12 febbraio 1992
Pontecagnano Faiano (SA)

Claudio Pezzuto

Un fuoristrada bianco con due uomini a bordo. La piazza principale di un paese del salernitano. Questa è la storia di due giovani militari dell'Arma, strappati alla vita troppo presto e senza una ragione.

Un fuoristrada bianco con due uomini a bordo. Un controllo di routine. La piazza principale di un paese del salernitano. Due carabinieri al termine del loro servizio di pattugliamento del territorio. Una fredda serata di metà febbraio.

Sono questi gli ingredienti di questa storia maledetta. La storia di due giovani militari dell’Arma, strappati alla vita troppo presto e senza una ragione. Uno di loro, il più “anziano”, di anni ne aveva 29. Questa è la sua storia.

Claudio Pezzuto era nato il 7 luglio del 1963 a Surbo, quasi 15 mila abitanti in provincia di Lecce, nel Salento centrale. Rimasto presto orfano di padre, ancora molto giovane, il 28 maggio del 1982, aveva deciso di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri. Ammesso alla Scuola Carabinieri di Chieti, pochi mesi più tardi era già in servizio alla Stazione di Taranto nord, dove rimase per circa un anno, fino al suo trasferimento alla Legione di Salerno. Poi la parentesi in Basilicata, con il comando della Stazione di Irsina, il Nucleo Operativo di Chiaromonte e di Senise e, ultima tappa della sua permanenza lucana, Sanseverino Lucano. Infine, il 18 novembre del 1987, il trasferimento a Pontecagnano Faiano. L’ultimo definitivo trasferimento.

Sua moglie Tania Pisani viveva con lui a Bellizzi, non lontano dal luogo di lavoro di Claudio. Era una famiglia felice la loro, resa ancor più felice dall’arrivo di Alessio, un meraviglioso bambino che, all’epoca, non aveva ancora compiuto 3 anni. Era nato il 7 gennaio del 1989, a circa un anno dal matrimonio dei suoi genitori.

Il 12 febbraio del 1992

La sera del 12 febbraio del 1992 era di servizio a Faiano, una frazione del comune di Pontecagnano. Quella sera Claudio era a bordo della Fiat Uno insieme al suo collega Fortunato Arena, appena 23 anni. I due erano quasi alla fine del loro servizio di pattugliamento e stavano facendo rientro in caserma quando, passando nella piazza principale del centro abitato, piazza Garibaldi, notarono un grosso fuoristrada bianco. Mancavano pochi minuti alle 20.00. La loro attenzione fu attirata da una targa posticcia. Si fermarono. Claudio si avvicinò alla macchina dal lato del conducente. Scrutò all’interno anche l’altra persona che occupava il posto del passeggero e chiese i documenti. L’uomo alla guida gli passò la patente e Claudio si incamminò verso Fortunato, che intanto era rimasto nei pressi della vettura di servizio. Fu in quel momento che, senza un’apparente ragione, il passeggero scese dalla jeep impugnando un mitra. Furono 5 minuti di inferno. Fortunato fu colpito da una raffica di calibro 9 e si accasciò. Claudio, sebbene ferito, tentò di rispondere al fuoco, di trovare riparo sotto a un porticato. Ma i suoi assassini non gli lasciarono scampo. Uno di loro lo seguì e gli sparò a bruciapelo, prima di risalire in macchina e scappare. Quando arrivarono gli agenti della Polizia Municipale, che si trovavano poco lontano da quella piazza gremita di gente, trovarono sull’asfalto decine di bossoli e i due corpi dei carabinieri. Respiravano ancora. Sarebbero morti pochi minuti dopo, a bordo delle ambulanze che li trasportavano all’ospedale San Leonardo di Salerno.

Vicenda giudiziaria

Il dispiegamento di forze messo in campo per stringere il cerchio attorno ai due assassini fu eccezionale. Centinaia di militari, che setacciarono il territorio in lungo e in largo, mentre gli inquirenti cercavano di ricostruire la difficile dinamica dei fatti. Chi aveva sparato e perché? Cosa ci facevano quegli uomini armati di mitra in quella piccola frazione? Interrogativi resi ancora più oscuri da alcuni particolari che andarono delineandosi. Come quello di un terzo uomo che sarebbe stato a bordo del fuoristrada, forse di sua proprietà, che dichiarò di essere stato preso in ostaggio dai due assassini, che poi avrebbero ulteriormente cambiato macchina per depistare gli eventuali inseguitori. Fatto sta che riuscirono a nascondersi per 5 mesi. Li cercarono dappertutto, anche a centinaia di chilometri da Pontecagnano, prima di individuarli ed arrestarli a meno di 30 chilometri, nascosti in una stanza di un appartamento di Calvanico, nei pressi del campus universitario di Fisciano. I militari circondarono la casa all’alba del 14 luglio, forzando la resistenza dei due killer. Si chiamavano Carmine De Feo e Carmine D’Alessio, 30 anni il primo e 27 il secondo. Erano affiliati all’Associazione camorrista Riformata, uno degli ultimi effimeri ma spietati gruppi criminali sorti dalle ceneri della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Entrambi furono condannati all’ergastolo. Non aprirono bocca sul perché della loro presenza a Faiano né sulle ragioni di tanta brutale violenza. Forse scappavano a loro volta, inseguiti da chi li voleva morti. Forse erano lì per controllare il territorio in occasione di un summit di camorra. Ipotesi mai riscontrate. Quel che è certo è che a rimetterci la vita erano stati due appassionati e giovani uomini, vittime incolpevoli di una violenza senza limiti.

Memoria viva

Finché avrò voce, racconterò la storia del mio Claudio, perché lui credeva in quello che faceva ed è morto perché con grande scrupolo affrontava ogni aspetto del suo lavoro. È un esempio che ho il dovere di portare ai giovani e alle comunità, perché riflettano, perché decidano da che parte stare. Solo in questo modo la morte di mio marito non sarà stata vana
Tania Pisani - moglie di Claudio Pezzuto

Una testimonianza intensa quella di Tania e di suo figlio Alessio, rimasto orfano di suo padre ancora così piccolo, come già era accaduto a Claudio col suo di papà. Una testimonianza affidata ai tanti giovani cui, spesso, raccontano la storia di questo giovane carabiniere morto durante un normale giorno di servizio. Un modo per rendere viva la memoria di Claudio e più profondo il senso del suo sacrificio, inciso anche nella motivazione della Medaglia d’Oro al valor militare che gli è stata attribuita dopo la morte:

Durante il controllo del conducente di un'autovettura in pieno centro abitato, investito da fulminea azione di fuoco da parte di un malvivente nascosto nell'abitacolo, benché ferito ad un braccio e impossibilitato a far uso dell'arma, incurante del grave rischio personale cui si esponeva, con mirabile generosità - prima di accasciarsi al suolo colpito a morte - si adoperava per far allontanare gli astanti e sottrarli al contemporaneo fuoco di altro complice. I malviventi, identificati in due pericolosi latitanti affiliati a spietata associazione criminale, venivano poi catturati e condannati all'ergastolo. Chiaro esempio di elette virtù militari e di altissimo senso del dovere spinti fino al supremo sacrificio
Motivazione della Medaglia d'Oro al valor militare alla memoria

Nel 2014, ai due carabinieri è stata intitolata la Caserma del Comando provinciale dei Carabinieri di Salerno. Ma sono numerosi i luoghi di memoria intitolati a Fortunato e Claudio, uniti da un tragico destino di morte ma entrambi testimoni di valori che quella morte la trascendono. A loro è intitolato anche il Presidio di Libera di Battipaglia, in provincia di Salerno, a pochi chilometri dal luogo del loro omicidio. La sua storia è raccontata nel libro “Quell’ultimo sguardo. Claudio Pezzuto, un eroe moderno” di Mario Lamboglia.