Messina (ME) // 6 maggio 1986 // 61 anni
La sentenza di morte è stata scritta con una scarpa: dalle gabbie del maxi - processo in corso a Messina per mafia volò uno scarpa che finì per colpire l'avvocato D'Uva. Era il segnale che un ragazzino, nascosto tra il pubblico, stava aspettando. Era il segnale che tutti gli imputati attendevano per scatenare il primo messaggio di guerra. Di lì a poco la sentenza venne eseguita, alle 19 del 6 maggio 1986. Il legale era nel suo ufficio, in via San Giacomo, stava per fare una telefonata. Era solo in quel momento e aveva aperto il portone al killer. Forse non si è neanche accorto che mentre tentava di chiamare un collega la morte era entrata nel suo ufficio, aveva preso un cuscino dal divano, per attutire il rumore della calibro 7,65, gli era arrivata alle spalle della poltrona girevole. Poi uno sparo, uno solo,e l'avvocato Nino D'Uva, diventa con la sua morte il messaggio di terrore diretto dalle cosche a tutti gli altri. Il sicario esce, getta la pistola nel cassonetto e scappa con un complice a bordo di una Mini di colore verde. A trovare il suo corpo è la donna di servizio, rientrata per preparare la cena nell'abitazione a fianco dello studio. Vede la porta semi aperta, chiama l'avvocato, lui non risponde. Entra nell'ufficio e trova il cadavere sotto la scrivania, dove era scivolato dopo lo sparo. Nino D'Uva aveva 61 anni, era uno dei penalisti più noti di Messina, un uomo appassionato di pittura, teatro, musica, amava leggere, aggiornarsi. L'eco dello sparo si sentirà per mesi in una città che fa finta di non vedere e di non sapere, ma soprattutto arriverà fortissimo nell'aula bunker del carcere di Gazzi, dove era in corso il primo maxi - processo alla mafia messinese. L'avvocato assassinato non è solo uno dei più noti penalisti in città, ma è anche il padre di Giuseppina D'Uva, magistrato in servizio a Palmi e che ha istruito diversi processi di mafia e 'ndrangheta, ed è anche genero di Melchiorre Briguglio, magistrato a Reggio Calabria. Sul perché dell'omicidio nessuna risposta fino al 1993, grazie alle dichiarazioni del pentito Umberto Santacaterina.