Parole di memoria

Contro il giornalismo incapace della verità, in ricordo di Pippo Fava

Pippo Fava

di Lorenzo Frigerio

“Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.

Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero.

Un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze. le sopraffazioni. le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!”

Queste bellissime parole – che abbiamo voluto riproporre quasi nella loro interezza, tanto ci sono particolarmente care – sono il cuore pulsante di un noto editoriale, firmato da Giuseppe Fava per “Il Giornale del Sud” nell’ottobre del 1981. Poco tempo dopo Fava avrebbe dovuto lasciare la direzione della testata, ma avrebbe trasfuso per intero il senso etico di questo impegno giornalistico nella nuova e straordinaria avventura de “I Siciliani”, durata purtroppo solo lo spazio di una breve stagione, prima che il piombo mafioso giungesse a porre fine alla vita del coraggioso giornalista.

Tutte le espressioni che vengono utilizzate nel pezzo dal suo poliedrico autore – non solo giornalista, ma anche scrittore e uomo di teatro e pittore – sono forse il lascito umano e professionale più importante di Pippo Fava. Ci sembra di poter dire che è un vero e proprio testamento civile che ci restituisce per intero lo spessore, il senso e la dignità di una professione, quale è quella giornalistica, che spesso, invece, perde spessore, senso e dignità, quando diventa un lavoro come tanti altri, o peggio lo strumento del conformismo e del potere. Quando diventa cioè il mezzo per sbattere in prima pagina delitti efferati e grondanti sangue e morbosità, rinunciando ad essere quell’indispensabile e prezioso “cane da guardia” della democrazia, al servizio dei lettori, ma soprattutto dei cittadini.

Se si ripercorre l’attività giornalistica e teatrale di Fava, si ritroverà come tratto distintivo del suo narrare l’attenzione alla vita quotidiana di un’umanità dolente, quella siciliana per lo più, vittima di antichi soprusi e moderni vizi, destinata ad un’esistenza di stenti, sotto il gioco di una politica corrotta e di una criminalità mafiosa violenta.

Il giornalismo di Fava nemmeno in questo però è conformista, perché non si adagia sui luoghi comuni allora in voga, ma è piuttosto sempre alla ricerca di quel particolare nascosto, di quella nota di colore, da utilizzare come grimaldello, come chiave di letture da offrire all’attenzione della pubblica opinione. Solo partendo dal racconto delle piccole cose, dalle minuziose descrizioni di persone e situazioni, si può arrivare a coglierne il messaggio più recondito: quello di una forte denuncia civile nell’opera omnia di Fava, opera che si alimenta instancabilmente proprio di quelle salde convinzioni, riprese nel suo editoriale più celebre proposto inizialmente.

Fava amava Catania, amava la Sicilia, ma non per questo si era rassegnato agli stereotipi, diffusi anche e soprattutto grazie alle articolesse di tanti colleghi dell’epoca, che volevano Catania e la Sicilia condannate a  quello che sembrava essere un destino ineluttabile: soccombere alla miseria e piegarsi alla volontà dei clan.

Fava non si rassegnava alla dichiarata incapacità di redenzione, sottesa dal rinomato detto “Calati juncu ca passa a china”: no, per lui – e per tanti di noi che lo abbiamo imparato da lui – non poteva essere vero che in attesa di prospettive migliori, l’unica soluzione fosse piegarsi, accettare l’ineluttabile. Per lo scrittore siciliano, la conoscenza poteva produrre cambiamento, a condizione che la stessa informazione si mettesse in discussione e fosse in grado di esercitare il suo ruolo al servizio della democrazia.

Per questo Fava doveva essere eliminato, perché voleva raccontare quello che non si doveva raccontare, perché dava fastidio al potere economico – allora rappresentato dai quattro cavalieri del lavoro, o meglio dell’Apocalisse, Costanzo, Rendo, Graci e Finocchiaro – e politico che, per arrivare al risultato voluto, chiese a Nitto Santapaola di risolvere il problema con i mezzi violenti di cui disponeva. Un connubio osceno, quello tra mafia, economia e politica che non accettava di essere rappresentato a Catania sicuramente, ma che la fama nazionale e internazionale di Fava correva il rischio di rilanciare e di porre sotto l’attenzione di ben altri riflettori, ben oltre i confini dell’isola, come testimoniato dall’ultima intervista rilasciata ad Enzo Biagi per la tv svizzera.

Il 5 gennaio del 1984 quei colpi esplosi all’indirizzo della nuca di Pippo Fava sembrarono chiudere per sempre una partita drammatica, con unica posta in palio la vita del giornalista siciliano.

In realtà, da quel gennaio 1984, da lì prese le mosse un’altra storia, una storia di giornalismo impegnato in prima linea, dapprima proprio con i “carusi di Fava”, il figlio Claudio, Riccardo Orioles, Michele Gambino, Antonio Roccuzzo, per citare i più noti, ma poi capace di generare continuamente altre positive esperienze di giornalismo locale e nazionale, che forse ha volti e nomi meno conosciuti, ma che da quella sera fredda di trentaquattro anni fa prese linfa vitale e che ancora oggi porta avanti lo “spirito di un giornale”, un giornale come quello che pensava e faceva Pippo Fava.

Oggi alcuni di questi giornalisti, cresciuti spiritualmente alla scuola di Fava, vivono sotto scorta e la relazione finale della Commissione Antimafia, licenziata dall’apposito comitato nell’agosto 2015, per una singolare ma simbolica coincidenza, presieduta proprio da Claudio Fava, documenta non solo i ripetuti episodi di violenza cui sono stati costretti, ma anche le querele temerarie, le pressioni sulle proprietà e i conflitti d’interesse che consentono a mafie e corruzione di opprimere la libera informazione.

Dopo trentaquattro anni, occorre dire che è sicuramente cresciuta la consapevolezza civile su questi problemi che frenano il diritto all’informazione.

Oggi le associazioni e le sigle professionali della categoria sono in grado di mobilitarsi e portare sostegno in tempi rapidi ai giornalisti vittime di minacce e violenze (vedi l’aggressione ad Ostia alla troupe di Nemo e il successivo presidio promosso da Libera e Fnsi), ma occorre fare in modo che non siano vissute come battaglie di una categoria alla ricerca di garanzie e, invece, non arrivi il messaggio ai singoli cittadini che in gioco è il loro diritto all’informazione.

Ecco perché non servono tutele particolari, oltre a quelle che offrono gli apparati dello Stato e una solidarietà che si esprima con la condivisione e la pubblicazione delle inchieste che hanno originato i singoli episodi ai danni dei giornalisti. Ecco perché bisogna evitare il rischio che i giornalisti minacciati diventino delle piccole icone di un’antimafia parolaia, incapace di fare propria la lezione di Fava.

La sola strada che abbiamo da percorrere è quella di un giornalismo che sappia coniugare diritto all’informazione e consapevolezza della dignità di ogni essere umano, che sappia denunciare i mali ma che voglia indulgere anche alle miserie umane che sono sottese a questi mali.

Un giornalismo che eviti di ergersi a giudice, anche quando alla sbarra ci sono mafiosi e corrotti, ma voglia piuttosto essere capace di verità anche scomode, perché sente di dover prendere la parte di quell’umanità dolente che Pippo Fava aveva come riferimento unico, quando pensava, quando scriveva, quando viveva.