1 settembre 1975
Varallino di Galliate (NO)

Cristina Mazzotti

La sera in cui fu rapita, Cristina stava festeggiando il conseguimento della maturità con i suoi amici. Cinque anni trascorsi sui dizionari di latino e greco e tante risate sotto banco, avevano trascorso la serata tra i ricordi pronti a separarsi per intraprendere nuovi percorsi. A Cristina fu negata questa possibilità.

Cristina Mazzotti nasce il 24 giugno del 1957. È l’ultima di tre figli, Vittorio è il più grande e poi c’è Marina. Suo papà, Elios Mazzotti, è un mediatore nella vendita dei cereali per conto di ditte che li importano, soprattutto dall’Argentina. Non è un commerciante e non è un imprenditore: è un broker, lavora a percentuale sulle vendite. Ha una società a responsabilità limitata, la “Mazzotti e C.” di cui è titolare. È un gran lavoratore, viaggia molto per poter essere sempre informato e poter gestire al meglio le vendite di cereali, ma è anche un uomo profondamente legato alla sua famiglia. Appena può cerca di trascorrere del tempo con loro.
Cristina frequenta il Liceo Classico Carducci a Milano, è una ragazza dolce e solare. Ha lunghi capelli neri, occhi grandi e profondi e un sorriso radiante. Ama stare in compagnia e ha molti amici che le vogliono bene e con cui trascorre i pomeriggi non appena finito di fare i compiti per la scuola. Così le sue giornate scorrono velocemente tra gli impegni scolastici, l’affetto familiare e la compagnia dei suoi più cari amici.

Il rapimento

È il 30 giugno 1975, Cristina ha da pochi giorni compiuto 18 anni e quella sera ha deciso di festeggiare la maggiore età e la sua promozione. In quei giorni è in vacanza a Eupilio, piccolo comune in provincia di Como che sorge sulle pendici del monte Cornizzolo. Per la sua festa ha invitato alcuni amici e compagni di scuola. La serata trascorre in allegria, Cristina è felice, si balla, si scherza. Si ricordano con i compagni i vari momenti buffi vissuti insieme in quegli anni di liceo, si fanno progetti e si sogna insieme il futuro. Alla fine della serata Cristina è raggiante, come sempre, con quel gran sorriso che le illumina il volto. Sale in macchina, una Mini Minor, con due amici, Carlo ed Emanuela, per tornare a casa. Sono quasi arrivati alla villa della famiglia di Cristina quando, in pochi secondi la gioia e la spensieratezza di quella bella serata lasceranno il posto all’angoscia e alla paura. All’improvviso un comando di uomini con il passamontagna a bordo di due auto, una Giulia e una Fiat 125, intercetta la Mini dei tre ragazzi. La Giulia sorpassa la Mini dei ragazzi e poi si ferma, bloccando il passaggio. Carlo, che è alla guida della Mini, è costretto a fermarsi. Dalla Fiat 125 gialla che li segue scendono quattro uomini armati che impongono a Carlo ed Emanuela, che sono seduti davanti di spostarsi sui sedili posteriori, accanto a Cristina. Dicono che se obbediscono non succederà niente e nessuno si farà male. Due uomini salgono sulla Mini e ripartono in fretta. I ragazzi non riescono a vedere nulla perché gli viene imposto di stare giù con la testa. Dopo un pò l’auto si ferma e uno degli uomini chiede chi delle due ragazze sia Cristina Mazzotti.
Cristina, prontamente e con tono quasi calmo risponde. La prelevano, la incappucciano e la fanno salire sulla Fiat 125 che li segue. Lei non si ribella, obbedisce agli ordini; ha capito che è un rapimento e non oppone resistenza per evitare di coinvolgere i suoi amici. Emanuela e Carlo sono gli ultimi a vederla mentre i rapitori la caricano sull’auto, poi vengono legati mani e piedi e abbandonati a bordo della loro Mini – a cui i rapinatori hanno bucato le ruote e rubato le chiavi - lungo la strada. Ci vorrà un’ora prima che Carlo riesca a sciogliere i nodi e liberare così sé stesso ed Emanuela. I due ragazzi allora cercano aiuto e finalmente riescono a dare l’allarme, ma dei rapitori si è già persa ogni traccia.

L’attesa

La famiglia di Cristina così inizia il pietoso calvario dell’attesa. I rapitori si fanno vivi il giorno dopo, chiedendo un riscatto di ben 5 miliardi di lire. Il padre di Cristina in quei giorni si trova in Argentina per lavoro ed è il figlio Vittorio, di soli 29 anni, a prendere in mano la situazione. Vittorio dichiarerà subito che: “Noi stiamo bene ma non è che possiamo far fronte a qualsiasi riscatto: diciamo che ne possiamo sopportare uno di piccole dimensioni.” La cifra richiesta dai rapinatori è invece una cifra davvero esorbitante e che la famiglia di Cristina non si può permettere. Inizia così una complicata trattativa, fatta anche di appelli sui giornali da parte della famiglia, fino a quando a metà luglio i rapitori decidono di abbassare la loro richiesta a un miliardo di lire.
Così, questa volta, papà Elios, ipotecando la casa, vendendo tutti i suoi beni, chiedendo prestiti ad amici e banche, riesce a raccogliere la cifra e dopo un paio di settimane, in gran segreto, la consegna in un appartamento di Appiano Gentile, ottenendo in cambio garanzie per il rilascio della figlia. Da quel momento passeranno altri due mesi di silenzi, di angoscia e di speranza di poterla riabbracciare, ma Cristina non tornerà mai a casa. Il suo corpo senza vita verrà ritrovato il 1° settembre dello stesso anno, nella discarica di Varallino di Galliate, nel Novarese, sepolto vicino a una carrozzina rotta, sotto una bambola.
Il papà di Cristina non reggerà a tutto quel dolore, morirà poco tempo dopo, stroncato da un infarto.

Accogli Iddio l’anima di Cristina, vittima innocente della miseria umana. Fa che il suo sacrificio risparmi per sempre ad altri le sue e le nostre sofferenze.
Ti abbiamo dato il nostro amore, ti amiamo tanto, ora non sei più solo nostra, sei di tutti perché tutti ti amano. Mamma e papà.
genitori di Cristina

Vicenda giudiziaria

Fu Libero Ballinari, un appartenente alla banda dei sequestratori, fermato in Svizzera mentre stava tentando di riciclare parte del riscatto, colui che fornì agli inquirenti una piantina del luogo dove era stata sepolta Cristina.
Fu sempre lui a rivelare i penosi dettagli del rapimento. Subito dopo averla prelevata, i rapitori chiusero la ragazza in una botola scavata nel garage di una cascina di Castelletto Ticino, alta quasi un metro e mezzo, larga altrettanto e lunga circa due metri e settanta. Un covo così piccolo che Cristina non riusciva neanche a stare in piedi; non poteva alzarsi, non poteva camminare. Era tenuta al freddo e al buio. L’aria entrava nella botola passando da un piccolo tubo di plastica di soli cinque centimetri di diametro. Cristina rimase in questa cella, in condizioni disumane, per ben 28 giorni. I rapitori la imbottivano di farmaci ipnotico-sedativi alternati a eccitanti per sostenerla. La segregazione in quelle condizioni e quel mix di potenti farmaci le provocò però gravi problemi fisici, tanto da far decidere ai suoi aguzzini di trasferirla altrove, ma il corpo di Cristina non reggerà. Morirà durante il tragitto. I suoi rapitori decideranno quindi di sbarazzarsi del corpo gettandolo in un buco scavato nella discarica di rifiuti, avvolta in un sacco di polietilene.
A compiere il suo rapimento fu una "banda mista", composta da persone native della Lombardia, ideatrici fra l’altro del rapimento, e della Calabria, affiliati alle cosche della ‘ndrangheta. La gestione del rapimento finì ben presto in Calabria, a Lamezia Terme, nelle mani di Antonino Giacobbe, indiziato per un altro rapimento avvenuto in Calabria e per essere il mandante dell’omicidio di Francesco Ferlaino, uno dei primi magistrati antimafia, avvenuto due giorni dopo il rapimento di Cristina.
Responsabile della custodia fu Giuliano Angelini, pregiudicato coinvolto in un giro di tir rubati e nel traffico di armi. Comandava un gruppo di quattro o cinque uomini poco esperti. Angelini era appassionato di medicina e fu lui personalmente ad alternare la somministrazione di farmaci soporiferi a eccitanti. Questi secondi - per ammissione dello stesso Angelini – furono utilizzati soprattutto quando si trattava di dover scrivere alla famiglia, al fine di ottenere dalle lettere il massimo delle espressioni ansiose e angosciare maggiormente i genitori.
Al processo, che si è tenuto a Novara nel 1976, ci saranno dieci imputati. Giuliano Angelini verrà condannato all’ergastolo. Insieme a lui, per il rapimento e la morte di Cristina, verranno condannate all’ergastolo anche altre sette persone. L’autista della banda e colui che si occupava delle telefonate alla famiglia verranno invece condannati a 23 e 30 anni di carcere. Le condanne, attenuate nel processo di Appello saranno invece tutte confermate e rese definitive dalla Suprema Corte di Cassazione.
Nel 1980, all’esito di un distinto procedimento, sarà condannato all’ergastolo anche Libero Ballinari.

Memoria viva

Per tenere viva la sua memoria, per volontà della sua famiglia, è nata la Fondazione Cristina Mazzotti, con il proposito di aiutare i giovani a crescere nel bene, sostenendoli anche nelle situazioni più difficili. La Fondazione organizza, nel ricordo di Cristina, lezioni e percorsi di formazione alla legalità, in particolare nelle scuole.
Il presidio di Libera Arona, il presidio studentesco del Liceo Carducci di Milano e il presidio della Valle Seriana hanno scelto di intitolarsi alla memoria di Cristina.
In sua memoria è stato ideato lo spettacolo teatrale “5 centimetri d’aria”; il titolo richiama i 5 centimetri della sezione del tubo da cui la diciottenne Cristina poteva attingere aria mentre era segregata. Lo spettacolo è nato da un laboratorio di scrittura organizzato dal Piccolo Teatro Milano in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano - Corso di Sociologia della Criminalità Organizzata.