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Intitolato al Maresciallo Calogero Di Bona, l'Ucciardone di Palermo

Intitolato al Maresciallo Calogero Di Bona, l'Ucciardone di Palermo

Un riconoscimento al vicecomandante degli agenti della polizia penitenziaria ucciso dalla mafia nel '79 perché voleva far rispettare le regole all'interno del carcere.

Il giorno in cui mio padre è stato ucciso dalla mafia avevo 6 anni e i miei due fratelli 4 anni e 11 mesi, proprio in quel giorno, era la vigilia del suo 35° compleanno.
Il nostro mondo si è fermato quel 28 agosto 1979, con quella scomparsa inspiegabile, e con tanti silenzi, soprattutto di chi lo conosceva bene.
Nelle farneticanti rivendicazioni hanno scritto, i collaboratori di giustizia nei verbali, che nostro padre è stato ucciso soltanto perchè simbolo di uno Stato che andava colpito, e perchè aveva svolto una relazione su quel pestaggio all'interno del carcere nei confronti di un collega aggredito dal mafioso. Nessuno racconta di quello che le sue ultime ore hanno lasciato nelle mente di chi lo amava; nessuno racconta di quella mattina, indossando la divisa degli Agenti di Custodia, mio padre usci di casa per recarsi al lavoro nel carcere Ucciardone, dicendo affettuosamente “ci vediamo di pomeriggio”.
Da quel giorno è iniziata la nostra vita senza di lui e non è semplice imparare a conoscerlo attraverso fredde fotografie. Sarebbe stato bello poterlo avere accanto nei momenti importanti della vita, averlo accanto nel nostro primo giorno di scuola, o nei momenti in cui avrebbe voluto
e dovuto regalarci carezza o rimproveri. Vederlo tornare a casa magari stanco ma orgoglioso del lavoro difficile che aveva scelto di fare, è aberrante che quell'assurda guerra ci ha negato per sempre.
Non è vero che il tempo cura tutti i mali, quando poi scopri d'aver già superato l'età che aveva tuo padre quel giorno, comprendi che esistono sofferenze che chi non le vive non può comprendere fino in fondo, chi le vive non ha bisogno di ulteriori racconti. Non lo abbiamo visto invecchiare ma, io e la mia famiglia, abbiamo scelto di ascoltare, i racconti di chi lo ha conosciuto, di chi ha lavorato con lui per respirare quella sua stessa aria; un modo, come tanti altri, per provare a colmare quel vuoto attraverso l'esempio delle oneste intenzioni, le stesse che avrebbe sicuramente saputo
trasmetterci se fosse stato qui.
Giuseppe Di Bona

Queste le parole commosse di Giuseppe, il figlio maggiore di Calogero Di Bona, pronunciate durante la cerimonia che si è svolta giorno 8 gennaio 2018 all'Ucciardone in occasione dell’intitolazione della casa di reclusione di Palermo alla memoria del maresciallo degli agenti di custodia ucciso dalla mafia il 28 agosto del 1979, perché aveva osato opporsi al malcostume che vedeva i boss comandare nelle celle penitenziarie.
Il primo riconoscimento ufficiale del suo sacrificio è arrivato solo lo scorso anno, quando il ministero dell’Interno lo ha nominato vittima del dovere ai sensi della legge 466/1980 e il 19 settembre 2017 è stato insignito della medaglia d'oro al merito civile. E oggi, invece, sulla facciata del luogo dove per anni ha prestato servizio prima di essere barbaramente ucciso, è stata posta una targa che ricorda il suo sacrificio.
Per l'occasione, il capo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Santi Consolo ha deposto una corona di fiori e consegnato ai familiari una pergamena che riporta le motivazioni dell'intitolazione al maresciallo Di Bona:
«Pur consapevole del grave rischio personale, con fermezza e abnegazione improntava la propria attività lavorativa a difesa delle istituzioni e contro le posizioni di privilegio tra i reclusi. Per tale coraggioso comportamento fu vittima di un sequestro culminato in un omicidio».
Anche per Consolo l'intitolazione è un’affermazione di «verità e giustizia. Il ruolo nell’amministrazione penitenziaria e di tutti quelli che vi lavorano non è facile ed è particolarmente rischioso», mentre per il ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha inviato un messaggio, l’intitolazione delle case circondariali rappresenta «l’occasione per esprimere la doverosa gratitudine per il debito indimenticabile che abbiamo contratto tutti con alcuni servitori dello Stato, indomiti ed eroici, com’è stato il maresciallo Di Bona. Oggi rendiamo omaggio anche all’impegno e alla caparbietà della famiglia di Calogero per raggiungere alla verità sulla barbara uccisione di un uomo di 35 anni, riconosciuta dal ministero dell’Interno, vittima del dovere e insignito della medaglia d’oro».