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Il ricordo di Mauro Maniglio

Il ricordo di Mauro Maniglio

di Tea Sisto

Dove mai avrebbe potuto essere un bravo ragazzo come Mauro Maniglio, studente promettente della classe 4 C del liceo scientifico Monticelli di Brindisi,  la notte della vigilia di Ferragosto?  Era il momento giusto per essere al posto giusto: in vacanza lì dove hanno la casa estiva i suoi genitori, con gli amici e i cugini per bere una coca cola e per chiacchierare sul lungomare di Casalabate. E, proprio in quel preciso momento terribile, era ancora una volta al posto giusto: sulla moto del cugino che lo stava riportando in villetta dai suoi genitori. Mauro Maniglio non si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato poco dopo la mezzanotte del 14 agosto del 1992 quando un proiettile gli tranciò l’aorta. Quel brillante ragazzo diciottenne, pieno di vita, figlio unico e amatissimo, morì dissanguato lasciando storditi dalla disperazione i suoi genitori, i suoi familiari, gli amici, tutti i cittadini di Brindisi, la sua intera città. La ferita resta aperta e, non solo a Brindisi, ma ovunque ricomincia a sanguinare ad ogni anniversario. Mauro Maniglio è una delle più giovani vittime innocenti di mafia. Innocente nella sua breve vita, innocente in quel sorriso contagioso, in quel suo sguardo pulito, in quella sua serenità dei giusti. Sono trascorsi 26 anni da quell’omicidio. Oggi avrebbe 44 anni, sarebbe un uomo maturo e di talento. Era un bel ragazzo e oggi sarebbe stato un uomo bello, di una bellezza che non svanisce con la gioventù. Quella tragica notte era seduto sul sedile posteriore della Honda 1000 guidata dal cugino, Giorgio. Spararono da un’auto rossa, una Ford Fiesta che la moto aveva accostato per svoltare sulla strada della villetta di famiglia. Gli investigatori si misero subito all’opera. Chi avrebbe voluto uccidere uno studente e per quale motivo? Qualcuno aveva ipotizzato che Mauro aveva fatto un complimento a una ragazza. Non era un movente credibile, non era la pista giusta. Poi emerse la verità. Alle 20,30 del 13 agosto, poche ore prima che il killer di Mauro sparasse, era stato ucciso un altro giovane a Leverano e ne era stato ferito un altro. Era ancora guerra di mala, conti da regolare nella Sacra corona unita per il controllo del territorio. I due omicidi erano collegati. La svolta arrivò dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Fu arrestato Giuseppe Perrone che aveva fatto parte del commando dell’agguato di Leverano. Fuggendo, Perrone era passato da Casalabate. Temeva una ritorsione e aveva visto dallo specchietto retrovisore quei due ragazzi in moto. Secondo lui, erano i suoi sicari e sparò. Fu condannato all’ergastolo nei tre gradi di giudizio. Ogni 21 marzo, giornata della Memoria delle vittime innocenti di mafia e dell’Impegno,  in tutta Italia Libera legge i nomi delle vittime innocenti di mafia. Tra quei nomi, tanti, troppi, Mauro c’è sempre. A Mauro è stata intitolato il parco del quartiere Bozzano sempre frequentato da mamme e bambini. E piace ricordare un piccolo episodio che avvenne lo scorso anno, proprio in quel parco, nel giorno del 25esimo anniversario della tragedia quando Libera organizzò una manifestazione per ricordare il ragazzo ucciso e sistemare un cuscino di fiori sotto la targa che lo ricorda. Fiori che non mancheranno neanche quest’anno. C’era nel parco, tra i tanti, un bambino di sei anni, molto curioso, sensibile e sveglio. Indossava una maglietta verde. “Che state facendo?”, chiese. “Stiamo ricordando un ragazzo che non c’è più”. “Come si chiama e quanti anni ha?”. “Mauro e aveva 18 anni”. “E’ tuo figlio?” “No… ma è figlio un po’ di tutti”. “E’ morto oggi?”. “E’ successo 25 anni fa, ma non lo dimentichiamo”. “E come è morto?”. “Gli hanno sparato. Era in moto con suo cugino. Un mafioso… un cattivo lo ha scambiato per un altro e lo ha ucciso”. “Come mai la mamma e il papà lo hanno lasciato uscire da solo con il cugino?”. “Era grande ormai. Anche tu uscirai da solo o con gli amici molto prima dei tuoi 18 anni”. “No, io non uscirò mai da solo. Potrebbero uccidermi”. Per me un brivido lungo la schiena. Avevo sbagliato? Dovevo mentire a quegli occhi preoccupati che non potevano minimamente immaginare, che avevano visto troppo poco? Risposi: “No, tesoro. Non ti succederà niente di brutto. Siamo qui anche per questo, perché non accada mai più. Vedi quanti grandi ci sono qui adesso. Loro sono qui perché non accada più. Tranquillo. Tu uscirai anche da solo tra qualche anno e andrà tutto bene”. Lui prese una foto di Mauro e la tenne tra le piccole mani, fermo e dritto, per tutta la cerimonia, in silenzio. Ogni tanto mi guardava cercando con gli occhi la mia approvazione. Annuivo preoccupata. Poi gli dissi: “Dai, dammi una mano a portare i fiori per Mauro sotto la targa. Il cestino è pesante. Da sola non ce la faccio”. “Sì”, mi rispose il piccolo e mi aiutò davvero. Ecco, spero di incontrare di nuovo quel bambino, spero di non averlo spaventato, spero di trovarlo sereno, spero che da adulto si ricordi, come me, di questo dialogo imprevisto e imprevedibile e che coltivi anche lui la memoria e l’impegno.