25 agosto 1989
Villa Literno (CE)

Jerry Essan Masslo

Quanta forza deve avere un sogno per non spezzarsi? Jerry Masslo era arrivato in Italia come in una terra promessa. Scappava dal Sudafrica e dall'apartheid, credeva in un futuro senza barriere né pregiudizi. Un futuro che l'Italia non gli ha saputo dare.

Il sogno

A 29 anni Jerry Esslan Masslo aveva deciso di lasciare la sua terra, il Sudafrica, all’epoca teatro di orrori e discriminazioni. Jerry credeva nel cambiamento e sognava una società capace di accogliere e di amare. Aveva partecipato a tante manifestazioni per i diritti dei neri lì, nella sua Africa, e conosceva da vicino il dolore, quello vero, quello della perdita di un padre prima e di una figlia dopo. Ma non si era arreso e con la forza e la determinazione di chi crede nei sogni era partito alla volta dell’Italia.

Partirono in due: Jerry e suo fratello. Due “clandestini” su una nave cargo. Ma le cose si complicano da subito: il fratello si ammala. Al primo scalo Jerry scende per procurarsi le medicine e quando ritorna la nave è già salpata. Non avrà più notizie né di suo fratello né di quella nave. Allora vende l’orologio del padre, l’ultimo ricordo di famiglia e si imbarca su un volo per Roma. Finalmente la terra promessa: l’Italia. Jerry arriva in Italia il 21 marzo 1988, fa domanda per ottenere asilo politico tuttavia gli viene rifiutata. Può scegliere però di restare in Italia senza il permesso di soggiorno, e così accetta di fare. Trova accoglienza a Roma, nella Tenda di Abramo un ritrovo per stranieri nel cuore di Trastevere.

E’ in quel periodo che Jerry realizza di non poter restare in Italia, e quindi pensa al Canada. Gli servono soldi, soldi da mandare a sua moglie che è rimasta in Africa e soldi per lui per poter sopravvivere aspettando il permesso di espatrio.

Viene a sapere che nella vicina provincia di Caserta, il lavoro c’è. E’ faticoso, duro, in nero, sottopagato. Ma è un lavoro. E lui parte lo stesso.

Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un’accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato e allora ci si accorgerà che esistiamo.

La realtà

A Villa Literno, piccolissimo paese dell’hinterland Casertano, ad agosto si raccolgono i pomodori. Ogni mattina, prima dell’alba, una folla di neri si raduna in quella che gli abitanti chiamano tristemente “piazza degli schiavi”. Lì i caporali reclutano una dozzina di braccianti per il lavoro nei campi. La paga è di 800 mila delle vecchie lire a cassetta, 1000 se va bene. Si comincia alle 4 di mattina e si va avanti per 12/ 14 ore al giorno, nello stomaco solo un pezzo di pane con della salsa sopra. La notte si dorme per strada o in baracche arrangiate all’occorrenza. Alcuni addirittura trovano riparo nei loculi vuoti del cimitero.

Anche Jerry Masslo dorme in una masseria abbandonata di Villa Literno quando il 25 agosto 1989, in una notte calda e afosa, in quattro decidono di rapinare i salari dei braccianti. Arrivano in motorino all'alba per trovare gli africani ancora intontiti, si mettono una calza in testa e armati urlano ai "negri" di consegnare i soldi. Un ragazzo sudanese prova ad avvertire gli altri di scappare, gli spaccano la testa con il calcio della pistola e gli rubano un milione e mezzo di lire che teneva sotto il cuscino. Decine di ragazzi corrono verso le campagne. Anche lui corre, corre e inciampa ricordano i testimoni, cade quasi in ginocchio davanti ai rapinatori, alza le mani ma non consegna i soldi. Parla in inglese, una sola domanda: "Why?", perché, e lo chiede ancora e ancora e ancora. Troppe volte. Quattro pallottole lo colpiscono all'addome, i rapinatori feriscono anche un ragazzo keniota. Finiti i proiettili scappano sui motorini. Jerry Masslo resta a terra.

Quello che avvenne dopo fu straordinario ma questo Jerry non lo saprà mai. Quel sogno di libertà che lo ha portato fin qui ha continuato il suo viaggio alimentando le speranze di tanti che come lui chiedevano una società migliore, più giusta e accogliente.

I fatti di quell’estate generarono per la prima volta un dibattito serio e necessario sulle tematiche dell’immigrazione. Fu come se tutto il Paese si accorgesse solo allora dell’esistenza di un'intera comunità. Sulla vicenda intervennero l’ONU, il Pontefice, il Presidente della Repubblica e tutto il mondo politico e sociale italiano. La Cgil chiese per Jerry Masslo funerali di Stato, che si svolsero il 28 agosto, alla presenza del Vicepresidente del Consiglio. Il Tg2 si collega in diretta. Il 20 settembre, a Villa Literno si tenne il primo sciopero degli immigrati contro il caporalato al servizio della camorra.

Il 7 ottobre 1989 si svolse, invece, a Roma la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo e il caporalato in Italia. L’indignazione che ne generò fu tanta, tutti si sentirono chiamati in causa. Il governo varò un primo discusso tentativo di legge, la Legge Martelli, a regolamentare l’immigrazione ridefinendo come prima cosa lo status di rifugiato. Gli assassini di Jerry furono arrestati poco dopo e condannati alla pena di reclusione.

Era il 21 marzo 1988 quando per la prima volta fu chiesto a Jerry di pronunciare il suo nome. Jerry era atterrato da poco all’aeroporto di Fiumicino. Sarà ancora un 21 di marzo, il giorno in cui il nome di Jerry verrà pronunciato insieme agli altri nomi durante la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia.

Un vincitore é semplicemente un sognatore che non si é mai arreso.

Vicenda giudiziaria

Nel luglio del 1991, la Corte d’assise di appello condanna in via definitiva, riducendo le pene rispetto ai 71 anni complessivi richiesti , gli assassini di Jerry Masslo, ucciso il 24 agosto 1989. Giovanni Florio è condannato a 18 anni, Giuseppe Caputo a 14, Michele Lo Sapio a 13. Il quarto appartenente alla banda, all'epoca dei fatti ancora minorenne, fu condannato a 12 dal Tribunale dei Minori.