2 marzo 2002
Lamezia Terme (CZ)

Torquato Ciriaco

La strada che da Lamezia Terme conduce a Maida, Torquato la percorreva praticamente tutti i giorni. Venti chilometri di provinciale che separavano lo studio legale di piazza della Repubblica, nel cuore della città lametina, alla casa dove l'avvocato viveva con sua moglie Giulia e le sue figlie.

Era un percorso obbligato quello. E del resto, chi lo aveva messo nel mirino conosceva bene le sue abitudini. Gli avevano messo alle calcagna un uomo perché lo pedinasse e prendesse nota dei suoi spostamenti e della sua routine quotidiana. Un modo per pianificare nei minimi dettagli e poi attuare senza impedimenti il piano di morte che avevano predisposto per lui. Chi e perché, ancora non è stato accertato. E così, in questa storia ancora oggi l’unico fatto certo è che Torquato Ciriaco è stato ucciso barbaramente, a 55 anni.

Torquato era nato il 4 settembre del 1947 a Girifalco, un paese collinare ai piedi del monte Covello, nel cuore della penisola calabrese e proprio al centro dell’istmo di Catanzaro. La sua famiglia gestiva un’azienda agricola della quale, crescendo, aveva cominciato a prendersi cura direttamente lui. Ma non era la sua unica attività. La sua era una vita attiva e dinamica, piena di interessi e di impegni. La sua passione per il diritto lo aveva spinto a diventare avvocato e a mettere su uno studio che, nel giro di pochi anni, era diventato un vero e proprio punto di riferimento, non solo per il territorio lametino. Era un avvocato di fama. Si occupava di cause civili e amministrative, ma anche di attività di consulenza aziendale. Una carriera brillante e costellata di successi, iniziata alla metà degli anni ’70, in un continuo crescendo, che però non lo aveva distolto dal curare gli interessi di famiglia e dal lanciarsi anche in altre attività imprenditoriali. A Maida si era trasferito per mettere su famiglia insieme a sua moglie, Giulia Serrao, anche lei avvocato. Un matrimonio da cui erano nate sei splendide figlie. Una vita impegnata, ma tutto sommato tranquilla, divisa tra gli affetti familiari e un lavoro impegnativo che però amava tanto. E c’è da credere che la sua famiglia e la sua carriera avrebbero continuato a dargli soddisfazioni se, quella maledetta notte del 1° marzo 2002, il piano criminale preparato per lui non si fosse tragicamente concretizzato.

Il primo marzo del 2002

Quel giorno Torquato si era trattenuto fino a tarda sera nel suo studio di Lamezia, al lavoro sui tanti dossier che seguiva. Poi era salito a bordo del suo fuoristrada per fare ritorno a casa dalla sua famiglia, imboccando lo svincolo della superstrada dei Due Mari, a poca distanza dall’ufficio. Giunto sul ponte che sovrasta il fiume Amato, fu affiancato da un’altra vettura, sulla quale viaggiavano almeno due persone. Torquato non ebbe neanche il tempo di rendersi conto di cosa stesse accadendo. Contro il fuoristrada furono esplosi numerosi colpi di fucile a pallettoni. L’avvocato rimase ferito al fianco sinistro, ma riuscì ancora a tenere il controllo della macchina. Solo pochi metri, prima di andare a schiantarsi contro un muro, sul lato opposto della strada. I killer si fermarono a loro volta, scesero dall’auto sulla quale viaggiavano per dargli il colpo di grazia alla nuca. Per Torquato non ci fu scampo. Erano circa le 23.00. Quella strada l’avvocato non l’avrebbe mai più percorsa.

Vicenda giudiziaria

Le indagini partirono immediatamente. Poco più tardi e poco più lontano, fu ritrovata bruciata la Fiat Punto usata dal commando e che si rivelò essere stata rubata un mese prima a Reggio Calabria. L’omicidio di questo avvocato molto noto fece scalpore e sulle prime, pur di fronte alla complessità dei fatti, si pensò che presto si sarebbe fatta piena luce sull’assassinio, sul suo movente, su chi lo aveva deciso e chi lo aveva eseguito. E invece le cose non andarono esattamente così. Sulla matrice del delitto, gli inquirenti avevano pochi dubbi: per le sue modalità, non poteva che esser maturato in ambiente mafioso. Ma sulle ragioni e i responsabili di questa esecuzione, si brancolava nel buio. Le piste seguite inizialmente avevano a che fare con il ruolo che l’avvocato Ciriaco aveva avuto nell’apertura di una sala bingo, negli appalti per i lavori di ammodernamento dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria, nella consulenza per un’azienda che era stata coinvolta in un’inchiesta dell’Antimafia. Tutte piste alle quali mancarono però riscontri oggettivi e concreti. Man mano che il tempo passava, il quadro si faceva anzi più confuso e il mistero più fitto. Si fanno strada altre ipotesi, che parlano di intrecci perversi tra mafiosi, affaristi e politici, di colletti bianchi, addirittura di massoneria e servizi deviati. Nell’ottobre del 2002 il Consiglio comunale di Lamezia viene sciolto per infiltrazioni mafiose e nella sentenza con la quale il TAR respinge il ricorso del Sindaco si parla esplicitamente del caso Ciriaco, che dunque, per la sua rilevanza, potrebbe avere avuto un peso nelle dinamiche che portarono alla decisione di azzerare gli organi politici del comune. Le indagini comunque si arenano, nonostante la vicenda di Torquato Ciriaco venga portata all’attenzione delle istituzioni nazionali: interrogazioni parlamentari, audizioni in Commissione Antimafia. Nel 2009 è direttamente Giulia Serrao, la moglie di Torquato, a scrivere all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Una lettera che denuncia il clima di omertà e le mancanze dello Stato.

Poi, il 22 gennaio del 2014, a 12 anni dall’omicidio, la DDA di Catanzaro comunica ufficialmente la conclusione delle indagini. Sembra la svolta decisiva. Grazie alle dichiarazioni di Francesco Michienzi, l’uomo incaricato di pedinare l’avvocato per studiarne le abitudini, nel mirino dell’Antimafia finiscono tre persone. Si tratta di Tommaso Anello, 50 anni, fratello del capo dell’omonima cosca, e dei fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci, 45 e 38 anni. Nell’omicidio avrebbero avuto un ruolo, oltre allo stesso Michienzi, anche Santo Panzarella, ucciso nel 2002. Le rivelazioni di Michienzi, puntualmente riscontrate, consentono di ricostruire i dettagli della vicenda. Si scopre così che l’omicidio sarebbe stato deciso dai vertici della cosca Anello di Filadelfia, legata alla potente famiglia dei Mancuso di Limbadi e anello di congiunzione tra la ’ndrangheta vibonese e quella lametina. Movente dell’agguato, l’interessamento dell’avvocato, per conto del suo cliente Salvatore Mazzei, un grosso imprenditore edile lametino, per un complesso aziendale riconducibile a una società edile dichiarata fallita. Su quei beni però, che si trovavano nel territorio degli Anello, avevano già messo gli occhi gli uomini della cosca, che volevano acquisirli per il tramite di un altro imprenditore. Di qui, secondo l’Antimafia, la decisione di eliminare l’avvocato. Nel gennaio del 2015, gli imputati vengono rinviati a giudizio. Tutti scelgono il rito abbreviato. L’accusa chiede l’ergastolo per Anello e i fratelli Fruci, dieci anni per Michienzi. La famiglia si costituisce parte civile nel processo. Alla fine però verranno tutti assolti per non aver commesso il fatto, con una sentenza del settembre 2017. Un anno dopo, la Procura ricorre in appello e pochi mesi più tardi si apre finalmente la fase dibattimentale. La Corte d'Appello di Catanzaro a giugno 2021 ha emesso la sentenza che condanna a 30 anni i fratelli Vincenzino e Giuseppe Fruci, a sei anni il collaboratore Michienzi. E' stato assolto, invece, Tommaso Anello, accusato di essere il mandante dell'omicidio.

Memoria viva

Il nome di Torquato è ricordato, insieme alle oltre 1000 vittime innocenti delle mafie che ogni anno in occasione del 21 marzo, la Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, riecheggiano in tanti luoghi. Per noi Torquato ha un vero e proprio diritto al ricordo, un diritto che restituisce “dignità” a ogni nome che ricordiamo, che rappresenta la promessa a Torquato che non dimenticheremo la sua storia, i suoi progetti di vita, portando con noi i suoi sogni e rendendoli vitale pungolo del nostro impegno quotidiano.

Caro presidente, mi chiamo Giulia Serrao, sono avvocato e madre di sei figlie, purtroppo orfane di padre. (…) Da quasi sette anni invoco giustizia presso l’autorità giudiziaria ma, nonostante le mie sollecitazioni e il mio personale apporto, a tutt’oggi non trovo riscontro né spiegazione alcuna alla tragedia che ha sconvolto l’intera mia famiglia, a partire dalla figlia più piccola, che ha oggi 10 anni e che mantiene un vago ricordo del padre, alle più grandi, che vogliono trovare a tutti i costi la causa che le ha private del punto di riferimento principale per la loro educazione e il loro sviluppo.
In qualità di avvocato ho sempre creduto nella giustizia e ho fatto di questa la bussola orientativa della mia vita; ma a giudicare di come vanno le cose in Italia, anche i miei stessi principi oggi vengono messi in discussione e mi domando quali siano e se vi siano i principi veri a cui la legalità si ispiri e si conformi.
La famigerata omertà di cui viene investita tutta la regione non riguarda solo la delinquenza; nel mio caso, l’avverto e la sento anche in quegli organi che dovrebbero garantire la legalità. (…) Se a Polistena il nome di mio marito è scolpito tra quelli delle vittime della mafia, a Lamezia dove noi viviamo, fedele al motto “se è stato ammazzato qualcosa avrà pur fatto”, l’ombra sulla sua integrità si allunga minacciosa e incombente; ed è su questa ombra che la pregherei di far luce. (…) E intanto penso che, mentre la legalità si predica ma non si pratica, al contrario la mafia si pratica e non si predica.
Giulia - moglie di Torquato