C’è una connessione ancestrale tra la vita e la morte nella storia del rione Sanità. Sotto i vicoli e le case del quartiere popolare per antonomasia della Napoli moderna e contemporanea, si nascondono ipogei di epoca ellenistica e catacombe paleocristiane che, sin da tempi antichissimi, hanno trovato posto in quest’area della città. Non sarà un caso, del resto, che proprio qui, in via delle Fontanelle, si decise di realizzare, molti secoli dopo, un enorme Cimitero, destinato ad ospitare gli oltre 40 mila resti mortali delle vittime della peste del 1656 e, poi, del colera del 1836 e che oggi è diventato meta di migliaia di turisti e visitatori.
E, a ben vedere, è una connessione che sa di paradosso, se si pensa al nome di questo rione - Sanità, appunto - dove, ancora dopo la peste del 1656, fu realizzato quello che poi sarebbe diventato l'ospedale di San Gennaro dei Poveri, un ricovero destinato ai malati costruito proprio qui in ragione della salubrità dell’ambiente - allora di campagna - e del potere taumaturgico e miracoloso che il popolo attribuiva a quelle catacombe.
Da sempre, insomma, vita e morte sembrano affrontarsi, in questo quartiere, in un duello senza tempo, manifestandosi, com’è tipico di Napoli, in forme estreme e irriducibili. Da un lato la vitalità, i profumi, i colori, le voci, la resistenza, le iniziative sociali e culturali che la vita la celebrano, la esaltano e la custodiscono; dall’altro la violenza cieca della camorra, che quella vita la mortifica e la schiaccia, facendosi strumento di morte.
La storia di Genny - la sua vita, la sua morte e ciò che la sua morte ha generato - è un po’ la misura di questo maledetto e assurdo duello.
Genny Cesarano aveva appena 17 anni quando è diventato, suo malgrado, protagonista incolpevole di questo duello. 17 anni e tutta la vita davanti. Era bello, Genny. A guardarlo nelle foto che ne hanno fissato per sempre l’immagine di un ragazzino che non sarebbe mai diventato pienamente un uomo, si ha quasi l’impressione di cogliere sul suo volto l’innocente desiderio di ostentarla quella bellezza: il volto pulito, lo sguardo intenso, i capelli perfettamente curati che incorniciano quella smorfia un po’ sfrontata di chi sa il fatto suo.
Ma alla Sanità c’è un confine troppo sottile tra la vita e la morte. E può capitare che la vita, anche quella dei ragazzini, rischi di prendere brutte strade. Poi, c’è chi cade e si rialza e chi, da quelle brutte strade, non riesce o non vuole più tornare indietro. Genny apparteneva alla prima categoria, a chi la strada sbagliata aveva rischiato di prenderla e l’aveva sperimentata, ancora sedicenne. Una brutta storia di rapina e resistenza che gli costa due anni di messa alla prova.
La caduta, ma poi la consapevolezza dell’errore commesso, l’assunzione di responsabilità, la risalita. Quella “messa alla prova”, quel periodo di volontariato al servizio dei poveri e dei fragili diventa una rivelazione, si trasforma in un percorso di rinascita. Genny scopre la bellezza del servizio per l’altro, dell’aiuto a chi ha bisogno, della vicinanza a chi fa più fatica. Si occupa di laboratori, aiuta i suoi coetanei nei compiti, si dà da fare nel centro educativo de “La Casa dei Cristallini”, l’associazione gestita da molti anni da un prete innamorato della Sanità, quel don Antonio Loffredo che incontreremo ancora in questa storia, sebbene in circostanze assai diverse. E poi si dedica con maggiore responsabilità agli studi, frequenta l’Alberghiero, gioca a calcio, si innamora, sogna di diventare un bravo pizzaiolo e di aprire un bel ristorante. Almeno per ora, la vita trionfa, in quel maledetto e assurdo duello.
Nella storia criminale di Napoli, il controllo delle piazze di spaccio, del racket e delle scommesse clandestine è sempre stato un motivo di forte tensione tra i clan che si contendono il territorio e gli affari. Negli anni tra il 2010 e il 2020, nell’area a nord di Napoli, a “governare” è il clan Lo Russo, le cui mire espansionistiche nella zona della Sanità innescano una guerra violentissima per il controllo di una porzione di territorio che, una volta conquistata, potrebbe diventare un corridoio diretto di traffici e affari illeciti in grado di unire la periferia nord al centro storico. Stese, azioni dimostrative, atti di violenza e sparatorie diventano gli strumenti con cui i gruppi di camorra provano ad affermare il loro dominio, utilizzando spesso i corpi di ragazzi giovanissimi e ambiziosi, nella perversa logica della camorra, di dimostrare al boss il loro coraggio e il loro valore. Poco importa se, sulla traiettoria di questa violenza bestiale, rischi di trovarsi anche qualcuno che non c’entra nulla. Come tragicamente accadrà proprio a Genny.
6 settembre 2015
Manca una manciata di minuti alle 5.00 del mattino. Gli ultimi scampoli d’estate rendono ancora piacevole il clima e invitano a tirare tardi con gli amici, magari chiacchierando per strada fino all’alba. Ha fatto esattamente così anche la comitiva di giovani che, quella notte, si intrattiene nella piazzetta davanti alla chiesa di San Vincenzo, proprio nel cuore della Sanità. Tra di loro c’è anche Genny, del tutto ignaro della tragedia che, di lì a pochi istanti, si sarebbe consumata.
Alle 4.50 il rombo dei motori di alcuni scooter attira l’attenzione dei ragazzi. Ci mettono poco a rendersi conto che quei motorini si stanno dirigendo proprio verso la piazza per compiere una “stesa”, una di quelle azioni dimostrative in cui i clan, per affermare il controllo del territorio, inviano i loro emissari, per lo più giovanissimi, pistole alla mano, a sparare all’impazzata. A Napoli se ne contano a decine e fanno paura davvero. Perché è un attimo che uno di quei colpi te lo puoi trovare addosso, nonostante gli sforzi che fai per ripararti con qualunque cosa possa essere utile a proteggerti. A bordo di quei motorini - si scoprirà - ci sono i giovani del clan Lo Russo, in guerra con quello Esposito-Genidoni per il controllo del rione.
Quando i “mezzi” si allontanano, sull’asfalto rimane il corpo di Genny, ferito a morte. Non servirà a nulla portarlo nel vicino ospedale dei Pellegrini, dove arriverà già senza vita, ucciso dal piombo della camorra a 17 anni. Innocente. Sull’asfalto vengono ritrovati 24 bossoli: una vera e propria tempesta di piombo.
Innocente è una parola che, a lungo, non tutti sono disposti ad affiancare al nome di Genny. È sempre la stessa storia: a queste latitudini, quando muori sparato di qualcosa pure devi essere colpevole, un torto a qualcuno devi pur averlo fatto. Insomma, quell’episodio non può che essere avvenuto che nell’ambito di un agguato tipicamente camorristico o in un conflitto a fuoco tra gruppi rivali in cui Genny doveva avere un qualche ruolo. E del resto lui aveva quel precedente che, in qualche modo, lo inchiodava per sempre al suo destino di cattivo ragazzo.
Ma a questa logica, che uccide una seconda volta, la famiglia di Genny, i suoi amici e tante altre persone che quel ragazzo lo conoscevano davvero, non ci stanno. Provano a difenderne la memoria, a gridare la sua innocenza, a ripetere che lui con quella roba non c’entrava nulla. Quando viene rilasciata l’autorizzazione per celebrare i funerali, l’11 settembre, alle 7.30 del mattino, sembra quasi che si sia voluta trovare una soluzione di compromesso. Una circostanza che la famiglia, travolta da un dolore devastante, non riuscirà mai a digerire.
Vicenda giudiziaria
Le indagini vengono affidate alla Squadra Mobile, guidata dal Dirigente di Polizia Fausto Lamparelli e, alla fine, riescono a ricostruire il quadro generale e le responsabilità individuali, poi cristallizzate in diverse sentenze. L'inchiesta, infatti, conferma che Genny è rimasto ucciso in una sparatoria avvenuta nell'ambito dello scontro tra due clan di camorra. Il ragazzo si era trovato sulla linea di fuoco dei colpi esplosi da una “paranza” composta da 8 persone, partite da Miano a bordo di 4 moto, che avevano utilizzato tre diverse pistole - una 9x21, una 357 e una 7,65 - ed esploso 24 colpi. Il commando avrebbe dovuto colpire Pierino Esposito, all’epoca dei fatti diretto rivale dei Lo Russo e poi comunque ucciso nel mese di novembre. Gli altri ragazzi presenti la notte dell’agguato erano riusciti a mettersi al riparo. Per Genny, invece, non c’era stato scampo.
Gli inquirenti arrivano a queste conclusioni dopo che, a circa un mese dall’omicidio di Genny, erano riusciti ad allargare le ipotesi investigative ascoltando, come persona informata dei fatti, un ragazzo di 23 anni coinvolto, alla fine del mese di agosto, in una rissa scoppiata allo stadio, durante la partita tra Napoli e Sampdoria, e finita con il ferimento di un ultrà. Il giovane era un amico di Genny ed era con lui la mattina del 6 settembre, di fronte alla chiesa di San Vincenzo, fino ad un’oretta prima dell’arrivo dei killer.
Nel gennaio del 2016, a conclusione delle indagini, quattro persone vengono raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare. È la svolta nelle indagini, che tuttavia compiono passi in avanti anche grazie alla testimonianza, rivelatasi poi determinante, di Carlo Lo Russo, capo dell’omonimo clan, che decide di collaborare con la giustizia.
Il processo di primo grado si conclude il 6 dicembre del 2017 con la condanna all’ergastolo di Luigi Cutarelli, Antonio Buono, Ciro Perfetto e Mariano Torre. Lo Russo, invece, viene condannato a 16 anni come mandante dell’azione di fuoco. Del gruppo di fuoco faceva parte anche Vincenzo Di Napoli, ucciso il 9 dicembre 2015 dal suo stesso clan.
Tre anni più tardi, l’11 luglio del 2019, la IV Sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli conferma la sentenza di primo grado per tutti gli imputati tranne che per Mariano Torre. La sua pena viene ridotta a 16 anni dopo che, con una lettera di scuse alla famiglia di Genny, di fatto aveva annunciato anch’egli l’intenzione di collaborare con la giustizia.
Nel novembre dello stesso anno, grazie proprio alle dichiarazioni di Torre, viene identificato anche l’ultimo killer del commando. L’uomo, Gianluca Annunziato detto “Ammore”, già agli arresti, viene condannato all’ergastolo in primo grado il 3 novembre 2020. Sentenza poi confermata in appello il 27 dicembre del 2021. Secondo i giudici, fu lui, all’epoca appena 23enne, “l’autore materiale dell’omicidio, stante la corrispondenza del calibro del proiettile che colpì la vittima (9x21) con il calibro della pistola usata dall’imputato”.
Nel giugno del 2021, intanto, la Corte di Cassazione, aveva stabilito il rinvio a una nuova sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli del processo di secondo grado nei confronti degli altri imputati, annullando la sentenza.
Memoria viva
Pochi mesi dall’omicidio di Genny, la Fondazione di Comunità San Gennaro onlus, in collaborazione con il Comune di Napoli, organizza un mese di eventi nel rione Sanità, animati da musica, teatro e laboratori. In seguito, Paolo La Motta realizza una scultura in onore a Genny, “In-Ludere”, ovvero, “giocare contro”. L’opera viene installata nel punto in cui Genny ha perso la vita.
Nel 2016, viene realizzato un torneo di calcio in memoria di Genny, a cui hanno partecipato quartieri napoletani a rischio. Nel 2018, l’artista La Motta realizza un’altra opera: un polittico di cinque ritratti e un busto in terracotta con il volto di Genny, che diventano parte della collezione permanente del Museo di Capodimonte. L’opera prende vita nel 2007. In quel periodo, La Motta realizzava ritratti dei suoi allievi al lavoro. Genny era uno di loro: frequentava un corso di ceramica.
Nel 2022, il Presidio Libera Napoli collabora alla presentazione di un progetto di borse di studio per studenti napoletani con svantaggi economici in nome di Genny. Dal 2023, ogni anno, si tiene una commemorazione il giorno dell’anniversario dell'uccisione di Genny. Quell’anno, si tiene l’incontro “Nel nome del Figlio”, in memoria di Genny e di tutte le ragazze e i ragazzi vittime delle mafie, iniziativa promossa dalla Fondazione Pol.i.s. con Libera, il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità e l'associazione "Un popolo in cammino per Genny vive".




