Guardia giurata uccisa dalla camorra durante un tentativo di rapina, la sua storia oggi è un simbolo di coraggio e riconciliazione, un esempio di come anche il dolore più profondo possa trasformarsi in motore di rigenerazione e impegno civile.
Gaetano all’anagrafe, per tutti era Domenico, o Mimmo “il biondo” per gli amici. Nato nel 1964, era cresciuto tra le strade di Ottaviano, nella provincia vesuviana, e le aspettative imponenti di una storica famiglia di notai. Suo padre, stimato direttore di banca, lo sognava dietro una scrivania prestigiosa, protetto dall'eleganza formale di una giacca e una cravatta. Ma Mimmo guardava altrove. Fin da piccolo il suo cuore batteva per un ideale diverso, fatto di servizio, azione e rigore. Non voleva la sicurezza di un ufficio; voleva indossare una divisa, che fosse quella dei Carabinieri o della Polizia.
Gli anni del liceo classico a San Giuseppe Vesuviano trascorsero tra i doveri scolastici e una dolce distrazione. Nello stesso istituto, ma all'indirizzo ragioneria, c'era Lucia. Per mesi i due si studiarono da lontano: sguardi rubati nei corridoi e le timidezze tipiche dell'adolescenza. Poi, Mimmo decise che era il momento di fare il primo passo e l’occasione perfetta arrivò lungo i binari della stazione, nell'attesa del treno che li riportava a casa. Si presentò, e da quel momento i loro destini si legarono indissolubilmente.
A diciotto anni, dopo il diploma, Mimmo tentò diversi concorsi nelle forze dell'ordine finché, vinse quello per la Guardia di Finanza. Preparò le valigie e partì per il corso di formazione a Cuneo. Fisicamente era lontano, ma la mente era rimasta in Campania con un pensiero fisso: sposare la sua Lucia.
Il tempo passò e Mimmo, durante una licenza, decise di fare le cose "all'antica". Si presentò a casa dei genitori di Lucia per chiedere ufficialmente la sua mano. Si sposarono nel 1987 e a maggio dello stesso anno nacque Veronica, la loro unica figlia. La gioia della paternità trasformò le priorità di Mimmo. La vita da pendolare, divisa tra la caserma al nord e gli affetti al sud, era diventata insostenibile. Voleva essere un padre presente, stare accanto a sua moglie e vedere la sua bambina crescere giorno dopo giorno. Prese così una decisione drastica, si congedò dalla Guardia di Finanza e tornò a Ottaviano. Trovò impiego a Napoli presso l'istituto di vigilanza privata "La Vigilante". Era il compromesso perfetto, continuare a indossare una divisa rimanendo vicino alla sua famiglia.
Mimmo Montanino era un uomo colto, grande appassionato di storia, musica e dei film di Totò. Accanto a questi interessi c'era l'amore per la moto, in sella alla quale condivideva la vita con Lucia durante lunghe gite che spesso avevano come meta la vicina Pompei. Quel luogo magico, sfondo delle loro fughe romantiche e dei momenti di maggiore serenità, divenne così centrale da spingerli a impegnarsi insieme nel sociale proprio su quel territorio, Mimmo nell'Associazione Carabinieri Volontari e Lucia come volontaria in una casa-famiglia della zona.
4 agosto 2009
Il 3 agosto 2009 l'aria era soffocante. Una giornata densa, calda e appiccicosa, tipica della piena estate campana. Fin dal mattino Mimmo si era mosso con un'energia insolita, quasi guidato da una fretta profetica, la paura inconscia di dover fare tutto in tempo prima che fosse troppo tardi. Era uscito presto per fare una spesa enorme: voleva che per il giorno di Ferragosto in casa ci fosse tutto il necessario per fare festa. Nel pomeriggio era uscito di nuovo con Lucia per sbrigare le ultime commissioni. Poi, lo squillo del telefono interruppe la routine. Una chiamata dall'istituto di vigilanza, un cambio turno improvviso, e Mimmo dovette rientrare a casa per prepararsi. Mangiarono qualcosa di veloce, si riposò un po' e poi infilò la sua divisa blu.
Quella sera Lucia andò a dormire con un pensiero dolce. L'indomani, 4 agosto, sarebbe stato San Domenico. Voleva che al suo rientro dal turno di notte Mimmo trovasse la tavola imbandita di dolci, crostate e babà, per fargli una sorpresa e festeggiare il suo onomastico.
Mentre Lucia dormiva, nel silenzio della notte, la Fiat 500 con a bordo Mimmo e il collega venticinquenne Fabio De Rosa perlustrava Piazza Mercato a Napoli, un'area nota per essere sotto lo stretto controllo dei clan camorristici della città.
All'improvviso, nel buio, il ronzio di due motorini ruppe la quiete. Quattro ragazzi accerchiarono l'auto e puntarono le armi contro le guardie giurate per rubare le pistole d’ordinanza, armi preziose destinate a rifornire l'arsenale del potente clan Mazzarella. Sotto la minaccia dei ragazzi, Mimmo non fece in tempo a reagire che il commando aprì il fuoco a bruciapelo.
Mentre Davide Cella e Salvatore Panepinto sparavano all'impazzata, Mimmo oppose un'ultima e disperata resistenza e, nonostante le ferite letali, riuscì a colpire Cella. Nel caos della ritirata Vincenzo De Feo, alla guida di uno dei motorini, trascinò il complice ferito per portarlo via, lasciando nella fretta il casco sull'asfalto di Piazza Mercato.
De Feo lasciò il complice davanti all'ospedale Loreto Mare, lo stesso in cui, poco dopo, sarebbe stato trasportato d'urgenza anche Fabio De Rosa, miracolosamente sopravvissuto ma gravemente ferito da sei colpi di pistola. Quando gli uomini della Squadra Mobile intervennero in Piazza Mercato per la segnalazione delle guardie giurate colpite, per Mimmo non c'era ormai più nulla da fare.
Alle prime luci del mattino del 4 agosto, il sole iniziò a illuminare la sala della casa di Ottaviano. Lucia si alzò presto, finì di sistemare i dolci sul tavolo imbandito, assaporando la gioia della sorpresa.
Mentre si muoveva per casa, la suocera, che viveva al piano di sotto, la avvisò della presenza al cancello dei colleghi di Mimmo. Lucia scese di corsa. Gli uomini in divisa, con gli sguardi bassi, le dissero solo che Mimmo aveva avuto un incidente e che doveva seguirli subito in ospedale. Salì in auto con loro, ma durante il tragitto da Ottaviano verso Napoli il silenzio pesante dei colleghi e le strade imboccate iniziarono a parlarle. La macchina non si diresse verso un pronto soccorso, ma svoltò decisamente verso la Questura. Il respiro di Lucia si fece corto, il panico prese il sopravvento e la mente iniziò a rincorrere le ipotesi più terribili, arrivando persino a pensare che Mimmo si trovasse lì per aver commesso qualche errore sul posto di lavoro. Accompagnata al terzo piano della Questura, il Dirigente della Squadra Mobile le comunicò la morte di Mimmo in un conflitto a fuoco con dei malviventi. La notizia attraversò il mare, e raggiunse la Grecia, dove Veronica, sua figlia, era in vacanza con gli amici. Da quel momento, per entrambe, nulla sarebbe più stato come prima.
Vicenda giudiziaria
Le indagini della Squadra Mobile furono rapide e serrate. La testimonianza chiave del vigilante superstite permise di ricostruire la dinamica dell'agguato, a partire dal fermo in ospedale di Davide Cella la notte stessa. Il secondo a finire nella rete della giustizia fu Vincenzo De Feo, inchiodato dal casco perso in Piazza Mercato e da un'intercettazione telefonica con la madre. Quest'ultimo cedette durante l'interrogatorio degli inquirenti e fece il nome degli altri due complici, Salvatore Panepinto e il diciassettenne Antonio Rapicano.
Nel disperato tentativo di sfuggire a un destino che sapeva già segnato, Rapicano fuggì in Spagna insieme alla fidanzata Gabriella. Quella corsa verso un'illusione di libertà durò tuttavia ben poco. Braccato e senza più soldi, il giovane decise di rientrare in Italia per affrontare il proprio futuro. I due attraccarono al porto di Civitavecchia il 26 agosto 2009 e per Antonio si aprirono immediatamente le porte dell'Istituto Penale per Minorenni di Nisida. Anche Panepinto, dopo aver tentato inutilmente la fuga, fu arrestato poco dopo.
Gli esecutori materiali del delitto furono individuati in Davide Cella e Salvatore Panepinto, entrambi condannati a venti anni di carcere. De Feo, diventato nel frattempo collaboratore di giustizia, ricevette una condanna a 18 anni, ma morì nel 2017 a soli 27 anni a causa di un male incurabile. Antonio Rapicano fu invece condannato inizialmente a 30 anni di reclusione, poi ridotti a 22 anni e 4 mesi a seguito di un patteggiamento.
Le sentenze della Quarta Sezione Penale del Tribunale di Napoli e della Corte di Assise di Appello misero nero su bianco la gravità dell'accaduto. L'uccisione di Montanino integrò pienamente il reato di associazione mafiosa (art. 416 bis c.p.), poiché l'azione puntava ad agevolare la criminalità organizzata di stampo camorristico per il rifornimento del clan Mazzarella. L'agguato rappresentò, a tutti gli effetti, una violenta mossa di potere dei clan per il controllo del territorio.
Memoria viva
Il 26 aprile 2013 su iniziativa di Libera, della Fondazione Pol.i.s., della II Municipalità e del Coordinamento campano delle vittime innocenti della criminalità, in Piazza Mercato a Napoli, luogo dell’omicidio, è stata inaugurata una pietra commemorativa con questa incisione:
Tante e tante altre sono le iniziative promosse per tenere viva la memoria di Mimmo, ma l’esempio più importante di come il dolore possa trasformarsi in impegno lo ha dato proprio la persona che più ha sofferto per la sua morte, sua moglie Lucia.
Dopo l’omicidio di Mimmo, con il passare dei mesi, Lucia cercò con tutte le sue forze di reagire al dolore per non lasciarsi inghiottire. Supportata da Speranza, l’amica e collega che l’accompagnava in ogni passo di questa ripartenza, decise di riprendere in mano la sua professione di assistente sociale. Gettarsi nel lavoro e dedicare ogni briciolo di energia agli altri era l'unico modo per dare un senso al vuoto. Solo così, attraverso l’impegno civile, l’assenza di Mimmo poteva trasformarsi in presenza.
In questo percorso di rinascita Lucia incontrò Libera.Conoscere gli altri familiari delle vittime innocenti della criminalità organizzata fu un passaggio doloroso ma fondamentale, perché per la prima volta si sentì meno sola. Entrò quindi a far parte del Coordinamento dei familiari campani e iniziò a viaggiare per incontrare studenti e detenuti, portando ovunque la sua storia come un seme di legalità.
Nel frattempo, a Nisida, un luogo non troppo lontano, Antonio Rapicano stava scontando la sua pena. Nisida è un’isola non isola, un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, caratterizzato da una roccia immersa in un verde acceso che si tuffa nel mare di Napoli. È un posto con un’anima profonda, dove la bellezza della natura contrasta drammaticamente con la presenza delle sbarre.
Per anni, Lucia e Antonio hanno vissuto in due inferni paralleli e speculari. A Napoli, Lucia portava il peso di un lutto che rischiava di congelarsi in un'eterna e sterile richiesta di vendetta. Dietro le sbarre, Antonio faceva i conti con il rimorso, spogliandosi a poco a poco di quella mentalità camorristica che gli aveva armato le mani. E più volte, nel corso del tempo, grazie alla consapevolezza maturata attraverso il percorso pedagogico con gli operatori dell’Istituto, aveva chiesto di incontrarla, ma Lucia aveva sempre rifiutato. Non voleva guardare in faccia l'assassino di suo marito.
Il destino, però, scelse per loro il 21 marzo, la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Durante la manifestazione di Napoli, Antonio, in permesso premio con altri detenuti, lesse dal palco i nomi delle vittime dal lungo elenco, tra cui il nome di Gaetano, l’uomo che con la sua complicità aveva perso la vita a soli 45 anni.
Quando i loro sguardi si incrociarono, la corazza crollò in un istante. «Mi aspettavo un mostro», ricorderà Lucia, «e invece vidi un ragazzino, un animale ferito dal male che lui stesso aveva provocato. Tremava, piangeva». In quel pianto autentico, privo di spavalderia mafiosa, Lucia vide l'anima di Antonio e compì il gesto più rivoluzionario: lo abbracciò, decidendo di accompagnare quel cammino di ravvedimento, fino a ottenere per lui la liberazione condizionale.
Stretti in quell’abbraccio, Lucia e Antonio iniziarono a liberarsi della sofferenza, riconciliandosi con un dolore che li aveva tenuti prigionieri per quasi un decennio.
Quello che Lucia e Antonio stavano vivendo sulla propria pelle, senza saperlo, era l'anticipazione di una rivoluzione giuridica che oggi l'Italia ha esteso a tutti, non solo ai minori: la giustizia riparativa. Una visione in cui il reato non è solo una legge violata da punire, ma una ferita umana da sanare.
Grazie a questo cammino fatto di empatia e accoglienza, la catena della violenza si è interrotta per sempre. Con un atto di straordinaria umanità, Lucia ha accolto e adottato la famiglia stessa del ragazzo, aiutandola a sottrarsi definitivamente alle logiche dei clan.
Oggi Antonio vive in regime di semilibertà, ha una moglie e due figli che chiamano affettuosamente Lucia “nonna”, un legame spirituale profondo nato proprio dalle ceneri di quella tragedia. Lavora per una cooperativa sociale all'interno del bene confiscato alla camorra "I 100 moggi" di Pignataro Maggiore, un luogo sottratto alla criminalità e intitolato proprio alla memoria di Gaetano Montanino.
Fa che la morte di Mimmo serva a cambiare anche solo un ragazzo di Napoli.
________________________________________________
A cura di Daniela Tripodi e Iolanda Napolitano - luglio 2026