5 marzo 1997
San Michele Salentino (BR)

Michele Lerna

C'è il volto più violento della mafia pugliese nella storia di Michele Lerna. Piccolo e onesto imprenditore della provincia di Brindisi, finì nel mirino di affiliati della SCU che, negli ultimi anni '90, utilizzavano le rapine come uno dei canali di approvvigionamento dell'organizzazione. Sposato e padre di tre figli, morì nel tentativo estremo di difendere la sua famiglia.

C’è il volto più violento della mafia pugliese nella storia di Michele Lerna. Il volto efferato e spregiudicato di un’organizzazione che, nata per contrastare un tentativo di espansione della camorra cutoliana all’inizio degli anni ’80, è stata poi capace di darsi una struttura e delle regole proprie, facendo affari enormi nel traffico della droga e in quello delle sigarette di contrabbando. Tra faide e alterne vicende, i “sacristi” hanno dettato legge per anni, prima di essere duramente colpiti dalla repressione giudiziaria ma rimanendo comunque in grado, nel primo decennio degli anni 2000, di riorganizzarsi, mimetizzandosi con estrema efficacia nel tessuto imprenditoriale.

Ma la storia di Michele Lerna si inquadra sul finire del primo grande periodo di espansione della Sacra Corona Unita, negli ultimi anni ’90. A Brindisi e nel Salento si è consolidata una propaggine criminale con caratteri di grande autonomia e con tratti particolarmente marcati di violenza ed efferatezza. Vito Di Emidio è considerato uno dei boss più temuti di questo gruppo, un killer spietato. Quando verrà arrestato e deciderà di collaborare con la giustizia, si autoaccuserà di almeno una ventina di delitti, ordinati o commessi in prima persona. Tra questi, quello appunto di Michele Lerna.

Michele era un commerciante di San Michele Salentino, un piccolo comune di poco più di 6 mila abitanti a una trentina di chilometri a ovest di Brindisi. Con suo fratello gestiva un supermercato nel centro del paese. Sposato e padre di tre figli, finì nel mirino di Vito Di Emidio e degli altri affiliati, alla disperata ricerca di nuovi fonti di finanziamento delle attività criminali dell'organizzazione. Le rapine furono individuate come uno dei canali più semplici di approvvigionamento. E Michele Lerna, questo piccolo e onesto imprenditore che aveva messo su, con fatica e passione, la sua attività commerciale, sembrò da subito una preda facile. Il piano, nella testa dei criminali che lo attuarono, era estremamente semplice: entrare nell’abitazione dei Lerna a notte fonda, prendere in ostaggio la famiglia e farsi consegnare il denaro che si diceva fosse custodito in casa.

Il 5 marzo del 1997

La notte del 5 marzo 1997 Michele era andato a letto dopo una giornata di lavoro. In casa con lui, in quel momento, c’erano sua moglie e uno dei suoi tre figli, Francesco, 20 anni. Stando alla ricostruzione degli inquirenti, fu proprio il ragazzo che i malviventi presero di mira e utilizzarono come ostaggio. Entrarono in casa in cinque, armati di tutto punto, intorno allo 4 del mattino e si diressero nella stanza di Francesco. Lo svegliarono puntandogli una pistola alla testa, lo tirarono fuori dal letto e gli intimarono di condurli nel luogo dove era nascosto il denaro frutto dell’onesto lavoro di Michele, che intanto, ignaro di tutto, dormiva accanto a sua moglie.

Furono i rumori provenienti dal soggiorno a destarlo. Michele capì immediatamente che in casa stava succedendo qualcosa. Si alzò dal letto, disse a sua moglie di rimanere chiusa in camera, imbracciò un fucile da caccia regolarmente detenuto e si avviò in soggiorno. Fu qui che trovò il commando di rapinatori e suo figlio.

Quasi istintivamente, puntò l’arma verso l’alto ed esplose due colpi, convinto che in questo modo avrebbe costretto i malviventi alla fuga. Ma non fu così. La reazione del gruppo di rapinatori fu inattesa e violentissima. Michele fu raggiunto almeno da 6 o 7 colpi di pistola, alcuni dei quali alla testa, che lo uccisero sul colpo. Morì così, nel tentativo estremo di difendere la sua famiglia. Aveva 59 anni.

La vicenda giudiziaria

A lungo le indagini non riuscirono ad individuare con esattezza gli autori materiali di quella rapina finita nel sangue. Fu solo la decisione di Vito Di Emidio di collaborare con la giustizia a determinare una svolta su questo come su molti altri fatti di cronaca che avevano insanguinato il salentino tra il 1986 e il 2001.

Di Emidio fu arrestato il 28 maggio del 2001, dopo un inseguimento con i Carabinieri che lo portò diritto in ospedale, soccorso dagli stessi militari dopo che la sua auto era finita fuori strada. Ripresosi dall’intervento chirurgico cui fu sottoposto, confessò tutto, fornendo agli investigatori dettagli precisi su nomi, circostanze e motivazioni di una ventina di omicidi. Rivelò anche le circostanze precise di quella notte del 5 marzo del ’97 e lo fece chiamando in correità il marito di sua sorella ed altre sei persone.

Dopo le condanne di primo grado, nel 2013 il processo di appello si concluse con la conferma dell’ergastolo per Giuseppe Tedesco, il cognato di Di Emidio (peraltro sempre difeso da sua moglie), Pasquale Orlando e Daniele Giglio, due vecchi compagni del sacrista pentito. Quest'ultimo, in funzione della sua collaborazione, fu condannato a 27 anni. Gli altri due componenti del commando, Marcello Laneve e Cosimo Poci, furono condannati rispettivamente a 5 e 4 anni. Poci fu poi assolto nel processo bis di appello, nel luglio del 2017, mentre fu ridotta a 23 anni la pena inflitta a Di Emidio.

Memoria viva

Il nome di Michele Lerna viene pronunciato ogni anno nella Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Vittima innocente anche lui di una violenza inaudita e crudele, che ne ha stroncato la vita, i sogni, le speranze. Ma su questi sogni, sulle sue passioni e i suoi desideri abbiamo ancora poche notizie. Ci piacerebbe invece approfondire la sua storia, ricostruirne i dettagli, conoscerlo più a fondo. Per questo chiediamo l’aiuto di quanti lo hanno conosciuto, perché la sua memoria sia sempre più viva.