuare la lotta alla mafia e indagare sull'assassinio dell'amico e collega. Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove viveva sua madre. Una Fiat 126 imbottita di tritolo, era parcheggiata sotto l'abitazione della madre, detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

  • Agostino Catalano

    Palermo (PA) // 19 luglio 1992 // 43 anni

    Era agente di polizia di scorta. Caposcorta del magistrato Paolo Borsellino, venne ucciso all'età di 43 anni nella Strage di via D'Amelio a Palermo.

  • Eddie Walter Cosina

    Palermo (PA) // 19 luglio 1992 // 31 anni

    Era nato a Norwood in Australia ed era un agente di polizia. Nei primi anni della sua carriera era di servizio a Trieste, da dove spesso veniva chiamato a fare la scorta in giro per l'Italia. Dieci giorni dopo la strage di Capaci chiese di essere trasferito a Palermo. Venne ucciso nella strage di via D'Amelio, all'età di 30 anni.

  • Vincenzo Li Muli

    Palermo (PA) // 19 luglio 1992 // 22 anni

    Era agente della scorta del magistrato Paolo Borsellino, venne ucciso nella strage di via D'Amelio all'età di 22 anni. Era il più giovane della pattuglia. Da tre anni nella Polizia di Stato, aveva ottenuto pochi mesi prima la nomina ad agente effettivo.

  • Emanuela Loi

    Palermo (PA) // 19 luglio 1992 // 24 anni

    Era agente della scorta del magistrato Paolo Borsellino, cadde nell'adempimento del proprio dovere il 19 luglio 1992, vittima della Strage di via D'Amelio a Palermo. Con lei persero la vita, oltre a Paolo Borsellino, i colleghi Eddie Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. Entrata nella Polizia di Stato nel 1988 per seguire l'aspirazione della sorella Claudia, che però non venne ammessa, viene trasferita a Palermo due anni dopo. Avrebbe dovuto sposarsi pochi giorni dopo il fatale attentato.

  • Claudio Traìna

    Palermo (PA) // 19 luglio 1992 // 27 anni

    Era agente di polizia. Arruolato in Polizia giovanissimo, dopo essere stato a Milano e Alessandria, aveva ottenuto da poco il trasferimento nella sua città, Palermo. Sposato e padre di un bimbo in tenera età, morì all'età di 27 anni nella strage di Via D' Amelio.

  • Rita Àtria

    Roma (RM) // 26 luglio 1992 // 17 anni

    Rita Atria nacque in una famiglia mafiosa. A undici anni le fu ucciso dalla mafia il padre Vito, mafioso della famiglia di Partanna. Alla morte del padre, Rita si legò ancora di più al fratello Nicola e alla cognata Piera Aiello. Nel giugno 1991, Nicola Atria venne ucciso dalla mafia e sua moglie Piera Aiello decise di collaborare con la giustizia. Rita Atria, a soli 17 anni, nel novembre 1991, decise di seguire le orme della cognata, cercando nella magistratura, giustizia per quegli omicidi. Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu Paolo Borsellino, al quale ella si legò come a un padre. Le deposizioni di Rita e di Piera, unitamente ad altre deposizioni, hanno permesso di arrestare diversi mafiosi e di avviare un'indagine sul politico Vincenzino Culicchia, per trent'anni sindaco di Partanna. Una settimana dopo la strage di via d'Amelio in cui morì il suo amico Paolo Borsellino, si suicidò a Roma dove viveva in segretezza, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo di via Amelia.

  • Giovanni Lizzio

    Catania (CT) // 27 luglio 1992 // 47 anni

    Era ispettore capo della Squadra mobile della questura di Catania, responsabile della sezione anti-racket. L'ispettore non solo dirigeva la sezione anti-estorsioni con grandi risultati, ma era un vero e proprio simbolo della questura etnea. Lizzio, sposato e padre di due figlie, era il poliziotto più conosciuto della città. Vera memoria storica delle dinamiche di Cosa Nostra, delle vecchie leve e degli esponenti emergenti. Aveva rapporti con pentiti e, grazie alle loro rivelazioni, si era occupato di importanti indagini. Poco prima di morire, il 18 luglio, aveva condotto un'operazione che aveva consentito la cattura di 14 uomini del clan Cappello, proprio grazie alle rivelazioni di un pentito. Fu ammazzato a soli 47 anni, la sera del 27 luglio 1992, a Catania nel quartiere periferico di Canalicchio, mentre era fermo in auto davanti a un semaforo.

  • Giorgio Villàn

    San Marcellino (CE) // 31 luglio 1992 //

    Commerciante di abbigliamento originario della provincia di Venezia. Fu ucciso a San Marcellino, in provincia di Caserta, il 31 luglio del 1992. Villan rimase vittima della lotta fra i clan per assicurarsi la gestione del racket.

  • Antonio Di Bona

    Villa Literno (CE) // 6 agosto 1992 // 56 anni

    Antonio Di Bona venne ucciso dalla camorra a Villa Literno il 6 agosto 1992 presso un'officina meccanica dove attendeva la riparazione del proprio trattore. Quel giorno quattro sicari con il volto coperto da passamontagna uccisero, oltre al povero Di Bona, anche Antonio Diana, titolare di un' officina, e Nicola Palumbo, anch'egli meccanico. All'origine del triplice omicidio vi sarebbe una vendetta nell'ambito dello scontro in atto tra due clan camorristici rivali, quello capeggiato dal boss Francesco Schiavone, soprannominato Sandokan, e quello che fa capo alla famiglia Venosa. La polizia ritiene che il principale obiettivo dei sicari fosse il titolare dell'officina, Antonio Diana, imparentato con il boss Raffaele Diana, a sua volta affiliato al clan Schiavone. Sia il cliente sia il dipendente del meccanico, sarebbero stati eliminati dal commando perché ritenuti dai killer scomodi testimoni.

  • Mauro Maniglio

    Casalabate (LE) // 14 agosto 1992 // 18 anni

    Brillante studente del Liceo Scientifico Monticelli di Brindisi, dove frequentava il quarto anno. Morì appena 18enne, vittima innocente della guerra tra cosche mafiose che in quegli anni imperversava. Fu ucciso la notte del 14 agosto in località Casalabate (LE).

  • Antonio Muto

    Colonie Padane (CR) // 7 settembre 1992 // 39 anni

    Originario di Cutro in provincia di Catanzaro, morì il 7 settembre del 1992 per le gravi ferite riportate in un agguato avvenuto il giorno prima a Cremona. Due killer agirono all'interno del bar Baracchino per uccidere Ruggiero Dramore, anch'egli calabrese. L'agguato era legato a vicende di 'ndrangheta. Muto fu colpito per errore.

  • Paolo Ficalòra

    Castellamare del Golfo (TP) // 28 settembre 1992 // 59 anni

    Paolo Ficalora era un capitano di lungo corso e poi gestore di un residence. Fu ucciso dalla mafia il 28 settembre 1992. Ficalora fu ucciso per avere ospitato nel residence che gestiva il superpentito di Cosa Nostra Totuccio Contorno, nel periodo in cui era tornato in Sicilia. Del suo ospite ignorava l'identità che scoprì solo successivamente quando vide le immagini del suo arresto in televisione. Ficalora era stato ucciso per dare un esempio.

  • Pasquale Di Lorenzo

    Porto Empedocle (AG) // 13 ottobre 1992 // 45 anni

    Sovrintendente di Polizia Penitenziaria, prestava servizio nel carcere di Agrigento. Il 13 ottobre del 1992 Pasquale Di Lorenzo si trovava in campagna, in contrada Durruelli di Porto Empedocle, dove possedeva un appezzamento di terra che utilizzava per l'addestramento di cani da difesa, una passione cui Di Lorenzo si dedicava nelle ore libere dal lavoro. In campagna era andato alle 10.00 e vi era rimasto per l'intera giornata. Calata la sera, Di Lorenzo non aveva ancora fatto ritorno a casa, ma la signora Angela non era preoccupata perché sapeva che, come era solito fare, Pasquale si sarebbe trattenuto fino a tardi. Quella sera, però, il ritardo si era protratto oltre il consueto. Alle prime luci dell'alba la signora Angela ebbe un brutto presentimento e chiamò il vicino di casa, in campagna, pregandolo di verificare se il marito fosse ancora sul posto. Il vicino uscì e scorse la macchina di Di Lorenzo fuori del cancello che immette nella proprietà, si avvicinò e vide il corpo dell'uomo disteso supino sul terreno, la macchina con il finestrino aperto, sul sedile posteriore c'era il pastore tedesco che, però, sembrava tranquillo. Pasquale Di Lorenzo era morto, ucciso da quattro colpi d'arma da fuoco.

  • Giovanni Panunzio

    Foggia (FG) // 6 novembre 1992 // 51 anni

    Giovanni Panunzio era un costruttore foggiano, 51 anni, fu ucciso mentre rincasava, dopo aver assistito al consiglio comunale il 6 novembre 1992. Sulla sua "Y 10" percorreva via Napoli quando i killer sono entrati in azione, sparando quattro, forse più colpi di pistola. L'imprenditore, colpito alle spalle, al polso sinistro si accasciò sul volante. Due persone lo trasportarono al vicino nosocomio, una corsa contro il tempo inutile. Il costruttore aveva una vigilanza saltuaria, da quando con le sue denunce aveva portato all'arresto di 14 mafiosi.

  • Gaetano Giordano

    Gela (CL) // 10 novembre 1992 // 55 anni

    Dopo il servizio militare, aprì un'attività di parrucchiere per uomo. Nel 1963 conobbe Franca Evangelista, genovese, arrivata a Gela per motivi di lavoro del padre. I due si sposarono, consolidando l'attività economica che nel frattempo si era trasformata in negozi di profumeria (unici per molto tempo nel territorio gelese). Nel 1989, a seguito di una richiesta estorsiva, Gaetano Giordano fece regolare denuncia. Il 10 novembre del 1992 alle ore 20.00 venne ucciso sotto casa con cinque colpi alla schiena mentre con il figlio, ferito nella sparatoria, stava rientrando.

  • Antonio Russo

    Lecce (LE) // 14 novembre 1992 //

    Antonio Russo era un commerciante, aveva aperto un'attività a Lizzanello, nel leccese. Fu ucciso a soli 45 anni la sera del 14 novembre del 1992 nel corso di una tentata rapina al suo esercizio commerciale.

  • Giuseppe Borsellino

    Lucca Sicula (AG) // 17 dicembre 1992 // 56 anni

    Imprenditore. Nacque da una famiglia di origine riberesi, poi trasferitasi stabilmente a Lucca Sicula. Cominciò a lavorare presto. Si sposò a 18 anni con Calogera Pagano, sua coetanea, con cui ebbe tre figli: Antonella, Paolo e Pasquale. Dopo vari lavori, si dedicò alla sua definitiva attività di imprenditore - operaio di una piccola impresa di calcestruzzo che diresse assieme al figlio Paolo. Rifiutò qualsiasi tipo di compromesso o sottomissione al potere e agli interessi mafiosi e perciò venne ucciso il 17 dicembre 1992, dopo aver rivelato alla magistratura i nomi dei mandanti e degli esecutori dell'omicidio del figlio Paolo (ucciso il 21 aprile 1992). Le sue dichiarazioni permisero agli inquirenti di ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica dell'hinterland lucchese di quel periodo.

  • Raffaele Vitiello

    Brindisi (BR) // 22 dicembre 1992 // 45 anni

    Finanziere in servizio a Brindisi. La sera del 22 dicembre 1992, due motovedette della Guardia di Finanza si scontrarono al largo di Brindisi. Nella collisione, avvenuta intorno alle 18.00, perse la vita il direttore della sala macchine di uno dei due natanti, Raffaele Vitiello, 45 anni, mentre 3 militari rimasero feriti in modo non grave. Nell'impatto Vitiello rimase incastrato tra le lamiere della sala macchine e invano intervennero i vigili del fuoco e un medico di Brindisi per tentare di liberarlo, mentre era ancora in vita.

  • Francesco Nazzaro

  • Riccardo Volpe

    Porto Empedocle (AG) //

    Fu assassinato a Porto Empedocle nel 1993 a seguito di una lite con Alfonso Falzone. Un affronto che scatenò la reazione omicida del boss. Volpe fu ucciso all'uscita di una pizzeria di Ribera, sotto gli occhi di sua moglie.

  • Beppe Alfano

    Barcellona Pozzo di Gotto (ME) // 8 gennaio 1993 // 47 anni

    Beppe Alfano frequentò la facoltà di Economia e Commercio all'Università di Messina dove conobbe Mimma Barbaro, sua futura moglie. Dopo la morte del padre, lasciò gli studi e si trasferì a Cavedine, vicino a Trento, trovando lavoro come insegnante di educazione tecnica alle scuole medie. Ritornò in Sicilia nel 1976. Appassionato di giornalismo e militante di destra (in gioventù fu militante di Ordine Nuovo e poi del MSI), Alfano cominciò a collaborare con alcune radio provinciali, con l'emittente locale Radio Tele Mediterranea e fu corrispondente de La Sicilia di Catania con inchieste sulla mafia e il malaffare in Sicilia. La sua attività giornalistica fu rivolta soprattutto verso uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici, amministratori locali e massoneria. La sua operosità e il suo lavoro diedero fastidio a più di una persona. La notte dell'8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili, mentre era alla guida della sua auto in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto.

  • Antonio Spartà

    Randazzo (CT) // 22 gennaio 1993 // 57 anni

    Antonio Spartà e i figli Vincenzo e Salvatore erano pastori. Furono uccisi nel loro ovile a Randazzo (Catania) il 22 gennaio del 1993. Gli Spartà morirono per aver detto no ai loro estorsori, denunciandoli un una lettera anonima ai carabinieri. Antonio Spartà aveva 57 anni, Vincenzo 27 e Salvatore 20.

  • Pietro Vincenzo Spartà

    Randazzo (CT) // 22 gennaio 1993 // 27 anni

    Antonio Spartà e i figli Vincenzo e Salvatore erano pastori. Furono uccisi nel loro ovile a Randazzo (Catania) il 22 gennaio del 1993. Gli Spartà morirono per aver detto no ai loro estorsori, denunciandoli un una lettera anonima ai carabinieri. Antonio Spartà aveva 57 anni, Vincenzo 27 e Salvatore 20.

  • Salvatore Spartà

    Randazzo (CT) // 22 gennaio 1993 // 20 anni

    Antonio Spartà e i figli Vincenzo e Salvatore erano pastori. Furono uccisi nel loro ovile a Randazzo (Catania) il 22 gennaio del 1993. Gli Spartà morirono per aver detto no ai loro estorsori, denunciandoli un una lettera anonima ai carabinieri. Antonio Spartà aveva 57 anni, Vincenzo 27 e Salvatore 20.

  • Pasquale Campanello

    Mercogliano (AV) // 8 febbraio 1993 // 33 anni

    Lo aspettavano sotto casa a Mercogliano (AV) la sera dell'8 febbraio 1993. Erano in quattro ad attenderlo perché dovevano punire l'intensigenza e l'onestà di Pasquale Campanello, sovraintendente Capo del corpo di Polizia Penitenziaria. Aveva terminato il suo turno nel carcere di Poggioreale dove lavorava nel padiglione di massima sicurezza nel quale scontavano la condanna molti affiliati alla camorra. Forse pensava alla moglie e ai suoi figli che lo aspettavano in casa per la cena, era appena arrivato. Ma qualcuno aveva deciso: Pasquale aveva solo 32 anni quando fu investito da una raffica di proiettili.

  • Vincenzo D'Anna

    Napoli (NA) // 12 febbraio 1993 // 61 anni

    Dirigeva dei lavori in diversi cantieri per lavori di ristrutturazione di condomini. Per alcuni lavori effettuati a Secondigliano, aveva ricevuto minacce con le armi e in più occasioni era stato costretto a sospendere i lavori in seguito alle intimidazioni camorristiche. Le minacce erano puntualmente portate da individui appartenenti al clan camorristico Licciardi di Secondigliano, che imponeva una tangente pari al 10% sull'importo dei lavori. Vincenzo D'Anna non riuscendo a rispondere alle frequenti richieste iniziò a ritardare i pagamenti. Il 12 febbraio del 1993 un paio di assassini irruppero nel cantiere sparando contro Vincenzo.

  • Domenico Nicolò Pandolfo

    Locri (RC) // 20 marzo 1993 // 51 anni

    Primario neurochirurgico agli ospedali Riuniti di Reggio Calabria, sposato con Maria Cutrìe e padre di tre figli. Fu ammazzato a colpi di pistola a Locri. La sua unica colpa, quella di non essere riuscito a strappare alla morte Paola, dieci anni, figlia del boss Cosimo Cordì, colpita da un tumore al cervello. L'omicidio avvenne intorno alle 11.00 del mattino del 20 marzo 1993: alcuni killer freddarono il medico con 7 colpi di pistola calibro 7,65, a poche decine di metri dall'ingresso del nosocomio locrese, uno dei maggiori della regione.

  • Giuseppe Marino

    Reggio Calabria (RC) // 16 aprile 1993 // 43 anni

    Il 16 aprile 1993, il vigile urbano Giuseppe Marino viene ucciso a Reggio Calabria nei pressi della Villa Comunale, mentre sta verificando il rispetto dell'ordinanza comunale che vieta il transito e la sosta di automobili e motocicli lungo il Corso Garibaldi. Sposato e padre di due bambine, Marino aveva 43 anni. Dalle indagini è emerso che Marino è stato ucciso per vendetta, dopo aver multato un piccolo boss della 'ndrangheta.

  • Luigi Iannotta

    Santa Maria Capua Vetere (CE) // 19 aprile 1993 // 49 anni

    Era assessore al personale del comune di Capua. Venne ucciso il 19 aprile 1993 a Santa Maria Capua Vetere mentre si stava recando in un bar del centro. A ucciderlo sarebbe stato un solo killer, che lo avrebbe atteso in strada esplodendo cinque pallottole. Iannotta, uno dei politici e dei professionisti più impegnati nella provincia di Caserta, giovanissimo aveva ereditato dal padre un'azienda di estrazioni di materiale calcareo che da anni dava lavoro a circa 15 famiglie del proprio paese. Fu ritenuto, perciò, l'uomo giusto per salvare dalla disoccupazione circa settanta dipendenti del consorzio CO.V.IN dell'attività estrattiva in scioglimento, di cui era da poco liquidatore. Da subito gli inquirenti si orientarono verso la sua attività imprenditoriale e apparve chiaro che Iannotta era stato vittima di un attentato dimostrativo nei riguardi di quella classe imprenditoriale che voleva sottrarsi a reiterate richieste estorsive.

  • Angelo Carlisi

    Agrigento (AG) // 21 aprile 1993 // 31 anni

    Angelo Carlisi viene ucciso insieme a Calogeno Zaffuto il 21 aprile del 1993 sulla strada che collega Porto Empedocle con Maddalusa e San Leone. L'agguato scattò all'uscita della galleria del Kaos. Carlisi e Zaffuto erano andati al porto per acquistare pesce da rivendere a Grotte, il loro paese. L'ipotesi degli investigatori è che Carlisi sia stato ucciso per aver fatto uno sgarbo a un amico di Vincenzo Licata, boss del paese e amico personale di Giovanni Brusca.

  • Calogero Zaffuto

    Agrigento (AG) // 21 aprile 1993 // 38 anni

    Calogero Zaffuto viene ucciso insieme ad Angelo Carlisi il 21 aprile del 1993 sulla strada che collega Porto Empedocle con Maddalusa e San Leone. L'agguato scattò all'uscita della galleria del Kaos. Carlisi e Zaffuto erano andati al porto per acquistare pesce da rivendere a Grotte, il loro paese. L'ipotesi degli investigatori è che Carlisi sia stato ucciso per aver fatto uno sgarbo a un amico di Vincenzo Licata, boss del paese e amico personale di Giovanni Brusca.

  • Nicola Remondino

    Vibo Valentia (VV) // 14 maggio 1993 // 30 anni

    Commerciante di 30 anni, gestiva un bar alla frazione Porto Salvo di Vibo Valentia. Fu ucciso con due colpi di fucile caricato a pallini sparati alle spalle. Aveva appena chiuso la sua attività commerciale. Pagò con la vita alcuni screzi con giovani del paese.

  • Maurizio Estate

    Napoli (NA) // 17 maggio 1993 // 23 anni

    Ucciso a 23 anni il 17 maggio 1993 a Napoli, in via Vetriera, dove lavorava nell'autolavaggio che gestiva con il padre. Due malviventi a bordo di una vespa cercarono di rubare l'orologio a un cliente, ma l'intervento del padre di Maurizio che iniziò a urlare, e del ragazzo, che li inseguì costringendoli alla fuga, mandarono a monte il colpo. Mezz'ora più tardi entrò nell'autolavaggio un ragazzo con un passamontagna sul volto e iniziò a sparare a raffica colpendo Maurizio. Il padre e la madre riuscirono a fermare il malvivente, ma poi lo lasciarono andare per soccorrere Maurizio, per il quale però non ci fu più nulla da fare.

  • Dario Capolicchio

    Firenze (FI) // 26 maggio 1993 // 22 anni

    Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, venne fatta esplodere un Fiat Fiorino imbottita di esplosivo nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l'Arno, sede dell'Accademia dei Georgofili. Nell'immane esplosione persero la vita cinque persone e quarantotto persone rimasero ferite. Oltre alla Torre, vennero distrutte moltissime abitazioni e perfino la Galleria degli Uffizi subì gravi danneggiamenti. La strage venne inquadrata nell'ambito della feroce risposta del clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina all'applicazione dell'articolo 41 bis, che prevede il carcere duro e l'isolamento per i mafiosi. Le vittime della strage furono: Caterina Nencioni, di 50 giorni; Nadia Nencioni, di 9 anni; Angela Fiume, custode dell'Accademia dei Georgofili, 36 anni; Fabrizio Nencioni, 39 anni; Dario Capolicchio, studente di architettura, 22 anni.

  • Angela Fiume

    Firenze (FI) // 26 maggio 1993 // 36 anni

    Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, venne fatta esplodere un Fiat Fiorino imbottita di esplosivo nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l'Arno, sede dell'Accademia dei Georgofili. Nell'immane esplosione persero la vita cinque persone e quarantotto persone rimasero ferite. Oltre alla Torre, vennero distrutte moltissime abitazioni e perfino la Galleria degli Uffizi subì gravi danneggiamenti. La strage venne inquadrata nell'ambito della feroce risposta del clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina all'applicazione dell'articolo 41 bis, che prevede il carcere duro e l'isolamento per i mafiosi. Le vittime della strage furono: Caterina Nencioni, di 50 giorni; Nadia Nencioni, di 9 anni; Angela Fiume, custode dell'Accademia dei Georgofili, 36 anni; Fabrizio Nencioni, 39 anni; Dario Capolicchio, studente di architettura, 22 anni.

  • Caterina Nencioni

    Firenze (FI) // 26 maggio 1993 //

    Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, venne fatta esplodere un Fiat Fiorino imbottita di esplosivo nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l'Arno, sede dell'Accademia dei Georgofili. Nell'immane esplosione persero la vita cinque persone e quarantotto persone rimasero ferite. Oltre alla Torre, vennero distrutte moltissime abitazioni e perfino la Galleria degli Uffizi subì gravi danneggiamenti. La strage venne inquadrata nell'ambito della feroce risposta del clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina all'applicazione dell'articolo 41 bis, che prevede il carcere duro e l'isolamento per i mafiosi. Le vittime della strage furono: Caterina Nencioni, di 50 giorni; Nadia Nencioni, di 9 anni; Angela Fiume, custode dell'Accademia dei Georgofili, 36 anni; Fabrizio Nencioni, 39 anni; Dario Capolicchio, studente di architettura, 22 anni.

  • Fabrizio Nencioni

    Firenze (FI) // 26 maggio 1993 // 39 anni

    Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, venne fatta esplodere un Fiat Fiorino imbottita di esplosivo nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l'Arno, sede dell'Accademia dei Georgofili. Nell'immane esplosione persero la vita cinque persone e quarantotto persone rimasero ferite. Oltre alla Torre, vennero distrutte moltissime abitazioni e perfino la Galleria degli Uffizi subì gravi danneggiamenti. La strage venne inquadrata nell'ambito della feroce risposta del clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina all'applicazione dell'articolo 41 bis, che prevede il carcere duro e l'isolamento per i mafiosi. Le vittime della strage furono: Caterina Nencioni, di 50 giorni; Nadia Nencioni, di 9 anni; Angela Fiume, custode dell'Accademia dei Georgofili, 36 anni; Fabrizio Nencioni, 39 anni; Dario Capolicchio, studente di architettura, 22 anni.

  • Nadia Nencioni

    Firenze (FI) // 26 maggio 1993 // 9 anni

    Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, venne fatta esplodere un Fiat Fiorino imbottita di esplosivo nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l'Arno, sede dell'Accademia dei Georgofili. Nell'immane esplosione persero la vita cinque persone e quarantotto persone rimasero ferite. Oltre alla Torre, vennero distrutte moltissime abitazioni e perfino la Galleria degli Uffizi subì gravi danneggiamenti. La strage venne inquadrata nell'ambito della feroce risposta del clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina all'applicazione dell'articolo 41 bis, che prevede il carcere duro e l'isolamento per i mafiosi. Le vittime della strage furono: Caterina Nencioni, di 50 giorni; Nadia Nencioni, di 9 anni; Angela Fiume, custode dell'Accademia dei Georgofili, 36 anni; Fabrizio Nencioni, 39 anni; Dario Capolicchio, studente di architettura, 22 anni.

  • Giorgio Vanoli

    Varese (VA) // 6 giugno 1993 // 27 anni

    Era un appuntato dei carabinieri. Morì in un incidente stradale provocato da due ladri in fuga in viale Gasparotto, a Varese, il 6 giugno del 1993.

  • Raffaele Di Mercurio

    Pizzolungo – Erice (TP) // 8 giugno 1993 // 42 anni

    Assistente della Polizia di Stato presso la Questura di Ragusa, morì a 42 anni l'8 giugno del 1993. Era stato trasportato presso l'ospedale di Ragusa dove era stato ricoverato colto da un infarto all'interno degli uffici della Questura. A lungo in servizio come agente di scorta del sostituto procuratore Carlo Palermo, era rimasto ferito nel corso della strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985, in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi due gemelli Salvatore e Giuseppe Asta.

  • Domenico Nicitra

    Roma (RM) // 21 giugno 1993 // 11 anni

    Domenico, unidici anni, era il figlio del boss di Palma di Montechiaro Salvatore Nicitra. Scomparve a Roma il 21 giugno del 1993 insieme allo zio Francesco. Al momento del rapimento, il padre del piccolo, siciliano di nascita ma da quasi sempre a Roma, era già in carcere. Era considerato il re delle bische ed era legato ad ambienti criminali. Il corpo di Domenico non è stato mai ritrovato. Due le ipotesi sulla sua morte: una vendetta trasversale o la sua eliminazione per evitare potessero sopravvivere testimoni dell'omicidio dello zio.

  • Andrea Castelli

    Ragusa (RG) // 5 luglio 1993 // 23 anni

    Elettricista originario di Vittoria. Era sulla spiaggia di Caucana, uno dei più affollati centri balneari del ragusano, insieme alla sorellina, fatta oggetto di alcune pesanti molestie da parte di un giovane di 25 anni, Filippo Belardi, considerato affiliato alla cosca gelese dei Madonia. Andrea intervenne per sottrarre la sorella dalle molestie del giovane, costringendolo ad allontanarsi. La sera successiva, Filippo Belardi rintraccia Andrea Castelli nei pressi della sua abitazione, finge di voler discutere poi gli blocca la testa e gli spara alla tempia, a bruciapelo. Era il 5 luglio del 1993.

  • Adolfo Cartisano

    Bovalino (RC) // 22 luglio 1993 // 57 anni

    A Bovalino lo conoscevano tutti. Faceva il fotografo, amava la montagna e aveva un passato da calciatore. Una vita tranquilla e felice. Ma non senza spine. Aveva subito richieste di mazzetta negli anni 80, alle quali aveva risposto con una secca denuncia, facendo arrestare i suoi estorsori. Un episodio che non ebbe ripercussioni. Ma presto i tempi cambiarono e Bovalino cadde nel vortice dei sequestri. Diciotto, in pochissimi anni. Era la sera del 22 luglio 1993. Stava tornando a casa insieme alla moglie Mimma Brancatisano, nella sua villetta in riva al mare. Il cancelletto era stranamente chiuso, sceso dall'auto per aprirlo era stato aggredito e caricato su un'auto insieme a Mimma. La moglie sarà abbandonata lungo la strada che porta in Aspromonte, legata a un albero. Nonostante il pagamento di un riscatto, il fotografo non fu riconsegnato alla famiglia. La famiglia decise allora di mobilitarsi e di far sentire la propria voce, scendendo più volte in piazza. Il clamore portò per la prima volta la Commissione parlamentare Antimafia a recarsi a Bovalino, dove i sequestri della 'ndrangheta a scopo estorsivo erano stati già 18. Dopo pochi mesi dal rapimento furono arrestati i sequestratori, ma non si riuscirà mai ad arrivare ai carcerieri. Per lungo tempo i Cartisano hanno continuato a lanciare appelli, a donare il perdono e a invocare pietà. Solo dopo dieci anni, nel 2003, è arrivata la verità. Uno dei carcerieri ha spedito una lettera nella quale ha chiesto perdono e ha rivelato il luogo dove Lollò è stato seppellito: ai piedi di Pietra Cappa, il mistico monolite in Aspromonte, nelle alture che sovrastano San Luca.

  • Moussafir Driss

    Milano (MI) // 27 luglio 1993 // 44 anni

    Alle ore 23.14 del 27 luglio 1993, un'autobomba esplode nei pressi del Padiglione di arte contemporanea sito in via Palestro a Milano. Nell'esplosione morirono cinque persone: Carlo La Catena, vigile del fuoco di 25 anni; Stefano Picerno, vigile del fuoco di 36 anni; Sergio Pasotto, vigile del fuoco di 34 anni; Alessandro Ferrari, vigile urbano; Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina. Il Padiglione di arte contemporanea subì molti danni. Questo attentato viene considerato un episodio delle cosiddette stragi del 1993, che già avevano colpito Roma e Firenze.

  • Alessandro Ferrari

    Milano (MI) // 27 luglio 1993 //

    Alle ore 23.14 del 27 luglio 1993, un'autobomba esplose nei pressi del Padiglione di arte contemporanea sito in via Palestro a Milano. Nell'esplosione morirono cinque persone: Carlo La Catena, vigile del fuoco di 25 anni; Stefano Picerno, vigile del fuoco di 36 anni; Sergio Pasotto, vigile del fuoco di 34 anni; Alessandro Ferrari, vigile urbano; Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina. Questo attentato viene considerato un episodio delle cosiddette stragi del 1993, che già avevano colpito Roma e Firenze.

  • Carlo La Catena

    Milano (MI) // 27 luglio 1993 // 25 anni

    Alle ore 23.14 del 27 luglio 1993, un'autobomba esplose nei pressi del Padiglione di arte contemporanea sito in via Palestro a Milano. Nell'esplosione morirono cinque persone: Carlo La Catena, vigile del fuoco di 25 anni; Stefano Picerno, vigile del fuoco di 36 anni; Sergio Pasotto, vigile del fuoco di 34 anni; Alessandro Ferrari, vigile urbano; Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina. Questo attentato viene considerato un episodio delle cosiddette stragi del 1993, che già avevano colpito Roma e Firenze.

  • Sergio Pasotto

    Milano (MI) // 27 luglio 1993 // 34 anni

    Alle ore 23.14 del 27 luglio 1993, un'autobomba esplose nei pressi del Padiglione di arte contemporanea sito in via Palestro a Milano. Nell'esplosione morirono cinque persone: Carlo La Catena, vigile del fuoco di 25 anni; Stefano Picerno, vigile del fuoco di 36 anni; Sergio Pasotto, vigile del fuoco di 34 anni; Alessandro Ferrari, vigile urbano; Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina. Questo attentato viene considerato un episodio delle cosiddette stragi del 1993, che già avevano colpito Roma e Firenze.

  • Stefano Picerno

    Milano (MI) // 27 luglio 1993 // 36 anni

    Alle ore 23.14 del 27 luglio 1993, un'autobomba esplose nei pressi del Padiglione di arte contemporanea sito in via Palestro a Milano. Nell'esplosione morirono cinque persone: Carlo La Catena, vigile del fuoco di 25 anni; Stefano Picerno, vigile del fuoco di 36 anni; Sergio Pasotto, vigile del fuoco di 34 anni; Alessandro Ferrari, vigile urbano; Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina. Questo attentato viene considerato un episodio delle cosiddette stragi del 1993, che già avevano colpito Roma e Firenze.

  • Antonio Mazza

    Giammoro (ME) // 30 luglio 1993 //

    Era un imprenditore, direttore della tv locale "Telenews", la tv privata in cui il giornalista Beppe Alfano trasmetteva i suoi servizi. Dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D'Amico nelle fasi del processo Gotha III, l'ordine di uccidere l'ingegnere fu la famiglia mafiosa dei Barcellonesi. Fu l ostesso D'Amico a eseguire l'efferato crimine, una delle azioni più cruente della mafia. Gli esecutori materiali che entrarono in azione poco prima della mezzanotte di quel tragico 30 luglio del 1993, erano due persone in sella ad una moto di grossa cilindrata e indossavano dei caschi integrali. All'improvviso fecero ingresso all'interno della villa di proprietà della vittima, mentre questi era intento a giocare a carte con altre due persone. La sequenza di morte fu tra le più terribili. I sicari spararono colpendo davanti ai testimoni terrorizzati la vittima con due colpi di fucile calibro 12 e con una pistola calibro 38 dalla quale furono esplosi 4 micidiali colpi.

  • Fabio Garofalo

    S.M. di Locodia (CT) // 10 agosto 1993 //

    La sera del 10 agosto 1993 Fabio si trovava all'interno della sala giochi Papillon. Fu ucciso perché testimone di una sparatoria per una resa di conti tra due estorsori in cui rimase ferito il figlio del gestore dell'esercizio commerciale, vero obiettivo del killer.

  • Giuseppe Puglisi

    Palermo (PA) // 15 settembre 1993 // 56 anni

    Giuseppe Puglisi nacque il 15 settembre del 1937 a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, da una famiglia modesta (il padre calzolaio, la madre sarta). A 16 anni, nel 1953, entrò nel seminario palermitano da dove uscirà prete il 2 luglio 1960, ordinato dal cardinale Ernesto Ruffini. Il 29 settembre 1990 venne nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella. Qui iniziò la lotta antimafia di Don Pino Puglisi. Nel 1992 venne nominato direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo. Il 29 gennaio 1993 inaugurò a Brancaccio il centro Padre Nostro per la promozione umana e la evangelizzazione. Il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56º compleanno, venne ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa.

  • Antonino Vassallo

    // 22 settembre 1993 //

    Antonino Vassallo fu ucciso il 22 Settembre 1993. Accusato dai capimafia di avere commesso furti senza l'autorizzazione dei boss.

  • Gennaro Falco

    Parete (CE) // 31 ottobre 1993 // 67 anni

    Gennaro Falco era un medico. Fu ucciso a Parete (CE) nel suo ambulatorio il 31 ottobre del 1993. Inizialmente si pensò all'azione di un balordo. In realtà si scoprì che l'assassino aveva agito convinto che il medico non avesse assistito adeguatamente la moglie di Francesco Bidognetti, morta per un male incurabile. Falco fu ucciso con un colpo alla testa.

  • Vincenzo Vitale

    Napoli (NA) // 10 dicembre 1993 // 54 anni

    Commerciante, uomo retto e onesto dedito esclusivamente al lavoro e alla famiglia, nato a Pimonte, in provincia di Napoli, morì a Napoli il 10 dicembre 1993 a seguito di ferite da arma da fuoco. Venne ucciso perché partecipò a un'asta pubblica indetta dal Comune di Pimonte per l'acquisto di un terreno gestito da un noto clan camorristico.

  • Melchiorre Gallo

    Naro (AG) //

  • Giuseppe Russo

    Acquaro (VV) // 15 gennaio 1994 // 22 anni

    Giuseppe Russo era un giovane di 22 anni. Fu rapito e ucciso ad Acquaro, in provincia di Vibo Valentia, il 15 gennaio del 1994. Il suo cadavere fu rivenuto in una fossa solo mesi dopo, il 21 marzo, e solo grazie alle rivelazioni di uno dei suoi assassini, che si decise a collaborare con la giustizia. Le dichiarazioni dell'uomo permisero di appurare che il rapimento e l'omicidio di Giuseppe furono decisi da un boss della 'ndrangheta che non accettava il fidanzamento del giovane con sua cognata. Nelle sentenze si parla di "visone distorta delle ragioni di onore familiare, tipiche di chi con atteggiamento mafioso vuole dimostrare la supremazia sul territorio". I pentiti, che poi sono anche gli esecutori materiali del delitto, appartenevano a una cosca della Piana di Gioia Tauro. In sede processuale hanno riferito che l'omicidio è stato compiuto da loro per fare un favore al boss che aveva ordinato il delitto.

  • Antonino Fava

    Scilla (RC) // 18 gennaio 1994 // 36 anni

    Vincenzo Garofalo e Antonino Fava accomunati dalla fedeltà all'Arma dei carabinieri, furono mortalmente raggiunti da una raffica di colpi di kalashnikov calibro nove. I colpi furono esplosi da una macchina giunta in velocità lungo l'autostrada Salerno-Reggio Calabra, nei pressi dello svincolo di Scilla il 18 gennaio 1994.
    In attesa di scortare nuovamente cinque magistrati di Messina (Giovanni Lembo, Pietro Vaccara, Franco Langher, Carmelo Marino e Gianclaudio Mango) giunti a Palmi per interrogare il boss Antonio Sparacio deciso a pentirsi, era stato loro ordinato di esperire controlli sul territorio.

  • Vincenzo Garofalo

    Scilla (RC) // 18 gennaio 1994 // 33 anni

    Vincenzo Garofalo e Antonino Fava accomunati dalla fedeltà all'Arma dei carabinieri, furono mortalmente raggiunti da una raffica di colpi di kalashnikov calibro nove. I colpi furono esplosi da una macchina giunta in velocità lungo l'autostrada Salerno-Reggio Calabra, nei pressi dello svincolo di Scilla il 18 gennaio 1994.
    In attesa di scortare nuovamente cinque magistrati di Messina (Giovanni Lembo, Pietro Vaccara, Franco Langher, Carmelo Marino e Gianclaudio Mango) giunti a Palmi per interrogare il boss Antonio Sparacio deciso a pentirsi, era stato loro ordinato di esperire controlli sul territorio.

  • Giuseppe Diana

    Casal di Principe (CE) // 19 marzo 1994 // 35 anni

    Nel 1968 entrò in seminario ad Aversa, dove frequentò la scuola media e il liceo classico. Successivamente continuò gli studi teologici nel seminario di Posillipo, sede della Pontificia facoltà teologica dell'Italia Meridionale. Nel marzo 1982 fu ordinato sacerdote. Ben presto divenne assistente ecclesiastico del Gruppo Scout di Aversa e successivamente anche assistente del settore Foulards Bianchi. Il 19 settembre 1989 fu nominato parroco della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe, suo paese nativo, per diventare poi anche segretario del vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Giovanni Gazza. Erano gli anni del dominio assoluto della camorra e don Peppe Diana dimostrò chiaramente e senza paura da che parte stava. Alle 7.20 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, Giuseppe Diana fu assassinato nella sacrestia della sua chiesa, mentre si accingeva a celebrare la santa messa. Un camorrista lo affrontò con una pistola, esplodendo cinque proiettili che andarono tutti a segno: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Don Peppe morì all'istante. Lo scritto più noto di don Peppe Diana è la lettera "Per amore del mio popolo", un documento diffuso nel giorno di Natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana: un vero e proprio manifesto dell'impegno contro il sistema criminale che, probabilmente, segnò la condanna a morte di don Peppe.

  • Ilaria Alpi

    Mogadiscio // 20 marzo 1994 // 33 anni

    Giornalista del TG3. Grazie anche all'ottima conoscenza delle lingue (arabo, francese, inglese), ottenne le prime collaborazioni giornalistiche dal Cairo per conto di Paese Sera e de L'Unità. Successivamente vinse una borsa di studio per essere assunta alla Rai. Ilaria Alpi fu uccisa il 20 marzo del 1994, insieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin. Si trovava a Mogadiscio come inviata del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d'armi e di rifiuti tossici illegali, in cui probabilmente la stessa Alpi aveva scoperto che erano coinvolti anche l'esercito e altre istituzioni italiane.

  • Miran Hrovatin

    Mogadiscio // 20 marzo 1994 // 45 anni

    Era un fotografo e cineoperatore. Hrovatin faceva parte della comunità italiana di lingua slovena. Lavorava per l'agenzia Videoest di Trieste. Venne ucciso in un agguato assieme a Ilaria Alpi, il 20 marzo 1994, mentre si trovava a Mogadiscio per conto del Tg 3.

  • Luigi Bodenza

    Gravina di Catania (CT) // 24 marzo 1994 // 50 anni

    Agente di polizia penitenziaria. Fu assassinato il 24 marzo del 1994 a Gravina di Catania, mentre rientrava in casa. Venne affiancato da un auto al cui interno si trovavano due sicari della mafia che lo uccisero sparandogli numerosi colpi d'arma da fuoco.

  • Maria Teresa Pugliese

    Locri (RC) // 26 marzo 1994 // 54 anni

    Venne uccisa il 26 marzo 1994 a Locri. E' stata uccisa con un colpo di lupara. Un colpo secco, preciso. Stava uscendo per andare a una cena del Rotary, assieme al marito, noto pediatra, persona stimata, il dottor Domenico Speziali, che fu sindaco di Locri in una breve stagione amministrativa le indagini hanno permesso di appurare che la morte della donna non fu casuale e che invece i killer agirono con il preciso obiettivo di uccidere Maria Teresa Pugliese.

  • Cosimo Fabio Mazzola

    San Cipirello (PA) // 5 aprile 1994 // 27 anni

    Aveva 27 anni e venne barbaramente ucciso il 5 aprile del 1994 per una banale questione di gelosia. Fu Giuseppe Monticciolo, prima mafioso e poi collaboratore di giustizia, a chiedere ai Brusca il permesso di eliminare l'ex rivale in amore per difendere l'onorabilità della moglie. Mazzola era l'ex fidanzato di Laura Agrigento, figlia del boss, andata poi in sposa a Monticciolo. Fabio e Laura erano stati costretti a interrompere la loro relazione per volontà del boss Giuseppe Agrigento. Mazzola, che non faceva parte degli ambienti di mafia, comprese il rischio e si fece da parte. Una decisione sofferta anche per Laura che, nonostante il fidanzamento con Monticciolo, per un pò continuò a manifestare simpatie e rimpianti per il suo ex ragazzo.

  • Antonio D'Agostino

    Casavatore (NA) // 7 aprile 1994 // 23 anni

    Aveva 23 anni Antonio e lavorava come fioraio. Fu ucciso a Napoli perché involontariamente aveva assistito all'omicidio di Amura, diventando così un testimone scomodo.

  • Giovanni Simonetti

    Gioiosa Jonica (RC) // 24 maggio 1994 // 50 anni

    Giovanni Simonetti era nato a Gioiosa Jonica il 15 maggio del 1944. Era un avvocato, molto bravo nel suo lavoro, dedicava alla sua professione la maggior parte del suo tempo. Anche in famiglia manteneva fede a tutti i suoi valori e a tutte le sue caratteristiche, arricchite da un enorme e profondo affetto che riusciva a trasmettere in un modo tutto suo. Il 24 maggio del 1994 a Gioiosa Jonica gli spararono sotto casa, davanti alla porta del suo studio. Aveva solo 50 anni.

  • Ignazio Panepinto

    Bivona (AG) // 30 maggio 1994 // 57 anni

    Era titolare di un impianto di calcestruzzo. Venne ucciso il 30 maggio 1994 in un agguato di stampo mafioso a Bidona, nell'agrigentino. Le indagini seguirono all'inizio varie piste, ma non ebbero il tempo di raggiungere risultati apprezzabili che, nella stessa cava di pietra, fu compiuto un altro duplice omicidio, quello del fratello di Ignazio, Calogero Panepinto, e dell'operaio Francesco Maniscalco.

  • Francesco Bruno

    Cosenza (CS) // 8 giugno 1994 // 50 anni

    Era un imprenditore di 50 anni. Fu ucciso la sera dell'8 giugno 1994 davanti alla sua abitazione di Cosenza a colpi d'arma da fuoco. I due assassini furono catturati poco dopo la sparatoria da una pattuglia di carabinieri. Francesco Bruno (titolare con il fratello dei mulini intestati al padre, Angelo) è morto in ospedale, dove era stato portato da un'ambulanza subito dopo il ferimento. Le prime ipotesi investigative non esclusero che l'intenzione dei killer fosse quella di ferire Bruno e non di ucciderlo. Infatti, i proiettili colpirono l'uomo alle gambe e a un gomito. A provocare il decesso fu il proiettile che colpì Bruno nella regione dell'arteria femorale.

  • Salvatore Bennici

    Licata (AG) // 25 giugno 1994 // 60 anni

    Aveva 60 anni ed era un imprenditore edile di Licata. Si occupava di subappalti e movimento terra. Poco prima della sua morte aveva anche ottenuto un incarico per il completamento di una strada nel comune di Palma di Montechiaro. E proprio questo subappalto potrebbe aver fatto scattare gli appetiti del racket. Il 25 giugno del 1994, due killer incappucciati alle 7.30 del mattino spararono sull'imprenditore mentre si dirigeva al lavoro in compagnia del figlio Vincenzo.

  • Liliana Caruso

    Palermo (PA) // 10 luglio 1994 // 28 anni

    Venne uccisa il 10 luglio 1994 per ritorsione. Aveva 28 anni e tre figli quando venne uccisa insieme alla madre Agata Zucchero, perchè si era rifiutata di convincere il marito Riccardo Messina a non collaborare e aveva rifiutato la protezione della polizia per non allontanarsi dal marito. Dopo l'uccisione delle due donne, Riccardo Messina portò a termine il suo pentimento e raccontò ai magistrati tutto ciò di cui era a conoscenza.

  • Agata Zucchero

    Palermo (PA) // 10 luglio 1994 //

    Era la suocera del pentito Riccardo Messina. Venne uccisa per ritorsione insieme alla figlia Liliana Caruso il 10 luglio del 1994. Dopo l'uccisione delle due donne, Riccardo Messina portò a termine il suo pentimento e raccontò ai magistrati tutto ciò di cui era a conoscenza.

  • Antonio Novella

    Martone (RC) // 18 agosto 1994 // 39 anni

    Antonio Novella era un operaio forestale. Fu ucciso in un agguato il 18 agosto del 1994 a Martone, in provincia di Reggio Calabria. Aveva 39 anni. Con lui furono ammazzati altri due forestali, uno dei quali ritenuto appartenente ad ambienti di mafia.

  • Francesco Aloi

    Filadelfia (VV) // 16 settembre 1994 // 22 anni

    Francesco Aloi scomparve il 16 settembre del 1994. Aveva ventidue anni, era originario di Pizzo ma viveva a Filadelfia, in provincia di Vibo Valentia. Uscì di casa per non tornarvi mai più. La sua Audi venne ritrovata qualche giorno dopo vicino alla stazione di Lamezia, ma nessuno credette a un suo allontanamento volontario. Del ragazzo non si ebbero più notizie fino al febbraio del 1995, quando sulla spiaggia di Calamaio, a Pizzo, un pescatore ritrovò un piede in decomposizione, avvolto da una scarpa da tennis. Il giorno della scomparsa, Francesco indossava scarpe simili, stessa marca e stesso modello. Le analisi del DNA confermarono le supposizioni: il ragazzo era stato ucciso e gettato in mare e, a distanza di mesi, la corrente aveva restituito il suo piede.

  • Francesco Maniscalco

    Bivona (AG) // 19 settembre 1994 // 42 anni

    Operaio dipendente della ditta dei fratelli Panepinto, uccisi dalla mafia per essersi ribellati al pagamento di tangenti e pizzo. Fu assassinato insieme a Calogero Panepinto, il 19 settembre del 1994.

  • Calogero Panepinto

    Bivona (AG) // 19 settembre 1994 // 54 anni

    Imprenditore e titolare di un impianto di calcestruzzo. Venne ucciso il 19 settembre del 1994, all'età di 54 anni. Pochi mesi prima, il 30 maggio, era stato ammazzato anche suo fratello Ignazio. Nell'agguato a Panepinto trovò la morte anche un operaio di 42 anni, Francesco Maniscalco.

  • Leonardo Santoro

    Carovigno (BR) // 19 settembre 1994 // 19 anni

    Fu ucciso in provincia di Brindisi il 19 settembre del 1994. L'omicidio avvenne in contrada Calacurto, lungo la statale che collega San Vito dei Normanni a Carovigno. Santoro stava aprendo il cancello della sua casa di campagna quando rimase vittima di un agguato mortale. L'assassinio maturò per una vendetta della malavita brindisina. Il delitto fu un preciso segnale: il fratello della vittima, Antonio, era diventato collaboratore di giustizia.

  • Nicholas Green

    Messina (ME) // 1 ottobre 1994 // 7 anni

    Nicholas era un bambino statunitense di 7 anni. L'automobile su cui viaggiava insieme ai genitori il 29 settembre 1994, una Autobianchi Y10, fu accidentalmente scambiata per quella di un gioielliere. I Green erano in vacanza in Italia e stavano percorrendo la Salerno - Reggio Calabria quando furono affiancati in un tentativo di rapina e dei proiettili colpirono Nicholas mentre dormiva sul sedile posteriore. Nicholas morirà due giorni dopo, il primo ottobre nell'ospedale di Messina dove era stato ricoverato. Alla sua morte, i genitori autorizzarono l'espianto e la donazione degli organi.

  • Saverio Liardo

    Acate (RG) // 18 ottobre 1994 //

    Era la sera del 18 ottobre del 1994 quando Saverio Liardo, conosciuto come Elio, venne ucciso nel suo distributore di benzina nei pressi di Acate, nel ragusano. La morte di Saverio Liardo doveva essere un segnale esemplare nei confronti dei commercianti di Niscemi: "Se non pagate, farete la sua stessa fine".

  • Palmina Scamardella

    Napoli (NA) // 12 dicembre 1994 // 35 anni

    Aveva 35 anni, era madre di una bimba di 15 mesi e nipote della vittima designata, Domenico Di Fusco, conosciuto come "Mimì uocchie 'e brillante". Venne assassinata a Napoli per caso in un agguato di camorra. Era il 12 dicembre del 1994.

  • Claudio Manco

  • Genovese Pagliuca

    Teverola (CE) // 19 gennaio 1995 // 24 anni

    Genovese Pagliuca venne ucciso il 19 gennaio 1995 da alcuni esponenti del clan dei casalesi perché si ribella alle violenze subite dalla fidanzata Carla. Tutto comincia nell'estate del 1993. Carla, una parrucchiera di 24 anni, lavora sodo perché spera di sposare presto Genovese. Non sa, però, che Angela Barra - amante del boss Francesco Bidognetti, numero uno della mala nell'entroterra casertano - l'ha adocchiata da tempo e se ne è innamorata. La scruta, l'avvicina e alla fine riesce a farsela amica. È settembre, quando Carla bussa alla porta di Angela: ha litigato con i genitori, è andata via di casa e chiede ospitalità alla donna che l'accoglie nella propria casa. Ben presto, però, quelle mura si trasformano in una prigione: le avances di Angela sono sempre più insistenti e violente. A dicembre, Carla viene portata in un'altra abitazione, sequestrata: resterà lì dentro per un mese, imbottita di sedativi, preda della follia di Angela e degli abusi del fratello della donna, Carmine Barra, di 32 anni, e dell'amico Luigi De Vivo, che la donna ha coinvolto nel sequestro. Una mattina del gennaio 1994 la ragazza riesce a fuggire. Torna a casa e confessa tutto al fidanzato. I due giovani, spinti anche dai genitori, decidono di tenere nascosta la vicenda: temono il disonore e la vendetta della camorra. Pensano che l'unico modo per venirne fuori sia allontanare Carla da Teverola e lasciare il fidanzato in paese. Ma la rabbia di Angela e dei suoi accoliti si riversa su Genovese. Il ragazzo perde il lavoro, la dignità, e non passa giorno senza che venga aggredito. Questa storia si protrae per un anno fino a quando Genovese viene assassinato a colpi di pistola e fucile. Carla, davanti alla morte del fidanzato, decide di rompere il muro di omertà raccontando tutto ai Carabinieri.

  • Giuseppe Giammona

    Corleone (PA) // 28 gennaio 1995 // 24 anni

    Giuseppe Giammona, 24 anni, fu ucciso con una scarica di proiettili nel suo negozio di abbigliamento a Corleone. L'omicidio maturò perché Giovanni Riina, figlio del più noto Totò, verso la fine del 1994 cominciò a temere per alcune voci che circolavano in merito alla volontà di alcuni componenti di una cosca rivale di sequestrare qualcuno della sua famiglia. Giovanni Riina iniziò a sospettare di alcuni compaesani, in particolare dei fratelli Giammona. Ipotesi poi smentita dagli investigatori: non vi era alcun pericolo per i Riina. La paura però per Giovanni si faceva sempre più forte e per questo decise di parlarne con lo zio Leoluca Bagarella. Il boss non perse tempo: dopo una serie di accertamenti individuò i Giammona e decise di passare all'azione con la complicità di Giovanni Brusca (condannato a 12 anni) e Leonardo Vitale (condannato all'ergastolo). Quello che accadde nel gennaio del 1995 lo raccontano i pentiti. Ed è con le loro dichiarazioni che si fa luce sugli omicidi: Giuseppe Giammona muore nel suo negozio il 28 gennaio; un mese dopo vengono uccisi in macchina, con fucili a pallettoni e pistole a tamburo, anche Giovanna Giammona (la sorella di Giuseppe) e suo marito Francesco Saporito.

  • Pietro Sanua

    Corsico (MI) // 4 febbraio 1995 // 47 anni

    Pietro Sanua viveva a Corsico ed era conosciuto per essere il sindacalista dei fioristi. Era un dirigente dell'Associazione nazionale venditori ambulanti nel milanese. All'alba del 4 febbraio 1995, come tutte le mattine, stava andando a lavorare a bordo del suo furgone insieme al figlio, quando fu colpito da un proiettile e morì tra le sue braccia, senza che nessuno vedesse il killer. Aveva 47 anni ed era originario della provincia di Potenza. L'unico movente per il suo omicidio è legato al suo impegno sindacale per la sua categoria e la paura è che fosse finito nel mirino del racket delle tangenti per l'assegnazione delle postazioni nei mercati.

  • Marcello Palmisano

    Mogadiscio // 9 febbraio 1995 // 55 anni

    Marcello Palmisano era un giornalista e cineoperatore, nato il 17 gennaio del 1940. Originario di San Michele Salentino (Brindisi), fu assassinato a Mogadiscio il 9 febbraio 1995. Nel 1972 era stato assunto in Rai e, l'anno successivo, era entrato a far parte della squadra del TG2 come telecineoperatore. Rimase vittima di alcuni banditi somali in un agguato nel quale fu ferita anche la giornalista Carmen Lasorella.

  • Giovanna Giammona

    Corleone (PA) // 25 febbraio 1995 // 30 anni

    Era la sorella di Giuseppe Giammona, ucciso solo poche settimane prima, il 28 gennaio del 1995. Giovanna (30 anni) fu assassinata insieme a suo marito, Francesco Saporito (27 anni) il 25 febbraio. Il loro omicidio è da ricondursi alla vicenda che aveva portato alla morte di Giuseppe Giammona, legata alle voci, rivelatesi poi infondate, secondo le quali i Giammona stessero preparando il sequestro del figlio di Totò Riina, Giovanni.

  • Francesco Saporito

    Corleone (PA) // 25 febbraio 1995 // 27 anni

    Francesco Saporito, 27 anni, fu ucciso insieme a sua moglie il 25 febbraio del 1995. Il motivo della loro morte aveva a che fare con le voci che si erano diffuse a Corleone riguardo al sequestro del figlio di Riina che i Giammona stavano organizzando. Voci del tutto infondate, ma che costarono la vita a tre persone.

  • Michele Ciarlo

    Scafati (SA) // 22 marzo 1995 // 35 anni

    Michele Ciarlo, noto avvocato penalista, fu assassinato il 22 marzo del 1995 nel suo studio legale di Scafati, in provincia di Salerno. Intorno alle 18.30, alcuni uomini fecero irruzione, esplodendo vari colpi di pistola, tre dei quali raggiunsero l'avvocato, uccidendolo. Michele Ciarlo lasciò la moglie e due figli molto piccoli. La famiglia si è costituita parte civile nel processo.

  • Giammatteo Sole

    Palermo (PA) // 22 marzo 1995 // 24 anni

    Studente cresciuto in una famiglia molto unita. Amava il suo lavoro e la sua squadra di calcio, ma soprattutto amava tanto la sua famiglia. La sera del 22 marzo 1995 non fece ritorno a casa. Fu ritrovato la mattina successiva privo di vita. Il suo unico torto fu di essere il fratello di una ragazza fidanzata con il figlio del boss Gaetano Grado. Attraverso di lui, i killer di Brancaccio intendevano appurare se fosse vera la voce di un progetto di rapimento dei figli di Totò Riina. Ma Giammatteo non sapeva nulla. Morì per errore e da innocente.

  • Cesare Boschin

    Borgo Montello (LT) // 29 marzo 1995 // 81 anni

    Il 12 luglio 1942 venne ordinato sacerdote nel Santuario della Madonna del Caravaggio a Fumo, frazione del comune di Corvino San Quirico, paese del quale sarà viceparroco negli anni della seconda guerra mondiale. Nel 1945 venne trasferito a Roma, quindi ad Anzio per assistere la popolazione duramente colpita dagli eventi bellici. Nel 1950 accettò la proposta del vescovo di Albano di occuparsi della ricostruzione della chiesa di Santa Maria Goretti a Le Ferriere, nel comune di Latina. Per via delle sue origini, decisero di affidargli anche la vicina parrocchia della Santissima Annunziata a Borgo Montello, popolata in larga parte da emigranti veneti. La mattina del 30 marzo 1995 il suo cadavere venne ritrovato incaprettato (con le mani e i piedi legati e una corda intorno al collo) dalla perpetua nella sua camera da letto. Venne rinvenuto con il corpo ricoperto da lividi, la mascella e diverse ossa fratturate, la bocca incerottata. Gli assassini portarono via le due agende in cui don Cesare era solito annotare tutto, lasciando una preziosa croce in oro e il portafoglio del sacerdote che conteneva ottocentomila lire. La morte è legata alla sua denuncia di traffici di rifiuti tossici smaltiti illegalmente dalla camorra in una vicina discarica.

  • Francesco Marcone

    Foggia (FG) // 31 marzo 1995 // 57 anni

    Francesco Marcone venne assassinato intorno alle 19.10 del 31 marzo 1995 nel portone di casa di rientro dal lavoro. Era direttore dell'ufficio del Registro di Foggia, cittadino dedito al suo territorio, all'onestà, alla giustizia, alla verità. Nel rispetto del ruolo che ricopriva e per rispetto della verità, il 22 marzo aveva inviato un esposto alla Procura della Repubblica contro alcune truffe perpetrate da ignoti falsi mediatori che garantivano, dietro pagamento, il rapido disbrigo di pratiche riguardanti lo stesso ufficio. Da dieci anni di inchieste a singhiozzi l'unica cosa che emerge con chiarezza è che Francesco Marcone si era imbattuto e soffermato su pratiche miliardarie, su interessi di vari esponenti della città collegati con interessi della mafia locale. Dalle carte processuali del caso Marcone, emerge inoltre che il magistrato Lucia Navazio scriveva, nero su bianco, che la "parte sana" della città non volle collaborare.

  • Peter Iwule Onjedeke

    Reggio Calabria (RC) // 25 giugno 1995 // 33 anni

    Era uno studente di architettura, sposato e padre di due figli. Il 25 giugno 1995 si trovava alla discoteca "Il limoneto" di Reggio Calabria dove arrotondava lo stipendio di operaio facendo il posteggiatore abusivo. Tre assassini a bordo di una Passat gli spararono ripetuti colpi di pistola. Il movente dell'omicidio sembra legato al racket dei parcheggi.

  • Antonio Brandi

    Qualiano (NA) // 21 luglio 1995 // 19 anni

    Il 21 luglio 1995 Antonio Brandi, incensurato, venne ucciso a brucia pelo con svariati colpi di pistola da persone non identificate. Agguato è avvenuto nei pressi della zona di Qualiano, un quartiere alla periferia settentrionale di Napoli. Il ragazzo, che stava svolgendo il servizio militare presso la Compagnia di Sussistenza del Comiliter tosco-emiliano di Firenze, era tornato a casa due giorni prima per trascorrere due settimane di licenza a Secondigliano, dove viveva con i genitori. La sera del 21 luglio Antonio era stato visto girare a piedi per il quartiere. Dopo un pò una telefonata anonima avvertiva i Carabinieri della presenza di un cadavere lungo la circumvallazione esterna a Qualiano. Sul posto non sono stati ritrovati i bossoli dei proiettili, per cui si presume che il giovane potrebbe essere stato ucciso a bordo di un'autovettura da un suo conoscente e poi abbandonato in un luogo diverso da quello del delitto. L'omicidio ha matrice camorristica per cui non si esclude che Antonio possa aver offeso le organizzazioni criminose in lotta tra di loro oppure aver assistito a un episodio relativo all'attività dei clan diventando un testimone da eliminare.

  • Pierantonio Sandri

    Niscemi (CL) // 3 settembre 1995 // 19 anni

    Pierantonio Sandri, giovane odontotecnico incensurato, scomparve il 3 settembre del 1995 senza lasciare tracce. Aveva 19 anni. Il ragazzo, che si era diplomato tre mesi prima in un istituto professionale di Catania, si era allontanato nel pomeriggio con un amico che era andato a prenderlo a casa a bordo della sua moto. Non aveva con sé documenti e in tasca poco denaro, elementi che sin dall'inizio ne esclusero l'allontanamento volontario. Gli amici stamparono un manifesto con la fotografia del giovane diffondendola nei paesi vicini e la madre, Antonietta Burgio, insegnante in pensione, diffuse un appello scongiurando chiunque sapesse qualcosa a dare notizie. Nel 2003 la madre di Sandri ha ricevuto una lettera anonima nella quale qualcuno annunciava che era giunta l'ora di fare giustizia. Consegnata ai Carabinieri, la missiva ha consentito la riapertura del caso. Il 22 settembre del 2009, in seguito alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, lo scheletro di un uomo è stato rinvenuto dagli agenti di polizia di stato nel bosco di Niscemi nascosto in una buca: era il corpo di Pierantonio. A ucciderlo sarebbe stato un ex alunno della madre, Giuliano Chiavetta, condannato per omicidio e in seguito collaboratore di giustizia. Dalle indagini emerse che Pierantonio era stato ucciso perché aveva assistito all'incendio di un auto da parte di una gang di giovani mafiosi, tra cui un minorenne, che cercavano in tal modo di rendere più incisiva la richiesta del pizzo. Nel timore di una denuncia da parte di Piarantonio, costoro decisero di prenderlo, strangolarlo e colpirlo alla testa.

  • Giuseppe Cilia

    Comiso (RG) // 14 settembre 1995 // 26 anni

    Operaio di 26 anni, venne ferito a morte il 14 settembre del 1995 a Comiso (Ragusa). Si trovava in un deposito di mobili. Il commando aveva come obiettivo il proprietario del mobilificio, Giulio Ricca, con alcuni precedenti penali, che rimase ferito assieme a sua figlia Rita e al rivenditore Raffaele Tochio.

  • Serafino Famà

    Catania (CT) // 9 novembre 1995 // 57 anni

    Avvocato onesto, scrupoloso e appassionato al suo lavoro. Venne ucciso dalla mafia a Catania il 9 novembre del 1995. Anni di indagini e un processo hanno cercato di ristabilire verità e giustizia sull'omicidio. È dal pentimento del boss Alfio Giuffrida che viene fatta luce sulle motivazioni che portarono a emettere la sentenza contro l'avvocato. Sentenza emessa dal boss Giuseppe Di Giacomo, che non era un cliente difeso dall'avvocato Famà, ma dal collega, Bonfiglio. Sull'avvocato penalista Famà sarebbe stata scaricata la colpa di quella difesa che non aveva portato risultati a favore del boss.

  • Gioacchino Costanzo

    Somma Vesuviana (NA) // 15 novembre 1995 //

    Era un bambino di 18 mesi. Il 15 novembre 1995 era fermo nell'auto di un parente a Somma Vesuviana, quando fu investito da una raffica di proiettili mortali.

  • Fortunato Correale

    Locri (RC) // 22 novembre 1995 // 44 anni

    Era un meccanico. Venne ucciso a Locri il 22 novembre del 1995 dalla 'ndrangheta perché ebbe il coraggio di parlare in una terra dove l'omertà è inviolabile. Padre di tre figli, fu crivellato da sette colpi di pistola. Aveva visto, stando con la moglie alla finestra, quattro giovani incendiare l'auto di un carabiniere. Credeva che in una zona ad alta densità mafiosa potesse godere, parlando, di una forte protezione. Ma così non è stato. Uno dei soldati delle cosche, Salvatore Dieni, 25 anni, indicato come il nipote del boss di Locri, è stato arrestato per l'omicidio.

  • Antonino Buscemi

    Avola (SR) // 29 novembre 1995 // 28 anni

    Imprenditore, titolare di un'impresa edile. Morì il 29 novembre del 1995 ad Avola (SR), ucciso perché si era rifiutato di sottostare al racket o era riuscito ad aggiudicarsi lavori voluti da altri.

  • Natale De Grazia

    Nocera Inferiore (SA) // 13 dicembre 1995 // 39 anni

    Conseguì il titolo professionale di Capitano di lungo corso nel 1981, dopo aver effettuato quattro anni di navigazione in acque nazionali e internazionali in qualità di 2° e 1° ufficiale di coperta su navi mercantili e petroliere. Prestò successivamente servizio presso la Capitaneria di Porto di Vibo Valentia Marina e dopo due anni venne trasferito al Compartimento Marittimo di Reggio Calabria, dove rimase per sei anni. Nel 1991 venne disposto il suo trasferimento a Carloforte (Cagliari) per assumere il comando del Circomare per circa due anni. Poi un nuovo trasferimento al Compartimento di Reggio Calabria, dove assunse diversi incarichi. A partire dal 1994, collaborò attivamente col pool investigativo della procura di Reggio Calabria relativamente al traffico di rifiuti tossici e/o radioattivi su espressa richiesta del procuratore capo dott. Francesco Scuderi, il quale ritenne preziosa ed essenziale la collaborazione del De Grazia con il sostituto procuratore Francesco Neri, titolare delle indagini. Il comandante De Grazia morì improvvisamente il 13 dicembre 1995 a Nocera Inferiore (SA), mentre si trasferiva da Reggio Calabria a La Spezia nell'ambito delle indagini che stava seguendo. La morte sopraggiunse dopo il consumo di un pasto in una stazione di servizio sull'autostrada Salerno - Reggio Calabria. Il certificato di morte riporta quali cause del decesso le troppo generiche motivazioni: arresto cardio-circolatorio. Il suo corpo fu sottoposto ad autopsia solo dopo una settimana dal decesso e presso l'ospedale di Reggio Calabria, anziché Nocera Inferiore dove era deceduto. Il risultato del lavoro investigativo condotto dal capitano De Grazia è contenuto nei fascicoli dell'inchiesta giudiziaria sull'affondamento della nave Rigel e altri "navi a perdere" presso la procura di Reggio Calabria, archiviata nell'anno 2000. In molti hanno messo in relazione il suo misterioso decesso con i risultati del suo lavoro investigativo, sospettando anche che il capitano De Grazia possa essere rimasto vittima di un avvelenamento.

  • Giuseppe Montalto

    Trapani (TP) // 23 dicembre 1995 // 30 anni

    Era un poliziotto e come agente scelto della polizia penitenziaria prestò in un primo tempo servizio al carcere Le Vallette di Torino. In seguito svolse servizio presso il carcere dell'Ucciardone di Palermo, nella sezione di massima sicurezza, quella riservata ai boss. Venne ucciso il 23 dicembre 1995 da due killer in una frazione di Trapani, Pietretagliate, davanti alla casa del suocero. Montalto fu ucciso perché aveva sequestrato un bigliettino fatto arrivare in carcere ai boss Mariano Agate, Raffaele Ganci e Giuseppe Graviano.

  • Giuseppe Puglisi

    Fiumefreddo (CT) // 3 gennaio 1996 //

    Giuseppe Puglisi era un imprenditore, ucciso il 3 gennaio del 1996 con sei colpi di pistola calibro 9 nella periferia di Fiumefreddo, a quaranta chilometri da Catania. Il cadavere dell'uomo fu rinvenuto nella sua autovettura, una Ford Escort, da alcuni abitanti del quartiere, la cui attenzione era stata richiamata dal rumore dei colpi esplosi. Puglisi era proprietario di un piccolo caseificio, oltre a una rivendita al dettaglio dei suoi stessi prodotti. Per le sue modalità, l'omicidio sembra di chiaro stampo mafioso. Le indagini della magistratura richiamano la possibilità che Puglisi fosse stato vittima del racket.

  • Giovanni Attardo

    Favara (AG) // 7 gennaio 1996 //

    Il 7 gennaio del 1996 un killer gli ha sparato uccidendolo con 18 colpi di pistola a Favara. Il fratello Francesco il giorno successivo si è tolto la vita.

  • Giuseppe Di Matteo

    PA // 11 gennaio 1996 // 15 anni

    Giuseppe Di Matteo era il figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo. Giuseppe aveva 12 anni quando fu rapito il 23 novembre del 1993 al maneggio di Altofonte (PA) da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Il piccolo fu legato e lasciato nel cassone di un furgoncino Fiat Fiorino, prima di essere consegnato ai suoi carcerieri. La famiglia cercò presso tutti gli ospedali cittadini notizie del figlio, ma quando, il 1º dicembre 1993, un messaggio su un biglietto giunse alla famiglia con scritto "Tappaci la bocca" e due foto del bambino che teneva in mano un quotidiano del 29 novembre 1993, fu subito chiaro che il rapimento era finalizzato a spingere Santino Di Matteo a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci e sull'uccisione dell'esattore Ignazio Salvo. Il 14 dicembre 1993, Francesca Castellese, moglie di Di Matteo, denunciò la scomparsa del figlio. Dopo un iniziale cedimento psicologico, il pentito non si piegò al ricatto, sebbene fosse angosciato dalle sorti del figlio e decise di proseguire la collaborazione con la giustizia. Brusca decise così l'uccisione del ragazzo. Giuseppe venne strangolato e successivamente sciolto nell'acido l'11 gennaio del 1996, all'età di 15 anni, dopo 779 giorni di prigionia.

  • Salvatore Manzi

    Cicciano (NA) // 26 gennaio 1996 // 30 anni

    Salvatore Manzi, 30 anni, era un maresciallo di terza classe della Marina in servizio a Roma. Fu assassinato su un campo di calcio a Cicciano (Napoli) il 26 gennaio del 1996. I killer fecero irruzione sul campo di gioco e, dopo aver fatto stendere a terra i giocatori, si avvicinarono a uno di essi, per assicurarsi si trattasse della persona giusta; e gli spararono. Dal fucile a canne mozze dei sicari partirono tre colpi: due andarono a segno e per Salvatore Manzi non vi fu scampo. Un omicidio apparentemente inspiegabile. Secondo gli investigatori, però, la morte di Manzi potrebbe essere legata a una vendetta trasversale. L'uomo infatti era in rapporti di parentela con alcuni esponenti del clan camorristico dei Cava, la famiglia che per anni ha dettato legge a Quindici (Avellino). A Quindici, infatti, era in corso da anni una faida che vedeva i Cava opposti ai Graziano. Lì risiedevano ancora i suoi genitori, ma il sottufficiale, quando rientrava da Roma, si fermava a Nola (poco distante da Cicciano), dove sono rimasti la moglie e il figlio.

  • Francesco Giorgino

    Lazzaro (RC) // 21 febbraio 1996 // 40 anni

    Francesco era originario di Cerignola (FG) e viveva a Lazzaro, una piccola frazione in provincia di Reggio Calabria, dove lavorava come meccanico. Aveva 40 anni quando fu ucciso per aver negato un litro di olio lubrificante al boss del quartiere.

  • Gioacchino Bisceglia

    Terlizzi (BA) // 26 febbraio 1996 // 26 anni

    Era un giovane falegname di Terlizzi, in provincia di Bari. Fu ucciso a soli 26 anni per essersi ribellato al racket. Era il 26 febbraio del 1996. Gli avevano rubato l'auto e chiesto un riscatto per riaverla.

  • Anna Maria Torno

    Ginosa (TA) // 1 marzo 1996 // 18 anni

    Aveva 18 anni, era di Ginosa (Taranto) e lavorava come bracciante agricola. Il primo marzo del 1996 stava andando a lavorare come tutti i giorni, quando il pullmino su cui viaggiava ha avuto un incidente nel quale la donna perse la vita. È considerata una vittima del caporalato: Anna Maria viaggiava insieme ad altre 13 persone a bordo di un pullmino che poteva trasportare al massimo 9 passeggeri.

  • Giovanni Carbone

    Alessandria della Rocca (AG) // 20 aprile 1996 // 28 anni

    Aveva 28 anni quando venne ucciso, il 20 aprile del 1996. La sua morte fu decisa perché aveva visto in faccia i killer del camionista Emanuele Sedita, 68 anni. Si trovava ad Alessandria della Rocca, nell'agrigentino, per trascorrere la Pasqua con la sua famiglia. Lavorava come muratore a Parma.

  • Calogero Tramuta

    Lucca Sicula (AG) // 27 aprile 1996 //

    Agente della Guardia di Finanza in pensione che commerciava arance. Fu proprio a causa di questa attività che fu ucciso il 27 aprile del 1996 a Lucca Sicula (AG), mentre si trovava davanti a una pizzeria del paese a parlare con degli amici: dava fastidio a Emanuele Radosta, boss titolare di un'azienda di agrumi.

  • Nicola Melfi

    Casabona (KR) // 24 giugno 1996 // 17 anni

    Ucciso nella Strage di Casabona, località in provincia di Crotone. Durante l'agguato mortale nel suo cantiere a Domenico Alessio, imprenditore edile, capo della cosca più importante del paese, quasi certamente aiutato, viene colpito a morte Nicola Melfi, 17 anni che lavorava nel cantiere.

  • Francesco Tammone

    Potenza (PZ) // 10 luglio 1996 // 28 anni

    Agente scelto della Polizia di Stato. Fu ucciso mentre era in servizio la sera del 10 luglio del 1996, alla periferia di Potenza nel corso di una sparatoria. Stava inseguendo un pregiudicato. Era intervenuto dopo una segnalazione per sedare una rissa in un bar. Tammone morì prima dell'arrivo dei soccorsi.

  • Davide Sannino

    Massa di Somma (NA) // 19 luglio 1996 // 19 anni

    Venne ucciso il 19 luglio del 1996 a Massa di Somma (NA), da una pallottola calibro 22 sparata da un criminale che, assieme ad altri suoi complici, aveva assalito e depredato Davide e suoi tre amici di un vecchio motorino e tre orologi di poco prezzo. Davide e gli amici erano andati a festeggiare il diploma di odontotecnico appena conseguito. Davide è stato ucciso soltanto perché aveva osato guardare con senso di sfida il rapinatore.

  • Salvatore Botta

    Catania (CE) // 27 agosto 1996 // 14 anni

    Era il nipote 14enne Santa di Puglisi, la figlia di Antonino, capo della cosiddetta cosca Da Savasta. Fu ucciso insieme alla zia, con la quale si era recato al cimitero, il 27 agosto del 1996. Il ragazzo fu ucciso probabilmente perché aveva riconosciuto il killer.

  • Santa Puglisi

    Catania (CE) // 27 agosto 1996 // 22 anni

    Santa Puglisi aveva 22 anni ed era la figlia di Antonino Puglisi, capo della cosiddetta cosca Da Savasta. È stata uccisa il 27 agosto del 1996 davanti alla tomba di suo marito. Insieme a lei al cimitero quella mattina, c'erano anche i suoi nipoti di 12 e 14 anni. Salvatore Botta, il più grande dei due, è stato colpito mentre cercava di scappare, forse perché aveva riconosciuto il killer.

  • Antonino Polifroni

    Varapodio (RC) // 30 settembre 1996 // 49 anni

    Antonino (Nino) Polifroni era un imprenditore, ucciso per non essersi piegato alle richieste estorsive da parte della 'ndrangheta. L'omicidio avvenne a Varapodio, in provincia di Reggio Calabria, il 30 settembre del 1996 dopo una lunga scia di atti vandalici e attentati intimidatori. L'uomo aveva fondato un'impresa edilizia e, al momento dell'omicidio, aveva 49 anni. Per anni Nino aveva subito intimidazioni, minacce. Ma ogni volta aveva denunciato chi lo ricattava, non aveva mai accettato di scendere a compromessi.

  • Concetta Matarazzo

    Giugliano (NA) // 12 ottobre 1996 // 37 anni

    Concetta Matarazzo il 12 ottobre del 1996 venne descritta nelle cronache sui giornali come una delle più drammatiche giornate di mattanza della provincia napoletana. Sulla statale Domitiana, nei pressi di Giugliano, quella notte anche il corpo senza vita di Concetta Matarazzo, di soli 37 anni. La giovane donna che nulla aveva a che fare con la guerra tra clan della camorra, rimase travolta mentre viaggiava con la sua Fiat Uno dall'auto dei due pregiudicati, colpiti da una raffica di fuoco. Concetta viaggiava con un suo amico e purtroppo per lei non ci fu nulla da fare: è morta all'istante.

  • Giacomo Frazzetto

    Niscemi (CL) // 16 ottobre 1996 // 21 anni

    Il padre di Giacomo era titolare di un negozio di pellicce e gioielli a Niscemi. Si trovava nel negozio quel 16 ottobre del 1996 insieme al padre. Due malviventi fecero irruzione nel negozio per compiere una rapina, poco prima della chiusura. Salvatore intervenne per difendere la moglie dal pestaggio. I rapinatori lo disarmarono e lo uccisero insieme al figlio. Poi si diedero alla fuga.

  • Salvatore Frazzetto

    Niscemi (CL) // 16 ottobre 1996 // 46 anni

    Salvatore era titolare di un negozio di pellicce e gioielli a Niscemi. Si trovava nel suo negozio quel 16 ottobre del 1996 insieme a suo figlio di 21 anni. Due malviventi fecero irruzione nel negozio per compiere una rapina, poco prima della chiusura. Salvatore intervenne per difendere la moglie dal pestaggio. I rapinatori lo disarmarono e lo uccisero insieme al figlio. Poi si diedero alla fuga.

  • Riccardo Salerno

    Trapani (TP) // 18 novembre 1996 //

    Maria Antonietta Savona e il suo figlioletto Riccardo Salerno, di poco più di un mese, furono coinvolti in uno scontro con l'auto del magistrato di Sciacca, Bernardo Petralia, a Trapani il 18 novembre del 1996. Morirono entrambi.

  • Maria Antonietta Savona

    Trapani (TP) // 18 novembre 1996 // 36 anni

    Maria Antonietta Savona e il suo figlioletto Riccardo Salerno, di poco più di un mese, furono coinvolti in uno scontro con l'auto del magistrato di Sciacca, Bernardo Petralia, a Trapani il 18 novembre del 1996. Morirono entrambi.

  • Raffaele Pastore

    Torre Annunziata (NA) // 23 novembre 1996 // 35 anni

    Aveva 35 anni ed era padre di due bambini. Era un commerciante all'ingrosso di prodotti alimentari legati all'agricoltura. Venne ucciso a Torre Annunziata il 23 novembre 1996, mentre era nel suo negozio. Sua madre fu gravemente ferita. L'imprenditore si era rifiutato di pagare il pizzo ai camorristi e aveva denunciato i suoi taglieggiatori. Pastore chiese anche solidarietà ad altri commercianti, per non rimanere solo nella lotta ai clan delle estorsioni, ma nessuno gli fu vicino.

  • Celestino Fava

    Palizzi (RC) // 29 novembre 1996 // 22 anni

    Celestino Maria Fava nasce a Melito Porto Salvo il 23 maggio 1974. L'educazione ricevuta in famiglia e l'impostazione della sua formazione sono improntate sui principi cristiani del rispetto verso tutto e tutti, dell'onestà e della generosità. Durante il servizio militare a Napoli, aveva conquistato tanti amici con la sua simpatia e la sua disponibilità. Suonava il sassofono presso la Banda Musicale Città di Palizzi e, per perfezionare il suo amore per la musica, aveva frequentato anche il Conservatorio di Reggio Calabria. La mattina del 29 novembre del 1996 alla richiesta d'aiuto di un giovane del paese che doveva recarsi nella fattoria di sua proprietà ad accudire gli animali, Celestino lo seguì rimanendo vittima di un atto criminoso a soli ventidue anni. In quel luogo Celestino venne ucciso insieme all'altro giovane in circostanze misteriose.

  • Antonino Moio

    Palizzi (RC) // 29 novembre 1996 // 27 anni

    Celestino Fava e Antonino Moio erano insieme a raccogliere legna la mattina del 29 novembre 1996 nelle campagne di Palizzi, in provincia di Reggio Calabria. 22 anni il primo, studente universitario; 27 anni il secondo, contadino e pastore. Sono stati trucidati senza pietà. Secondo alcune ipotesi, Celestino sarebbe stato ucciso perché testimone oculare dell'agguato che aveva Nino come bersaglio, probabilmente per una vendetta trasversale.

  • Michele Cavaliere

    Gragnano (NA) // 12 dicembre 1996 //

    Michele Cavaliere, piccolo imprenditore nel ramo caseario, fu ucciso la mattina del 19 novembre del 1996 a Gragnano (NA). "Colpevole" di non essersi piegato al volere della camorra, pagando il pizzo. Cavaliere fu colpito da un killer in motocicletta alle 4.10 del mattino, mentre usciva dalla sua abitazione per recarsi di buon'ora presso il suo caseificio, come faceva tutti i giorni. Soccorso e trasportato in ospedale, morì il 12 dicembre successivo, senza mai essere uscito dal coma.

  • Rosario Ministeri

    Gela (CL) // 20 dicembre 1996 //

    Commerciante che non aveva alcun tipo legame con gli ambienti mafiosi. Fu ucciso il 20 dicembre del 1996 a Gela. Gestiva il bar Caposoprano e fu assassinato su ordine di Emanuele Trubia, esponente di spicco di Cosa Nostra gelese. Trubia intese così punire il barista per l'amicizia e l'ospitalità che offriva nel suo bar a Salvatore Trubia, fratello pentito dello stesso mandante.

  • Andrea Di Marco

    Castelforte (LT) //

  • Giuseppe La Franca

    Palermo (PA) // 4 gennaio 1997 //

    Giuseppe La Franca era un funzionario del Banco di Sicilia in pensione. I "Fardazza" avevano messo le mani su un caseggiato rurale in possesso di alcuni suoi parenti. Lui non voleva cedere le sue terre, come avevano fatto altri possidenti della zona. Quel terreno era suo, quel caseggiato occupato prepotentemente dai "Fardazza" non era cosa loro. Mentre tutti gli altri scappavano davanti al pericolo e alle minacce mafiose, mentre le istituzioni e anche certi media locali facevano finta di non vedere e non sapere o erano impotenti, lui continuava a frequentare i suoi terreni affermandone la proprietà. Ma quella sua legittima caparbietà dava troppo fastidio. Giuseppe La Franca è andato irreparabilmente incontro alla morte. Venne ucciso il 4 gennaio 1997 a Palermo.

  • Ciro Zirpoli

    Ercolano (NA) // 26 gennaio 1997 // 16 anni

    Ciro Zirpoli era figlio di Leonardo Zirpoli, ex narcotrafficante che aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Il 26 gennaio del 1997 Ciro fu trucidato a colpi di arma da fuoco, da due killer in moto a Ercolano. Aveva appena 16 anni. Pochi mesi dopo, la sua tomba venne profanata da alcuni vandali. L'intento dei mafiosi era quello di ridurre al silenzio e alla rassegnazione il padre.

  • Giulio Castellino

    Agrigento (AG) // 12 febbraio 1997 // 54 anni

    Giulio Castellino si laureò in Medicina e Chirurgia all'Università di Catania, durante il servizio militare partì volontario come medico nell'isola di Linosa. Eletto consigliere comunale già a 19 anni, in seguito divenne assessore diverse volte. Fu anche Ufficiale Sanitario del comune di Palma di Montechiaro (AG) per circa 20 anni. Nel 1995 divenne Capo Servizio dell'Igiene Pubblica della Provincia di Agrigento, incarico che ricoprì per due anni. Durante tale incarico furono molte le sue prese di posizione importanti, a volte impopolari, tra le quali la chiusura del mercato ortofrutticolo di Agrigento. Castellino promosse anche diverse iniziative di interesse sociale come una campagna di prevenzione, la prima in questo senso, presso l'accampamento degli zingari in contrada Gasena ad Agrigento dove, coinvolgendo alcuni sanitari e la Croce Rossa Italiana, portò medicine e indumenti e iniziò la vaccinazione, rivolgendola a tutti gli occupanti. La sua attenzione verso i più deboli si svolgeva puntualmente ogni anno, quando, dopo aver raccolto scatole di farmaci, le inviava o a volte le portava direttamente in alcuni Paesi in via di sviluppo. Il suo carattere forte, sincero e libero lo portava spesso ad avere scontri dialettici e formali con chi dirigeva la sanità agrigentina. In alcune occasioni affrontò direttamente i politici agrigentini che avevano avallato alcune nomine. Fu protagonista con l'ausilio dell'Arma dei Carabinieri di un blitz all'ospedale di Licata per combattere il fenomeno dell'assenteismo. Fu protagonista anche di un blitz al mercato ortofrutticolo di Agrigento dove, riscontrando serie e continue inadempienze, chiese e ottenne la sospensione dell'attività, attirandosi il disappunto degli agricoltori e di altri operatori del settore. Giulio Castellino morì a seguito di un attentato di stampo mafioso avvenuto il 12 febbraio 1997 in contrada Mosella ad Agrigento.

  • Agata Azzolina

    Niscemi (CL) // 22 marzo 1997 // 43 anni

    Si tolse la vita il 22 marzo del 1997 a Niscemi. Non riuscì più a sopportare il dolore provocato dalla morte per mano assassina del marito e del figlio, Salvatore e Giacomo Frazzetto, entrambi uccisi il 16 ottobre del 1996 nel corso di una rapina nella pellicceria - gioielleria di famiglia.

  • Ambrogio Mauri

    Desio (MB) // 21 aprile 1997 //

    Imprenditore italiano, uno dei simboli della lotta alla corruzione in Italia. Alla fine degli anni Ottanta, la sua azienda attraversò un periodo di grande crisi, restando per tre anni senza commesse, crisi che si ripeté poi nuovamente negli anni tra il 1993 e il 1995: il motivo principale di questi problemi fu il costante rifiuto da parte di Mauri di pagare tangenti ai politici milanesi dell'epoca. Negli anni di Tangentopoli appoggiò l'attività del pool Mani Pulite, andando a testimoniare volontariamente. Tuttavia, al termine di quella stagione, deluso dal fatto che, come prima, gli venivano negati appalti (in ultimo nel 1996 per l'ATM), perché non accettava di pagare tangenti, si suicidò nel proprio ufficio, con un colpo di pistola al cuore.

  • Raffaella Lupoli

    Taranto (TA) // 10 giugno 1997 // 11 anni

    Era il 10 giugno del 1997 quando entrarono in azione i sicari. I killer volevano colpire il padre di Raffaella Lupoli, un metalmeccanico disoccupato che aveva più problemi con la droga che con la giustizia. La ragazzina, di appena 11 anni, passeggiava con lui nel quartiere Tamburi di Taranto. Tre colpi di pistola la uccisero sul colpo.

  • Silvia Ruotolo

    Napoli (NA) // 11 giugno 1997 // 39 anni

    Quell'11 giugno del 1997 Silvia Ruotolo stava tornando nella sua casa di salita Arenella a Napoli, al Vomero, dopo aver preso a scuola il figlio Francesco di 5 anni. Alessandra, sua figlia di 10 anni, li guardava dal balcone. Improvvisamente qualcuno sparò all'impazzata per uccidere Salvatore Raimondi, affiliato al clan Cimmino, avversario del clan Alfieri. Quaranta proiettili volarono dappertutto ferendo un ragazzo e uccidendo sul colpo Silvia.

  • Angelo Bruno

    Palermo (PA) // 19 giugno 1997 //

    Costruttore, si pensa che Angelo Bruno avesse avuto richieste estorsive a cui non aveva potuto far fronte. Negli ultimi tempi aveva mostrato qualche preoccupazione, anche per la crisi del settore edilizio.

  • Vittorio Rega

    Maddaloni (CE) // 30 luglio 1997 //

    Nello scontro tra il clan Piccolo e Belforte di Marcianise, Vittorio viene ucciso il 30 luglio 1997 a Maddaloni(Ce). La sua colpa è stata quella di possedere un'automobile simile al vero obiettivo dei killer.

  • Francesco Marzano

    Siderno Superiore (RC) // 1 dicembre 1997 // 40 anni

    Francesco Marzano, commerciante di 40 anni, venne ucciso a colpi di lupara il primo dicembre del 1997 a Siderno Superiore, mentre stava rincasando. Era titolare di un negozio di arredi e macchine per uffici.

  • Erilda Ztausci

  • Saverio Ierace

    Cinquefrondi (RC) // 3 gennaio 1998 // 13 anni

    Davide Ladini e Saverio Ierace, 17 e 13 anni, vennero uccisi a colpi di pistola da due coetanei a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, la sera del 3 gennaio 1998 per una lite nella sala giochi. Un terzo ragazzo, Orazio Ierace, di 12 anni fu ferito nel corso della sparatoria.

  • Davide Ladini

    Cinquefrondi (RC) // 3 gennaio 1998 // 17 anni

    Davide Ladini e Saverio Ierace, 17 e 13 anni, vennero uccisi a colpi di pistola da due coetanei a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria, la sera del 3 gennaio 1998 per una lite nella sala giochi.

  • Giovanni Gargiulo

    Napoli (NA) // 18 febbraio 1998 // 14 anni

    Ucciso a 14 anni nella periferia orientale di Napoli. Giovanni, morto non perché si è trovato nella traiettoria dei proiettili ma una vera e propria esecuzione camorristica. Ha tentato di fuggire e cercare rifugio nel vicino supermercato che stava per aprire ai clienti, ma non ce l'ha fatta Giovanni. La sua unica colpa è il cognome, Gargiulo. Suo fratello aveva iniziato un percorso di collaborazione con la giustizia e la cultura della vendetta non ammette eccezioni. E così il 18 febbraio del 1998 due sicari a bordo di una motocilcetta hanno messo fine alla sua giovane vita.

  • Maria Incoronata Ramella

    Cerignola (FG) // 24 aprile 1998 //

    Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella, braccianti agricole, morirono in un incidente stradale il 24 aprile del 1998 a Cerignola, in provincia di Foggia. Viaggiavano su un furgone dei caporali stipato di lavoratori.

  • Incoronata Sollazzo

    Cerignola (FG) // 24 aprile 1998 //

    Incoronata Sollazzo e Maria Incoronata Ramella, braccianti agricole, morirono in un incidente stradale il 24 aprile del 1998 a Cerignola, in provincia di Foggia. Viaggiavano su un furgone dei caporali stipato di lavoratori.

  • Maria Angela Ansalone

    Oppido Mamertina (RC) // 8 maggio 1998 // 9 anni

    Maria Angela Ansalone, di appena 9 anni, e suo nonno Giuseppe Maria Biccheri, 66 anni, morirono la sera di venerdì 8 maggio 1998 a Oppido Mamertina. Erano sulla stessa auto, quella di Biccheri, che fu scambiata da dei sicari per quella di un appartenente a un clan rivale.

  • Giuseppe Maria Biccheri

    Oppido Mamertina (RC) // 8 maggio 1998 // 54 anni

    Maria Angela Ansalone, di appena 9 anni, e suo nonno Giuseppe Maria Biccheri, 66 anni, morirono la sera di venerdì 8 maggio 1998 a Oppido Mamertina. Erano sulla stessa auto, quella di Biccheri, che fu scambiata da dei sicari per quella di un appartenente a un clan rivale.

  • Orazio Sciascio

    Gela (CL) // 23 maggio 1998 // 76 anni

    Aveva 76 anni e si trovava nel suo negozio di generi alimentari a Gela quel 23 maggio del 1998, quando si è ribellato a un tentativo di rapina ed è stato ucciso con un colpo di fucile calibro 12.

  • Antonio Ferrara

    Acerra (NA) // 5 luglio 1998 // 21 anni

    Il 5 luglio 1998 due diciassettenni aprirono il fuoco nella piazza principale di Acerra, quella dedicata a Falcone e Borsellino. I minorenni, di cui uno appartenente a una famiglia camorrista, volevano vendicarsi dell'offesa subita la sera precedente da parte di un loro coetaneo. In realtà, nulla più di una futile questione legata a una festa di compleanno finita in rissa. I due sbagliarono tuttavia obiettivo e colpirono Antonio Ferrara, assolutamente estraneo all'intera vicenda.

  • Salvatore De Falco

    Pomigliano d'arco (NA) // 20 luglio 1998 // 24 anni

    Il 20 luglio 1998 tre operai del pastificio Russo, Salvatore De Falco di 21 anni, Rosario Flaminio di 24 anni e Alberto Vallefuoco di 24 anni, furono assassinati davanti al bar Manila, a Pomigliano d'Arco. Stavano per entrare in macchina quando i killer esplosero decine di proiettili, uccidendo Rosario e Alberto. Salvatore, che tentò la fuga, fu raggiunto e finito dai killer. I tre ragazzi sono stati scambiati per appartenenti a un clan rivale.

  • Rosario Flaminio

    Pomigliano d'arco (NA) // 20 luglio 1998 // 24 anni

    Il 20 luglio 1998 tre operai del pastificio Russo, Salvatore De Falco di 21 anni, Rosario Flaminio di 24 anni e Alberto Vallefuoco di 24 anni, furono assassinati davanti al bar Manila, a Pomigliano d'Arco. Stavano per entrare in macchina quando i killer esplosero decine di proiettili, uccidendo Rosario e Alberto. Salvatore, che tentò la fuga, fu raggiunto e finito dai killer. I tre ragazzi sono stati scambiati per appartenenti a un clan rivale.

  • Alberto Vallefuoco

    Pomigliano d'arco (NA) // 20 luglio 1998 // 24 anni

    Il 20 luglio 1998 tre operai del pastificio Russo, Salvatore De Falco di 21 anni, Rosario Flaminio di 24 anni e Alberto Vallefuoco di 24 anni, furono assassinati davanti al bar Manila, a Pomigliano d'Arco. Stavano per entrare in macchina quando i killer esplosero decine di proiettili, uccidendo Rosario e Alberto. Salvatore, che tentò la fuga, fu raggiunto e finito dai killer. I tre ragazzi sono stati scambiati per appartenenti a un clan rivale.

  • Giovanni Volpe

    Favara (AG) // 22 luglio 1998 //

  • Giuseppe Messina

    Piano Tavola (CL) // 31 luglio 1998 // 26 anni

    Giuseppe Messina, imprenditore, fu ucciso a Piano Tavola (CT) il 31 luglio del 1998. Fu avvicinato poco dopo aver ritirato in banca 25 milioni per gli stipendi dei suoi operai. Soldi che ha voluto difendere a tutti i costi, ingaggiando una lotta con i rapinatori che però gli è costata la vita. Morto sul colpo, ucciso da una fucilata sparata in pieno volto, davanti all'ingresso della sua ditta.

  • Giuseppe Iacona

    Niscemi (CL) // 23 agosto 1998 //

    Venne ucciso e dato alle fiamme nelle campagne di Niscemi (CL) il 23 agosto del 1998. Il giovane era conosciuto dalla polizia come tossicodipendente. Il 6 settembre fu arrestato il pregiudicato per traffico di droga Rocco Ferrera, con l'accusa di concorso in omicidio.

  • Giuseppina Guerriero

    Scisciano (NA) // 3 settembre 1998 // 43 anni

    In un primo periodo lavorava come bracciante, poi trovò un lavoro di sera a nero in una pizzeria come cuoca. Il 3 settembre 1998 a Scisciano (Napoli) verso le 23 venne uccisa mentre tornava dal lavoro. Sulla sua strada, due killer su una moto di grossa cilindrata si sono, infatti, lanciati ad alta velocità in Corso Garibaldi, sparando 4 colpi in rapida successione per cercare di uccidere Saverio Pianese, capozona del clan Capasso. Ma uccisero Giuseppina.

  • Luigi Ioculano

    Gioia Tauro (RC) // 25 settembre 1998 // 57 anni

    Medico, la mattina del 25 Settembre 1998 esce per andare a lavorare nel suo studio, ma viene ucciso dalla 'ndrangheta a pochi passi dalla sua casa di Gioia Tauro. Quattro colpi di pistola, due al petto e due alla testa. Amava profondamente la sua città, ne conosceva i difetti e le piaghe che cercava di curare alla luce del sole. Si interessava delle questioni inerenti l'ospedale, alcuni appalti pubblici, il piano regolatore comunale e si opponeva con forza alla costruzione del termovalorizzatore.

  • Domenico Geraci

    Zafferana (CT) // 8 ottobre 1998 // 44 anni

    Ucciso a fucilate davanti casa, nella centrale piazza Zafferana, la sera dell'8 ottobre del 1998, davanti al figlio che gli aveva aperto la porta. Pochi secondi e sono fuggiti via in mezzo a decine di testimoni. Era il candidato sindaco del suo paese e non aveva esitato a fare nomi e cognomi e a denunciare gli interessi non legali del piano regolatore, iniziando a tenere sotto controllo gli appalti per le opere pubbliche.

  • Antonio Condello

    Palma di Montechiaro (AG) // 17 novembre 1998 // 32 anni

    Antonio Condello fu ammazzato con nove colpi di pistola in una stradina buia nelle campagne di Palma di Montechiaro (AG) il 17 novembre 1998. L'agente di polizia penitenziaria Antonio Condello, 32 anni, in servizio nel carcere di Agrigento, aveva un appuntamento con qualcuno che poi si è trasformato nel suo assassino. Una vera e propria esecuzione.

  • Graziano Muntoni

    Orgosolo (NU) // 24 dicembre 1998 // 48 anni

    Graziano Muntoni era il sacerdote della diocesi di Nuoro, ucciso a Orgosolo alle 6.00 del mattino del 24 dicembre 1998 a due passi dalla chiesa, dove si stava recando per celebrare la Messa. Entrò in seminario giovanissimo, ma lo dovette abbandonare per una malattia ritornando al suo paese, Fonni, ai piedi del Monte Gennargentu. Con l'andar del tempo divenne presidente della Pro Loco, consigliere comunale e assessore al turismo, insegnante di musica e poi di lettere. Ormai 50enne, era riuscito infine a realizzare il suo sogno, laureandosi in Teologia e facendosi prete. Un anno dopo fu inviato come viceparroco a Orgosolo. Don Muntoni era il prete dei giovani, parlava di banditismo e di omertà.

  • Salvatore Ottone

    Vittoria (RG) // 2 gennaio 1999 // 27 anni

    Salvatore Ottone e Rosario Salerno sono due vittime innocenti di una strage avvenuta per un regolamento di conti a Vittoria il 2 gennaio del 1999. Due sicari col volto scoperto hanno fatto fuoco nel bar di un distributore di carburante lungo la strada tra Comiso e Vittoria e sono fuggiti via, dopo aver inferto un colpo finale alla nuca delle loro vittime. Nell'agguato, noto come strage di San Basilio, morirono anche tre stiddari. I veri obiettivi dei killer erano Giovanni Rimmaudo e Salvatore Di Mercurio, vivi per caso, perché per un banale contrattempo erano andati in ritardo all'appuntamento con la morte. Al loro posto i killer uccisero Salvatore e Rosario scambiandoli per due appartenenti al boss emergente Angelo Mirabella, il principale obiettivo dei sicari.

  • Rosario Salerno

    Vittoria (RG) // 2 gennaio 1999 // 28 anni

    Salvatore Ottone e Rosario Salerno sono due vittime innocenti di una strage avvenuta per un regolamento di conti a Vittoria il 2 gennaio del 1999. Due sicari col volto scoperto hanno fatto fuoco nel bar di un distributore di carburante lungo la strada tra Comiso e Vittoria e sono fuggiti via, dopo aver inferto un colpo finale alla nuca delle loro vittime. Nell'agguato, noto come strage di San Basilio, morirono anche tre stiddari. I veri obiettivi dei killer erano Giovanni Rimmaudo e Salvatore Di Mercurio, vivi per caso, perché per un banale contrattempo erano andati in ritardo all'appuntamento con la morte. Al loro posto i killer uccisero Salvatore e Rosario scambiandoli per due appartenenti al boss emergente Angelo Mirabella, il principale obiettivo dei sicari.

  • Francesco Salvo

    Castelvolturno (CE) // 20 marzo 1999 // 38 anni

    Cameriere, morì nella notte tra il 19 e il 20 marzo del 1999 all'interno del bar Tropical di Ischitella, bruciato vivo. Il gestore aveva rifiutato di installare all'interno dell'esercizio alcuni videopoker commissionati dalla famiglia Cantiello, in quel periodo contrapposta ai Bidognetti. La vendetta fu spietata e a pagare con la vita fu un povero innocente.

  • Stefano Pompeo

    Favara (AG) // 22 aprile 1999 // 11 anni

    Era appena un bambino quando fu ucciso per errore dalla mafia a soli 11 anni, il 22 aprile del 1999, a Favara. Stefano si trovava con il padre nella casa di Carmelo Cusumano, ritenuto il boss di una cosca del paese. Decise di salire sul fuoristrada di Cusumano guidato da Vincenzo Quaranta, per andare a comperare il pane. Poco dopo, però, l'auto venne colpita da tre colpi di fucile e Stefano venne raggiunto alla testa. Ucciso per errore, i killer credettero che sull'auto ci fosse Carmelo Cusumano.

  • Filippo Basile

    Palermo (PA) // 5 luglio 1999 // 38 anni

    Dirigente della Regione siciliana, lavorava all'assessorato regionale Agricoltura e Foreste. Trasformò la biblioteca dell'assessorato in un centro di documentazione. Il suo lavoro consisteva nella gestione delle risorse umane per l'informazione e la formazione del personale della pubblica amministrazione. Uscito dal suo ufficio, è stato ucciso il 5 luglio del 1999 a colpi di pistola.

  • Ennio Petrosino

    Candela (FG) // 25 agosto 1999 // 33 anni

    Ennio Petrosino, 33 anni, e sua moglie Rosa Zaza, 31 anni, vivevano in una villetta al piano terra nel parco De Luca a Pozzuoli. Lavoravano insieme nello stesso edificio, in uno studio di ragioneria del Centro Direzionale di Napoli. Sposi novelli, tornavano dalle vacanze passate in Croazia. Il 25 agosto del 1999, sbarcati a Bari alle 22, hanno imboccato l'autostrada sulla loro Suzuki. Sono stati travolti e uccisi da una macchina di contrabbandieri che, invertendo il proprio senso di marcia a fari spenti, ha attraversato uno dei tanti varchi aperti dell'autostrada Bari-Napoli.

  • Rosa Zaza

    Candela (FG) // 25 agosto 1999 // 31 anni

    Ennio Petrosino, 33 anni, e sua moglie Rosa Zaza, 31 anni, vivevano in una villetta al piano terra nel parco De Luca a Pozzuoli. Lavoravano insieme nello stesso edificio, in uno studio di ragioneria del Centro Direzionale di Napoli. Sposi novelli, tornavano dalle vacanze passate in Croazia. Il 25 agosto del 1999, sbarcati a Bari alle 22, hanno imboccato l'autostrada sulla loro Suzuki. Sono stati travolti e uccisi da una macchina di contrabbandieri che, invertendo il proprio senso di marcia a fari spenti, ha attraversato uno dei tanti varchi aperti dell'autostrada Bari-Napoli.

  • Hiso Telaray

    Cerignola (FG) // 8 settembre 1999 // 22 anni

    Hyso Telharaj aveva solo 22 anni quando è stato ucciso a Cerignola, in provincia di Foggia. Il giovane albanese era venuto in Italia per cercare lavoro. Hyso lavorava la terra. Era un bracciante agricolo che raccoglieva i frutti della terra nei pressi di Cerignola. Hyso si svegliava ogni giorno che era ancora buio e lavorava senza sosta fino al tramonto, raccogliendo la frutta. I pochi soldi che guadagnava gli erano necessari per campare e per aiutare la famiglia. La sua voglia di costruirsi un futuro si è scontrata con le organizzazioni criminali che regolano il lavoro degli stagionali e dei migranti. Non è stato ucciso dalla malattia o piegato dalla fatica come accade a tanti braccianti agricoli: Hyso è stato ucciso dai caporali perché non ha ceduto al loro ricatto. Era l'8 settembre del 1999. Non aveva piegato la testa e si era ribellato alla logica spietata dei caporali di Capitanata. La sua ribellione è stata punita per dare l'esempio a tutti, a chi magari voleva sfuggire alle costrizioni dei caporali.

  • Matteo Di Candia

    Foggia (FG) // 21 settembre 1999 // 62 anni

    Pensionato, fu assassinato con diversi colpi di arma da fuoco il 21 settembre del 1999 a Foggia. Stava festeggiando il suo onomastico quando, nel corso di un agguato contro un criminale locale, si è trovato nella traiettoria dei proiettili.

  • Marco De Franchis

    Ercolano (NA) // 23 settembre 1999 // 45 anni

    Era un impiegato comunale. Aveva 45 anni quando fu ucciso a Ercolano, in provincia di Napoli, il 23 settembre del 1999. La sua colpa fu quella di aver difeso il figlio, accusato dai boss di aver rubato nella zona.

  • Anna Pace

    Fasano (BR) // 12 ottobre 1999 // 62 anni

    Era in macchina con il marito quando, il 12 ottobre del 1999 a Fasano, venne travolta da un furgone dei contrabbandieri carico di sigarette. Aveva 67 anni.

  • Vincenzo Vaccaro Notte

    Sant'Angelo Muxaro (AG) // 3 novembre 1999 // 48 anni

    Per mancanza di lavoro, Vincenzo Vaccaro Notte, insieme a suo fratello Salvatore, abbandonò il suo piccolo paese di Sant'Angelo Muxaro, nell'agrigentino per emigrare in Germania. Qui i due fratelli rimasero per alcuni anni lavorando come pizzaioli. Con il denaro risparmiato riuscirono a tornare al loro paese e avviarono un'impresa di pompe funebri, entrando così in concorrenza con altri due fratelli, ritenuti vicini alla famiglia dei Fragapane di Santa Elisabetta. I due rifiutarono qualunque compromesso con il gruppo criminale. La conseguenza fu l'omicidio di Vincenzo, ucciso il 3 novembre del 1999. Rimasto solo, Salvatore continuò la sua attività e indagò per conto suo sull'omicidio del fratello, redigendo una specie di memoriale. Il 5 febbraio del 2000 anche lui venne ucciso con un colpo di lupara alla testa.

  • Raffaele Arnesano

    Copertino (LE) // 6 dicembre 1999 // 27 anni

    Luigi Pulli, Rodolfo Patera e Raffaele Arnesano erano vigilantes per la Velialpol. Vittime dell'assalto armato al furgone portavalori al quale facevano da scorta avvenuto il 6 dicembre del 1999, lungo la strada Copertino - San Donato, alla periferia di Copertino (LE). Furono trucidati a colpi di kalashnikov ed esplosivo.

  • Rodolfo Patera

    Copertino (LE) // 6 dicembre 1999 // 32 anni

    Luigi Pulli, Rodolfo Patera e Raffaele Arnesano erano vigilantes per la Velialpol. Vittime dell'assalto armato al furgone portavalori al quale facevano da scorta avvenuto il 6 dicembre del 1999, lungo la strada Copertino - San Donato, alla periferia di Copertino (LE). Furono trucidati a colpi di kalashnikov ed esplosivo.

  • Luigi Pulli

    Copertino (LE) // 6 dicembre 1999 // 52 anni

    Luigi Pulli, Rodolfo Patera e Raffaele Arnesano erano vigilantes per la Velialpol. Vittime dell'assalto armato al furgone portavalori al quale facevano da scorta avvenuto il 6 dicembre del 1999, lungo la strada Copertino - San Donato, alla periferia di Copertino (LE). Furono trucidati a colpi di kalashnikov ed esplosivo.

  • Antonio Lippiello

    Mestre – Venezia (VE) // 6 gennaio 2000 // 38 anni

    Antonio Lippiello era un sovrintendente di Polizia. Morì nel corso di un'operazione di servizio il 6 gennaio del 2000, durante la quale, al casello di Villabona, sull'autostrada, in una prima fase vennero arrestati due spacciatori tunisini. Ma un'automobile con a bordo altri due trafficanti riuscì a sfuggire, inseguita dall'automobile con a bordo il sovrintendente Lippiello e altri due agenti. Durante l'inseguimento, condotto sul filo dei 200 km orari, l'autovettura dei trafficanti speronò due volte l'auto degli agenti, mandandola a finire contro il guardrail nei pressi dell'uscita Castellana della tangenziale di Mestre. Nell'urto, il poliziotto seduto sul sedile posteriore dell'auto degli agenti premette accidentalmente il grilletto della propria pistola d'ordinanza, lasciando partire un colpo che raggiunse il sovrintendente Lippiello alla schiena uccidendolo. Lasciò moglie e due figli.

  • Salvatore Vaccaro Notte

    Sant'Angelo Muxaro (AG) // 5 febbraio 2000 // 42 anni

    Per mancanza di lavoro, Salvatore Vaccaro Notte, insieme a suo fratello Vincenzo, abbandonò il piccolo paese di Sant'Angelo Muxaro, in provincia di Agrigento, per emigrare in Germania. Qui i due fratelli rimasero per alcuni anni lavorando come pizzaioli. Con il denaro risparmiato riuscirono a tornare al loro paese e avviarono un'impresa di pompe funebri, entrando così in concorrenza con altri due fratelli, ritenuti vicini alla famiglia dei Fragapane di Santa Elisabetta. Salvatore era impegnato anche nella vita politica del piccolo centro, era consigliere comunale di Alleanza Nazionale.
    I due fratelli rifiutarono qualunque compromesso con il gruppo criminale. La conseguenza fu l'omicidio di Vincenzo, ucciso il 3 novembre del 1999. Rimasto solo, Salvatore continuò la sua attività e indagò per conto suo sull'omicidio del fratello, redigendo una specie di memoriale. Il 5 febbraio del 2000 anche lui venne ucciso con un colpo di lupara alla testa.

  • Alberto De Falco

    Brindisi (BR) // 24 febbraio 2000 // 33 anni

    Antonio Sottile e Alberto De Falco erano due finanzieri che prestavano servizio a Brindisi. Sono morti la notte tra il 23 e il 24 febbraio del 2000, mentre cercavano di bloccare un fuoristrada carico di sigarette di contrabbando. Quella notte, sulla complanare della statale 379, a pochi passi dal santuario di Jaddico, la Fiat Punto dei due finanzieri si è sbriciolata contro il mezzo blindato dei malviventi.

  • Antonio Sottile

    Brindisi (BR) // 24 febbraio 2000 // 29 anni

    Antonio Sottile e Alberto De Falco erano due finanzieri che prestavano servizio a Brindisi. Sono morti la notte tra il 23 e il 24 febbraio del 2000, mentre cercavano di bloccare un fuoristrada carico di sigarette di contrabbando. Quella notte, sulla complanare della statale 379, a pochi passi dal santuario di Jaddico, la Fiat Punto dei due finanzieri si è sbriciolata contro il mezzo blindato dei malviventi.

  • Ferdinando Chiarotti

    Strongoli (KR) // 26 febbraio 2000 // 73 anni

    Vittima innocente di un agguato avvenuto a Strongoli il 26 febbraio del 2000. Ferdinando Chiarotti si trovò malauguratamente coinvolto in un regolamento di conti tra clan. Era un pensionato di 73 anni. Era seduto su una panchina quando fu raggiunto da colpi di pistola e di kalashnikov.

  • Francesco Scerbo

    Isola di Capo Rizzuto (KR) // 2 marzo 2000 // 33 anni

    Francesco Scerbo è stato ucciso il 2 marzo del 2000 a Isola Capo Rizzuto. Colpito per sbaglio da due killer incappucciati mentre era in un bar. Aveva 33 anni. Lasciò una figlia e la moglie che aspettava il secondo figlio.

  • Ferdinando Liguori

    Giugliano (NA) // 5 marzo 2000 // 22 anni

    Stava uscendo dalla discoteca il "My Toy" di Giugliano. Era la notte del 5 marzo del 2000. Ferdinando aveva ventidue anni e quella sera aveva avuto una discussione con dei ragazzi all'esterno della discoteca. Si era allontanato in auto con i suoi amici e stava tornando verso casa, quando fu affiancato dalle persone con cui aveva discusso. Una pioggia di proiettili lo investì. A sparare fu il figlio del boss di Secondigliano, Pietro Licciardi.

  • Giuseppe Grandolfo

    Bari (BA) // 11 marzo 2000 // 39 anni

    Si trovava in un circolo ricreativo della sua città, Bari, quando si trovò al centro di una sparatoria tra bande rivali. Era l'11 marzo del 2000.

  • Domenico Gullaci

    Gioiosa Jonica (RC) // 13 aprile 2000 // 42 anni

    Imprenditore edile calabrese, padre di quattro figli, che gestiva lavori anche fuori dalla regione. Alle 7.00 di mattina del 13 aprile 2000 l'auto su cui viaggiava saltò in aria. Gli uomini del Ccis (Centro carabinieri investigazioni scientifiche) di Messina dichiararono che l'ordigno era stato azionato con un comando a distanza. I Due cognati di Domenico Gullaci, Francesco Marzano di 40 anni e Antonio Tarsitani di 39 anni, erano già stati uccisi: il primo a colpi di lupara nel dicembre 1997 a Siderno Superiore; il secondo nel giugno 1993, a colpi di pistola, mentre viaggiava sull'Autostrada tra Palmi e Bagnara. Domenico Gullaci aveva già subito intimidazioni: nell'agosto dell'anno precedente era stato bruciato un camion della sua ditta e pochi mesi prima aveva dovuto riacquistare i marmi della villetta che si stava costruendo perché qualcuno li aveva spaccati a colpi di mazza.

  • Maria Colangiuli

    Bari (BA) // 7 giugno 2000 // 70 anni

    Casalinga di 70 anni che abitava nel quartiere San Paolo di Bari. Venne uccisa il 7 giugno del 2000 mentre si trovava sul balcone della sua abitazione, al terzo piano, da un proiettile vagante sparato durante un regolamento di conti fra bande rivali.

  • Hamdi Lala

    Acerra (NA) // 10 giugno 2000 // 35 anni

    Era in Italia con un regolare permesso di soggiorno e lavorava come stagionale. Il 10 giugno del 2000, tre fratelli albanesi gli avevano chiesto di lasciare a uno di loro il suo impiego stagionale nella raccolta del tabacco. Hamdi rifiutò e per questo venne ammazzato a coltellate, aveva appena 35 anni. Il fatto avvenne ad Acerra, in provincia di Napoli, e i tre assassini furono ricondotti agli ambienti della mafia albanese.

  • Gaetano De Rosa

    Marano (NA) // 16 luglio 2000 // 36 anni

    Gaetano De Rosa, 36 anni, morì senza nessuna colpa, il 16 luglio del 2000 a Marano, in provincia di Napoli. La sua unica colpa quella di aver avuto il coraggio di reagire al furto della sua auto.

  • Saverio Cataldo

    Bovalino (RC) // 21 luglio 2000 // 47 anni

    Ucciso poco dopo la mezzanotte del 21 luglio del 2000 a Bovalino (RC). Gli hanno sparato alla schiena quattro colpi di fucile caricato a lupara. Si era rifiutato di vendere la sua attività commerciale, una tabaccheria con annesso negozio di generi alimentari, in contrada Bosco Sant'Ippolito, a quattro passi da San Luca.

  • Salvatore De Rosa

    Lecce (LE) // 24 luglio 2000 // 26 anni

    Insieme al suo collega della Guardia di Finanza Daniele Zoccola, il 24 luglio del 2000 stavano svolgendo un servizio di contrasto al traffico di esseri umani nel Canale d'Otranto, nelle acque antistanti le grotte di Zinzulusa di Castro Marina (Le). Avevano intercettato un barcone carico di disperati, che cercavano di raggiungere le coste italiane. Ma gli scafisti, per sfuggire alla cattura, si erano tuffati in mare e avevano lanciato il gommone a tutta velocità in direzione dell'unità navale della Guardia di Finanza, che fu travolta. Per i due finanzieri non vi fu scampo.

  • Daniele Zoccola

    Lecce (LE) // 24 luglio 2000 // 22 anni

    Insieme al suo collega della Guardia di Finanza Salvatore De Rosa, il 24 luglio del 2000 stavano svolgendo un servizio di contrasto al traffico di esseri umani nel Canale d'Otranto, nelle acque antistanti le grotte di Zinzulusa di Castro Marina (Le). Avevano intercettato un barcone carico di disperati, che cercavano di raggiungere le coste italiane. Ma gli scafisti, per sfuggire alla cattura, si erano tuffati in mare e avevano lanciato il gommone a tutta velocità in direzione dell'unità navale della Guardia di Finanza, che fu travolta. Per i due finanzieri non vi fu scampo.

  • Giuseppe Falanga

    Torre del Greco (NA) // 28 luglio 2000 // 47 anni

    Imprenditore di Torre del Greco, in provincia di Napoli. Venne ucciso il 28 luglio del 2000 perché si era ribellato al racket. Due killer gli spararono alla presenza degli operai e delle persone che abitavano nella zona, senza paura di essere visti e riconosciuti. Pochi giorni prima era stato picchiato un suo socio.

  • Paolo Castaldi

    Napoli (NA) // 10 agosto 2000 // 20 anni

    Paolo Castaldi e Luigi Sequino avevano 20 anni. Furono uccisi la sera del 10 agosto del 2000 a Napoli, nel quartiere Pianura. I due si trovavano in auto per caso, mentre discutevano di vacanze e del loro futuro. Due ragazzi come tanti, con sogni, speranze e voglia di riscatto. Furono scambiati per i guardaspalle di un capo camorra della zona, Rosario Marra.

  • Luigi Sequino

    Napoli (NA) // 10 agosto 2000 // 20 anni

    Paolo Castaldi e Luigi Sequino avevano 20 anni. Furono uccisi la sera del 10 agosto del 2000 a Napoli, nel quartiere Pianura. I due si trovavano in auto per caso, mentre discutevano di vacanze e del loro futuro. Due ragazzi come tanti, con sogni, speranze e voglia di riscatto. Furono scambiati per i guardaspalle di un capo camorra della zona, Rosario Marra.

  • Raffaele Iorio

    Napoli (NA) // 14 settembre 2000 // 63 anni

    Nella serata del 13 settembre 2000 Raffaele Iorio, autista in pensione, subisce in Via Gianturco alla periferia di Napoli, il furto della Jaguar che un amico imprenditore gli aveva affidato. Raffaele aveva infatti scelto di continuare a lavorare facendo saltuariamente piccoli trasporti. Quella sera Raffaele viene attratto con l'inganno fuori dall'auto attraverso un tamponamento appositamente organizzato. Al posto di guida della Jaguar si è inserito a quel punto uno dei malviventi e Raffaele, nel tentativo di difendere qualcosa che neanche gli apparteneva, si è aggrappato con forza alla portiera. L'uomo è stato trascinato per almeno 700 metri sull'asfalto e alla fine scaraventato contro un palo della luce. Raffaele è morto dopo ore di agonia il giorno successivo in ospedale.

  • Gianfranco Madia

    San Giovanni in Fiore (CS) // 27 ottobre 2000 // 15 anni

    Ucciso all'età di 15 anni sulla statale 107, tra Camigliatello e San Giovanni in Fiore, in provincia di Cosenza. Era il 27 ottobre del 2000. Con Gianfranco, fu ucciso anche il nonno 61enne Francesco Talarico, piccolo imprenditore agricolo e forse vero obiettivo dell'agguato.

  • Valentina Terracciano

    Pollena Trocchia (NA) // 12 novembre 2000 // 2 anni

    Era una bambina di 2 anni la cui vita fu stroncata dai proiettili esplosi durante una sparatoria a Pollena Trocchia (Na), nel mezzo di una guerra di camorra, il 12 novembre del 2000. Vittima designata del commando era il padre.

  • Tina Motoc

    Pianezza Collegno (TO) // 9 febbraio 2001 // 20 anni

    Florentina Motoc forse era venuta in Italia per cercare un lavoro e dare un futuro diverso alla sua bambina. L'aveva lasciato con i nonni in Moldavia e lei, Tina, era arrivata in Italia. E per lavorare, si prostituiva, a Torino. Fu ritrovata lungo gli argini del Po, vicino a uno svincolo della Tangenziale, il 17 febbraio del 2001, priva di vita a soli 21 anni.

  • Antonio Della Bona

    // 13 marzo 2001 //

    Il 13 marzo del 2001 fu assassinato per sbaglio l'operaio Antonio Della Bona trovatosi per caso nella traiettoria dei proiettili che uccisero il pregiudicato Fabrizio Negro.

  • Michele Fazio

    Bari (BA) // 12 luglio 2001 // 16 anni

    A Bari Vecchia il 12 luglio del 2001, Michele Fazio passeggiava nelle vie strette del borgo antico. Non sapeva che di lì a poco i killer del clan Capriati avrebbero aperto il fuoco contro i rivali Strisciuglio. Michele aveva 16 anni e lavorava già da barista. Alla fine del turno stava tornando a casa, come tutti i giorni. Due scooter si fermarono, il commando fece fuoco, un proiettile colpì il ragazzo alla nuca. Per lui non vi fu scampo.

  • Stefano Ciaramella

    Casoria (NA) // 2 settembre 2001 // 17 anni

    Stefano Ciaramella venne ucciso nel tentativo di reazione alla violenza di quattro balordi. Poco dopo la mezzanotte del 2 settembre 2001, alcuni malviventi in scooter circondarono una giovane coppia, tentando di portare via con la forza la borsetta di lei. Stefano reagì, cercando proteggere la fidanzatina, e inseguì i rapinatori allontanatisi con la refurtiva. In realtà si trattava di appena pochi spiccioli e dei documenti della ragazza custoditi nella borsa. Sarà un fendente dritto al cuore a stroncare la vita del diciassettenne.

  • Carmelo Benvegna

    Calatabiano (CT) // 6 dicembre 2001 // 56 anni

    Ucciso a Calatabiano (Ct) il 6 dicembre del 2001, all'ingresso del suo agrumeto. Un unico colpo con un fucile calibro 12. Era un commerciante in pensione che qualche anno prima aveva denunciato e fatto arrestare alcuni estorsori. Due anni prima avevano già tentato di ucciderlo.

  • Francesco Antonio Santaniello

    Lauro (AV) // 31 gennaio 2002 // 50 anni

    Francesco Antonio Santaniello nacque nel 1952 a Quindici dove, per tutti, era Totonno. La sua era una famiglia di contadini. Nel 1967 raggiunse suo padre in Germania per lavorare come manovale. Nel 1982 decise di tornare in Italia e investire i suoi risparmi, fondando la Edil Santaniello, che ingranò immediatamente. Santaniello venne ucciso il 31 gennaio del 2002 a Lauro, in provincia di Avellino, nel corso di un agguato nel suo deposito di laterizi. Potrebbe essere stata la pioggia di miliardi in arrivo per il ripristino dell'assetto idrogeologico del Vallo di Lauro, scosso dalla marea di fango che travolse Sarno nel maggio del 1998, la scintilla che ha riacceso una faida sopita da tempo, quella che per anni ha contrapposto i Cava e i Graziano. Santaniello era incensurato e tuttavia era cugino di primo grado di Biagio Cava, detto "ndondo", il boss che, dopo aver scontato cinque anni in carcere, è sparito, governando dalla latitanza gli affari della famiglia. Lontanissimo, come confermò la polizia, dal mondo e dalla mentalità camorristica, potrebbe dunque essere stato vittima di una vendetta trasversale. L'altra pista su cui si mossero gli inquirenti fu quella del racket: Santaniello, deciso e poco propenso a farsi intimidire, non avrebbe mai ceduto a una qualunque richiesta di pizzo. Le modalità dell'omicidio furono immediatamente ricondotte alla camorra. Quattro colpi esplosi da una carabina calibro 22: tre alla schiena e uno alla spalla. A trovare il corpo fu Arturo Santaniello, figlio della vittima, che lavorava nel capannone e non vide né sentì nulla.

  • Antonio Petito

    Villa Literno (CE) // 8 febbraio 2002 // 20 anni

    Una frenata maldestra e una lite scoppiata tra due ragazzi. Può succedere a chiunque, ogni giorno. Ma a Casal di Principe un episodio simile è costata la vita ad Antonio Petito. Un bravo ragazzo Antonio, di soli 20 anni che lavorava come falegname. L'altro protagonista della storia è un altro ragazzo di 13 anni, Gianluca Bidognetti. Non una persona chiunque, Gianluca è il figlio di Francesco Bidognetti, boss dei casalesi. E non si può mancare di rispetto a un Bidognetti, soprattutto in un periodo in cui gli equilibri tra clan rivali sono instabili. E così Anna Carrino, la madre di Gianluca, convoca la dirigenza del clan e ordina l'uccisione di Antonio. Una punizione esemplare, eseguita l'8 febbraio del 2002.

  • Federico Del Prete

    Casal di Principe (CE) // 18 febbraio 2002 // 44 anni

    Non aveva seguito i consigli di chi li suggeriva di andarsene, di lasciare il Paese. Perché Federico era un uomo semplice, semplice e onesto. Lavorava da sempre come venditore ambulante nei mercati del casertano. Si era trasferito a Casal di Principe per amore e aveva lasciato Frattamaggiore. I guadagni delle sue fatiche, del suo lavoro non aveva intenzione di dividerli con nessuno, nè tanto meno con le organizzazioni criminali che imponevano il pizzo agli ambulanti. E così, visto che non c'era nessuno che rappresentasse la categoria aveva fondato un sindacato, lo SNAA - Sindacato Nazionale Autonomo Ambulanti che in pochi mesi aveva raggiunto tremila iscritti. E continuava a denunciare e supportare chi voleva farlo. Il 19 febbraio avrebbe dovuto testimoniare in un processo molto importante, scaturito da una sua denuncia. E così, il 18 febbraio del 2002 fu dato ordine di eliminarlo. Era al telefono, nella sede del suo sindacato, quando un uomo armato entrò nel suo ufficio e lo uccise.

  • Torquato Ciriaco

    Lamezia Terme (CZ) // 2 marzo 2002 // 55 anni

    Torquato Ciriaco era in trattative per l'acquisto di una cava d'inerti dell'impresa Lo Russo a Maida. Ma la stessa cava era stata presa di mira dal clan Anello-Fruci che controllava la zona a cavallo tra le province di Catanzaro e Vibo. Sembra che negli ultimi mesi della sua vita Ciriaco volesse allontanarsi da questo affare spinoso, ma secondo gli inquirenti la cosca interessata pensò di sistemare tutto con l'eliminazione dell'avvocato. Una Fiat Punto bianca affiancò nella notte del primo marzo del 2000 il fuoristrada guidato da Ciriaco al bivio del Calderaio e l'uccise con diversi colpi di fucile caricato a pallettoni.

  • Giuseppe Francese

    Palermo (PA) // 3 settembre 2002 // 35 anni

    Figlio di Mario Francese, il giornalista assassinato la sera del 26 gennaio 1979 a Palermo, davanti casa. Giuseppe aveva dodici anni quando vide il corpo del padre colpito a morte. Per 20 anni ha raccolto instancabilmente informazioni, testimonianze, dati ed elementi per poter trovare gli esecutori e i mandanti dell'omicidio. Alla fine riuscì a far condannare mezza Cupola: Bagarella, Riina, Provenzano e altri quattro mafiosi. Il giorno dopo la sentenza di primo grado, Giuseppe lasciò un biglietto con su scritto: "ho svolto il mio compito, ho fatto il mio dovere, vi abbraccio tutti, scusatemi". E si uccise.

  • Husan Balikci

    // 11 ottobre 2002 //

    Era un ingegnere in servizio presso la compagnia elettrica pubblica turca Tedas. Fu ucciso l'11 Ottobre 2002 da due sicari, dopo aver denunciato alcuni casi di corruzione.

  • Domenico Pacilio

    Grumo Nevano (NA) // 4 gennaio 2003 // 45 anni

    Nei primi anni '90, Domenico Pacilio aveva denunciato una banda di estorsori, provocando l'arresto e la condanna di uno di loro. Venne ucciso a Grumo Nevano, in provincia di Napoli, il 4 gennaio del 2003. Erano le cinque del mattino quando i tre killer erano in attesa sotto la sua villa. Appena lui ha azionato il telecomando del cancello, è scattato il fuoco. Venti colpi, una raffica, una pioggia di proiettili. Muore sul colpo a pochi metri dall'ingresso di casa, dalle camere dove dormivano la moglie, i figli.

  • Antonio Vairo

    Napoli (NA) // 23 gennaio 2003 // 68 anni

    Dopo alcuni anni trascorsi in Germania, Antonio Vairo fu richiamato dalle sue radici e si ritrasferì a Napoli, dove iniziò a lavorare come pescivendolo ambulante. Il 23 gennaio del 2003, Antonio Vairo uscì dal suo appartamento per andare ad acquistare alcune bibite presso Calata Capodichino e, poco più tardi, si trattenne presso un'associazione cattolica, alla quale era iscritto. Quel dannato giorno, egli perse la vita per via di uno sparo dietro la nuca. Tragicamente uno scambio di persona.

  • Paolino Avella

    San Sebastiano al Vesuvio (NA) // 5 aprile 2003 // 17 anni

    Il 5 aprile del 2003, a San Sebastiano al Vesuvio (NA), il giovane Paolino Avella perse la vita a pochi metri dal liceo da cui proveniva, nel tentativo di sfuggire al furto del proprio motorino a opera di due balordi. Paolino, nel tentativo di sottrarsi alla rapina, accelerò improvvisamente cercando di allontanarsi, forse anche per raggiungere la vicina stazione dei Carabinieri. Ma i malviventi si misero a inseguirlo. La perizia tecnica disposta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Nola ha accertato che i due balordi, utilizzando una moto più potente, prima raggiunsero poi affiancarono la moto di Paolino, speronandola e causando l'impatto contro un albero. Paolino morì per la gravità delle ferite riportate nell'impatto. Avrebbe compiuto 18 anni pochi giorni dopo.

  • Paolo Bagnato

    Bagnara Calabra (RC) // 6 giugno 2003 // 51 anni

    Faceva il pizzaiolo a Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria. La sera del 6 giugno 2003 tre individui, dopo aver consumato, avvisarono la cameriera di non aver alcuna intenzione di pagare il conto. Bagnato allora si avvicinò al tavolo, chiedendo spiegazioni. La discussione si accese e i quattro si allontanarono per discutere davanti alla porta d'ingresso. Ma ben presto la situazione degenerò: Paolo Bagnato fu colpito con quattro pugnalate all'addome e al torace. Morì qualche ora più tardi. Aveva 51 anni.

  • Giuseppe Rovescio

    Villa Literno (CE) // 29 settembre 2003 // 24 anni

    Ucciso a colpi di fucile il 29 settembre del 2003 a Villa Literno. Giuseppe portava i capelli lunghi: un particolare che gli costò la vita. Quel particolare, infatti, ingannò i killer che lo scambiarono per un pregiudicato. Aveva 24 anni e a nulla valse il suo tentativo di fuggire tra la gente terrorizzata, per sottrarsi ai suoi assassini.

  • Gaetano Marchitelli

    Bari (BA) // 2 ottobre 2003 // 15 anni

    Gaetano Marchitelli, 15 anni, stava lavorando come tutte le sere. È stato ucciso poco dopo le 23.00 del 2 ottobre del 2003 a Carbonara, alla periferia di Bari. Un commando a bordo di un'auto ha sparato all'impazzata contro un gruppo di ragazzini fermi davanti a una pizzeria. Gaetano Marchitelli era un giovane studente che si trovava lì per caso, o meglio che in quella pizzeria andava a lavorare per pagarsi gli studi. Lì ha trovato la morte.

  • Michele Amico

    Caltanissetta (CL) // 23 ottobre 2003 //

    Commerciante, titolare di una cartoleria-tabaccheria. Venne ucciso a colpi di pistola il 23 ottobre del 2003 a Caltanissetta. Secondo gli inquirenti, l'omicidio doveva servire da monito anche per altre vittime del racket che, come Amico, si rifiutavano di pagare il pizzo. Il commerciante fu assassinato con 7 colpi esplosi da due pistole differenti nei pressi della casa di campagna dei genitori.

  • Claudio Taglialatela

    Napoli (NA) // 9 dicembre 2003 // 22 anni

    Claudio Taglialatela fu ucciso il 9 dicembre del 2003 a Napoli, in via Seggio del Popolo, nei pressi della centralissima via Duomo. Il giovane stava aspettando in macchina un amico. Quest'ultimo riferì che Claudio Taglialatela lo aveva chiamato dicendogli di scendere in fretta, perché c'erano delle brutte facce proprio lì intorno. Quando l'amico scese in strada non vide l'auto e notò una certa confusione in fondo alla strada, su corso Umberto. La macchina di Claudio era finita contro un semaforo e lui era riverso sul sedile anteriore. Quando gli prestarono soccorso pensarono a un incidente, poi ci si accorse invece che un proiettile gli aveva perforato il torace. Ucciso per essersi opposto a un tentativo di rapina.

  • Attilio Manca

    Viterbo (VT) // 12 febbraio 2004 // 35 anni

    Era un medico urologo il cui cadavere fu ritrovato nella sua abitazione di Viterbo il 12 febbraio del 2004. Nel suo polso sinistro furono trovati due fori, mentre sul pavimento fu individuata una siringa. L'autopsia certificò la presenza nel sangue di eroina, alcol etilico e barbiturici. Il caso fu inizialmente ritenuto un'overdose, poi archiviato come suicidio. La ricostruzione fu però fermamente contestata dai genitori: Attilio, infatti, era mancino e dunque, secondo i genitori, se fosse stato lui a farlo, non si sarebbe iniettato la droga nel polso sinistro ma in quello destro. I genitori sostengono che il figlio non si è suicidato, ma che è stato ucciso per coprire un intervento subito da Bernardo Provenzano a Marsiglia. Infatti, secondo una successiva inchiesta dei magistrati, Provenzano sarebbe stato operato alla prostata alla clinica "La Ciotat" da una équipe composta da Philippe Barnaud e dagli specialisti Breton e Bonin. Durante questo viaggio, secondo la ricostruzione dei genitori di Manca, l'urologo sarebbe entrato in contatto con il capomafia. All'inizio del mese di novembre del 2003, infatti, il medico sarebbe stato a Marsiglia. Manca sarebbe stato costretto dalla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto a unirsi all'équipe di Barnaud durante l'intervento a Provenzano.

  • Francesco Estatico

    Napoli (NA) // 15 febbraio 2004 // 19 anni

    Fu ucciso da una coltellata ricevuta in seguito a una lite scoppiata per aver guardato una ragazza. Era il 15 febbraio del 2004. Francesco era davanti un bar di Mergellina, a Napoli. Nessuna delle persone presenti è intervenuta per sedare la rissa scoppiata tra il fidanzato della ragazza e Francesco, ucciso con una coltellata per uno sguardo di troppo.

  • Bonifacio Tilocca

    Nuoro (NU) // 29 febbraio 2004 // 71 anni

    Bonifacio Tilocca, padre di Peppino, già sindaco per 4 anni di Burgos, un piccolo paese tra Sassari e Nuoro, in Sardegna. La colpa di Bonifacio è stata quella di aver raccontato a un magistrato quello che aveva scoperto sugli attentati che il figlio aveva subito in quattro anni di governo. Una bomba davanti all'ingresso della sua casa lo uccise all'età di 71 anni, il 29 febbraio del 2004.

  • Annalisa Durante

    Napoli (NA) // 27 marzo 2004 // 14 anni

    Annalisa Durante venne uccisa a 14 anni nel quartiere Forcella, a Napoli. Era il 27 marzo del 2004. Annalisa, che era in compagnia di alcune cugine e stava chiacchierando sotto il portone di casa, rimase vittima inconsapevole di uno scontro a fuoco tra diverse fazioni della camorra. I killer volevano uccidere il boss Salvatore Giuliano, 20 anni. Il giovane camorrista si fece scudo con il corpo della ragazza. Annalisa, raggiunta al capo, cade in una pozza di sangue tra le urla delle cugine. Inutile la corsa all'ospedale più vicino, l'Ascalesi. Il nosocomio non era attrezzato per questo tipo di assistenza e la ragazza, ormai in coma irreversibile, venne trasportata al Loreto Mare. Qui i sanitari non potettero fare altro che affermare che la vita della giovanissima e bellissima vittima si era spezzata per sempre.

  • Matilde Sorrentino

    Torre Annunziata (NA) // 27 marzo 2004 // 49 anni

    Era una donna di 49 anni e, nel 1997, aveva avuto il coraggio di denunciare un'organizzazione di pedofili nel Rione Stefano Biondi dei Poverelli a Torre Annunziata. Il figlio era rimasto vittima dei pedofili e Matilde decise di testimoniare al processo che terminò con la condanna dei pedofili. La donna venne uccisa il 27 marzo del 2004 mentre si trovava a casa con il marito. Solo dopo il suo assassinio è stata disposta la protezione per le altre due madri che avevano testimoniato al processo.

  • Stefano Biondi

    Reggio Emilia (RC) // 20 aprile 2004 // 27 anni

    27 anni, agente scelto della Polizia di Stato in servizio presso la Polizia Stradale di Modena Nord. Venne ucciso il 20 aprile del 2004 sull'Autostrada nei pressi di Reggio Emilia, travolto da una autovettura con a bordo due trafficanti di droga che avevano rapinato un carico di cocaina a una donna corriere della droga, nei pressi di Lodi.

  • Antonio Graziano

    San paolo belsito (NA) // 11 giugno 2004 // 58 anni

    Francesco Graziano viene ucciso l'11 giugno 2004 a San Paolo Belsito, vicino Napoli, insieme allo zio Antonio, con il quale gestiva alcuni supermercati nella provincia di Avellino. I due Graziano non avevano precedenti penali, ma erano imparentati con l'omonima famiglia camorristica di Quindici. Secondo gli inquirenti, Francesco e suo zio sono stati uccisi perché considerati "bersagli" facili, molto più avvicinabili rispetto ai vertici della famiglia.

  • Francesco Graziano

    San paolo belsito (NA) // 11 giugno 2004 // 32 anni

    Francesco Graziano viene ucciso l'11 giugno 2004 a San Paolo Belsito, vicino Napoli, insieme allo zio Antonio, con il quale gestiva alcuni supermercati nella provincia di Avellino. I due Graziano non avevano precedenti penali, ma erano imparentati con l'omonima famiglia camorristica di Quindici. Secondo gli inquirenti, Francesco e suo zio sono stati uccisi perché considerati "bersagli" facili, molto più avvicinabili rispetto ai vertici della famiglia.

  • Antonio Maiorano

    Paola (CS) // 21 luglio 2004 // 49 anni

    Antonio Maiorano era un operaio forestale, incensurato e senza alcun tipo di legame con la criminalità. Fu ucciso a Paola, in provincia di Cosenza, il 21 luglio del 2004. Gli inquirenti ipotizzarono che gli assassini lo avessero scambiato per qualcun altro, perché nella zona si trovavano alcuni pregiudicati, ma specialmente perché la vittima era molto somigliante a un suo compagno di lavoro, ritenuto appartenente al locale clan Serpa della 'ndrangheta.

  • Fabio Nunneri

    Napoli (NA) // 18 agosto 2004 // 20 anni

    Fabio Nunneri stava cercando di dividere due automobilisti che litigavano tra loro per motivi di viabilità, per chi dovesse passare per primo lungo una strada stretta. Improvvisamente una coltellata al petto ha stroncato la sua giovane vita. Un gesto di una violenza inaudita. Il ragazzo aveva solo 20 anni. Era il 18 agosto 2004. Il fatto è avvenuto a Bacoli, una località balneare a Nord di Napoli.

  • Massimiliano Carbone

    Locri (RC) // 24 settembre 2004 // 30 anni

    Massimiliano Carbone morì all'ospedale di Locri, il 24 settembre del 2004, a seguito delle ferite riportate in un agguato mafioso avvenuto pochi giorni prima, il 17 settembre. Aveva 30 anni e da qualche hanno aveva una storia con una donna sposata e più grande di lui. In pochi sapevano però che il figlio di quella donna era anche figlio di Massimiliano. Era nato quando Massimiliano aveva 25 anni. Il giovane era pronto ad assumersi le sue responsabilità, ma la donna non volle, preferendo continuare a far finta di nulla. A un certo punto, Massimiliano decise di uscire allo scoperto rivendicando la sua paternità per via legale. Ma qualcuno evidentemente volle evitare clamori. Il 17 settembre del 2004 Massimiliano stava giocando a calcetto con gli amici. In due lo aspettano sotto casa. Massimiliano e il fratello arrivano in auto, superano il cancello di ingresso e parcheggiano. Un bersaglio semplicissimo: partono così i pallettoni, esplosi da un fucile calibro 12 a canne mozze, che colpiscono il giovane al fianco. Dopo due interventi chirurgici, la situazione precipita e inizia una lenta agonia. Massimiliano muore la mattina del 24 settembre.

  • Paolo Rodà

    Bruzzano Zeffirio (RC) // 2 novembre 2004 // 13 anni

    Venne ucciso insieme al padre Pasquale a Bruzzano Zeffirio (RC) il 2 novembre del 2004. Paolo è rimasto vittima della faida di Botticella, ripresa nel 2004 con nuovi morti. Paolo era appena arrivato con suo padre nei campi di Ferruzzano. I due furono investiti da alcuni colpi di lupara che arrivarono dalle loro spalle. Inutile il tentativo di fuga. Il killer sparò un colpo al ragazzo ferendolo a morte. Aveva appena 13 anni.

  • Antonio Landieri

    Napoli (NA) // 6 novembre 2004 // 25 anni

    Antonio nacque nel quartiere napoletano di Scampia il 26 giugno del 1979. A causa di complicazioni dovute al parto, venne colpito da una paralisi infantile che gli procurerà numerose difficoltà motorie. Crebbe a Scampia in serenità, frequentando le scuole del quartiere. Il 6 novembre del 2004 venne ucciso dalla camorra, con due proiettili alla schiena in un agguato ai Sette Palazzi, rione in cui abitava e scenario della Faida di Scampia. È la prima persona con disabilità, vittima innocente, ucciso dai clan. Fu scambiato, insieme ai suoi 5 amici, per un gruppo di spacciatori del rione. I suoi compagni sono stati tutti feriti alle gambe, a causa della sua difficoltà motoria è stato l'unico a non poter scappare e per tale ragione è stato raggiunto dal fuoco dei clan.

  • Gelsomina Verde

    Napoli (NA) // 21 novembre 2004 // 22 anni

    Giovane ragazza di 22 anni, impegnata con passione in attività di volontariato nel suo quartiere di Scampia, a Napoli. Fu torturata e uccisa, il suo corpo bruciato. Era il 21 novembre del 2004. Gelsomina era del tutto estranea alle logiche della camorra. Giovane operaia, aveva avuto soltanto tempo prima una relazione con un ragazzo appartenete al clan degli Scissionisti. Probabilmente è morta perché i killer volevano sapere dove si nascondeva Vincenzo Notturno, l'uomo che aveva frequentato, appartenente al clan rivale. Una delle tante vittime della faida tra i Di Lauro e gli scissionisti di Scampia.

  • Dario Scherillo

    Napoli (NA) // 6 dicembre 2004 // 26 anni

    Il 6 dicembre 2004 veniva ucciso a Casavatore Dario Scherillo. Aveva 26 anni. Dario lavorava in una Scuola Guida che aveva aperto insieme ai due fratelli, Pasquale e Marco. Erano passate da poco le 20.30 del 6 dicembre del 2004 ed era appena uscito dall'autoscuola, in sella al suo scooterone Honda. Quella sera, però, non sapeva che il motorino lo avrebbe portato a un altro appuntamento, quello con la morte. Nella vicina Secondigliano, era in atto la faida tra gli uomini del boss Paolo Di Lauro, detto "Ciruzzo 'o milionario" e la cosiddetta "ala scissionista". Si ammazzavano per il controllo del mercato della droga. Dario incontra un amico e si ferma col suo motorino e cominciano a parlare. Dopo qualche minuto arrivano due persone in moto, con i volti coperti da caschi. Sparano alle spalle di Dario. Senza un motivo. Lo scambiano per un'altra persona. Dario muore in pochi minuti.

  • Francesco Rossi

    Sant'Anastasia (NA) // 2 gennaio 2005 // 50 anni

    Francesco Rossi aveva 50 anni e una grande passione: il calcio. Era conosciuto a Sant'Anastasia, nel napoletano, perché a capo della tifoseria della squadra locale. Il pomeriggio del 28 dicembre si trovava al circolo con gli amici a giocare a carte, passatempo natalizio, quando fu ferito perché era nella traiettoria dei proiettili diretti a Vincenzo Mauri, morto sul colpo, pregiudicato coinvolto in altri fatti di camorra. Francesco Rossi fu colpito a un polmone, subito fu operato ma non ce la fece. Morì il 2 gennaio del 2005.

  • Attilio Romanò

    Napoli (NA) // 24 gennaio 2005 // 29 anni

    Attilio Romanò è stato ucciso a 29 anni a Napoli, il 24 gennaio del 2005. Si trovava all'interno del negozio di telefonia a Capodimonte dove lavorava. Abitava invece a Miano, un quartiere limitrofo a quelli di Secondigliano e Scampia, dove imperversava la faida tra il clan Di Lauro e la cosca degli scissionisti. Romanò è stato colpito perché scambiato per un'altra persona.

  • Daniele Polimeni

    Favazzina (RC) // 30 marzo 2005 // 19 anni

    Aveva appena 19 anni quando fu ucciso, il 30 marzo del 2005 a Favazzina, in provincia di Reggio Calabria. Appassionato di calcio, era cresciuto in un quartiere difficile di Reggio, di quelli che non offrono grandi opportunità. Così Daniele finisce nella rete della piccola delinquenza. Il 30 marzo del 2005 ha un appuntamento a Favazzina, una zona di mare a pochi minuti da Scilla. Ma quell'appuntamento sarà la sua trappola mortale. Fu ucciso a colpi di pistola, denudato e poi dato alla fiamme. In fiamme finisce anche la sua auto, riportata dal killer fino al quartiere San Gregorio di Reggio. L'auto bruciata viene trovata la sera stessa, il corpo carbonizzato il giorno dopo. Poi, finalmente, le due cose vengono messe in correlazione.

  • Emilio Albanese

    Napoli (NA) // 3 maggio 2005 // 69 anni

    Settantenne ex ingegnere dell'Alenia in pensione, è stato ammazzato per rapina il 3 maggio 2005. L'ingegner Albanese viene aggredito a mezzogiorno nell'androne di casa, sulla rampa che conduce al primo piano. Un colpo netto alla testa a ucciderlo provocando la frattura della teca cranica. Stava rientrando a casa, nel suo palazzo di via Santa Maria a Costantinopoli a Napoli dopo aver fatto un prelievo alla Banca nazionale del lavoro di via Toledo. Ucciso per tremilatrecento euro. Ammazzato da due balordi ingoiati dal nulla dei vicoli a monte di via Pessina senza lasciare tracce né un testimone utile alle indagini.

  • Gianluca Congiusta

    Siderno (RC) // 24 maggio 2005 // 32 anni

    Gianluca Congiusta nacque a Siderno nella Locride il 19 dicembre 1973. La sua era una normalissima famiglia che da tre generazioni si occupava di commercio. Una famiglia onesta e dignitosa, come ce ne sono tante in terra di Calabria. Era un ragazzo che aveva dedicato gli ultimi dodici anni della sua vita alla sua azienda, era titolare di tre centri Tim. È stato assassinato la sera del 24 maggio da sconosciuti. Intorno alle 23, era diretto a casa della madre a bordo della sua auto, quando venne raggiunto da diversi colpi di pistola di grosso calibro o forse di fucile a canne mozze caricato a lupara.

  • Pepe Tunevic

    Bovalino (RC) // 26 giugno 2005 // 36 anni

    Venditore ambulante di origine slava, che viveva nel campo nomadi di Gioia Tauro ed era privo del permesso di soggiorno. Venne ucciso in un agguato nella Locride, a Bovalino, il 26 giugno del 2005. Quando è stato ucciso si trovava con la moglie e i figli, cercando di vendere al mercato la sua merce. Due persone si sono avvicinate a lui e lo hanno colpito con diversi colpi di pistola, prima di fuggire in scooter.

  • Francesco Fortugno

    Locri (RC) // 16 ottobre 2005 // 54 anni

    Il vicepresidente del consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno fu ucciso con cinque colpi di pistola, il 16 ottobre del 2005, nell'androne di palazzo Nieddu del Rio, dove era stato allestito uno dei due seggi dell'Unione per le primarie. A sparargli un killer a volto coperto che, dopo averlo colpito, si allontanò. Fortugno era alla seconda legislatura come consigliere regionale ed era stato eletto nelle fila della Margherita, a Locri. Un omicidio politico mafioso.

  • Giuseppe Riccio

    Napoli (NA) // 17 dicembre 2005 // 26 anni

    Aveva 26 anni e un figlio di 2 anni, lavorava come pizzaiolo. Venne assassinato il 17 dicembre 2005 durante un'azione punitiva nei confronti del titolare del locale Donna Amalia alla Calata Capodichino a Napoli dove lavorava.

  • Giuseppe D'Angelo

    Palermo (PA) // 22 agosto 2006 // 63 anni

    Pensionato di 63 anni, ex titolare di un bar. Fu ucciso per errore, perché scambiato per un capomafia il 22 agosto del 2006 a Palermo, nel quartiere di Sferracavallo. Incensurato, l'uomo non aveva mai avuto a che fare con Cosa Nostra. L'omicidio fece subito pensare a un regolamento di conti o a un segnale preciso che gli avversari interni a Cosa Nostra avevano voluto mandare al boss Salvatore Lo Piccolo. Ma la risposta alle domande su quella morte erano molto più drammaticamente banali: Giuseppe D'Angelo fu ucciso per la sua impressionante somiglianza con il capomafia Bartolomeo Spatola, circostanza della quale i suoi aggressori si accorsero solo a cose già fatte.

  • Luca Cottarelli

    Brescia (BS) // 28 agosto 2006 // 17 anni

    Luca aveva solo 17 anni quando fu ucciso insieme al padre, Angelo, e alla madre, Marzenne Topr, la sera del 28 agosto del 2006. La strage della famiglia Cottarelli avvenne nella loro casa a Urago Mella, in provincia di Brescia. Una discussione, degenerata nel triplice omicidio tra Angelo, coinvolto in un giro di false fatture ai danni dello Stato e della Regione Sicilia e i suoi soci in affari. Una strage commissionata e compiuta dalla mafia del Trapanese.

  • Salvatore Buglione

    Napoli (NA) // 4 settembre 2006 // 51 anni

    Salvatore Buglione, 51 anni, venne ucciso la sera del 4 settembre 2006 nell'edicola di sua proprietà, a Napoli. Era un dipendente comunale e ogni sera, al termine della giornata di lavoro, raggiungeva la moglie presso l'edicola di via Pietro Castellino. All'orario di chiusura, Salvatore aveva preso con sé l'incasso della giornata. Improvvisamente quattro balordi lo aggredirono. La sua resistenza provocò la reazione dei balordi, che lo colpirono con una coltellata al cuore. Salvatore era padre di una ragazza, studentessa universitaria, e di un figlio ancora adolescente. Gli autori dell'omicidio sono stati catturati e processati.

  • Michele Landa

    Mondragone (CE) // 6 settembre 2006 // 62 anni

    Metronotte di Mondragone. La sua attività preferita era però quella di coltivare il piccolo pezzo di terra di famiglia. Il 6 settembre del 2006 alle 4 del mattino, dopo 24 anni di servizio e a 62 anni di età, venne ucciso a colpi di pistola e poi bruciato nella macchina di servizio. Mancavano solo un paio di mesi e Michele sarebbe andato in pensione. Fu ucciso davanti a un ripetitore della Vodafone che Landa aveva il compito di preservare dai furti: un vero e proprio affare per i clan quando hanno scoperto che le apparecchiature del ripetitore potevano essere una merce per cui si è disposti a pagare decine di migliaia di euro, in contanti, da parte degli stessi proprietari. Probabilmente Michele Landa non ha ceduto ai giovani del clan, in cerca di denaro facile, i quali non avranno accettato che un paesano di Mondragone li ostacolasse, e così, dopo una vita di lavoro, Michele viene ucciso barbaramente. Scomparve il 6 settembre e il suo corpo carbonizzato venne ritrovato solo dopo una settimana nella sua Fiat 600.

  • Anna Politikovskaja

    Mosca // 7 ottobre 2006 // 47 anni

    Giornalista russa, molto conosciuta per il suo impegno sul fronte dei diritti umani, per i suoi reportage dalla Cecenia e per la sua opposizione al Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. Nei suoi articoli per Novaja Gazeta, quotidiano russo di ispirazione liberale, la Politkovskaja condannava apertamente l'Esercito e il Governo russo per lo scarso rispetto dimostrato dei diritti civili e dello stato di diritto, sia in Russia che in Cecenia. Il 7 ottobre del 2006, Anna Politkovskaja venne assassinata nell'ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. La sua morte, da molti considerata un omicidio operato da un killer a contratto, ha prodotto una notevole mobilitazione in Russia e nel mondo.

  • Daniele Del Core

    Pozzuoli (NA) // 28 ottobre 2006 // 18 anni

    Daniele Del Core, 18 anni, venne ucciso a Pozzuoli il 28 ottobre 2006. Nella stessa occasione rimase ferito un suo amico, Loris Di Roberto, poi deceduto in ospedale qualche giorno dopo, il 5 novembre. Loris nell'estate di quell'anno aveva interrotto la relazione sentimentale che intratteneva con Serena, una legame iniziato 3 anni prima. La ragazza cominciò a frequentare Salvatore D'Orta, sebbene continuasse a cercare Loris attraverso telefonate e messaggi sul cellulare. Tanto è bastato per scatenare la gelosia omicida di Salvatore. La sera del 28 ottobre Daniele e Loris si trovavano all'interno di un centro abbronzante quando Salvatore D'Orta fece il suo ingresso con l'intento di uccidere Loris. Daniele si precipitò in soccorso dell'amico, rimanendo ferito mortalmente da alcune pugnalate.

  • Rodolfo Pacilio

    Sant'Antimo (NA) // 31 ottobre 2006 // 39 anni

    Rodolfo Pacilio, trentanove anni, venne ucciso a Sant'Antimo, in provincia di Napoli, il 31 ottobre del 2006. Imprenditore nel settore dei giocattoli, era padre di tre bambini. Viene colpito dalla camorra per aver molto probabilmente opposto un rifiuto ai suoi estorsori.

  • Loris Di Roberto

    Pozzuoli (NA) // 5 novembre 2006 // 18 anni

    Daniele Del Core, 18 anni, venne ucciso a Pozzuoli il 28 ottobre 2006. Nella stessa occasione rimase ferito un suo amico, Loris Di Roberto, poi deceduto in ospedale qualche giorno dopo, il 5 novembre. Loris nell'estate di quell'anno aveva interrotto la relazione sentimentale che intratteneva con Serena, una legame iniziato 3 anni prima. La ragazza cominciò a frequentare Salvatore D'Orta, sebbene continuasse a cercare Loris attraverso telefonate e messaggi sul cellulare. Tanto è bastato per scatenare la gelosia omicida di Salvatore. La sera del 28 ottobre Daniele e Loris si trovavano all'interno di un centro abbronzante quando Salvatore D'Orta fece il suo ingresso con l'intento di uccidere Loris. Daniele si precipitò in soccorso dell'amico, rimanendo ferito mortalmente da alcune pugnalate.

  • Antonio Palumbo

    Giugliano (NA) // 30 novembre 2006 // 63 anni

    Antonio Palumbo, 63 anni, tabaccaio, è morto sul colpo dopo essere stato colpito al petto durante una rapina al suo negozio. I rapinatori erano in tre: uno faceva da palo e due sono entrati nel negozio a volto coperto. Il tabaccaio ha reagito alla rapina, ne è nata una colluttazione e subito dopo è iniziata la sparatoria. I malviventi sono poi fuggiti a bordo di due moto, facendo perdere le loro tracce.

  • Luigi Sica

    Napoli (NA) // 16 gennaio 2007 // 16 anni

    Luigi Sica è stata accoltellato a morte la sera del 16 gennaio 2007, in via Santa Teresa degli Scalzi, punto di ritrovo dei ragazzi della Sanità, a Napoli. Poco dopo le 22 Luigi si trovava con gli amici di sempre in prossimità di un distributore di benzina. Luigi, un ragazzo di 15 anni, soprannominato Maradona per la sua passione per il calcio. Poco distante si era radunato un altro gruppetto di amici, tra cui un quindicenne, Ciro. Bastano poche battute e si consuma il dramma. Luigi tira un ceffone a Ciro, che si allontana in compagnia di Mariano, suo amico quattordicenne, minacciando Luigi. Ed è proprio Mariano che spinge Ciro a concretizzare la minaccia, offrendogli l'arma del delitto, un coltello a serramanico. Tornato sul posto, Ciro uccide Luigi con tre coltellate: la prima alle spalle, la seconda al collo, la terza, infine, trafigge il pericardio. Luigi crolla a terra esanime, in un lago di sangue. Morirà poco dopo all'ospedale San Gennaro di Napoli. L'assassino nel frattempo trova rifugio presso l'abitazione di alcuni amici. Quando la polizia si reca a casa sua, il padre, all'oscuro della vicenda, resta sgomento, ma poi decide dopo una telefonata di raggiungere i poliziotti in compagnia del figlio, accompagnandolo quindi in questura per farlo costituire. Mariano, il complice, si costituirà qualche giorno dopo e sarà condannato a 10 anni di carcere. Al giudice del tribunale per i minorenni, Ciro dirà che l'offesa subita davanti ai suoi amici era troppo grande e che era tornato armato di coltello da Luigi "per dimostrare di non essere scemo". Sarà condannato a 15 anni di reclusione, optando, come il suo amico complice, per il rito abbreviato.

  • Filippo Salvi

    Palermo (PA) // 12 luglio 2007 // 36 anni

    Filippo Salvi era un carabiniere di 36 anni. È morto nella notte del 12 luglio 2007 durante il servizio, precipitando in un burrone ad Aspra, una località del palermitano. Il maresciallo, che era nato a Bergamo, era impegnato assieme ad altri colleghi in un servizio di polizia giudiziaria. Servizio svolto nell'ambito delle indagini delegate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo sul conto delle associazioni mafiose attive nell'area di Bagheria e riconducibili a Cosa Nostra. Stava percorrendo a piedi un sentiero per installare dei sistemi di osservazione a distanza, quando precipitò in una scarpata in località Monte Catalfano.

  • Carmela Fasanella

    Peschici (FG) // 24 luglio 2007 // 80 anni

    Il 24 luglio del 2007 uno spaventoso incendio devastò parte della pineta nel territorio di Peschici, in provincia di Foggia. Le fiamme danneggiarono anche molti edifici del centro abitato. Nel rogo persero la vita tre persone: Romano Fasanella, 81 anni, Carmela Fasanella, 71 anni e nei giorni successivi, per le ferite riportare Domenico De Nittis. L'incendio era di origine dolosa.

  • Romano Fasanella

    Peschici (FG) // 24 luglio 2007 // 71 anni

    Il 24 luglio del 2007 uno spaventoso incendio devastò parte della pineta nel territorio di Peschici, in provincia di Foggia. Le fiamme danneggiarono anche molti edifici del centro abitato. Nel rogo persero la vita tre persone: Romano Fasanella, 81 anni, Carmela Fasanella, 71 anni e nei giorni successivi, per le ferite riportare Domenico De Nittis. L'incendio era di origine dolosa.

  • Domenico De Nittis

    Peschici (FG) // 25 luglio 2007 // 62 anni

    Il 24 luglio del 2007 uno spaventoso incendio devastò parte della pineta nel territorio di Peschici, in provincia di Foggia. Le fiamme danneggiarono anche molti edifici del centro abitato. Nel rogo persero la vita tre persone: Romano Fasanella, 81 anni, Carmela Fasanella, 71 anni e nei giorni successivi, per le ferite riportare Domenico De Nittis. L'incendio era di origine dolosa.

  • Luigi Rende

    Reggio Calabria (RC) // 1 agosto 2007 // 31 anni

    Aveva 31 anni quando è stato ucciso il primo agosto del 2007, nel corso di una rapina a un furgone portavalori nella periferia di Reggio Calabria. Era una guardia giurata ed era rientrato dalle ferie il giorno precedente l'omicidio. Prima di morire è riuscito a ferire tre rapinatori e ha fatto sì che l'intero commando venisse arrestato.

  • Francesco Gaito

    Sant'Antimo (NA) // 8 ottobre 2007 // 47 anni

    Francesco Gaito ha perso la vita a Sant'Antimo, in provincia di Napoli, durante un tentativo di rapina l'8 ottobre del 2007. L'uomo è stato affrontato da due rapinatori a bordo di uno scooter, intenzionati a portargli via l'incasso settimanale della sua tabaccheria, che l'uomo stava per depositare in banca. Francesco quel giorno aveva con sé circa 7.000 euro. La reazione del negoziante ha sorpreso i malviventi che, dopo averlo ucciso, sono scappati lasciando il danaro sul corpo di Francesco.

  • Umberto Improta

    San Giorgio a Cremano (NA) // 27 novembre 2007 // 25 anni

    Una rissa scoppiata a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, il 27 novembre del 2007 è costata la vita ad Umberto Improta, giovane di 25 anni. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il giovane sarebbe rimasto vittima di un vero e proprio attacco punitivo.

  • Giuseppe Veropalumbo

    Torre Annunziata (NA) // 31 dicembre 2007 // 30 anni

    Carrozziere di 30 anni, sposato e padre di una bambina. Durante i festeggiamenti per il Capodanno, il 31 dicembre del 2007, Giuseppe venne colpito in casa da un proiettile vagante, sparato per "festeggiare" l'arrivo del nuovo anno. Il colpo centrò il giovane al cuore. Quella sera il giovane carrozziere era con la sua famiglia nell'abitazione di via Vittorio Emanuele a Napoli. Il proiettile venne esploso intorno alle 23.15 da ignoti. Ricoverato all'ospedale di Boscotrecase, Giuseppe morirà poco dopo.

  • Mario Costabile

    Napoli (NA) // 9 gennaio 2008 // 49 anni

    Mario Costabile aveva 49 anni quando è stato ucciso per poche decine di euro il 9 gennaio del 2008. Aveva tra figli e lavorava alla Asl di Napoli 2. I malviventi lo hanno picchiato fino a ucciderlo per rubargli il portafoglio mentre si trovava in corso Sirena, nel cuore del quartiere Barra di Napoli.

  • Domenico Noviello

    Castelvolturno (CE) // 16 maggio 2008 // 65 anni

    Era un testimone di giustizia residente a Castelvolturno. Aveva 65 anni. L'uomo gestiva un'autoscuola e nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione, contribuendo alla cattura del boss Francesco Bidognetti. Il 16 maggio 2008 mentre, come tutte le mattine stava andando a lavoro, fu colpito da numerosi proiettili sparati dai sicari.

  • Marco Pittoni

    Pagani (SA) // 6 giugno 2008 // 33 anni

    Visse in Sardegna, a Giba, e si arruolò nei Carabinieri nel 1997. Il 10 settembre del 2007 assunse il Comando della Tenenza Carabinieri di Pagani, nel salernitano, in sostituzione del Tenente Giuseppe Castrucci che era stato trasferito in Sardegna. Nonostante i pochi mesi trascorsi nell'Agro, Pittoni si fece notare per la passione e la determinazione con la quale agiva quotidianamente. Venne ucciso con due colpi di arma da fuoco nel tentativo di sventare una rapina all'ufficio centrale delle Poste di Pagani il 6 giugno del 2008.

  • Raffaele Gargiulo

    Castellammare di Stabia (NA) // 8 luglio 2008 // 38 anni

    Raffaele Gargiulo, originario di Lettere, venne ucciso a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, durante un tentativo di rapina. Si trovava in compagnia di un'amica, quando la sua auto fu affiancata improvvisamente da un gruppo di persone intenzionate a rapinarlo. Di fronte al tentativo di Raffaele di fuggire, uno dei malviventi sparò in direzione dell'uomo. Il proiettile esploso colpì parti vitali e, ormai senza controllo, l'auto rischiò di precipitare in una scarpata. Furono due alberi a trattenere il veicolo e a salvare in questo modo la donna che si trovava con Raffaele.

  • Raffaele Granata

    Varcaturo (NA) // 11 luglio 2008 // 70 anni

    Gestiva uno stabilimento balneare in località Marina di Varcaturo, nel napoletano. Era il padre di Giuseppe Granata, sindaco di Calvizzano. Venne ucciso l'11 luglio del 2008 in un agguato avvenuto nel suo stabilimento, per aver rifiutato di pagare il pizzo. Raffaele Granata aveva 70 anni, si trovava in uno stanzino attiguo al bar, dove si preparavano panini e bevande. Qui fu freddato da due sicari, che esplosero numerosi colpi di pistola.

  • Giuseppe Minopoli

    Pozzuoli (NA) // 8 settembre 2008 // 37 anni

    Era una guardia giurata. Venne ucciso a 37 anni mentre si trovava in una pizzeria a Pozzuoli. Era l'8 settembre del 2008. Minopoli si rese conto di un tentativo di rapina, estrasse la sua pistola e tentò di fermare i malviventi. Ma questi ultimi reagirono esplodendo due colpi di pistola e fuggendo via, colpirono Giuseppe a morte.

  • Antonio Ciardullo

    San Marcellino (CE) // 12 settembre 2008 // 51 anni

    Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi vennero uccisi il 12 settembre del 2008 con 20 colpi di pistola a San Marcellino, in provincia di Caserta. Antonio era un autotrasportatore ed Ernesto lavorava da tempo come suo dipendente. I due si trovavano in officina a riparare un furgone. Dieci anni prima Antonio si era ribellato al racket, facendo arrestare un esponente del clan Guerra. Per quella denuncia lo stesso Giuseppe Guerra cercò di uccidere Antonio. L'imprenditore sfuggì miracolosamente alla condanna a morte, ma dieci anni più tardi l'azione stragista portata avanti da Setola rinnovò la sentenza di morte. Questa volta con il coinvolgimento di Ernesto, scomodo testimone.

  • Ernesto Fabozzi

    San Marcellino (CE) // 12 settembre 2008 // 43 anni

    Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi vennero uccisi il 12 settembre del 2008 con 20 colpi di pistola a San Marcellino, in provincia di Caserta. Antonio era un autotrasportatore ed Ernesto lavorava da tempo come suo dipendente. I due si trovavano in officina a riparare un furgone. Dieci anni prima Antonio si era ribellato al racket, facendo arrestare un esponente del clan Guerra. Per quella denuncia lo stesso Giuseppe Guerra cercò di uccidere Antonio. L'imprenditore sfuggì miracolosamente alla condanna a morte, ma dieci anni più tardi l'azione stragista portata avanti da Setola rinnovò la sentenza di morte. Questa volta con il coinvolgimento di Ernesto, scomodo testimone.

  • El Hadji Ababa

    Castelvolturno (CE) // 18 settembre 2008 // 26 anni

    Il 18 settembre del 2008 ebbe luogo la cosiddetta Strage di Castelvolturno, causata da un gruppo scissionista del Clan dei Casalesi che faceva riferimento a Giuseppe Setola. La strage ha portato alla morte di Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato ai casalesi e titolare di una sala giochi a Baia Verde, e di sei immigrati africani, vittime innocenti della strage. Si tratta di Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboa, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwaku del Togo; Alex Geemes della Liberia. I sei si trovavano presso la sartoria "Ob Ob exotic fashions" a Varcaturo. Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente alla strage, è emerso che nessuno degli immigrati (tutti giovanissimi, il più "anziano" aveva poco più di 30 anni), era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta "mafia nigeriana".

  • Cristopher Adams

    Castelvolturno (CE) // 18 settembre 2008 // 28 anni

    Il 18 settembre del 2008 ebbe luogo la cosiddetta Strage di Castelvolturno, causata da un gruppo scissionista del Clan dei Casalesi che faceva riferimento a Giuseppe Setola. La strage ha portato alla morte di Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato ai casalesi e titolare di una sala giochi a Baia Verde, e di sei immigrati africani, vittime innocenti della strage. Si tratta di Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboa, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwaku del Togo; Alex Geemes della Liberia. I sei si trovavano presso la sartoria "Ob Ob exotic fashions" a Varcaturo. Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente alla strage, è emerso che nessuno degli immigrati (tutti giovanissimi, il più "anziano" aveva poco più di 30 anni), era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta "mafia nigeriana".

  • Alex Jeemes

    Castelvolturno (CE) // 18 settembre 2008 // 28 anni

    Il 18 settembre del 2008 ebbe luogo la cosiddetta Strage di Castelvolturno, causata da un gruppo scissionista del Clan dei Casalesi che faceva riferimento a Giuseppe Setola. La strage ha portato alla morte di Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato ai casalesi e titolare di una sala giochi a Baia Verde, e di sei immigrati africani, vittime innocenti della strage. Si tratta di Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboa, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwaku del Togo; Alex Geemes della Liberia. I sei si trovavano presso la sartoria "Ob Ob exotic fashions" a Varcaturo. Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente alla strage, è emerso che nessuno degli immigrati (tutti giovanissimi, il più "anziano" aveva poco più di 30 anni), era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta "mafia nigeriana".

  • Kwame Antwi Julius Francis

    Castelvolturno (CE) // 18 settembre 2008 // 31 anni

    Il 18 settembre del 2008 ebbe luogo la cosiddetta Strage di Castelvolturno, causata da un gruppo scissionista del Clan dei Casalesi che faceva riferimento a Giuseppe Setola. La strage ha portato alla morte di Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato ai casalesi e titolare di una sala giochi a Baia Verde, e di sei immigrati africani, vittime innocenti della strage. Si tratta di Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboa, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwaku del Togo; Alex Geemes della Liberia. I sei si trovavano presso la sartoria "Ob Ob exotic fashions" a Varcaturo. Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente alla strage, è emerso che nessuno degli immigrati (tutti giovanissimi, il più "anziano" aveva poco più di 30 anni), era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta "mafia nigeriana".

  • Samuel Kwaku

    Castelvolturno (CE) // 18 settembre 2008 // 26 anni

    Il 18 settembre del 2008 ebbe luogo la cosiddetta Strage di Castelvolturno, causata da un gruppo scissionista del Clan dei Casalesi che faceva riferimento a Giuseppe Setola. La strage ha portato alla morte di Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato ai casalesi e titolare di una sala giochi a Baia Verde, e di sei immigrati africani, vittime innocenti della strage. Si tratta di Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboa, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwaku del Togo; Alex Geemes della Liberia. I sei si trovavano presso la sartoria "Ob Ob exotic fashions" a Varcaturo. Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente alla strage, è emerso che nessuno degli immigrati (tutti giovanissimi, il più "anziano" aveva poco più di 30 anni), era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta "mafia nigeriana".

  • Eric Affum Yeboah

    Castelvolturno (CE) // 18 settembre 2008 // 25 anni

    Il 18 settembre del 2008 ebbe luogo la cosiddetta Strage di Castelvolturno, causata da un gruppo scissionista del Clan dei Casalesi che faceva riferimento a Giuseppe Setola. La strage ha portato alla morte di Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato ai casalesi e titolare di una sala giochi a Baia Verde, e di sei immigrati africani, vittime innocenti della strage. Si tratta di Kwame Antwi Julius Francis, Eric Affum Yeboa, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwaku del Togo; Alex Geemes della Liberia. I sei si trovavano presso la sartoria "Ob Ob exotic fashions" a Varcaturo. Dagli accertamenti effettuati dagli inquirenti, successivamente alla strage, è emerso che nessuno degli immigrati (tutti giovanissimi, il più "anziano" aveva poco più di 30 anni), era coinvolto in attività di tipo criminale e che nessuno di loro era legato alla camorra locale né alla cosiddetta "mafia nigeriana".

  • Francesco Alighieri

    Casapesenna (CE) // 26 settembre 2008 // 41 anni

    Francesco Alighieri (classe 1967) e Gabriele Rossi (classe 1978) erano due poliziotti. Morirono entrambi a Casapesenna il 26 settembre del 2008 per le conseguenze di un grave incidente avvenuto nel corso di un inseguimento contro un auto sospetta che non si era fermata a un posto di blocco. Facevano parte dei 400 militari trasferiti dal Piemonte a Caserta da pochi giorni per supportare i colleghi campani nel contrasto alla criminalità organizzata dopo la Strage di Castel Volturno. La Panda nera che non si era fermata allo stop dei poliziotti fu ritrovata abbandonata poco dopo. Dai successivi accertamenti è emerso che l'auto era utilizzata dal gruppo stragista di Castel Volturno.

  • Gabriele Rossi

    Casapesenna (CE) // 26 settembre 2008 // 32 anni

    Francesco Alighieri (classe 1967) e Gabriele Rossi (classe 1978) erano due poliziotti. Morirono entrambi a Casapesenna il 26 settembre del 2008 per le conseguenze di un grave incidente avvenuto nel corso di un inseguimento contro un auto sospetta che non si era fermata a un posto di blocco. Facevano parte dei 400 militari trasferiti dal Piemonte a Caserta da pochi giorni per supportare i colleghi campani nel contrasto alla criminalità organizzata dopo la Strage di Castel Volturno. La Panda nera che non si era fermata allo stop dei poliziotti fu ritrovata abbandonata poco dopo. Dai successivi accertamenti è emerso che l'auto era utilizzata dal gruppo stragista di Castel Volturno.

  • Lorenzo Riccio

    Giugliano (NA) // 2 ottobre 2008 // 47 anni

    Lorenzo Riccio venne ucciso in un agguato a Giugliano, nel napoletano, il 2 ottobre del 2008 a 37 anni. Lorenzo era al lavoro come ragioniere in un'agenzia di pompe funebri, la Russo&Co, quando un commando fece irruzione negli uffici. Negli anni '90 il titolare dell'attività era stato testimone di giustizia in un processo a elementi di spicco dei Casalesi. L'attentato è stato pianificato ed eseguito dal gruppo Stragista di Setola.

  • Raffaele Manna

    Casalnuovo (NA) // 1 dicembre 2008 // 64 anni

    Raffaele Manna, 64 anni, commerciante di prodotti agricoli e mangimi, era di Casalnuovo, in provincia di Napoli. Il primo dicembre del 2008 subì una rapina da parte di quattro persone, alla quali però reagì colpendo uno dei ladri con un bastone di legno. Uno dei rapinatori rispose a sua volta, esplodendo quattro colpi che uccisero sul colpo Manna.

  • Petru Birladeanu

    Napoli (NA) // 26 maggio 2009 // 33 anni

    Calciatore della seria A rumena, migrante in Italia dove lavorava come suonatore di fisarmonica nella stazione Cumana, a Napoli. Fu ucciso il 26 maggio del 2009, nel corso di una sparatoria avvenuta presso la stazione di Montesanto, tra i vicoli della Pignasecca, rione popolare di Napoli. Otto persone in sella alle proprie moto spararono all'impazzata, ferendo anche un 14enne. L'episodio che gli costò la vita va letto come un'azione dimostrativa per l'affermazione del predominio dei clan della zona, da un lato i Marino-Elia-Lepre, dall'altra i Ricci-Sarno.

  • Nicola Nappo

    Poggiomarino (NA) // 9 luglio 2009 // 23 anni

    Nicola Nappo è stato ucciso il 9 luglio del 2009 a Poggiomarino, in provincia di Napoli. La sua unica colpa è stata quella di assomigliare a un affiliato del clan Fabbroncino, che i killer avevano avuto l'ordine di eliminare. Nicola si trovava in compagnia di un'amica che è rimasta ferita dai colpi esplosi.

  • Gaetano Montanino

    Napoli (NA) // 4 agosto 2009 // 45 anni

    Gaetano Montanino è stato ucciso il 4 agosto del 2009 durante una sparatoria avvenuta in piazza Mercato, a Napoli. Montanino, guardia giurata e un collega, Fabio De Rosa di 25 anni, erano nella macchina di servizio dell'istituto "la Vigilante" per il loro giro abituale di controllo delle attività commerciali. Tutto sembrava in ordine. Ma improvvisamente i due furono avvicinati da due delinquenti che intimarono la consegna delle armi. Gaetano e Fabio non cedettero. Ne derivò un conflitto a fuoco: Gaetano fu colpito mortalmente da 8 colpi di pistola; il compagno da sei proiettili che però fortunatamente non toccarono parti vitali. Gaetano Montanino lasciò una moglie e una giovane figlia.

  • Domenico Gabriele

    Crotone (KR) // 20 settembre 2009 // 11 anni

    Un bambino vivace, innamorato del calcio, appassionato della scuola che lo ricambiava con i 10 in pagella. Domenico Gabriele, detto Dodò, aveva 11 anni, tifava per la Juventus, il suo idolo era Del Piero. Tanti progetti, tante speranze. Ma cosa avrebbe voluto fare nella vita non si saprà mai. Gli hanno spezzato le ali troppo presto. E' morto per sbaglio. Se per sbaglio si può morire, su un campo di calcetto in contrada Margherita periferia nord di Crotone, vittima innocente di un regolamento di conti tra 'ndrine. Obiettivo dei killer era Gabriele Marrazzo, emergente della mala locale.

  • Antonio Cangiano

    Casapesenna (CE) // 23 ottobre 2009 // 60 anni

    Antonio "Tonino" Cangiano è morto il 23 ottobre del 2009 a Casapesenna, in provincia di Caserta, dopo 21 anni di sofferenze. Era il Vicesindaco del paese al momento di un agguato che lo vide vittima, avvenuto il 4 ottobre del 1988. A soli 24 anni, nel 1973, fu eletto nel primo Consiglio comunale del suo paese, appena distaccatosi da San Cipriano d'Aversa. Nel 1988, dopo anni spesi all'opposizione, il Pci passò e Cangiano divenne vicesindaco e assessore ai lavori pubblici. Subito Cangiano tentò di mettere mano al piano regolatore e di bloccare una serie di appalti concessi senza gare regolari a imprese vicine alla camorra. Ma il 4 ottobre del 1988, in piazza Petrillo, la tragedia: Tonino fu ferito alle gambe in un agguato di camorra e da allora fu costretto su una sedia a rotelle. Nel 1991 il Consiglio comunale fu sciolto e il 21 novembre 1993 si tornò alle urne. Il parroco di Casapesenna, don Luigi Menditto e alcuni esponenti dei comitati dei cittadini proposero a Cangiano di candidarsi a sindaco per la lista civica Insieme per Casapesenna, espressione della società civile, delle associazioni dei cittadini e dell'Azione Cattolica. Cangiano divenne sindaco con 4.000 voti. Ma la gioia durò poco: dopo neanche due anni il primo cittadino, evidentemente stanco delle minacce e delle pressioni della camorra, si dimise.

  • Lea Garofalo

    Milano (MI) // 24 novembre 2009 // 35 anni

    Lea Garofalo era nata a Petilia Policastro nel 1974. Nel 2002 fu sottoposta a protezione perché aveva deciso di diventare una testimone di giustizia, raccontando delle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno, Carlo Cosco. Basandosi sulle rivelazioni di Lea Garofalo, il 7 maggio 1996 le forze dell'ordine effettuarono un blitz in via Montello a Milano, arrestando anche Floriano Garofalo, fratello di Lea, boss di Petilia che fu poi assassinato in un agguato nella frazione Pagliarelle di Petilia Policastro, l'8 giugno 2005. Dopo alterne vicende legate al programma di protezione, nell'aprile del 2009 Lea decise di rinunciare a ogni tutela e di tornare a Petilia Policastro, per poi trasferirsi di nuovo a Campobasso in una casa che le aveva trovato proprio l'ex compagno Carlo Cosco. Il 5 maggio del 2009 la donna riuscì a sfuggire a un agguato. Nel mese di novembre del 2009 Carlo Cosco decise di portare a compimento il suo piano. Così attirò l'ex compagna in via Montello con la scusa di parlare del futuro della loro figlia Denise. Alcune telecamere inquadrarono madre e figlia nelle ore del pomeriggio lungo i viali che costeggiano il cimitero Monumentale: sono gli ultimi fotogrammi prima della scomparsa definitiva di Lea. La donna fu rapita e consegnata a Vito e Giuseppe Cosco, i quali la torturarono per ore per farla parlare e poi la uccisero. Il corpo venne portato in un terreno nella frazione di San Fruttuoso (Monza) dove venne bruciato in un barile d'acciaio.

  • Gianluca Cimminiello

    Casavatore (NA) // 2 febbraio 2010 // 31 anni

    Gianluca Cimminiello, 31 anni, era un tatuatore molto conosciuto a Casavatore, provincia di Napoli. Gianluca è una vittima innocente della camorra, e non come molto spesso purtroppo capita a Napoli si è trovato nella traiettoria dei proiettili nel corso di una sparatoria. Ma per essersi opposto alla prepotenza e all'arroganza della criminalità organizzata. La "colpa" di Gianluca è stata quella di aver pubblicato e diffuso sui social una foto modificata dell'allora calciatore del Napoli e idolo dei tifosi, Pocho Lavezzi. Episodio banale che infastidì un altro tatuatore, Vincenzo Donniacuo. Tra Enzo e Gianluca c'è uno scambio di messaggi non troppo amichevoli, finché il primo annuncia che passerà allo studio dell'altro «per parlare da vicino». Ma non ci andrà lui, ci manderà quattro amici di Secondigliano, di cui uno imparentato con un boss degli scissionisti. Conosce bene la difesa personale e non si impaurisce, Gianluca. Picchia uno dei quattro (proprio il parente del boss) e mette in fuga gli altri. Due giorni dopo si ripresentano, stavolta con le pistole. E lo ammazzano. E' il 2 febbraio del 2010.

  • Angelo Vassallo

    Pollica – Acciaroli (SA) // 5 settembre 2010 // 56 anni

    Sindaco del comune di Pollica, in provincia di Salerno, è stato ucciso in un attentato la cui sospetta matrice camorristica è tuttora oggetto di indagini da parte della magistratura. Sindaco per tre mandati, aveva ricoperto anche la carica di presidente della Comunità del Parco, organo consultivo e propositivo dell'ente Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Soprannominato il sindaco pescatore, politicamente Vassallo si distingueva per un marcato ambientalismo.
    Vassallo, il cui comune è stato l'epicentro degli studi sui regimi alimentari mediterranei, si è fatto promotore nel 2009 della proposta di inclusione della dieta mediterranea tra i Patrimoni orali e immateriali dell'umanità. La sera del 5 settembre 2010 intorno alle 22.15, mentre rincasava alla guida della sua automobile, Vassallo è stato ucciso da uno o più attentatori allo stato ignoti. Contro di lui sono stati esplosi nove proiettili calibro 9, sette dei quali andati a segno.

  • Teresa Buonocore

    Portici (NA) // 20 settembre 2010 // 51 anni

    Venne ammazzata il 20 settembre 2010 nella sua auto, mentre guidava in via Ponte dei Francesi, tra i cavalcavia e le ciminiere delle fabbriche. Due moto l'hanno affiancata e chi vi era sopra le ha sparato quattro colpi calibro 9. Teresa Buonocore è morta subito e la sua auto è andata a sbattere sul muro di cemento al lato della strada. La polizia ha arrestato quattro persone sospettate e segue l'ipotesi che Teresa Buonocore sia stata uccisa per vendetta rispetto a quella sua denuncia per violenza sulla figlia. Teresa Buonocore lavorava come segretaria in uno studio legale e aveva lavorato prima per tredici anni in un'agenzia di viaggi. Aveva due figli grandi da un primo matrimonio e due bambine più piccole dal secondo compagno. Aveva denunciato e fatto arrestare Enrico Perillo, rapitore e violentatore della figlia di otto anni.

  • Carmine Cannillo

    Crispano (NA) // 31 dicembre 2010 // 39 anni

    Carmine Cannillo, manovale edile, si era trasferito con la moglie e i due figli da poco in una palazzina in via Ciardullo, alla periferia di Orta di Atella (CE). Il 31 dicembre del 2010 si era recato con la moglie e i due figli a Crispano, un comune dell'hinterland napoletano, presso l'abitazione di amici per festeggiare la mezzanotte. Carmine era nel cortile dell'abitazione con l'amico per assistere allo spettacolo dei fuochi pirotecnici poco distanti. Ma in un attimo la tragedia: Carmine Cannillo si è accasciato sull'asfalto, colpito da un'arma da fuoco. Inutile la corsa all'ospedale San Ferdinando di Dio di Frattamaggiore. Carmine Cannillo ha lasciato la moglie Elisabetta e tre figli minori, colpito alla spalla da un proiettile vagante.

  • Vincenzo Liguori

    San Giorgio a Cremano (NA) // 13 gennaio 2011 // 57 anni

    Vincenzo Liguori era un meccanico e il 13 gennaio, come tutti i giorni, inconsapevole che fosse "l'ultimo giorno" era nella sua officina, in via San Giorgio Vecchia a San Giorgio a Cremano. Fu avvicinato dai killer che spararono contro un uomo, indicato come esponente del clan Abate, antagonista del clan Troia che aveva ordinato l'agguato. I killer spararono contro soggetti che si trovavano nei pressi di un circoletto ricreativo, colpirono Formicola, ma un proiettile vagante colpì anche Vincenzo Liguori. Una storia terribile che diventa ancora più tragica nel momento in cui la figlia Mary, viene incaricata dal suo giornale, il quotidiano Il Mattino, di occuparsi del duplice delitto e che una volta giunta sul posto apprende che una delle vittime è proprio il padre.

  • Giuseppe Mizzi

    Bari (BA) // 16 marzo 2011 // 39 anni

    Mancavano due giorni dal suo onomastico quando il 16 marzo del 2011, Giuseppe Mizzi venne bruscamente assassinato a due passi da casa sua mentre rientrava dopo aver acquistato un pacchetto di sigarette. Giuseppe nasce a Bari il 23 dicembre 1972,in un quartiere popolare di Bari. All'età di 15 anni acquisisce la licenza media e inizia a lavorare con il suo papà nei cantieri, svolgendo lavori edili. All'età di 17 anni si trasferisce a Loseto insieme alla sua famiglia. Giuseppe era un ragazzo molto socievole, amava parlare con la gente, amava la musica ed era molto credente. All'età di circa 19 anni parte per il servizio militare e al suo ritorno per mancanza di lavoro, cerca di aprire una piccola attività di imprese di pulizie. Ma col passare dei mesi decide di abbandonare tutto, riuscendo con la sua tenacia, grinta e soprattutto onestà a svolgere altri piccoli lavoretti che non li facevano mancare niente. Conosce all'età di 22 anni Katia, che diventa successivamente sua moglie, e madre di due splendidi bambini. Quando diventa padre dei suoi bambini, Giuseppe cerca di fare di tutto per non far mancare niente alla sua famiglia,lavora dalle 3 del mattino fino alle 8 di sera in un'impresa di pulizia, e contemporaneamente svolge altri lavori. La sua vita è segnata da tanti sacrifici, ma con il suo carisma cerca sempre di andare avanti e di non abbattersi mai. Il suo poco tempo libero lo dedica ai suoi bambini, educandoli in modo rispettoso, umile e trasmettendoli i veri valori della vita. Ama cantare, accudire le persone anziane e non riesce mai a provare cattiveria verso gli altri.  La tragica sera del 16 Marzo 2011 Giuseppe, mentre percorre la strada di casa, viene scambiato per un'altra persona e barbaramente colpito alle spalle da due balordi.

  • Maria Concetta Cacciola

    Rosarno (RC) // 22 agosto 2011 // 31 anni

    Viveva a Rosarno e già a 13 anni era sposata con Salvatore Figliuzzi, in carcere dal 2002 per associazione a delinquere di stampo mafioso. Anche lei apparteneva a una famiglia di mafia: era figlia di Michele Cacciola, cognato del boss di Rosarno Gregorio Bellocco. Per la 'ndrangheta, si sa, i legami familiari sono indissolubili e servono a garantire la forza e la solidità della cosca. Ma Maria Concetta di quei legami rimase vittima: con l'arresto del marito, i familiari cominciarono ad avere sospetti di una relazione extraconiugale. Botte, minacce, una vita segregata in casa. Sola.
    Fu questa solitudine forse a indurla a diventare una testimone di giustizia e a raccontare tutto quello che sapeva. Maria Concetta entrò così nel programma di protezione e fu trasferita a Bolzano. Lontano da casa e lontano dai figli, che non aveva potuto portare con sé. Ma non durerà molto. Pochi giorni dopo, decise di ritornare a Rosarno. Ma fece di più: scrisse una lettera e registrò un nastro in cui ritrattava tutto e affermava di aver reso le sue dichiarazioni per vendicarsi del padre e del fratello che la maltrattavano. Tornò a Rosarno forse intenzionata a ripartire portando con sé i figli. Ma non ne trovò la forza. Il 22 agosto si portò alla bocca una bottiglia di acido muriatico e ne ingoiò il contenuto. Morì così, suicida. O suicidata.

  • Carlo Cannavacciuolo

    Napoli (NA) // 5 novembre 2011 // 27 anni

    La sera del 5 novembre del 2011, verso mezzanotte, Carlo è con gli amici e con la fidanzata a festeggiare il suo onomastico a Santa Maria La Carità, piccolo centro nei pressi di Castellammare di Stabia. Dopo i festeggiamenti e la serata trascorsa con gli amici, Carlo va via con la fidanzata e prima di rientrare a casa decide di fermarsi in via Ponticelli. Mentre Carlo e la fidanzata sono fermi in auto, due banditi con il volto coperto e armati di pistola si avvicinano alla vettura e uno dei due infrange il finestrino con il braccio. Il gesto violento e inaspettato provoca la reazione istintiva di Carlo che tenta di fuggire inserendo la retromarcia. A quel punto uno dei rapinatori fa fuoco ferendo mortalmente il giovane. Un proiettile lo colpisce al braccio e l'altro al cuore. Carlo aveva 27 anni ed era un giovane veterinario.

  • Andrea Nollino

    Casoria (NA) // 26 giugno 2012 // 42 anni

    Poco dopo le 8 del 26 giugno 2012 Andrea Nollino, 42enne di Casoria, si trovava all'esterno del bar di sua proprietà. Pochi attimi e cadde colpito a morte da alcuni colpi di arma da fuoco. L'uomo fu ucciso a causa di un terribile scambio di persona.

  • Pasquale Romano

    Marianella (NA) // 15 ottobre 2012 // 30 anni

    Il 15 ottobre 2012 Pasquale Lino Romano, 30 anni, di Cardito, prima di andare a giocare una partita di calcetto con gli amici, decise di raggiungere la fidanzata a Marianella, un quartiere alla periferia nord di Napoli. Intorno alle 21.30, Lino uscì dallo stabile dove vive Rosanna, dirigendosi verso l'auto. Proprio in quel momento, 14 proiettili lo raggiunsero senza lasciargli scampo. Vero obiettivo dell'agguato era Domenico Gargiulo, catturato poi dagli inquirenti, uomo vicino ai Girati in guerra con gli Scissionisti.

  • Filippo Ceravolo

    Serra San Bruno (VV) // 25 ottobre 2012 // 19 anni

    Filippo Ceravolo all'età di 19 anni, fu ucciso per errore la sera del 26 ottobre nel suo paese, Soriano Calabro. Il ragazzo chiese un passaggio a un suo conoscente e questo bastò a fargli perdere la vita. Qualcuno infatti, aspettava la persona che era con lui in macchina per ucciderla. Filippo fu raggiunto da due proiettili che resero vano l'intervento dei medici. Morì in ospedale poche ore dopo. Il ragazzo fu una vittima inconsapevole della sanguinosa faida tra due gruppi criminali che si contendevano la vasta zona delle Preserre vibonesi.

  • Nicola Coco' Campolongo

    Cassano allo Ionio (CS) // 19 gennaio 2014 // 3 anni

    È una storia atroce quella di Nicola Campolongo, il piccolo Cocò, il cui corpo è stato trovato la mattina del 19 gennaio 2014 a Cassano Ionio, nel Cosentino, arso sul seggiolino della sua auto dopo che qualcuno aveva ucciso lui, suo nonno Giuseppe Pannicelli, sorvegliato speciale di 52 anni, e la sua compagna marocchina Ibtissam Touss di 27 anni. Cocò aveva appena tre anni. Era cresciuto nel penitenziario di Castrovillari insieme alla madre, imputata in qualità di appartenente a una presunta organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. Forse il triplice omicidio è maturato nell'ambito della criminalità che gestisce il traffico e lo spaccio di droga nella zona della Sibaritide.

  • Vincenzo Ferrante

    Arzano (NA) // 26 febbraio 2014 // 29 anni

    Trent'anni, è stato ucciso per errore in un solarium di via Luigi Rocco ad Arzano, in provincia di Napoli. È accaduto la sera del 26 febbraio 2014. I killer sono entrati in azione per uccidere il boss Ciro Casone, che si trovava all'interno dello stesso esercizio. Vincenzo è stato colpito a morte perché scambiato per il guardaspalle del boss. Aveva moglie e due figli.

  • Domenico Petruzzelli

    Taranto (TA) // 17 marzo 2014 // 3 anni

    Si può morire di mafia anche a 30 mesi. È accaduto a Domenico Petruzzelli, ucciso a Palagiano, in provincia di Taranto, insieme alla sua mamma, Maria Carla Fornari di 30 anni. Alla guida della Daewoo Matiz c'era Maria Carla Fornari. Accanto a lei il compagno Cosimo Orlando, una condanna per un duplice omicidio, da poco in semi libertà. In braccio ha il piccolo Domenico. Dietro, sul sedile posteriore, ci sono i due bambini più grandi. La famiglia è di ritorno da Taranto, sulla statale ionica. È quasi arrivata a Palagiano. Mancano pochi chilometri quando all'improvviso l'auto viene speronata, costretta a fermare la sua corsa contro il guardrail. Carla Fornari, con ogni probabilità, intuisce che non è un semplice incidente. Prova a ingranare la retromarcia. È un tentativo disperato. Il killer spara. Almeno quindici i proiettili che vengono recuperati sulla scena del delitto. Due o al massimo tre hanno raggiunto il bambino.

  • Roberto Mancini

    Perugia (PG) // 30 aprile 2014 // 53 anni

    53 anni, poliziotto, è morto dopo una battaglia lunga 12 anni. Con le sue indagini ha anticipato di 15 anni il disastro della Terra dei Fuochi. L'uomo, sposato e padre di una figlia, è morto il 30 aprile del 2014 all'ospedale di Perugia. Ad ucciderlo, un linfoma non-Hodgkin, un cancro al sangue, conseguenza dei veleni respirati in anni di lavoro tra rifiuti tossici e radioattivi. Roberto Mancini era sostituto commissario di Polizia a Roma. È morto all'ospedale di Perugia a causa di un'infezione polmonare, complicanza di un trapianto di midollo osseo, unica cura per combattere la sua leucemia. Nei primi anni '90 iniziò a lavorare sul traffico illecito di rifiuti in Campania. Nel 1996, dieci anni prima dell'uscita del libro "Gomorra" di Roberto Saviano, consegnò un'informativa alla Procura di Napoli che verrà presa in considerazione soltanto nel 2011. Le carte consegnate da Mancini svelavano nel dettaglio attraverso intercettazioni, pedinamenti, dichiarazioni di pentiti, i nomi delle aziende del Nord coinvolte nel traffico: come l'Indesit e la Q8. Descrivevano i rapporti tra camorra, massoneria e politica. Anticipavano quel sistema che ha portato al biocidio della Terra dei fuochi. L'informativa è rimasta in un cassetto per 15 anni. Fin quando nel 2011 il pubblico ministero Alessandro Milita la mise agli atti del processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere. Tra gli imputati anche Cipriano Chianese, broker dei rifiuti del clan dei casalesi, che gestiva tutto il sistema criminale. Negli anni successivi alle indagini, tra 1997 e il 2001, Mancini lavorò come consulente per la Commissione rifiuti della Camera dei deputati, eseguendo decine d'ispezioni e sopralluoghi in discariche di rifiuti tossici nocivi e in siti di stoccaggio di materiali radioattivi. È proprio in questo periodo che Mancini si ammalò di Linfoma non-Hodgkin.

  • Flori Mesuti

    Bari (BA) // 29 agosto 2014 // 25 anni

    Flori era un ragazzo di 25 anni di origine albanese. Un bravo ragazzo e un gran lavoratore, è stato ucciso a Bari il 29 agosto del 2014 a colpi di pistola. Una spedizione punitiva per uno schiaffo dato dal giovane a un 15enne, parente di uno dei tre aggressori, tutti pregiudicati residenti nel quartiere Libertà di Bari. Flori fu l'unico a intervenire per sedare un litigio tra ragazzini, schiaffeggiando uno di loro. Un affronto questo gesto da punire con il sangue. In tre, armati, raggiunsero il giovane albanese poco dopo all'esterno di un bar, sparando almeno tre colpi, uno dei quali mortale al torace.

  • Domenico Martimucci

    Altamura (BA) // 1 agosto 2015 // 27 anni

    Era un calciatore e aveva 27 anni, si trovava all'interno di un sala giochi durante un attentato dinamitardo la notte del 5 marzo. Fu la mafia locale a piazzare una bomba, in una guerra di potere per il controllo dello spaccio di droga, delle estorsioni e del business delle slot machine. Il proprietario del Green Table, la sala giochi, si era rifiutato di tenere ancora attive le macchinette.

  • Genny Cesarano

    Napoli (NA) // 6 settembre 2015 // 17 anni

    Ucciso per errore dalla camorra a 17 anni, il 6 settembre 2015 alla Sanità. Doveva essere una "stesa, un raid intimidatorio contro i "Barbudos" Esposito-Spina-Genidoni, invece i sicari spararono tra la folla e sotto i colpi finì un giovanissimo innocente. Genny non aveva nessun legame con la malavita e sognava di fare il piazzaiolo lontano da Napoli.

  • Maikol Giuseppe Russo

    Napoli (NA) // 31 dicembre 2015 // 27 anni

    Maikol Giuseppe Russo, aveva 27 anni ed è stato ammazzato la sera del 31 dicembre in una strada di Forcella, centro storico di Napoli. Era un ragazzo per bene, non aveva a che fare con le bande criminali del suo quartiere. Si trovava davanti al bar del fratello quando da alcune moto hanno cominciato a sparare nella sua direzione e lo hanno colpito.

  • Silvio Mirarchi

    Marsala (TP) // 1 giugno 2016 // 53 anni

    Maresciallo Capo dell'Arma dei Carabinieri Silvio Mirarchi il 31 maggio 2016, durante lo svolgimento di un servizio di polizia giudiziaria, mentre si accingeva a intimare l'alt per controllo ad alcuni individui sospetti, è stato colpito da un colpo di arma da fuoco. I killer sono fuggiti via, lasciando il Maresciallo ferito. Mirarchi morirà in ospedale a causa delle ferite riportate il primo giugno 2016.

  • Ciro Colonna

    Ponticelli (NA) // 7 giugno 2016 // 19 anni

    Ciro Colonna si è piegato per raccogliere gli occhiali che gli erano caduti a terra mentre tentava di scappare nel corso di una sparatoria a Ponticelli. Quegli occhiali potrebbero essere stati scambiati per un'arma dai sicari che avevano come obiettivo il boss dei "Barbudos".