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Braccianti. Storie di ieri e di oggi

Braccianti. Storie di ieri e di oggi

di Tea Sisto

Sappiamo che sono 16, 16 ragazzi morti in due incidenti stradali, due stragi nel Foggiano. Sedici. Per molti è solo un numero, la somma di invisibili, braccia utili a raccogliere i pomodori per fare le salse e cucinare i sughi per condire i nostri spaghetti. I primi quattro hanno perso la vita sabato 4 agosto, gli altri dodici lunedì 6 agosto. Sedici ragazzi stipati come sardine nei rispettivi pulmini dei caporali (che ne possono contenerne la metà) che li riportavano a casa dal lavoro. Due o tre euro l’ora di paga per un lavoro da schiavi sotto il sole cocente. E poi a “casa”, cioè ghetti, baracche, senza acqua ed elettricità. Ma che importa? Ce ne saranno altri a prendere il loro posto. La fame è tanta. Arriveranno altri braccianti da terre lontane, che hanno attraversato gli inferni del deserto, della Libia, del Mediterraneo e che, anche loro, rischiano di morire qui, nella civilissima Italia. Non sono numeri, non sono braccia. Sono pensieri, intelligenza, forza, volontà, sogni, sguardi, parole. Sono ragazzi che racimolano, con il sudore, quei quattro soldi per spedirli ogni settimana alle madri, forse alle mogli, forse ai loro bambini rimasti in Africa. Chissà se le loro famiglie lontane hanno già saputo, se le loro madri stanno piangendo disperate in attesa dell’arrivo delle salme. Sono ragazzi, sono uomini, sono vittime innocenti. E noi dobbiamo ricostruire e raccontare le loro storie, così come abbiamo raccontato la tragedia di Hyso Telharaj, il ragazzo albanese che era venuto in Italia, in Capitanata a lavorare per aiutare la famiglia e il padre malato. Si ribellò ai caporali. L’8 settembre del 1999 fu trovato morto, gli spararono nei pressi di Cerignola. Aveva 22 anni e non aveva piegato la testa. E allora diciamoli i nomi di queste altre sedici vittime innocenti. E’ stato difficile identificarli tutti. Ma quasi tutti i nomi oggi possiamo farli. Lunedì 6 agosto sono morti nello scontro con un camion Lhassan Goultaine, Marocco, 39 anni; Anane Kwase, Ghana, 34 anni; Mousse Toure, Mali, 21 anni; Lahcen Haddouch, Marocco, 41 anni; Awuku Joseph, Ghana, 24 anni; Ebere Ujunwa, Nigeria, 21 anni; Bafoudi Camarra, Guinea, 22 anni; Alagie Ceesay, Gambia, 24 anni; Alasanna Darboe, Gambia, 28 anni; Eric Kwarteng, Ghana, 32 anni; Romanus Mbeke, Nigeria, 28 anni; Djoumana Djire, Mali, 36 anni. Sabato 4 agosto avevano perso la vita in un altro incidente Amadou Balde, di 23 anni, Guinea; Ceeay Aladje, gambiano, di 20 anni; Moussa Kande, di 27anni; Ali Dembele, Mali, 30 anni. E cominciamo a raccontare qualche briciola di storie.  Amadou Balde è stato identificato subito perché aveva in tasca la tessera dell’Arci. Bafoudi Camarra ed Ebere Ujunwa erano stati ospitati a Rimini. Bafoudi era un calciatore, da due anni era il difensore della Polisportiva Autside Rimini. Entrambi avevano un permesso per motivi umanitari ottenuto dalla commissione territoriale di Forlì. Sarebbe scaduto a ottobre. L’associazione «Casa Madiba» ha annunciato una marcia di solidarietà «per la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici stagionali contro le disuguaglianze e il razzismo». “Il nostro piccolo Bafode”, scrive l’associazione. “era prima di tutto per noi un calciatore di quelli veri, la palla nei piedi gli strappava sempre un sorriso a tutto tondo. Da due anni era il difensore della Polisportiva Autside Rimini, un progetto di calcio popolare e antirazzista di cui lui era molto orgoglioso. «Ebere, invece, era attivo nel progetto della Cicloofficina. Bafode e Ebere erano nostri concittadini, nuovi riminesi». 
Il caporalato, la schiavitù, lo sfruttamento del lavoro nei campi non sono “questioni” nate oggi.  Qui in Puglia la strage, non solo in passato, ma anche oggi, riguarda le donne. Sì, le nostre sorelle donne, vulnerabili quanto i nostri fratelli immigrati. Da sfruttare sino all’ultimo come loro. Libera contro le mafie ricorda tutte le vittime innocenti di mafia e ora le vittime innocenti di chi usa modalità mafiose per sfruttare, per togliere dignità e vita,  i caporali.  Prima di Djoumana, Anane e tutti gli altri ragazzi che piangiamo, continuiamo a piangere cinque  donne cegliesi morte per caporalato nel 1980 e nel 1991: Pompea Argentiero (anni 16), Lucia Altavilla (17), Donata Lombardi (23 anni, mamma di tre bambini), Cosima Valente (36), Domenica Abruzzese (47). Le braccianti agricole morirono d’incidente stradale mentre viaggiavano in quasi 50, accalcate le une sulle altre, su pulmini che avrebbero dovuto contenere al massimo 9 persone. Giovani donne e madri di famiglia. Piangiamo tre donne di Oria morte in un incidente nel 1993: Maria Marsella, Maria dell'Aquila e Antonia Carbone, altre vittime dei caporali. Ricordiamo con dolore Annamaria Torno di Taranto, 18 anni, bracciante agricola. Perde la vita in un incidente mentre andava al lavoro il primo marzo del 1996. Ricordiamo Incoronata Sollazzo e Incoronata Ramella, giovani donne morte a Cerignola 24 aprile del 1998  mentre viaggiavano su un furgone pieno sino all’inverosimile per raggiungere i campi. Sempre aperta la ferita per la morte di Paola Clemente, 49 anni, di Ginosa, tarantina, morta di fatica per due euro l'ora sotto il sole del 13 luglio 2015 nelle campagne di Andria. E, ultima in ordine di tempo, Giuseppina Spagnoletti, di Lizzano, 39 anni, colta da infarto mentre lavorava a Ginosa nel settembre dello scorso anno. Donne e migranti, vittime dello sfruttamento, della schiavitù, di una mafia che ancora non riusciamo a far sì che sia definita tale, ma che da mafia si comporta usando la fame, il ricatto, la violenza. Queste vittime, troppe, devono avere giustizia. Noi non le dimenticheremo mai, al di là del genere e del colore della pelle. Sono nostre sorelle, sono nostri fratelli.