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Domenico Noviello. Il coraggio di ribellarsi

Domenico Noviello. Il coraggio di ribellarsi

I killer la mattina del 16 maggio del 2008  lo stavano aspettando nei pressi della rotonda della piazzetta di Baia Verde, a Castel Volturno, uno dei quartieri più affollati del litorale domizio. Qualcuno aveva già segnalato che era uscito di casa a bordo della sua Fiat Panda. Avrebbe preso un caffè al bar e poi si sarebbe recato, come sempre, nella sua autoscuola al parco Sementini. Proprio a fianco del commissariato di polizia di Castel Volturno. Non ci arrivò mai.

“Dovevo essere con lui nella stessa auto - racconta il figlio Massimiliano - andavamo sempre insieme al lavoro. Invece uscii alle 7, mezz’ora prima di mio padre, per andare a fare un po’ di footing in spiaggia. Chissà perché il destino ha voluto così. Se fossi andato con lui, a quest’ora non sarei qui. Mi manca molto, e questo mi fa stare male”.
Domenico Noviello nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione ai suoi danni da parte del clan Bidognetti. Con la sua testimonianza contribuì a far condannare il pregiudicato Pasquale Morrone, poi morto per cause naturali, e i fratelli Alessandro e Francesco Cirillo. Ora gliela dovevano far pagare. La sua morte avrebbe significato anche una lezione preventiva agli imprenditori che “non si erano messi in regola” con la camorra. E sul litorale domizio, territorio in mano al clan di Francesco Bidognetti, negli ultimi tempi erano diversi gli imprenditori che avevano avuto il coraggio di ribellarsi.

Un germe pericoloso quello del rifiuto di pagare che Setola e i suoi affiliati volevano stroncare subito. Bisognava dare un esempio e una lezione. Uccidere Noviello era semplicissimo. Non era protetto. Faceva sempre lo stesso percorso e non si aspettava proprio ora una vendetta della camorra dopo tanti anni dalla sua denuncia. L’agguato, insomma, avrebbe presentato pochi rischi. Fino al 2003 Domenico Noviello aveva una vigilanza sotto casa, un sistema di tutela per la sua testimonianza che era venuto meno. Così si era armato. Un regolare porto d’armi. Frequentava il tiro a segno. Si teneva in allenamento andando in palestra. Noviello conosceva il codice non scritto della camorra. Sapeva che prima o poi la vendetta di quelli che aveva denunciato sarebbe arrivata. Non sapeva quando e, in ogni caso, non li temeva. Continuava a fare le cose di sempre prestando solo più attenzione. La sua unica preoccupazione era che i familiari non venissero coinvolti nella ritorsione.

"Da me non avranno mai un soldo perché me li guadagno col sudore della mia fronte", rispondeva a chi gli chiedeva di adeguarsi al comportamento di tutti gli altri imprenditori del territorio. Quella mattina, come sempre, alle 7,30 un caffè con la moglie e via con la sua Fiat Panda verso la Domiziana, in direzione Castel Volturno. Più avanti imboccò il viale che porta a Baia Verde. Alla piazzetta girò per viale Lenin, all'incrocio con via Vasari. Lo stavano aspettando un’auto e una moto di grossa cilindrata. Almeno 6 uomini armati, pronti a farlo fuori. Avevano studiato il percorso che faceva Noviello già da alcune settimane. Sapevano che doveva passare di lì. Le strade a quell’ora erano quasi deserte. I negozi chiusi. Noviello rallenta, perché a terra ci sono dei dossi. Due o più sicari lo raggiungono. Lo affiancano e aprono il fuoco con pistole di grosso calibro. Noviello riesce a fermare l'auto, ma i killer gli sono addosso. Tenta di prendere la pistola che porta con sé, ma non vi riesce. Gli arrivano tanti colpi. Cerca di fuggire. Apre la portiera dell’auto, ma fa solo pochi passi. Contro di lui i camorristi infieriscono con ferocia. Gli scaricano addosso almeno una ventina di proiettili. Cade a terra. Il suo corpo è vinto. Ma il rituale di morte impone anche il colpo di grazia. Gli esplodono tre colpi alla nuca. I camorristi scappano. Domenico Noviello, 64 anni, originario di San Cipriano di Aversa, muore in pochi attimi. I killer della camorra hanno compiuto la loro missione consegnando un messaggio forte e chiaro: “Chi si ribella alla camorra muore”. Gli altri imprenditori sono avvisati.

Ai suoi funerali, ci sarà pochissima gente. Pochi amici, pochi colleghi di altre autoscuole, pochi commercianti, poche autorità. “Mio padre non era uno che combatteva contro i mulini a vento. Non era neppure un eroe – si sfoga Massimiliano Noviello - Era un uomo che aveva molta dignità. Si è solo rifiutato di piegarsi alla legge dei violenti. Lo ha fatto per potersi guardare allo specchio e non provare vergogna. Lo ha fatto per non sentirsi umiliato.” Nella famiglia di Mimmo Noviello c’era già stato un precedente. Trent'anni prima il fratello della moglie era stato ammazzato a soli 33 anni, per lo stesso motivo.

Quando sono andati a chiedere il pizzo a mio padre e lui ha detto che non voleva pagare, io sono stato d'accordo – dice Massimiliano - Non ce l’avrebbe fatta a vivere con quell’umiliazione. Pagare per lui avrebbe significato perdere la voglia di vivere. Ora il dolore per la sua morte, quello che ti dilania l'animo, quello che ti accompagnerà e segnerà per sempre tutta la vita, è insopportabile
Massimiliano Noviello - figlio di Domenico

Ora i suoi assassini sono tutti in carcere. A Mimmo Noviello, il Comune di Castel Volturno ha intitolato una piazza proprio nel luogo in cui fu ucciso, e il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 19 marzo del 2009 gli ha assegnato la medaglia d’oro al valore civile.

 

Il programma del prossimo 16 maggio “La memoria DEVE essere impegno”.