11 dicembre 1980
Pagani (SA)

Marcello Torre

La storia di un uomo profondamente giusto che non si è arreso alle logiche colluse tra camorra e politica locale; che ha resistito ancorato a quel sogno di restituire ai suoi concittadini una Pagani libera e civile. Un uomo irremovibile che non ha vacillato neanche quando è stata la terra a tremare.

Siamo agli inizi degli anni 60, gli anni della ricostruzione, del miracolo economico, dell’industrializzazione e dei primi flussi migratori verso il nord. Un’ondata di entusiasmo attraversa l’Italia che si scopre ben disposta al cambiamento: al governo c’è la DC, le regioni diventano sempre più autonome e i comuni si trasformano in un centro nevralgico da dove amministrare soldi e potere.

In Campania la camorra scalpita per pianificare nuovi investimenti di carattere imprenditoriale. Se a Napoli e provincia gli affari camorristici sono legati al mercato del contrabbando, alla droga e alle gare d’appalto truccate, a Salerno il quadro cambia e la fetta più grossa è rappresentata dal mercato agroalimentare.

È lì a Pagani, in provincia di Salerno, che esercita e vive un giovane avvocato con il pallino per la politica: si chiama Marcello Torre. Ha un viso squadrato Marcello, folti capelli neri su una fronte spaziosa e gli occhi celati dietro un paio di occhiali dalla spessa montatura nera. Sorride di frequente nelle foto, non è un uomo malinconico o sfiduciato anzi, è un uomo vulcanico, che si divide tra la sua professione di avvocato penalista, una vera e propria vocazione, e il suo impegno politico.

Principe del foro, colto e intelligente, con spiccate doti oratorie e un’ossessione per la cura della gola e della voce che considera lo strumento fondamentale per il suo lavoro. Come passione lo sport, in particolare il calcio. Padre di due figli: instancabile, ogni giorno macina chilometri tra Minori dove abita la sua famiglia, Salerno e Pagani. Il suo impegno politico e la sua dedizione al lavoro lo reca in poco tempo a occupare una posizione di rilievo diventando vicepresidente della provincia. Sono questi gli anni della sua prima fase politica, anni ferventi durante i quali mette a segno importanti obiettivi e soddisfazioni. Tuttavia insorgono malumori all’interno del partito che ben presto lo porteranno ad abbandonare la politica. Ritorna allora alle sue grandi passioni: la scrittura e lo sport. Fonda Il piccolo giornale che unisce voci e opinioni opposte in cui si discute principalmente di politica locale (suo chiodo fisso); inoltre segue la squadra di calcio la Paganese (altra sua smodata passione). Sono questi i suoi anni più felici, che trascorre in compagnia della moglie e dei suoi due figli. Ma sono anche gli anni che lo vedranno riaffacciarsi sulla scena nazionale a causa di due grossi casi giudiziari: l’omicidio del giovane Falvella e la difesa del boss Salvatore Serra.

Nel frattempo, in Campania, Raffaele Cutolo, boss della camorra, muove i suoi primi passi e fonda la NCO, la Nuova Camorra organizzata. Sono gli anni '70, a Pagani viene applicata per la prima volta, fuori dalla Sicilia, la normativa antimafia. Cutolo è alla ricerca di persone fidate per accrescere il proprio potere oltre il Vesuvio e Serra potrebbe rappresentare uno di questi.

La politica a servizio della città

Aveva una predisposizione dialettica non comune che ben presto lo portò ad abbracciare la politica. Militante fin da ragazzo nell’Azione cattolica, della quale fu anche dirigente, poi la Fuci e l’impegno politico nella Dc, oltre a quello professionale come penalista. Amico di Aldo Moro e, come il grande statista ucciso dalle Br, fu interprete di una fase politica nuova. Con l’inizio del nuovo decennio Marcello si rigetta in Politica. Il quadro generale è interamente cambiato rispetto alla sua prima fase: adesso i sindaci si trovano a gestire fiumi di denaro e i comuni ricoprono un ruolo centrale nella gestione della cosa pubblica. La lotta tra bande criminali si inasprisce. Marcello Torre continua a sentirsi democristiano come appartenente al “polo delle forze moderate”, questo, però, non gli impedisce di guardare con interesse al Pci “innanzitutto perché credo che la Chiesa ci abbia generato alla libertà…” Noi cattolici democratici possiamo portare avanti un discorso di impegno civile fuori dalla DC." In parole povere l’avvocato 16 anni prima della crisi provocata da Tangentopoli, individua nella dottrina sociale della Chiesa il nutrimento della militanza civile per “assicurare la partecipazione” ad alcune battaglie di cittadinanza che vengono prima dell’adesione ad un partito…

Nel 1980 decide di candidarsi a sindaco di Pagani. A fine maggio rilascia una lunga intervista in cui spiega le motivazioni della sua candidatura:

So bene che il mio ritorno e per giunta nella Dc è un fatto eclatante… E’ una candidatura che va oltre il partito che l’esprime e trova la sua collocazione morale in larghi strati dell’opinione pubblica che auspicano un rinnovamento a Pagani… Non sarò mai re a condizione di non essere libero. Io pongo al servizio di Pagani, per un nuovo progetto di vita, il mio coraggio, la pulizia di un nome, la garanzia di un passato, del come ho gestito la cosa pubblica. Senza arroganza, senza barriere e con l’impegno di un confronto giorno per giorno con le forze politiche costituzionali antifasciste.

Il 7 luglio 1980 è eletto sindaco di Pagani come indipendente della giunta DC. Appena eletto annuncia che avrebbe governato avulso da condizionamenti, senza lasciare entrare in Comune affaristi e uomini legati ai clan. Già dai primi consigli comunali Marcello si rende conto delle difficoltà che lo aspettano ma soprattutto avverte forte il senso di isolamento. E’ questo il momento in cui decide di far testamento. Si tratta di una scelta desueta per un uomo di appena 48 anni che gode di ottima salute, ma gli ultimi avvenimenti, il clima ostile che lo circonda e l’ombra pesante della camorra, lo convincono a fare ciò. Nel testamento si rivolge direttamente alla sua gente, quella gente che ha sempre creduto in lui e che non gli ha mai voltato le spalle. E’ un atto di amore alla sua città. "Temo per la mia vita. Torno nella lotta soltanto per un nuovo progetto di vita a Pagani. Sogno una Pagani civile e libera". Una breve lettera-testamento alla famiglia che rivela il carattere e i valori di un politico morto per combattere cosche e malapolitica.

Il terremoto che uccide

Il 23 novembre 1980, in Campania, la terra trema. E’ una tragedia immane. Tutta la regione ne è coinvolta. A un quarto d’ora dalla scossa Marcello e la sua famiglia sono per strada a darsi da fare e a scavare a mani nude. Non ha tentennamenti, è il primo cittadino e il suo compito ora è quello di stare accanto ai suoi concittadini. Gli avvenimenti di quei giorni sono un susseguirsi di causa e effetto, un vortice impietoso che coinvolge tutto e tutti. Marcello si accorge di essere sempre più solo, la sua preoccupazione adesso è gestire il dopoterremoto per permettere a tutti di rientrare nelle case. In realtà Pagani non è stata colpita in maniera forte, la maggior parte delle abitazioni sono agibili e non necessitano di alcuna ricostruzione. Marcello lo sa, lo sanno anche gli altri amministratori, lo sa la politica e lo sa soprattutto la camorra di Cutolo che però a quest’affare non vuole rinunciare. I soldi stanziati dal governo per il post terremoto sono tanti e sono facili; l’edilizia è pronta ad approfittarne diventando così fonte inesauribile dell’economia locale criminale.

I suoi atti sono netti: chiede che i sindaci possano dirigere tutta la fase della ricostruzione con la collaborazione di tutte le forze politiche. Anzi compie un atto “rivoluzionario” istituisce un comitato paritetico, in cui ci sono tutti i partiti, per distribuire incarichi e funzioni senza spartizioni di maggioranza e minoranza. In base al principio di parità vengono scelti i tecnici che dovranno quantificare i danni e avviare la ricostruzione. Marcello si fa forte del suo rapporto diretto con l’on. Zamberletti, commissario governativo per l’emergenza terremoto, conosciuto negli anni in cui era stato dirigente nazionale dei giovani democristiani.

Marcello nei suoi ultimi giorni è attanagliato da forti dubbi: affrontare tutto questo sapendo di essere completamente solo o lasciar perdere e far finta di niente? Pensa seriamente di dimettersi ma alla fine prevale il suo amore per il popolo, la sua onestà. Decide di andare avanti e soprattutto di opporsi alle mire camorriste che nel sisma avevano già visto un grande affare.

É così lo stesso Raffaele Cutolo, capo della Nco, a decidere la sua morte in quanto, come scriverà la Commissione Antimafia, «colpevole di non aver favorito il sodalizio criminale nell’affidamento di appalti per la rimozione delle macerie». Un’esecuzione, proseguiva l’Antimafia, «che costituisce anche un "segnale" nei confronti degli amministratori degli enti locali, ai quali vengono indicate le "procedure" che saranno seguite in caso di non assoggettamento o di dissenso».Eppure, denunciava la Commissione, malgrado minacce e segnalazioni, «non si ritenne di tutelare l’avvocato Torre neanche quando manifestò con nettezza il suo impegno a combattere ogni ingerenza camorristica».

La mattina dell'11 dicembre del 1980, il sindaco è pronto per recarsi al lavoro. Vede accostarsi due uomini, comprende cosa sta accadendo e con un filo di voce: “E’ finita, è finita!”. Gli rimane solo il tempo di gridare verso i killer: “Per piacere non mi sparate in faccia”.

La vicenda giudiziaria

Ci sono voluti vent’anni perché un tribunale pronunciasse una sentenza definitiva sull’omicidio di Marcello Torre. Vent’anni durante i quali la famiglia del Sindaco di Pagani nella convinzione che quel delitto non potesse in alcun modo essere slegato dall’impegno politico di Marcello Torre. Ma questa verità, gridata a gran voce dai suoi familiari, non ha trovato riscontro nelle sentenze. Il 10 dicembre del 2001, la Corte di Assise di Appello di Salerno ha condannato all’ergastolo il capo della NCO Raffaele Cutolo. Sentenza poi confermata il 4 giugno del 2002 dalla Corte di Cassazione. Cutolo è indicato come mandante dell’omicidio. A sparare, secondo i giudici, è stato invece Francesco Petrosino. Nel corso del processo, i pentiti indicano in Salvatore Di Maio, capozona della NCO, e in Antonio Benigno, suo braccio destro, gli esecutori materiali. Ma entrambi usciranno dal processo nel 1993, assolti in maniera definitiva. La pista politica, che aveva fatto capolinea nella prima fase del processo, viene completamente archiviata nel processo di appello, che invece riconduce il delitto esclusivamente all’attività professionale di Torre in quanto difensore di Salvatore Serra, nemico giurato di Cutolo. E così Lucia e Annamaria Torre hanno continuato a credere che verità giudiziaria e verità storica non coincidano, che sia impossibile escludere la pista politica, convinte come sono che le ragioni vere della morte di Marcello non possano che stare nella sua ferma opposizione a quella oscena alleanza tra politica e camorra, alla quale il terremoto aveva presentato solo l’ultima ghiotta occasione. Tesi a partire dalla quale hanno continuato a chiedere, e ancora chiedono, la riapertura del processo.

Le parole della lettera testamento di Marcello Torre, accanto a quelle di alcuni collaboratori di giustizia, sembrano dare loro ragione. “Ho intrapreso una battaglia politica assai difficile. Temo per la mia vita”, aveva scritto Marcello il 30 maggio del 1980. In quella parola - politica - in molti continuano a leggere la chiave vera dell’omicidio del Sindaco gentile.