30 marzo 2005
Favazzina (RC)

Daniele Polimeni

Voleva apparire più grande di quello che era, nascondendo spesso le proprie fragilità. Ma dietro quella maschera da duro, si nascondeva un ragazzo dall'anima gentile e sempre disponibile ad aiutare chiunque ne avesse bisogno. Mentre lui non chiedeva mai aiuto, voleva risolverli da solo i suoi problemi.

Esistono quartieri delle grandi città dove i giovani non hanno grandi opportunità e dove può capitare, crescendo, di commettere qualche errore. A questi ragazzi ci si sforza di dare una seconda possibilità, com’è giusto che sia. In fin dei conti, si tratta di far capire che ci sono strade alternative a quelle dell’illegalità, magari più difficili e più lunghe, ma possibili. Basta saperle riconoscerle, basta essere accompagnati, presi per mano. Ecco perché storie come quella di Daniele non possono essere liquidate con frasi del tipo “se l’è andata a cercare”, perché sono storie che pesano sulla coscienza di tutti.

Daniele Polimeni era cresciuto proprio a Vito, quartiere di Reggio Calabria nella zona collinare sopra il porto della città. Viveva con sua madre Anna Adavastro, un’insegnante. I suoi genitori avevano divorziato, ma questo non aveva affatto impedito a entrambi i genitori, anche al papà Pietro, di essere molto presenti nella vita di Daniele. Era un ragazzo esuberante, generoso con i suoi amici e sempre alal ricerca di emozioni nuove. Per un certo periodo aveva vissuto anche a Torino. Sua mamma aveva accettato di trasferirsi nel capoluogo piemontese per lavoro e aveva portato con sé Daniele, con l’obiettivo di allontanarlo da alcune amicizie che i suoi genitori ritenevano pericolose. Ma a Daniela non piaceva vivere al nord e così ritornarono a Reggio.
Aveva la passione delle moto da cross da quando era soltanto un bambino, a soli 5 anni aveva espresso il desiderio al suo papà di guidarne una. La pesca subacquea era un’altra grande passione di Daniele, che condivideva con suo padre. Frequentava regolarmente la piazzetta del quartiere, dove si intratteneva con i suoi tanti amici, ragazzi e ragazze come lui, cresciuti tra queste case e in queste strade. Non aveva un buon rapporto con la scuola e gli pesava non avere qualche soldo in tasca per togliersi qualche “sfizio” che la sua famiglia non poteva garantirgli. Era iscritto al quarto anno dell’Istituto professionale.
Era un tifoso sfegatato della Reggina, la squadra di calcio di Reggio Calabria, tornata in serie A nel 2002 per restarci per sette stagioni consecutive. Il calcio era valvola di sfogo per Daniele e per tanti suoi amici. La domenica in Curva sud era un appuntamento imperdibile quando la squadra giocava in casa. Per le trasferte, si faceva di tutto per seguire gli amaranto e, quando proprio non ci si riusciva, allora le partite si seguivano in tv o alla radio. Gli amici, il calcio e qualche eccesso: trascorrevano per lo più così le giornate di questo ragazzo, che non aveva saputo resistere a qualche “tentazione”, beccandosi pure qualche denuncia. Aveva sbagliato, Daniele. Ma nessun errore, a maggior ragione se hai 18 anni, può giustificare la violenza inaudita che si è scatenata contro di lui.

Il 30 marzo del 2005

Quel 30 marzo del 2005 era un mercoledì. Daniele salì a bordo della BMW usata che a tutti i costi aveva voluto comprare. L’aveva intestata alla madre ma di fatto l’auto era sua. Quel mercoledì come ogni mattina era andato a scuola e nel pomeriggio si era messo alla guida alla guida della sua auto senza dire a nessuno dove stava andando. Quel pomeriggio anche la sua fidanzata lo cercava senza sapere dove fosse. Intorno alle 18 i suoi genitori provarono a contattarlo, ma entrambi i suoi due telefoni cellulari risultavano irraggiungibili. I carabinieri non accettarono la denuncia di scomparsa della madre quella sera, era troppo presto per avviare le ricerche, erano trascorse soltanto poche ore. La sera stessa del 30 marzo, invece, la macchina di Daniele fu trovata nel quartiere di San Gregorio, a Reggio Calabria,  data alle fiamme, portata lì e incendiata forse nel tentativo di sviare o rallentare le indagini. Ma di Daniele ancora nessuna traccia. Il 1 aprile, il cadavere di Daniele Polimeni, 19 anni li avrebbe compiuti il 28 maggio, è stato rinvenuto a Favazzina di Scilla, distante 30 km dal luogo in cui era stata ritrovata la sua auto. Una zona isolata dove di solito si appartano le coppiette. Gli inquirenti hanno accertato che il ragazzo era stato colpito alla testa e dato alle fiamme mentre era privo di sensi.  Al padre è toccato lo strazio del riconoscimento del corpo del ragazzo.

Mamma Anna non ha mai smesso, da quel giorno, di chiedere verità e giustizia. A un anno esatto dall’assassinio di Daniele, il quartiere sembrò voler reagire con decisione. Fu organizzata una grande manifestazione, cui fu dato il titolo di “Quattro quartieri contro la ‘ndrangheta”. Quel giorno arrivò a Reggio anche don Luigi Ciotti, a confermare la vicinanza di Libera ad Anna e a suo marito e a rinforzare la loro richiesta di giustizia. Una richiesta rinnovata ogni mese dai muri del quartiere, tappezzati di manifesti funebri che invitavano alla collaborazione, che chiedevano l’aiuto di chi sapesse qualcosa o avesse visto qualcosa. Purtroppo appelli che non hanno avuto seguito. A oggi, l’omicidio di Daniele resta un mistero irrisolto.

Anna se n’è andata dieci anni dopo, il 14 luglio del 2015, dopo una vita spesa a condurre, con coraggio e determinazione, la sua battaglia per dare un nome e un volto agli assassini di suo figlio, per capire perché sia stato ammazzato con tanta brutalità. Anni nei quali ha accompagnato e si è lasciata accompagnare dai volontari di Libera. Nel 2014, un anno prima di morire, si era data da fare per allestire in piazza Castello, in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno, “Mnemosine - i fiori della memoria”, una installazione per ricordare le vittime innocenti delle mafie.

Vicenda giudiziaria

Le indagini, pur partite immediatamente, non sono approdate a nulla: mandanti ed esecutori materiali di questo delitto orribile, consumato con una ferocia bestiale, non sono mai stati individuati. Nulla di certo neanche sul movente dell’omicidio, anche se gli investigatori si sono convinti col tempo che la morte di Daniele fosse stata decretate per una vendetta maturata negli ambienti della criminalità locale. Resta la tragedia di una vita così giovane stroncata senza alcuna pietà.

Memoria viva

A Daniele è intitolato il Presidio di Libera a Cuneo e, nel nome suo e di mamma Anna, il coordinamento reggino di Libera si impegna ancora oggi a chiedere verità e giustizia. Ancora nel 2019, a 168 mesi dall’omicidio, i manifesti funebri con il viso sorridente di Daniele hanno fatto capolino sui muri di Reggio: “chissà se i tuoi assassini e chi ancora li copre con omertoso silenzio sono riusciti, in questi anni, a guardarsi allo specchio, a sorridere, come se niente fosse, alle loro madri, ai loro affetti, a trascorrere notti tranquille, o se, inconsapevolmente, hanno fatto compagnia alle nostre notti insonni ed agitate dal dolore con le loro notti altrettanto insonni ma agitate dalla vergogna e dal rimorso per ciò che di così cattivo e crudele hanno commesso”. In calce, la scritta “ci manchi” e due nomi, quelli di Daniele e di Anna. Anche se non c’è più, la sua eredità è tutta in quella richiesta di verità e giustizia.
A Favazzina, sul luogo in cui è stato ritrovato, adesso c’è un fiore di legno a ricordarlo e un murales dell’artista Teresa Ribuffo con la scritta “tenacia e colore contro rassegnazione e omertà”.
Si parla della storia di Daniele anche nel libro di Danilo Chirico e Alessio Magro “Dimenticati. Vittime della ‘ndrangheta”, edito da Castelvecchi.

Pensavo che negli ultimi anni ci potessero essere delle novità, aspettavo notizie, ma niente, non ho saputo più niente. Ho creduto mio preciso dovere scuotere le coscienze, o almeno tentare, con l'unico mezzo che mi è venuto in mente ossia i manifesti, che non intendono ricordare anniversari, ma i mesi trascorsi nell'attesa. Ho rivolto le mie parole nei vari anni alle forze dell'ordine, ai cittadini, agli amici di Daniele, ai suoi assassini, a tutti, nessuno escluso, chiedendo loro un cenno, un minimo sforzo per iniziare a capire il perché. Basterebbe che, per una volta, costoro ascoltassero la loro coscienza, invece di ignorarla, basterebbe un messaggio anonimo.
L'omicidio di mio figlio Daniele è una vicenda che deve far preoccupare non poco la nostra città. Daniele non proveniva da una famiglia mafiosa né malavitosa; per nove mesi io e mio marito ragionammo su quale nome dare a nostro figlio in modo da non dare adito a omonimie, considerato il cognome che a Reggio è molto diffuso. Purtroppo Daniele è cresciuto in una città dove i sogni vengono deviati, dove è troppo facile farsi adescare e sedurre. Io non ho molto tempo a causa di una brutta malattia, ora devo agire
Anna - mamma di Daniele in un'intervista del 2014