17 novembre 1920
Gibellina (TP)

Stefano Caronia

Prete "sociale" vicino a don Luigi Sturzo, fu ucciso per la sua coraggiosa battaglia contro i feudatari locali «arricchitisi col frutto del sudore dei lavoratori»

Sarò vostro parroco fino a morire per voi.
Don Stefano Caronia nella sua prima omelia a Gibellina

La storia di Gibellina, piccolo centro della Sicilia occidentale, è intimamente legata al devastante terremoto del 1968 che colpì l’intera Valle del Belice. Un evento che cancellò la memoria fisica e collettiva della città, dividendo la sua storia in un prima e un dopo. Il dopo è una storia di rinascita attraverso l’arte e la bellezza, di amore e di cura, di legami profondi che ancora oggi uniscono le comunità alla loro terra. Ma anche il prima, quello che quasi nessuno ricorda più, era animato dallo stesso spirito: un luogo di lotta, di resistenza, di amore profondo per la giustizia sociale e per la terra.

È in questo contesto che si colloca la figura di don Stefano Caronia, simbolo di coraggio e di impegno civile. Nato a Partanna l’11 agosto 1876, da una famiglia di modeste condizioni economiche, entrò giovanissimo nel Seminario vescovile di Mazara del Vallo, dove si distinse per studio e disciplina. Ordinato sacerdote nel 1900, sarà eletto Arciprete di Gibellina il 6 luglio 1914.

Appassionato attivista dell’Azione Cattolica, si fece conoscere come uomo di grande carisma e dedizione, tanto da essere ricordato come un vero e proprio “prete sociale”. Aveva scelto di guardare sempre agli ultimi, ai contadini sfruttati, agli oppressi, trasformando il suo ministero in una missione concreta per la giustizia sociale.

Il suo impegno si concentrò su due fronti principali. Da un lato, si schierò con coraggio a difesa dei contadini, chiedendo che le terre della Chiesa fossero sottratte ai gabellotti mafiosi che le sfruttavano senza pietà. Nel suo appello ai borghesi e agli agricoltori li invitava a non restare indifferenti e a non farsi ingannare dai feudatari e dagli intermediari arricchiti col sudore dei lavoratori:

A tutta la classe dei borghesi e degli agricoltori, perché non restino indifferenti, perché non si lascino turlupinare dai feudatari né dagli intermediari, grossi gabelloti già arricchitisi col frutto del sudore dei lavoratori 
Don Stefano Caronia

Ma alle parole seguirono i fatti. Don Caronia arrivò a chiedere di controllare personalmente l’esazione dei censi ecclesiastici e a promuovere l’esproprio dei feudi circostanti Gibellina, a favore della Cooperativa Agricola di Consumo, nata con il suo sostegno. Un gesto clamoroso per l’epoca, che gli attirò l’odio della mafia agraria, incarnata dal boss locale Ciccio Serra.

Dall’altro lato, don Caronia si fece promotore della nascita a Gibellina del Partito Popolare Italiano, fondato da don Luigi Sturzo, con l’obiettivo di dare voce ai cattolici sociali e ai lavoratori. Nel 1920, il partito ottenne una storica vittoria elettorale conquistando l’amministrazione civica della città. Un successo che segnò il culmine del suo impegno sociale e politico ma anche l’inizio della fine: la mafia agraria non poteva accettare che un prete si schierasse apertamente contro i suoi interessi e minasse il suo potere. Le minacce e le lettere anonime si materializzarono la sera del 17 novembre 1920.

«Nel 1920 il Partito Popolare di Gibellina affrontò due competizioni elettorali ottenendo la conquista dell’amministrazione civica» – ha spiegato don Pietro Pisciotta storico della Chiesa mazarese –. Una vittoria che secondo lo storico locale preoccupò la mafia agraria del paese e sancì il «calvario di don Caronia».
“Don Caronia «giusto di Sicilia». La forza della carità contro la mafia”, di Lilli Genco, “Avvenire”, 19 novembre 2014

17 novembre 1920

Nel centro del paese, mentre si accingeva a rientrare a casa, don Stefano Caronia fu raggiunto da numerosi colpi di pistola. Riuscì a trascinarsi fino ai locali della Cooperativa di Consumo in cerca di aiuto, ma spirò pochi minuti dopo, all’età di 44 anni.

Nel telegramma inviato al Partito Popolare della provincia di Trapani, don Luigi Sturzo scrisse di essere “impressionatissimo” per l’uccisione di don Caronia, definendolo “vittima dell’opera a vantaggio dei contadini siciliani”.

Le modalità del delitto non lasciarono dubbi sull’intenzione intimidatoria dello stesso, oltre che alla necessità mafiosa di eliminare un abile organizzatore della lotta contro i poteri feudatari mafiosi. Non solo un omicidio, ma anche un gesto dimostrativo, con l’esecuzione plateale nel centro del paese.

Si volle in lui colpire l’araldo dell’idea, l’assertore delle forme più alte di essa, l’organizzatore abile e forte. L’arciprete Caronia fu essenzialmente un parroco, e l’opera sociale svolta, non solo non diminuì la sua sacerdotale attività, ma quel che è più in niente svalutò la mitezza e la bontà del suo carattere di Sacerdote di Cristo e di padre di tutti.
“Ancora una vittima dell’idea e del dovere”, in “Il Popolo” del 1° dicembre 1920

Memoria viva

Purtroppo, i responsabili dell’omicidio non sono mai stati individuati e non è mai stata scritta la verità processuale su questa storia, ma oggi la testimonianza d’impegno di don Stefano Caronia rivive grazie al Centro socioeducativo “I Giusti di Sicilia” del Seminario vescovile di Mazara del Vallo, che ha ricostruito e reso pubblica la sua storia.

Don Caronia è un esempio di fede attiva, di coraggio civile, di amore per la giustizia. La sua figura ci ricorda che la vera carità non è solo assistenza, ma impegno per la dignità e la libertà delle persone. In una terra come quella del Belice, segnata da distruzioni e rinascite, il suo nome resta un seme di luce, piantato nel solco profondo della memoria.

Lo sguardo buono sulle cose,
gli occhi giusti come calore sulle rose
e quel velo d’amore spento
da mani ingiuste e minacciose
in un terreno concimato col sudore dei lavoratori.
Lottatore vero, “prete sociale”
che per mano ha preso gli agricoltori come semi
da piantare per un nuovo sole sopra Gibellina,
terra fertile e dal clima d’oro che rassomiglia al tuo cuore in rima.
"A Stefano Caronia", di Fabio Strinati