25 gennaio 1983
Valderice (TP)

Giangiacomo Ciaccio Montalto

Un uomo che viveva la sua vita con passione. La stessa passione che metteva in ogni cosa che amava, la musica, la poesia, la letteratura, il mare e la famiglia. La magistratura era per lui una missione, non una professione. La giustizia e l'impegno civile era valori semplici e familiari che lo hanno accompagnato per tutta la sua vita.

Giangiacomo Ciaccio Montalto nasce il 20 ottobre 1941 a Milano e cresce circondato dalla passione per la politica e la dedizione alla legge: il padre, Enrico Montalto, è magistrato di Cassazione; il nonno, Giacomo Montalto, fu notaio e sindaco di Erice, comune in provincia di Trapani. Dopo aver superato il concorso in magistratura, il 15 giugno 1970, Ciaccio Montalto giura fedeltà alla Repubblica e inizia a svolgere il periodo di uditorato presso gli uffici giudiziari romani. Inizialmente presso la Pretura, poi in Tribunale, in seguito in Procura, per poi tornare nuovamente in Pretura fino al conferimento delle funzioni giurisdizionali. Il 20 settembre 1971 Ciaccio Montalto viene immesso nelle funzioni di Sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trapani e rimarrà in quell’ufficio fino al giorno della sua tragica scomparsa. A soli 33 anni Ciaccio Montalto è il reggente dell’ufficio requirente trapanese, fino alla nomina del nuovo Procuratore. Il 9 giugno del 1976 consegue l’ultima promozione della sua carriera: la nomina a magistrato di Tribunale. Aveva tre figlie alle quali dedicava attenzioni e cure, sempre attento e amorevole. Aveva tante passioni: la musica classica, le buone letture, ma soprattutto la vela. Quella sensazione di libertà che provava quando si trovava in mare, la inseguiva sempre, anche nella vita di tutti i giorni. Era un uomo serio, ma al momento giusto amava scherzare.

Ricordo una festa di carnevale, insieme al suo caro amico Giovanni Falcone. Allora, è andata così: un anno, nel periodo del carnevale, hanno deciso di travestirsi e di uscire alla sera con amici (ho un vago ricordo che uno di loro potesse essere Falcone): gli uomini si sarebbero vestiti da donne, e le donne da uomini. Al mattino quando noi bambine ci siamo alzate, stavano ancora ridendo: erano tutti in macchina quando sono stati fermati dai carabinieri; mio padre, vestito da donna (con tanto di parrucca e rossetto rosso) era alla guida e ha dovuto esibire i documenti: gli è letteralmente caduta la faccia quando il carabiniere, alla vista della patente, ha cominciato a guardarlo incredulo ed imbarazzato…
Marene Ciaccio Montalto - figlia

Il trasferimento a Trapani

Ciaccio Montalto è un magistrato con un altissimo senso del dovere e un elevatissimo rispetto delle Istituzioni, ma anche un uomo dalla personalità forte, di sicura influenza – e non solo dal punto di vista delle tecniche e delle modalità di indagine – per un altro giovane magistrato: Giovanni Falcone, che dal 1966 al 1978 svolse varie funzioni (prevalentemente giudicanti) presso gli uffici giudiziari trapanesi. Negli anni di permanenza alla Procura di Trapani, si occuperà di delicate istruttorie - alcune delle quali avranno molto risalto mediatico - come quella che portò a processo Michele Vinci (il cd. mostro di Marsala, responsabile del rapimento e della morte di tre bambine di 7, 9 e 11 anni) o quella sull’inquinamento del golfo di Cofano. O ancora le indagini per le distrazioni di denaro connesse alla (mancata) ricostruzione post-terremoto del Belice. O ancora quelle sulle adulterazioni nel settore vinicolo nella zona di Partinico - Alcamo - Balestrate, che vedrà coinvolti imprenditori spesso legati alle associazioni criminali di stanza sul territorio. A partire dal 1977, Ciaccio Montalto si dedica alle indagini che vedono come protagonisti i mafiosi della provincia di Trapani e i legami dell’associazione criminale con gli imprenditori e i banchieri della città siciliana, fino ad arrivare alla ricostruzione del circolo di denaro sporco nelle banche siciliane. Investigava sul traffico di droga, sui collegamenti tra la mafia siciliana e quella americana e sul traffico di armi. Qualche anno dopo, nel 1982, il magistrato rilascia quaranta ordini di cattura per associazione mafiosa: imprenditori e mafiosi della zona vengono incarcerati e poi lasciati andare dopo qualche mese per mancanza di prove. Da questo momento, aumentano le minacce contro il magistrato che, rammaricato dal modo in cui le sue inchieste vengono affrontate, chiede il trasferimento a Firenze. Ciaccio Montalto fu il primo a occuparsi della mafia del trapanese. Riteneva che la magistratura - piuttosto che osservare il fenomeno mafioso soltanto in occasione dei processi in corso - dovesse analizzare costantemente tutto quanto potesse essere ricondotto all’attività della criminalità organizzata e individuare idonei strumenti investigativi e culturali per avere una visione d’insieme degli affari delle cosche aggiornata e di pronta consultazione.

In ogni particolare della sua attività si è rilevato il suo ingegno vivace, la preparazione tenace e intelligente, l’agilità di pensiero, che la pongono fra i più brillanti magistrati. La spiccata vocazione della fedeltà alla legge, accompagnata da una salda coscienza della realtà sociale, le hanno consentito di esercitare le delicate funzioni con indipendenza, con fermezza, con equilibrio, apprezzato da me personalmente e dai colleghi
Cristoforo Genna - Procuratore della Repubblica di Trapani 29 settembre 1982

Malgrado l’imminente partenza per il capoluogo toscano, (come verrà evidenziato anche dagli atti giudiziari relativi al suo omicidio), il magistrato stava predisponendo diversi ordini di arresto nei confronti di persone insospettabili e notabili dell’imprenditoria e stava indagando anche su alcuni soggetti sospettati di appartenere a Cosa Nostra che operavano in Toscana, coinvolti peraltro anche in alcuni fatti di sangue avvenuti nelle vicinanze di Firenze. Erano molti i segnali che indicavano che nel fiorentino la mafia aveva messo radici e tessuto rapporti con personaggi di spicco del mondo industriale e istituzionale, e che il giudice avrebbe potuto continuare il suo lavoro di contrasto anche fuori dalla Sicilia. Negli ultimi mesi di vita Ciaccio Montalto si stava occupando di indagini legate ad affari illeciti e fatti di corruzione che vedevano coinvolte famiglie mafiose del trapanese e uomini delle istituzioni, tra cui anche colleghi del magistrato, oltreché di un grosso traffico internazionale di armi e stupefacenti e della presunta esistenza di una grande raffineria di droga nel territorio trapanese. La raffineria di droga che venne scoperta nella zona di Alcamo, dopo la sua morte, nella primavera del 1985 e che rispondeva agli ordini di Giuseppe (Pippo) Calò, il “cassiere di Cosa Nostra”.

Quella sera

La sera del 24 gennaio era andato a cena con alcuni amici, in un paese poco distante da Valderice. Al ritorno nella sua villetta dove risiedeva da poco, non riuscì neanche a scendere dall’auto, non aveva aperto neanche lo sportello, quando tre uomini gli sparano armati di una mitraglietta e due pistole calibro 38, spezzandone la vita a quarantadue anni. Sul cruscotto l’orologio era fermo all’1.12. Nessuno sentì e vide nulla. Il suo corpo dovrà attendere la mattina seguente prima di essere ritrovato da un contadino, esangue e senza vita, poco prima delle 7.00. Si era trasferito a vivere da solo nella villetta di campagna per proteggere la moglie e le figlie, aveva paura per loro dopo l’inizio delle telefonate minacciose. Il giorno dell’omicidio, Ciaccio Montalto non aveva scorta: non era stata prevista, nonostante fosse stato destinatario di diverse minacce. Tale circostanza (la mancata scorta, nonché l’isolamento del magistrato) divenne oggetto di una interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno e di un acceso dibattito alla Camera dei Deputati, che vide fra gli altri come protagonista, Leonardo Sciascia.

Il 26 gennaio del 1983 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini convoca un plenum straordinario del Consiglio Superiore della Magistratura, nell’aula magna del palazzo di giustizia di Palermo.

Questa seduta intende tributare un affettuoso e doveroso omaggio alla memoria del magistrato caduto [...]. Giacomo Ciaccio Montalto [è] caduto nel pieno vigore della sua vita; magistrato dal forte ingegno e dal coraggioso rigore nell’affrontare la mafia, questa ignobile minoranza che non riuscirà mai a contaminare il sano popolo siciliano. Non sono necessarie leggi eccezionali. La Repubblica già dispone delle leggi da far osservare con fermezza e giustizia, prima fra tutte la Costituzione. Gli organi dello Stato devono aver ben chiara la priorità assoluta che la lotta al crimine organizzato assuma ora in Italia, per la sfrontatezza e la brutalità della sfida, per i valori morali che sono in gioco, per la sete di giustizia e la volontà di ripristinare un costume rigoroso che avvertiamo prorompere dal nostro popolo. Devono essere accuratamente recise tutte le connessioni tra gli uomini della mafia e la società civile. Il popolo italiano non può essere confuso con il terrorismo, il popolo siciliano non può essere confuso con la mafia.
Sandro Pertini - Presidente della Repubblica

Vicenda giudiziaria

Il 4 marzo 1989, dopo circa sei anni d’indagine, la Corte d’assise di Caltanissetta condanna alla pena dell’ergastolo il capomafia di Trapani Antonino (Totò) Minore, ritenuto il mandante, Ambrogio Farina e Natale Evola per l’esecuzione dell’omicidio. La Corte condanna anche altre persone per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Secondo i giudici, Ciaccio Montalto sarebbe stato ucciso per aver individuato i traffici di droga e armi tra Usa e Sicilia, oltre che i canali bancari attraverso i quali venivano riciclati gli ingenti proventi di tali affari illeciti. Dopo una camera di consiglio durata più di due giorni, il 30 novembre del 1992 la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta riformava la sentenza del marzo 1989, annullando tutte le condanne inflitte in primo grado. Con sentenza in data 23 febbraio del 1994, la Corte di cassazione renderà definitive le assoluzioni disposte dalla Corte d’assise di appello di Caltanissetta. Peraltro, tutti gli imputati per l’omicidio del magistrato risultavano deceduti. Per effetto della “battuta d’arresto” dovuta alle assoluzioni del 1994, l’inchiesta sull’omicidio del magistrato prosegue contro ignoti.

Nel 1995, grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, vengono individuati un diverso movente e altri responsabili. A richiedere la morte del magistrato sarebbe stato Totò Riina. Il motivo era da ricercare, tra l’altro, nell’offesa che il giudice avrebbe osato arrecare al boss, emettendo un mandato di arresto nei confronti dell’anziano zio dello stesso, Giacomo Riina, contabile di una nota impresa di materassi. Fastidi, questi, probabilmente destinati ad aumentare con l’imminente trasferimento del magistrato in Toscana, dove zio e boss avevano forti interessi economici e criminali. Il 12 giugno 1998 la Corte d’assise di Caltanissetta dichiarerà responsabili dell’omicidio Totò Riina (ritenuto il mandante dell’omicidio) e Mariano Agate (considerato l’esecutore materiale). La sentenza di condanna nei confronti di Riina e Agate verrà confermata il 20 maggio del 2000 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta. Dopo 13 anni dall’omicidio del magistrato, la Corte di cassazione scriverà la pagina definitiva della vicenda processuale confermando la sentenza di appello della Corte di assise di appello Caltanissetta del 20 maggio 2000.

Memoria viva

A Giangiacomo Ciaccio Montalto sono dedicati diversi presidi di Libera su tutto il territorio nazionale: a Rovereto, a Trapani e quello universitario di Reggio Emilia.

Il Testimone è uno spettacolo teatrale che racconta la sua storia, scritto da Mario Alberighi e Fabrizio Coniglio.

CSM Per non dimenticare. In occasione del trentacinquesimo anniversario della scomparsa, per tenerne vivo il ricordo e ripercorrerne la vita professionale, il Consiglio Superiore della Magistratura ha pubblicato alcuni atti estrapolati dal fascicolo personale di Gian Giacomo Ciaccio Montalto e dagli archivi del Consiglio, nonché le sentenze pronunciate nei giudizi relativi all'omicidio del magistrato.