8 settembre 1999
Cerignola (FG)

Hyso Telharaj

La storia di un ragazzo di 22 anni che ebbe il coraggio di dire "no" al sopruso e alla violenza dei caporali. E che pagò con la vita. Ma il suo nome diventa un simbolo di riscatto e rinascita, creando un ponte tra Italia e Albania.

Hyso è l’ultimo di sei figli, cresce in un piccolo paesino vicino Valona. La sua è una famiglia molto semplice, ma piena di amore. Suo padre è costretto a letto da anni, da quando a metà degli anni 60 ha avuto un grave incidente. E’ la mamma che porta avanti da sola la famiglia, lavorando e crescendo i sei figli e prendendosi cura del marito malato. Hyso cresce sentendosi l’uomo di casa, con una forte responsabilità. E' molto bravo a scuola, apprende velocemente e legge molto. Ma a 13 anni decide di partire per la Grecia. Lì inizia a lavorare come muratore. E' benvoluto da tutti, anche dal suo capo che lo tiene in casa con sé e lo tratta come un figlio. Lo vuole adottare per aiutarlo con i documenti, ma Hyso si rifiuta: non vuole che dai suoi documenti si cancelli il suo passato, la sua famiglia di origine.

Sul lavoro fa passi da gigante, impara a a progettare le case e non solo a costruirle. Per anni, da solo continua a preoccuparsi di sua madre e delle sue sorelle, mandando tutti i suoi risparmi a casa per non far mancare loro niente. Nel 1999, dopo un periodo in Albania, in cui costruisce con le sue mani la casa ai genitori, decide sostenuto dalle sorelle, che vuole riprendere a studiare. Vuole diventare un geometra.

Sono anni difficili nel Paese, la gente fugge, non c’è uno Stato, la caduta della dittatura e l’assenza delle istituzioni statali porta la gente a scappare via, a provare a ricostruirsi una vita. Le coste italiane, in particolare quelle pugliesi, nei primi anni '90 sono teatro di centinaia di sbarchi: un intero popolo in fuga.

E così Hyso decide di seguire l’esempio di tanti suoi connazionali: vuole partire per l’Italia per ricominciare a studiare e pensare finalmente a sé stesso. Le sue sorelle sono tutte sposate e lui, che fino a ora aveva sostituito il ruolo del padre, viene incoraggiato a prendersi cura di sé e pensare al proprio futuro. Non fa sapere alla sua famiglia in quale modo partirà, probabilmente su uno dei tanti gommoni in partenza per l’Italia e inizia così il suo viaggio.

Parte insieme a suo cugino 17enne Simon Tragaj. Arrivano in Puglia dove iniziano a lavorare alla raccolta dei pomodori tra Cerignola e Borgo Incoronata. Hyso vuole mettere da parte i soldi per iscriversi a scuola e studiare da geometra. Ma Hyso, sempre gentile con tutti, sempre allegro, non sa che la vita dei braccianti agricoli pugliesi è scandita da regole ferree, che non si può sfuggire a un sistema di controllo quale il caporalato, che non è libero di scegliere per sé.

Si rifiuta di cedere ai ricatti dei caporali e si rifiuta di consegnare parte dei suoi guadagni. Non si rende conto del pericolo, quasi sicuramente non sa che il suo gesto è un atto di ribellione e che non può passare il messaggio che qualcuno contesti chi comanda.

La sera del 5 settembre 1999, è in Italia da pochissimi mesi, viene avvisato che le persone a cui si è opposto stanno venendo a cercarlo nel casolare in cui vive nelle campagne vicino a Borgo Incoronata. Qualcuno gli suggerisce di fuggire, ma lui non lo fa. A bordo di una Croma guidata da Addolorato Pompeo Todisco, un imprenditore agricolo di Orta Nova, arrivano altre quattro persone armate, tre uomini albanesi e una donna slovacca. La donna e Todisco restano in auto, i tre connazionali di Hyso entrano nel casolare. Hyso e Simon vengono picchiati. Partono nove colpi di arma da fuoco. Simon viene gambizzato. Hyso muore tre giorni dopo, l’8 settembre del 1999 a causa delle ferite riportate.

La notizia arriva in Albania, sarà Ayet il fratello maggiore ad essere informato che Hyso è stato ammazzato. Ma Ayet tiene per sè la notizia, non vuole causare dolore alle sorelle e alla madre. Per 20 giorni non dice niente a nessuno. Soffre in silenzio fino all’arrivo della salma di Hyso in Albania il 25/26 settembre. Hyso viene sepolto nella sua terra e di ciò che gli è accaduto in Italia non ne parlerà più nessuno, neanche all’interno della sua famiglia. Da quel momento in poi la famiglia non sembra essere in grado di affrontare una perdita così grave, si chiude in se stessa, non si pronuncerà più il suo nome né la parola Italia.

Ajada

Nel 2012 Ajada, una ragazza di origine albanese, in Italia dall’età di 11 anni, partecipa ad un campo di Estate Liberi a Mesagne, nella villa confiscata al boss della SCU Donato Screti. Un pomeriggio all'ombra degli ulivi della villa confiscata, un volontario di Libera racconta la storia di Hyso. Ajada rimane colpita e rattristata dalla storia. Nei giorni seguenti il suo pensiero ricorrente è quello di dare carne a quelle parole. Vuole rintracciare la famiglia, far conoscere loro la triste storia di Hyso ma anche renderli partecipi della memoria viva che i giovani di Libera quotidianamente trasmettono con i loro racconti. Sente mordere l'ingiustizia di quella situazione e quando il campo finisce e tutti si salutano, Ajada chiede e porta con sè una bottiglia di vino dal nome Hyso Teleray: deve trovare la famiglia di Hyso e consegnargliela.

Un passaporto, un dono di amicizia

Dare il nome ai morti non è un gesto di semplice pietà, ma restituisce loro l'umanità, restituisce loro una storia, una verità. E insieme al volto definiamo la persona e la rendiamo unica.

Per troppo tempo Hyso ha avuto un nome in Italia senza un volto, e in Albania, la sua terra, aveva un volto e un nome che non poteva pronunciarsi per quanto male facesse. Quel nome, che più nessuno riusciva a pronunciare in Albania. Quel nome scandito ogni anno durante la Giornata della memoria e dell’Impegno di Libera, insieme alle altre vittime innocenti delle mafie. Quel nome che viene scelto per intitolare la prima cooperativa pugliese Libera Terra. Quel nome scelto per il primo vino prodotto in quei vigneti che una volta appartenevano alla Scu. Quel nome al quale è dedicato il presidio di Libera di Cerignola.

E poi un giorno, i due percorsi si incrociano e finalmente Hyso ha di nuovo un nome e un volto. Ajada tornata dal campo non ha dimenticato la storia di Hyso. Non si perde d'animo anche quando le ricerche non portano a nulla. Poi un giorno di giugno del 2016 grazie a internet e all’aiuto di alcuni ex compagni di scuola in Albania, Ajada ritrova Polikseni Telharaj, la sorella di Hyso. Ajada scrive a Polikseni una lunga lettera, cercando con la massima delicatezza di capire se è la famiglia Teleray.

Durante l'estate Ajada va a conoscere la famiglia in Albania e li convince a intraprendere il viaggio in Italia. Ajada racconta alla famiglia di Hyso che in Italia qualcuno ricorda il loro congiunto e c’è un vino che ne porta il nome. Tra di loro non c’è solo la forza delle parole ma anche la concretezza di quella bottiglia di vino, con l’etichetta che racconta di una memoria che ha trovato un punto fermo, fermo come i no di Hyso. Un vino realizzato con uva che viene coltivata su un terreno confiscato alla mafia del Salento, in Puglia.

Inizia qui un cammino in comune, di strade che si incrociano. Perché la sorella minore di Hyso contatta Libera e dopo pochi mesi arriva il momento di conoscersi e viene organizzato un viaggio in Italia. I fratelli di Hyso portano dei regali, le fotografie che ci restituiscono il suo sorriso e il dono più prezioso: il passaporto di Hyso. Sotto sotto gli ulivi confiscati alla mafia cerignolana, il fratello maggiore di Hyso lo consegna nelle mani di Daniela Marcone, vicepresidente di Libera.

Ajet mi ha consegnato il passaporto di Hyso. Mi ha messo fra le mani la sua vita, la sua identità, quasi come se avesse voluto dirmi che proprio in questa terra pugliese che ha visto la sua morte, è giusto che lui tornasse a vivere realmente nei nostri pensieri. Ho sentito che quel momento era un punto di arrivo straordinario.Il viaggio dei fratelli di Hyso è stato anche per noi un viaggio nella memoria e nello scambio umano. Non mi sarei mai aspettata che questo incontro scavasse così a fondo nella coscienza di tutti noi che li abbiamo accolti. Prima di incontrare la famiglia di Hyso, mi chiedevo come poter chiedere loro di aiutarci a conoscerlo. Temevo che il nostro desiderio di conoscenza fosse vissuto come invadenza da questa famiglia così provata dal dolore per una perdita assurda e profondamente crudele. Poi ci sono stati gli sguardi, timidi abbracci, e la presenza costante e disponibile di Ajada. Ci siamo parlati scegliendo il livello dello scambio umano più semplice, quello della condivisione del dolore e dell’empatia..”
DANIELA MARCONE
Cara Daniela, mi sento obbligato a scriverti per esprimerti i miei ringraziamenti. Quando era piccolo Hyso era molto bello, quando è cresciuto è diventato bravo, amorevole. Era una persona con molta dignità. Non ho mai e poi mai pensato che un giorno potesse venir ucciso. Ho sofferto molto e la mia vita senza di lui mi sembra senza valore. Quando ho sentito che la sua memoria veniva onorata ho pianto per giorni, è stato come se sentissi per la prima volta della sua perdita. Tutto quello che avete fatto in nome di mio fratello è maestoso, sono molto sorpreso dalla vostra accoglienza. Il momento che più mi ha emozionato è stato quando ho visto la bottiglia di vino con su scritto il nome di mio fratello. Vi ringrazio nuovamente di cuore per tutto quello che avete fatto per noi. Cordialmente, Ajet”
AJET TELHARAJ
“Perpetuando il suo nome, si è fatto il suo ritorno alla vita, anche se non fisicamente. Oggi l'Italia è il paese della sua seconda rinascita, dal momento che lì non sarà mai dimenticato. In questi anni ho spesso immaginato la famiglia e la casa che Hyso ha sempre desiderato ma che non è riuscito a costruire per se stesso. Mi è mancata quella casa, l'ho pensata e questo pensiero mi ha perseguitato per 17 anni. Adesso quella casa io l'ho trovata, l’ho trovata lì nel terreno che il suo nome. Lì mi sembrava di poter respirare finalmente con leggerezza, è come se avessi trovato un pezzo di lui. Mi è sembrato come se Hyso mi guardasse dall'alto, non riuscendo tuttavia a parlarmi. Saremo grati per tutta la vita a tutti quanti voi per aver reso immortale il suo nome.”
POLIKSENI TELHARAJ

Vicenda giudiziaria

Gli indagati dell’omicidio di Hyso furono tre uomini albanesi (Vrapi Edmond, Celhaka Kuitim, Vrapi Luan), una ragazza slovena Liekova Maria e Addolorato Pompeo Todisco, unico italiano.

In primo grado la corte d'assise di Foggia, sentenza del 24 novembre 2009, condannò i tre albanesi a 21 anni a testa, e Todisco a 14 anni per concorso anomalo in omicidio. In appello a Bari, 1'8 febbraio 2011, fu confermata la condanna dei tre albanesi a 21 e 18 anni; Todisco fu assolto dall'accusa di concorso in omicidio, derubricata in quella di favoreggiamento, reato prescritto.

I familiari di Hyso Telharaj non si costituirono parte civile, non nominarono neanche un legale di fiducia. Nessuno li aveva informati sui passi da fare. E non erano mai neanche riusciti a ottenere il visto per entrare in Italia. L’unico documento in loro possesso è un foglio del pm V. Cananiello della Procura della Repubblica del Tribunale di Foggia che riporta i nomi degli indagati e la facoltà di nominare consulenti tecnici e difensori di fiducia. Un foglio, che a differenza dei documenti di trasporto della salma, non fu tradotto in albanese.

Memoria viva

Negli stessi giorni in cui i familiari di Hyso arrivano in Italia per la prima volta, viene approvata la Legge numero 199 del 29 ottobre 2016 "Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo".