23 gennaio 1990
Monreale (PA)

Vincenzo Miceli

Vincenzo aveva dimostrato tutta la sua forza di volontà e la sua onestà a non cedere mai ai ricatti della mafia. E non si era fermato a dei "semplici" no, ma aveva osato denunciare i suoi estorsori. Per questo andava punito.

Il mosaico del Cristo Pantocratore che domina il Duomo dall’abside centrale è il segno distintivo, noto in tutto il mondo, di Monreale. La Cattedrale di Santa Maria Nuova, che si erge in tutto il suo splendore in piazza Guglielmo II, è il simbolo di questa città, che forma un unico agglomerato urbano con Palermo e il cui territorio circonda interamente quelli di San Giuseppe Jato e San Cipirello. Un luogo splendido, al punto da meritare di essere inserito, il 3 luglio del 2015, tra i siti Patrimonio dell’umanità dell’Unesco. 

Chissà quante volte Vincenzo si sarà soffermato ad ammirare la bellezza di questo posto, a scrutarne i meravigliosi mosaici bizantini, estasiato dalla maestria di chi quel luogo lo aveva costruito, mattone su mattone, tanti secoli prima. Del resto di questo si occupava lui, di costruzioni. Lo faceva con passione e amore. Ma soprattutto, lo faceva con onestà. E in terra di mafia scegliere di essere onesti può essere un atto rivoluzionario. 

Vincenzo Miceli era questo, un lavoratore onesto. A Monreale aveva stabilito la sede dei suoi interessi professionali. Aveva messo su un’impresa edile, di cui era amministratore e legale rappresentante. Era un geometra Vincenzo, un piccolo imprenditore che era riuscito a farsi strada lavorando duramente e riuscendo a ottenere lavori soprattutto nel settore pubblico. Aveva sempre cercato di migliorarsi, di aggiornarsi e studiare fino a conseguire la laurea in ingegneria. La sua impresa costruiva e sistemava strade, impianti di illuminazione pubblica, edifici al servizio della comunità. Lavori appaltati a un imprenditore perbene che di cedere ai ricatti, alle vessazioni e alle violenze dei mafiosi proprio non ci stava. Su questo, Vincenzo era assolutamente intransigente: quello era il suo lavoro e lui non avrebbe consentito a nessuno di mortificarne la dignità. Certo, sapeva bene che questo avrebbe potuto provocargli problemi seri. Gli appalti pubblici erano da sempre, e purtroppo ancora lo sono, terreno di interessi enormi per i clan mafiosi, che su quei soldi, in un modo o nell’altro, tentano sempre di mettere le mani. Ma lui no, lui non lo avrebbe consentito. L’onestà per lui non era una parola, ma un valore, al quale ispirare la sua vita di uomo e di imprenditore. 

Le richieste estorsive

E così, quando le richieste estorsive cominciarono ad arrivare con insistenza, Vincenzo alzò immediatamente un muro. Quei criminali avrebbero dovuto capire subito che di lì non si passava. Si oppose con fermezza, rifiutò qualsiasi pagamento e, alla fine, compì il passo decisivo: la denuncia. Erano anni difficili quelli tra il 1980 e il 1990. La mafia era nel pieno del suo potere espansivo: pizzo, omicidi, intrecci perversi con la politica e il mondo istituzionale rendevano il clima pesante, l’aria insopportabile. Anni nei quali, chi intendeva fare onestamente il proprio lavoro, rischiava grosso. E spesso, impaurito, cedeva. Ma Vincenzo non era tra questi. E dunque, nella logica mafiosa, andava punito. E la sua punizione sarebbe stata per così dire pedagogica: colpire lui per educare tutti gli altri. Perché nessuno più avrebbe pensato di avere la libertà di ribellarsi, di non piegarsi. 

Fu questo il ragionamento, così assurdamente lucido nella sua drammaticità, di Giovanni Brusca. Lui, capo mandamento e boss incontrastato di San Giuseppe Jato, uomo di rilievo di Cosa nostra profondamente legato ai corleonesi di Totò Riina, non avrebbe mai potuto accettare un gesto di ribellione come quello di Vincenzo. Lo stesso Brusca che, qualche anno più tardi, avrebbe schiacciato il tasto del radiocomando che fece esplodere il tritolo di Capaci e che avrebbe dato l’ordine di sciogliere nell’acido il corpo del piccolo Giuseppe Di Matteo. Il porco, lo avrebbero soprannominato, per la sua leggendaria ferocia. La stessa identica brutale ferocia con la quale decise di punire Vincenzo. La sua condanna a morte era scritta. La sua esecuzione sarebbe avvenuta poco dopo, il 23 gennaio del 1990. 

Vicenda giudiziaria

Non è stato semplice arrivare alla verità sulla morte di questo onesto imprenditore edile. Nonostante gli sforzi della famiglia per ottenere giustizia, a lungo non si è riusciti a fare luce su questo omicidio. Fino a quando, paradossalmente, sono state proprio le rivelazioni di Giovanni Brusca, mandante dell’assassinio, a squarciare il muro del silenzio. Dichiarazioni che arrivarono a poca distanza dal suo arresto, nel maggio del 1996, quando decise di collaborare con la giustizia. 

La stessa decisione che avevano assunto anche altri mafiosi del calibro di Santino Di Matteo e Giuseppe Monticciolo. Furono anche le loro dichiarazioni ad aiutare gli inquirenti a risalire alla verità sull’omicidio di Vincenzo.

Per la sua uccisione, assieme a qualla di altre sei vittime di mafia uccise tra il 1993 e il 1994 a San Cipirello, San Giuseppe Jato, Borgetto e Camporeale, vennero condannati all’ergastolo i boss Giuseppe e Romualdo Agrigento, Antonino Alcamo, Castrense e Giuseppe Balsano, Benedetto Capizzi, Francesco La Rosa, Agostino Lentini, Burgio Montalbano, Domenico Raccugia, Michele Traina e Leonardo Vitale. I pentiti Brusca, Di Matteo e Giovanni Bonomo ebbero invece condanne inferiori, dai 13 ai 16 anni. La condanna definitiva arrivò nel 2004, quattordici anni dopo l’omicidio. La famiglia si costituì parte civile nel processo.

Memoria viva

Il nome di Vincenzo é ricordato, insieme alle oltre 1000 vittime innocenti delle mafie che ogni anno in occasione del 21 marzo, la Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, riecheggiano in tanti luoghi. Per noi Vincenzo ha un vero e proprio diritto al ricordo, un diritto che restituisce “dignità” a ogni nome che ricordiamo, che rappresenta la promessa a Vincenzo che non dimenticheremo la sua storia, i suoi progetti di vita, portando con noi i suoi sogni e rendendoli vitale pungolo del nostro impegno quotidiano.

Era un uomo dedito al lavoro e alla famiglia, era un figlio premuroso e attento. Con me, che sono il fratello più piccolo, era il braccio destro, la mia guida, il mio punto di riferimento non solo umano, ma per qualsiasi consiglio professionale. Un padre in totale adorazione delle sue due figlie femmine, un marito dolce e presente.
Piero - fratello di Vincenzo