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Parole come macigni. Il ricordo di Cocò Campolongo

Parole come macigni. Il ricordo di Cocò Campolongo

di Bruno Palermo

Gli occhioni neri spiritati, il sorriso da biricchino e una vita intera davanti. Ha solo tre anni Nicola Campolongo, che alcuni chiamano junior perché porta lo stesso nome del padre, e altri, quasi tutti Cocò. In tre di vita, però, a Cocò è stato fatto passare davanti agli occhi di tutto. La droga, i tossici, le forze dell’ordine che portano via in piena notte mamma e papà, le toghe dei giudici e degli avvocati e persino le sbarre del carcere e quelle della cella di sicurezza dell’aula bunker. Anzi Cocò c’è pure cresciuto per un breve periodo in carcere. Il 10 giugno del 2011 a Cassano allo Ionio, grosso centro della provincia di Cosenza a pochi chilometri dalla Basilicata, scatta l’operazione «Tsunami» contro diverse persone accusate a vario titolo di aver commesso reati legati al traffico di droga e di essere vicini alla cosca Abruzzese, detto «il clan degli zingari». In manette finiscono la mamma di Cocò, Antonia Maria Iannicelli, il papà Nicola Campolongo, la zia Simona, sorella della mamma, suo marito Roberto Pavone, la nonna Maria Rosa Lucera e altri componenti della famiglia Iannicelli. Cocò è il più piccolo di casa, prima ci sono altre due sorelle, una di due anni e l’altra di quattro.

Giovedì 15 gennaio 2014 Cocò è seduto sul sedile posteriore della Fiat Punto guidata dal nonno Peppe Iannicelli, 52 anni; sul sedile del passeggero c’è la ragazza marocchina Ibtissam Touss, 27 anni, detta Betty, che per molti è la fidanzata di Peppe. È l’ultima volta che i tre vengono visti vivi. Venerdì mattina, 16 gennaio, scatta la denuncia di scomparsa. Cominciano le ricerche, ma dell’auto e del piccolo Cocò nessuna traccia, fino a domenica mattina. Un uomo ha segnalato la carcassa di un’auto bruciata in contrada Fiego, a Cassano allo Ionio. C’è qualcosa di strano in quella macchina, è una Fiat Punto. Quando gli investigatori arrivano in questa impervia zona, dietro un rudere lungo una strada sterrata, si trovano davanti una scena orribile. Dell’auto è rimasta solo la parte in lamiera e all’interno ci sono due scheletri, uno è piccolino, l’altro potrebbe essere di una donna. Durante i rilievi spunta un terzo scheletro che è nel cofano. La Punto ha bruciato per diverse ore, fino a consumare completamente i corpi dei tre. Avranno usato 10 o 15 litri di benzina per far ardere così a lungo quella macchina. Sul cofano anteriore c’è anche una moneta da 50 centesimi, un vero e proprio sfregio o un depistaggio? Saranno l’autopsia e gli esami del dna a stabilire che quei corpi sono di Betty, di Iannicelli e del piccolo Cocò Campolongo. Ma non sono morti nel rogo. Gli assassini, le bestie, hanno sparato in fronte a Cocò e Betty, mentre a Iannicelli è toccato un colpo alla testa e l’altro alla fronte; poi hanno appiccato l’incendio. Il 21 giugno del 2014, Papa Francesco si reca in visita pastorale in Calabria. Incontra i familiari di Cocò a Castrovillari dove sono detenuti, poi va a Cassano allo Ionio e durante la Santa Messa a Sibari, davanti a 250 mila persone, scomunica gli ‘ndranghetisti e i mafiosi.

Quando all’adorazione del Signore si sostituisce l’adorazione del denaro, si apre la strada al peccato, all’interesse personale e alla sopraffazione; quando non si adora Dio, il Signore, si diventa adoratori del male, come lo sono coloro i quali vivono di malaffare e di violenza. La vostra terra, tanto bella, conosce i segni e le conseguenze di questo peccato. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato. Bisogna dirgli di no! […] Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!
Papa Francesco

Il 12 ottobre 2015 i carabinieri del Ros di Catanzaro e del comando provinciale di Cosenza, su disposizione della Direzione distrettuale antimafia, notificano due ordini di arresto ad altrettante persone già detenute per altri motivi. I due sono accusati di essere gli autori del triplice, efferato, omicidio. I carabinieri hanno anche ricostruito la dinamica dell’agguato e il movente: il piccolo Cocò sarebbe stato usato come scudo dal nonno che sapeva di essere nel mirino delle cosche per una partita di droga non pagata, e per questo portava sempre con sé il nipotino nella vana speranza che la sua presenza avrebbe dissuaso i killer.

Durante il processo il fratello di Peppe Iannicelli dice: “Mio fratello si è fidato delle vecchie regole della ndrangheta”. Questo conferma due cose: la prima quanto siano ancora radicate le false credenze e i falsi miti su regole e codici delle mafie che in realtà non sono mai esistiti (le mafie hanno sempre ucciso donne e bambini); l’altra che, evidentemente, Iannicelli usava davvero il piccolo Cocò come scudo.

Parole come macigni che devono intaccare le coscienze di chi con le mafie ci fa affari, in Calabria come nel resto del Mondo. Le mafie si combattono oppure si accettano e lo si fa per collusione, connivenza o ignavia. Girarsi dall’altra parte corrisponde comunque ad una complicità di base.